Liriche (Onofri)/Inanis flagrans
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INANIS FLAGRANS
I.
Lontano dall’oscena
ridda d’ebri fantasimi,
lontano Anima, emigra!
Soffoca i vani spasimi
e il cuor sereno sogni
nell’ampia solitudine
che a te, poeta, versa
ogni beatitudine!
Immerso nell’aprica
infinita campagna,
l’esili fila ordisci
come ordisce la ragna,
tra le siepi, sugli alberi,
sui fiori, sulle pure
vite che dan la casa
e il cibo a creature
scevre che suggon miele
e bevono rugiade.
Distogli l’occhio al mondo,
lascia le turpi strade
e premano i tuoi piedi
nudi i fragranti prati,
sotto i pometi onusti
nei querceti ombreggiati.
Va! che t’importa o uomo
se alle tue molli piote,
calcando i sassi acuti,
si laceri la cote?
o se spino ti punga
mentre varchi una siepe
or che l’anima è monda,
buona come un presepe?
II.
Ben finalmente emerso
dai flutti lutulenti
della città rugosa
chiudi agli adescamenti
l’anima tua mondata
delle vitrigne schiume.
Dal tronco uscito in secco
fuor dell’opaco fiume,
molti accestiscono altri
rigogliosi polloni.
Come il saggio Temistocle,
o mitico Simonide,
or l’ammaestramento
chiederò dell’oblio
a te, della memoria
ellèno semidio?
Oh invano, uomo, chiedi
vera beatitudine.
Contorcersi inquïeto
sempre in sollecitudine:
tale è la sorte all’uomo!
Picchiar, picchiar sui secoli
come su verghe ardenti
e mai il clamor dell’eco
vana poter nel cuore
sazio sepellire
con l’eterno passato
e l’eterno avvenire.
III.
Basta! Non piú distolgasi
il mio fato dai sacri
misteri della vita!
Nei limpidi lavacri
delle cime nevose
mai piú purificare
io potrò nelle notti
di grande arco lunare
le mie carni consunte
alla fiamma spirtale?
Non potrò sgrovigliare,
dunque, l’arterïale
intrico di sottili
radici velenose
in che rinchiusi al volo
l’ale desiderose
come in tenace rete?
Nulla di te sapere,
o naturai mistero,
delle tue primavere
delle tue nevi io voglio.
Solo dal cuor giocondo
cantare il tuo mistero
unico, onnifecondo!
Solo cantar sentendo,
nel ritmico fluire
del sangue, ognuna fibra
dei nervi brividire 1
La pioggia per la chioma
delle selve fluisce
placida come un lene
verso che si smarrisce
nelle armonie vocali
della terra e dell’aria:
cosí sentir vorrei
nel cuore unica e varia
la melodia divina
del naturai mistero,
Poesia è mistero,...
felicità è mistero!
Perchè l’anima, usata
all’angusto abitacolo,
non sa cantar dei cieli
l’infinito miracolo?
Perchè, se nel divino
apollineo furore
attinge l’occhio i culmini
dell’Infinito Amore
in un lembo di cielo
dove disperso pasce
il vaporale gregge,
vede le antiche ambasce
l’anima dolorosa
come segnate a fuoco
sulle candide lane
dal tenue orlo di croco?
Anche le nubi in cielo
ricordano i martirî
antichi all’uom che visse
sol di vani deliri!
IV.
Svellere vo’ dal sangue
tutte le sue miserie
tenaci anche strappando
i muscoli e le arterie!
Che importa! Grave è all’anima
il suo giaco di scaglie:
essa non vuol vittorie
di cruente battaglie;
sol chiede le serene
estasi della vera
vita al novello verde
al sol di primavera....
V.
Vedo tremar nel canto
le musiche parole
come sottil polviscolo
in un raggio di sole....
Ah folgorio terreno
d’ogni bellezza vera
in cui tutte le fibre
elevate a una sfera
di purità gioconda
respireranno aromi
in torrenti di luce!
Per te l’anima schiomi
ogni rampollo vano
ogni acre desiderio;
per te si mondi d’ogni
volgare vituperio
e in me un fluire lene
io senta inalveare
come l’anima semplice
del verecondo mare!
VI.
Stillatemi sul fronte
sì pallido, o rugiade!
Dall’anima d’aprile
un umidore invade
tutta la vita nova
sì avida di bere!
I crini arsi dal fuoco
dell’occulto bracere
freschissime irrigatemi,
e verso il nuovo sole,
nei queruli favonî
olenti di vïole,
vaporando vanite,
figlie dell’aria, senza
abbandonar vestigio
della dolce presenza!
Alba nova d’aprile,
mi sfiori come un lene
alito che transpira,
con fragrar di verbene,
dai còrtici stillanti
in un bosco d’abeti
dalle chiome d’argento,
onde implumi poeti
elevano alla Vita
lor giocondi clamori
dai nidi, folti come
bei grappoli canori.
Al limite del bosco,
Anima mia, reclina
dormi sulla novella
erbetta smeraldina,
respirando gli effluvî
della menta e dei fieni
mentre volano i sogni,
entro i ritmi sereni,
come un ronzìo pacato
di calabroni d’oro
sussurranti d’amore:
volubile tesoro!
VII.
Dolce sentir nel sonno
gli zèfiri tepenti
penetrare i capelli
in fini blandimenti!
Dolce destarsi al sole
dove regnava l’ombra
quando ci addormentammo!
Ride alla vita, sgombra
d’ogni amarezza, un pomo,
pendulo tra le rame
come un regale invito.
Dolce lenir la fame
spremendo dal maturo
il succo saporito:
scende nel cuore come
la purità d’un rito!
Dolce negli assolati
meriggi dell’aprile
lenir la prima sete
al ruscelletto esìle
che dalla pia montagna
reca la neve pura
primamente disciolta,
nella prima calura!
Nulla di più soave!
Lungi da noi la foja
cieca d’ogni altra ebrezza:
questa è la vera gioja!
VIII.
Che valgono, o poeta,
i sottili artificî,
le sapienti trame,
ora che le radici
dell’infinita gioja
suggon per te alla Terra
le purissime linfe?
Il vecchio cuor disserra!
Getta i dolori al vento!
Non senti brividire
i nervi come mille
corde di tocche lire?
Non senti vigorire
il sangue come un acre
succo d’acerbi pomi?...
Batti alle porte sacre
del Mistero, o poeta,
con mano poderosa!
Non cederanno i bronzi,
ma l’eco fragorosa
che desteranno i colpi,
tu racchiudi nel verso
come in un nuovo fremito
dell’eterno Universo:
o solitario spirto
barbaro sinfonèta
della Bellezza eterna
che ti nomi Poeta!
X.
Cosí cantava il cuore
dell’uomo addormentato.
Ei si levò dal sogno
tutto purificato....
....dubitò.... sobbalzò....
rivide la sua via....
e s’immerse correndo
nell’antica foschìa!...