Letture sopra la Commedia di Dante/Alla Reale Accademia della Crusca/VII

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Alla Reale Accademia della Crusca VII

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VII


Qualche cosa rimarrebbe a dirsi intorno al merito di queste Letture. Ma come varii sono i giudizii della gente, e varii sono più di ogni altro i giudizii della gente letterata, così è di assoluta necessità il premettere su qual fondamento si voglia stimare il pregio di questa o di qualsiasi esposizione del poema di Dante. Vi sono alcuni, e non sono scarsi di numero nè di autorità, i quali hanno in abbominio e commenti e commentatori; e dicono, questi essere un branco di pedanti, e quelli una inutile soma; poichè, o il verso è chiaro, e allora perchè spiegarlo? o non si capisce, e allora il meglio è darlo al fuoco, essendo cosa intollerabile questa di scrivere un libro per farne intendere un altro, e così cagionare al prossimo la fatica e la noia di leggerne due in vece di uno solo. Dante però non era di questi così rigidi censori. De’ commenti egli era amico; e diceva che i commenti sono il pane col quale si mangiano le canzoni. E insistendo su questa allegoria del pane, compose egli stesso un commento, e lo chiamò Convito; e disse che la vivanda di questo convito sarebbesi di quattordici maniere ordinata, cioè di quattordici sue canozni, sì di amore come di virtù, «le quali senza lo presente pane avevano di alcuna scurità ombra...; ma questo pane, cioè la presente sposizione, sarà la luce, la quale ogni colore di loro sentenzia farà parvente.» I libri del Convito ci rimasero incompiuti; e delle quattordici canzoni di cui dovevamo avere il commento, lamente [p. xxxiii modifica]lamente di tre lo abbiamo. Non di meno anche questo poco basta a dimostrare che Dante non ha creduto stoltezza lo scrivere un libro per dichiararne un altro, il quale non di secoli ma di pochi anni lo precedeva, ed era pure opera sua. Nè solamente egli scrisse un tal libro dichiarativo; ma lo scrisse in modo che la interpretazioni riuscì di mole a più doppii maggiore, che non fossero le rime interpretate. Vengono oltre a ciò i libri del Convito a darci un’idea, e un esempio assa notabilme del come credeva Dante che si avessero a commentare i suoi versi, e del come avrebbe egli stesso commentata la Commedia, se gli fosse bastata la vita, e vi si fosse voluto accingere. Non mi sembra dunque di andare lungi dal vero, se affermo, nessuno esser miglior interprete di uno scritto qualsiasi, che il suo autore; e per conseguenze nessun criterio poter essere più sicuro a giudicare della bontà di un commento Dantesco, che il confronto suo coi commenti lasciatici dal medesimo Dante.

E se questo criterio non falla, io posso anche affermare che nessun commento della Divina Commedia può mettersi innanzi a questo del Gelli. Imperocchè di quanti io ne ho veduti niuno ve n’ha, che più di questo si approssimi e si ragguagli ai libri del Convito; ai quali anche Cesare Balbo diceva doversi costantemente e principalmente attendere da chiunque si ponga all’ardua impresa di esporre la Commedia. Le Letture del Gelli e i libri del Convito si rassomigliano prima di tutto nel dettato e nello stile; poichè il Gelli col lungo studio aveva questi libri talmente fatti suoi, che la prosa di Dante, ottima fra le buone, e la prosa sua paiono avere un solo impasto e un solo colorito. Più ancora si rassomigliano nelle forme del ragionare e del distinguere i varii sensi, letterale, allegorico, morale e anagocico; come si rassomigliano nelle intramesse di alta filosofia, nella ricerca [p. xxxiv modifica]delle significazioni riposte, e nella sostanza e nell’andamento e nell’intero contesto dell’opera. Aggiungasi che le idee filosofiche del Gelli, come in generale le idee del secolo XVI, sono ancora quelle del tempo di Dante. Sia per Dante, e sia per il Gelli, Aristotile è il Filosofo per antonomasia; e l’uno e l’altro hanno per guida la metafisica e la fisica di Aristotile e di Averroe, e non come si usa da alcuni moderni, la metafisica e la fisica del secolo XVIII o del secolo XIX. Meglio di molti, i quali pur ne fecero professione espressa, il Gelli spiega Dante con Dante; e ogni volta che gli occirre, ai versi della Commedia pone a riscontro altri versi della stessa Commedia, o sentenze opportunamente ricercate in altre opere dell’Alighieri. Rispetto poi alla teologia, ch’è pur tanta parte del poema sacro, il Gelli si abbevera alle medesime fonti a cui Dante si è dissetato; delle quali principalissima è Pier Lombardo, il Maestro delle sentenze, gloria della mia Novara: i libri del quale erano ancora alla età del Gelli, come erano a quella di Dantem e come furono per molte generazioni ancora, il testo di tutte le scuole teologiche dell’orbe cattolico. Coi libri delle sentenze assai più agevolmente, che con quelli di Alberto magno, di S. Tommaso, di S. Bonaventura, e di altri seguaci del Lombardo, si possono collazionare e intendere i passi teologici (e non son pochi) della Divina Commedia. Tanto è che tutti, o presso che tutti questi passi, o sono la traduzione letterale di ciò che il Lombardo scrisse, o ne sono una manifesta parafrasi. E ben se n’era il Gelli avveduto, il quale appunto nei libri delle Sentenze trovò l’origine di alcune idee Dantesche, e più vi avrebbe trovato, se la morte non gli avesse tolto di maggiormente inoltrarsi nei gradi del Purgatorio, e nelle sfere del Paradiso.

Terminerò, come ho cominciato, nel nome di Dante e nel [p. xxxv modifica]nome vostro, o valorosi e illustri Accademici; due nomi indissolubilmente uniti per tre secoli di amorevole culto e di bene spese fatiche. E se non fosse ardire soverchio, vorrei che ascoltaste un mio voto, e che gli faceste la benigna accoglienza, la quale al cospetto vostro già trovarono questi volumi. Come Omero fu il più gran poeta del gentilesimo, così Dante fu il più grana poteta della cristianità. E da ciò procede, secondo che io penso, la universale estimazione in che Dante è venuto, non solamente in Italia, ma in tutta Europa, e nelle Americhe, e in ogni altra parte del mondo, dovunque è penetrata luce di civiltà e di scienza. Ond’egli si estolle al di sopra di ogni poeta dell’età moderna, come la piramide di Cheope sopra le altre della valle Niliaca; e alla sua fama non si può trovar degno riscontro, se non in Grecia e nei tempi che precedettero l’era volgare. E non pure nel continente Europeo, ma oltre all’Atlantico, si son formate e fioriscono Società Dantesche; le quali non hanno altro intento, che di onorare l’altissimo poeta, e di propagarne lo studio e la venerazione. Ma per una singolarità, della quale non saprei se altra sia più deplorevole, di tali società non una è ancor sorta in Italia. Non sembra a voi, illustri Accademici, che a tale mancanza convenga riparare? Per me credo che altri non vi potrebbe riparare meglio e più degnamente di voi, che sempre aveste Dante in cima de’ vostri pensieri; che in lui principalmente cercaste il fiore della buona favella, di cui siete sindacatori e custodi; che del suo poema procuraste due edizioni, prugandolo di molti errori che vi erano trascorsi; e che siete, per quanto io sappia, l’unico sodalizio letterato, che di tanto gli sia stato cortese. Nè altrove dovrebbe questa Società italiana iniziarsi, che nella vostra Firenze, madre d’ogni coltura e gentilezza, e patria del poeta; la quale tanto ora se ne gloria, quanto una volta [p. xxxvi modifica]gli fu ingiusta per ire di parte e per cittadine discordie. Nè tempo più propizio, nè migliore opportunità potrebbe aspettarsi; poichè Dante è adesso nel cuore e sulle labbra di tutti; e alla Società e ai suoi promotori non sarà certamente per mancare il patrimonio della Famiglia Sovrana e della sua Corte, mentre vediamo che l’augusto nostro Re Umberto I ordinò la stampa di un commento Dantesco, che stava inedito nella sua Biblioteca, e lo diè in premio al Principe ereditario; e questo Principe, e l’amatissima nostra Regina e S.A.R. la Duchessa di Genova sono rampolli di quella Dinastia, onde venne alla Germani uno de’ suoi più chiari Dantisti.

Da Novara, il XX di marzo MDCCCLXXXVII.

Carlo Negroni.