Lirici marinisti/II/Marcello Giovanetti

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Marcello Giovanetti

Liriche di Marcello Giovanetti ../Pier Francesco Paoli ../Giovan Leone Sempronio IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

II - Pier Francesco Paoli II - Giovan Leone Sempronio
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MARCELLO GIOVANETTI


I

CHIOME NERE

     Chiome, qualor disciolte in foschi errori
da la fronte vi miro in giú cadenti
e velate al mio Sol gli aurei splendori,
siete nubi importune, ombre nocenti.
     Ma s’in groppo accogliete i vostri orrori,
nera cote sembrate, ove pungenti
rende Amor le saette; e l’ambre e gli ori
vincete d’ogni crin, chiome lucenti.
     Escon da’ vostri torbidi volumi,
come lampo talor da nube impura,
verso il mio cor d’accese fiamme i fiumi;
     ch’arte fu, non error, se diè natura,
quasi pittor che mesce l’ombre ai lumi,
de la fronte al candor la chioma oscura.

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II

LE POZZETTE NELLE GUANCE

     Qualor Cilla vezzosa i lumi gira,
e s’avvien che ridente il guardo ruote,
forma vaghe pozzette in su le gote,
ove quasi in suo centro il cor s’aggira.
     Quivi Amor certo ad alte prede aspira,
ed indi l'alme semplici e devote
con saette invisibili percuote,
e poi colá, furtivo, ei si ritira.
     Direi valli di gigli in campo alpino,
direi cave di nevi in mezzo ai fiori
quelle fosse sul volto almo e divino.
     Ma come non si sfanno in larghi umori,
s’hanno di que’ begli occhi il Sol vicino
e del mio cor non lunge anco gli ardori?

III

NELLO SCORGERE DA LUNGI IL PAESE

DELLA SUA DONNA

     Ecco al fin pur ti scopro, amato colle,
che ’n brieve giro ascondi ampio tesoro;
ove non giunge il piè, prende ristoro
lo sguardo almen, che di dolcezza è molle.
     E col pensier, che solo a lei s’estolle,
se non posso vicin, lunge t’adoro.
Sallo Amor con qual laccio io qui dimoro
e qual caldo desio nel cor mi bolle!
     Ché di lontan sente gli ardor piú fissi
e lunge vede il cor piú che non suole
de’ suoi begli occhi i luminosi abissi.
     Traggami, dunque, il cielo ove ’l ciel vuole,
ché far non puote ingiuriosa eclissi
lunga terra interposta al mio bel sole.

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IV

LA DONNA PRESENTE

A SPETTACOLO DI GIUSTIZIA

     Lá ’ve la morte in fera pompa ergea
spietata scena di funesto orrore,
vidi colei, che nel tuo regno, Amore,
di mille colpe e mille morti è rea.
     Fra que’ nocenti uccisi, ella uccidea
piú d’un’alma innocente e piú d’un core;
e pure, intenta al tragico rigore,
spettatrice impunita anco sedea.
     Quale scampo il mio cor ha che ritrove?
Lá fra rigide morti a morte ei langue,
qua di dolci ferite un nembo piove.
     Resta per doppia strage il petto essangue;
fan bellezza e spavento eguali prove,
e nuotano gli amori in mezzo al sangue.

V

IL BAGNO NEL LAGO

     Allor che l’alba dal mar d’Adria inalza
la face per fugar l’ombra notturna,
a solitario lago, incólta e scalza,
col canestro sen va Fille e co’ l’urna.
     Per bagnarsi il bel piè, con mano eburna
i lembi de la veste accoglie ed alza;
e l’onda, ch’era immota e taciturna,
con garrula allegrezza al sen le balza.
     A l’apparir di lei sopra la sponda,
al discoprir degli animati avori,
al folgorar de l’aurea chioma bionda,
     alga o scoglio non è, che non s’infiori:
fiore, che non si specchi entro quell’onda;
onda, che non sfavilli a tanti ardori.

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VI

LA DONNA E IL VECCHIO

     Nisa, è pur ver che tu ne l’alma impressi
hai di veglio Titon gli essangui ardori,
e di braccia cadenti ai freddi amplessi
offri del tuo bel seno i caldi avori?
     Meraviglia è d’amor veder connessi
crespo crin, crespa gota, ostri e livori,
e con le man di latte insieme espressi
fra le rughe senil scherzar gli Amori.
     Ah, sian lunge i tuoi fior da quel confine!
entro que’ solchi de le guance annose
il tempo sol dee seminar le spine;
     ch’ei de le guance tue molli, amorose,
fará col gielo del suo freddo crine
pallidi i gigli e livide le rose.

VII

LA NINFA E IL ROZZO AMANTE

     Cinzia, Cinzia del Ren, colei che finge
la ritrosa, la schiva (il dico o taccio?),
Cinzia, bella qual dea, fèra qual sfinge,
a rozzo pastorel si reca in braccio.
     Sovente il collo d’amoroso impaccio
al perfido Filen circonda e cinge;
e sembra meco poi rigido ghiaccio
l’empia, e le guance di rossor non tinge?
     Ben la vid’io scherzar sotto una folta
siepe col vago, e sua beltá divina
esser da rozza man recisa e còlta.
     Cosí in prato talor giace vicina
vipera al fior; cosí talor sta involta
candida perla in fango o rosa in spina.

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VIII

LA BELLA SERVA

     Se diede al tuo natal, bella mia Clori,
oscure fasce il ciel, povera cuna,
ecco piú chiare perle e piú fini ori
Amor prodigamente in te raguna.
     E se d’altrui ti fe’ serva fortuna,
ch’a la cieca dispensa i suoi tesori,
tu per quella beltá, ch’ogn’altra imbruna,
se’ reina bellissima de’ cori.
     Di che ti lagni tu? Sappi che ancora
sono serve di Cinzia in ciel le stelle
ed è serva del Sol la bionda Aurora.
     Denno esser sol le voglie tue rubelle
serve d’Amor, come a te sono ognora,
tributarie de’ cor, mill’alme ancelle.

IX

LA CORTIGIANA FRUSTATA

     Era esposta ai flagelli Eurilla mia,
per lieve colpa condennata rea;
ma fra l’ombra del duol che l’avvolgea
il Sol di sua bellezza anco apparia.
     E mentre in lei, da man nocente e ria,
tempesta di percosse aspra piovea,
quanti gigli sugli omeri abbattea
quella tempesta, tante rose apria.
     Chi sa che, mosso Amor da’ miei lamenti,
per punir di costei l’empio rigore,
la mia tormentatrice or non tormenti?
     Ma qual gloria sperar potea maggiore?
Diranno ormai l’innamorate genti:
— Questa è la bella martire d’Amore. —

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X

LA DORMENTE

Girolamo Mattei

     Presso un bel rio, che de la sponda erbosa
umido amante iva baciando i fiori,
Cilla, ch’ai mio languir non dá mai posa,
posando un dí, del dí fuggia gli ardori.
In su la guancia di color di rosa
parean tiepide brine i bei sudori,
e spogliavan d’odor quelle pendici
le fresc’aure, del sonno allettatrici.
     Mentre co ’l crin, che s’increspava ai venti,
sovra letto di fiori ella dormía,
agli occhi miei vagheggiatori intenti
duo preziosi fiumi Amore offría:
l’uno scorrea con liquefatti argenti,
l’altro con onda d’òr serpendo giá;
ciascuno i suoi tesori avea disciolto:
quegli un prato rigava e questi un volto.
     Le spoglie ella s’avea tolte d’avanti
e fidatele in guardia ai fior vicini,
ché ’l calor fastidía le spoglie e i manti,
tolerando a fatica i bianchi lini;
e questi ancor, mossi da l’aure erranti,
gían scoprendo del seno i bei confini,
e l’altre membra tralucean fra quegli,
quasi gemme velate in tersi spegli.
     Io muovo intanto il piè furtivo e tardo,
ove costei giacea su l’erba molle;
nel vel de le palpebre ascoso il guardo
punto non mi vietava il pensier folle.
A lei m’appresso, in lei m’affisso e guardo,
ch’a vagheggiarla anco ogni fior s’estolle.
Dico allor io: — Per man del sonno unita,
sotto imagin di Morte, ecco la Vita. —

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     Omai cessino, Amore, i vanti tuoi,
non dir ch’ai tuo poter nulla contrasti;
ch’in paragon del sonno, o nulla puoi
o rimangon delusi i tuoi gran fasti.
Per far ch’ella piegasse i desir suoi,
sai pur ch’ogni tua possa indarno oprasti.
Ecco: il sonno, maggior di tutti i numi,
la stende a terra e le imprigiona i lumi.
     Piú forza ha il figlio de l’oscura notte
di te, fanciul de la piú bella diva?
L’abitator de le cimerie grotte
supera un Dio, che da lo ciel deriva?
Sian le saette omai tarpate e rotte
e la faretra d’ogni gloria priva,
s’al tuo fuoco invisibile, immortale,
onda scarsa di Lete assai prevale.
     Ma come il cor d’amor piú forte acceso
sento, s’Amor, vinto dal sonno, or giace?
come breve riposo emmi conteso,
se chi guerra mi muove ha posa e pace?
scocca strali non visti arco non teso?
e vibra fiamme non vibrata face?
con quali armi innocenti ed omicide
giacendo vince, addormentata uccide?
     Certo ch’ella a nuove arti allor s’accinge,
quando al suo mal pietosa altri la spera;
non dorme no, ma di dormir s’infinge,
appiattata tra i fior, la scaltra arciera.
Sonnacchiosa in tal guisa anco si finge,
lá nei campi d’Ircania, empia pantera,
e con la pompa di sue spoglie ognora
suol le fère allettar, che poi divora.
     Ben si vedean per le beate sponde
arder vicine a lei quell’erbe e queste,
languir le piante, inaridir le fronde,
chinare i fiori l’odorate teste;

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e giá fôrano asciutte anco quell’onde,
che per l’erbe muovean tremole e preste,
s’io con l’urne colá del pianto mio
non dava piogge al prato ed acque al rio.
     Come s’avvien talor ne’ giorni estivi
che densa nube intorno al Sol s’accampi,
vibra egli i raggi piú cocenti e vivi,
e chiuso par che con piú forza avvampi;
cosí costei, per far ch’anco i piú schivi
sentan di sua beltade accesi i lampi,
vuole colá che le circondi e tocchi
bella nube di sonno il Sol degli occhi.
     Anzi ella soffre che sia fatto donno
un ministro di Lete in quel bel viso,
e di tenebre armato il nero sonno
sia lá nel trono de la luce assiso.
L’ombre cieche oggimai vantar si ponno
d’aver posta la sede in paradiso;
ma, con le stelle chiuse in fosco velo,
chi mai dirá che sia piú bello il cielo?
     Ed è pur vero, e piú leggiadre forme
ne l’incomposto volto il sonno acquista;
veglia l’arso mio cuor mentr’ella dorme,
e d’un sole ecclissato ama la vista.
Stanno in sua guardia faretrate torme,
a cui la schiera de le Grazie è mista:
altri terge i sudori, altri con l’aura,
mossa da lievi piume, il cor ristaura.
     Amanti, o voi che con ardente zelo
bramate l’ombre amiche ai furti vostri,
de la notte pregiando il fosco velo
piú che de l’alba le chiarezze e gli ostri,
venite a schiere; ecco: propizio il cielo
tragge la notte dagli opachi chiostri;
e perché a voi piú ratta ella sen vole
colá in quegli occhi è tramontato il sole.

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     Oh se di questa Pasitea giacente
diventar potess’io larva vagante,
oh come lieto a la sopita mente
discoprirmi potrei, fantasma amante!
Sonno, felice or te cui si consente
star catenato a que’ begli occhi avante;
non potea darti de le luci accorte
piú leggiadra prigione il cielo in sorte.
     Mentre sí parlo, e non sapea levarmi
dal contemplar l’addormentato viso,
e d’immenso piacer sentía bearmi
in quel dolce periglio intento e fiso,
a caso leggo in mal vergati carmi
su la corteccia d’una pianta inciso:
«Se non fuggi, pastor, tu resti essangue;
giace quivi fra l’erbe ascoso un angue».

XI

LA FONTANA NEL GIARDINO DI TIVOLI

RAFFIGURANTE L’ANTICA ROMA

Al cardinale Alessandro d’Este

     Colá dove con flebile singulto
il precipizio suo piange Aniene,
mentre con procelloso aspro tumulto
giú da’ monti latini a cader viene,
che poi, placido fatto, or muove occulto
fra cavi sassi e sotterranee vene,
or con la lingua tremola de l’onde
lambendo va le tiburtine sponde;
     s’apre vago giardin, di cui natura,
di cui l’arte la palma aver presume,
che poi (sia loro o negligenza o cura)
di cangiar le vicende han per costume.

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     Or dentro a queste villarecce mura,
libero volse imprigionarsi il fiume,
e sembra sol che di formar s’appaghi
loquaci fonti e taciturni laghi.
     Qui le ninfe de’ liquidi cristalli
con le ninfe de’ monti in schiera accolte,
fabbricando tra lor trecce di balli,
ora in gruppi annodate ora disciolte,
scherzando gìan per quegli ondosi calli
con auree chiome in su le fronti avvolte,
e di mirto e d’allòr frondosi rami
eran del biondo crin verdi legami.
     Giunse fra loro altera donna armata
in sembiante magnanimo e augusto;
ferreo arnese coprìa la fronte aurata,
grave d’asta la man, d’usbergo il busto.
Forse in aspetto tale figurata
Pallade fu nel secolo vetusto,
e dagli anni e da l’arme ancor non doma
nel suo volto esprimea l’antica Roma.
     Per ascoltar costei le gelid’urne
lasciar de’ fonti lor Tetide e Flora;
dagli antri oscuri alzar le membra eburne
la dea casta e la dea che n’innamora;
cessâr da l’opre solite diurne
gli augelli e l’aure mormoranti allora,
e per non fare a lei garrule offese
il corso per udir l’onda sospese.
     — O de l’altro Alessandro emolo altero
disse — e de l’attio sangue inclito pegno,
splendor de l’ostro, cardine di Piero,
aquila lucidissima d’ingegno,
di magnanimitá ritratto vero,
de la nuda virtú ricco sostegno,
de l’antico valor novella prole
e del del de la gloria unico sole;

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lascia oggimai, ti prego, i sette colli
che di Roma novella ornano il seno,
che sol di fasto allettatrici e folli
aure nutre nel torbido sereno,
ha mentiti i costumi, i vezzi ha molli,
nel facondo suo dir mesce il veleno,
e allora indice altrui guerra verace
quando par che piú spiri aura di pace.
     Lascia pur Roma, e vieni omai qui dove
fresco è il rio, dolce è l’aura e lieto è il cielo;
nembo di perle qui l’aurora piove
qualor diffonde il maturino gielo;
la libertá, ch’invan si brama altrove,
qui sol lieta fiorisce in ogni stelo;
e van per l'amenissime pendici
l’aure, de l’alme ognor tranquillatrici.
     Qui senza velo agli occhi altrui dispiega
nuda semplicitá le sue ricchezze;
qui riposa il Riposo e qui non nega
di compartir altrui pure dolcezze;
qui con laccio di gioia i sensi lega
l’ombra fra le real salvatichezze;
né può quinci lontano esser diviso
s’è ver ch’abbia la terra il paradiso.
     Vieni, e de’ grandi Augusti il mio desio
di nuovo in te vagheggi i gesti e l’opre;
vieni, ch’ogn’uom costí fallace e rio
sotto contrario vel l’alma ricopre;
qui schietto il fonte e trasparente il rio
sin da l’intimo fondo il cor ti scopre;
e, di te imitatrice, in grembo ai fiori
versa prodiga vena i suoi tesori.
     Se le romane mura e gli archi e i tempi
ti spiace forse di lasciarti a tergo,
qui, dagli Estensi tuoi sottratta agli empi,
mirerai d’altra Roma il prisco albergo;

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ch’io qui ricovro e de’ passati scempi
fra i diluvi de l’acque il duol sommergo,
e trovo sol per questi chiostri ombrosi
nel secolo del ferro aurei riposi.
     Qui, qui, scorno del tempo, onta de l’armi,
ogni abbattuta mole anco torreggia;
qui co’ teatri e con le statue parmi
traspiantata veder l’antica reggia;
distillan acque gli obelischi e i marmi
e quasi la cittá fra l’acque ondeggia;
vieni, e se ’l Tebro hai di veder desio
ho fra queste mie sponde il Tebro anch’io.
     Qui potrá sollevar da gravi cure
l’alma tua degnamente ozio non vile:
vedrai Pandora acque salubri e pure
dal suo vaso stillar, fuor del suo stile;
e Bacco, invece pur d’uve mature,
ampie tazze colmar d’onda simíle;
e, lasciato Elicona il bel Pegaso,
d’acque aprir con la zampa argenteo vaso.
     Vedrai per te formar con saggi errori
i fonti, al ciel balzando, umidi giochi;
di finti augelli inanimati cori
sciorranno a te canti non finti o rochi;
vedrai lieta spelonca in cui gli Amori,
poste in disparte le saette e i fochi,
al cenno di colei che dal mar nacque,
i petti altrui san fulminar con l’acque.
     Fastose ch’a tal gloria il ciel sortille,
se son di fasto qui l’onde capaci,
con riverenti, ossequiose stille
stamperan su ’l tuo piè gelidi bacile
fontane piú lucide e tranquille
faransi al volto tuo specchi vivaci,
e ’l dio de l’onde anch’ei sará tenuto
darti in coppa d’argento il suo tributo.

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     Vieni, Alessandro, e mirerai disciorsi
in lagrime di gioia i vivi fonti;
a le tue piante i lor marmorei dorsi
supporran volentier portici e ponti;
e i simolacri e le colline forsi
per adorarti piegheran le fronti:
certo, per pregio suo fia che s’inchine
la palma e ’l lauro a coronarti il crine.
     Ma se a l’altro Alessandro intero un mondo
era spazio incapace, angolo breve,
il tuo valor, che non ha mèta o fondo,
termine angusto imprigionar non deve.
Sollo, gran prence, e pur non mi confondo,
ma d’adempir miei voti anco fia lieve,
ché ben che sia maggior de l’ampia terra,
pure in brieve epiciclo il Sol si serra. —
     Accompagnò quest’ultime parole
con lieti applausi ogn’aura, ogni spelonca,
e dispiegar da le canore gole
i selvaggi cantor voce non tronca;
ogn’onda mormorò piú che non suole
armonïosa entro la propria conca,
ed agli organi diè, con modo ignoto,
a tempo il canto ed a misura il moto.
     Fûr veduti a la fin da cento bocche
cento fiumi versar gonfi serpenti,
e con tal precipizio avvien che fiocche
il bel diluvio di que’ molli argenti,
che sembra udir da le superbe ròcche
il sonoro ulular de’ bronzi ardenti.
Ai lieti augúri, al plauso de le linfe
Eco rispose e risero le ninfe.
     Pastor del Tronto a vagheggiar sedea
gli orti famosi, a cui null’altro agguaglia,
di cui forse men bello esser dovea
o ’l giardino di Pesto o di Tessaglia.

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Or mentre ei d’alta gioia il cor ricrea,
le sparse voci in verde pianta intaglia;
poi, con note che ruvide compose,
al gran prencipe estense il tutto espose.

XII

L’INONDAZIONE DEL TRONTO

A monsignor Vitello

     Fra l’atra notte e ’l luminoso giorno
egualmente diviso era l’impero,
e spandea tanto l’ombra il manto nero
quanto splendea di raggi il sole intorno;
     onde, se l’alba ai soliti lavori
destava l’uom su l’aure matutine,
il dolce sonno, con egual confine,
sopiva i sensi e raddolciva i cori;
     con grati nodi agli olmi lor mariti
dolcemente stendean le braccia amiche
e discoprian per le colline apriche
lieti tesor le pampinose viti;
     quando s’udio sul nubiloso velo,
presagio d’oscurissima tempesta,
mormorando con voce orrida infesta,
tuono bombar fra mille lampi in cielo;
     s’udíro urtarsi in fera giostra i venti,
spinti da profondissime caverne;
fûr visti a gara poi da le superne
magioni in giú precipitar torrenti.
     Mai non s’udí del ciel per le campagne,
cotanto imperversando, austro nimboso
scuotere il dorso a l’Apennin selvoso,
fracassar nubi e tempestar montagne.
     Ma crescendo maggior l’impeto a l’onde,
e qual rauco fragor d’acque sonanti,
parea che l’etra a tanti flutti e tanti
picciole avesse e troppo anguste sponde.

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     Da disusata vïolenza spinto,
correva il flutto ad inondar la valle;
era lago la piazza e fiume il calle
e la cittade ondoso labirinto.
     Il troppo fosco orror rendea cotanto
confuso il ciel, che per tre spazi integri
il Sol rotar non volle i lampi allegri,
né la notte spiegar gemmato il manto.
     Da cento e cento lubrichi vassalli
ebbe tributo volontario il Tronto,
che, fatto ingiusto rege, audace e pronto
corse a tiranneggiar l’amiche valli.
     Se pria devoto a la cittá di Pico
il piè baciò de le famose mura,
ora senza ritegno ei s’assicura
moverle aspra tenzon, fero nemico;
     e disdegnando omai degli alti ponti,
novello Arasse, l’odïosa soma,
scuote con atto altier l’umida chioma
e guerra indice con spumosi monti.
     E qual vittorïoso capitano
per batter mura di superba ròcca
opra ferrate travi e sempre scocca
piú forti colpi con robusta mano,
     cotal ruina orribile minaccia,
ed avventando ai ponti elci ed abeti,
fa tremar, fa crollar l’alte pareti
il fiume altier con spaventosa faccia.
     Ma raddoppiando le divelte piante
ognora formidabili percosse,
forza è che ’l ponte al fine a tante scosse
cada e l’inghiotta pur l’onda tonante;
     l’onda, ch’omai la chioma piú frondosa
copre de’ pioppi, e, dove fece il nido
semplicetto augellin, del fiume infido
allora ivi nato plebe squammosa;

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     l’onda che sozza, fra gli acuti dumi
e fra le tane di spinosi sterpi,
suffoca ancor le velenose serpi
strette ed avvolte in lubrichi volumi;
     l’onda che seco raggirando balza
rotte schegge, alti scogli, alpestre rupi,
e ne’ vortici suoi rapidi e cupi
ora assorbe gran tronchi, ora gl’inalza.
     Stillava pria con limpidi zampilli
entro nera spelunca a goccia a goccia
l’onda gelata da scabrosa roccia,
secreta stanza di Piloro e Filli;
     ed ora in questa, fatta orrida grotta,
formando tal rumor ch’il mondo assorda,
diluvia l’acqua impetuosa e lorda,
e un fiume intero v’entra e vi s’ingrotta.
     Scopre l’intima selce e ’l tufo scabro,
impoverito omai di poca terra,
il colle, e ’l monte e se medesmo atterra,
fatto del danno suo mal cauto fabro;
     poscia che, riversando a nembo a nembo
prodigamente Giuno le procelle,
egli lieto le accoglie e ’nsieme a quelle
offre ampiamente l’arido suo grembo.
     Per intenso dolor con occhi asciutti
il povero cultor vide che ’l crudo
fiume rapigli, di pietate ignudo,
del dolce Bacco i sospirati frutti.
     Le guance lacerò, squarciossi i crini
il timido pastor, che ’l caro armento
vide preda de l’onde, e ’n fero accento
piú volte bestemmiò gli empi destini.
     Ove trasse talor notte serena
il villanel, sott’umile capanna,
co ’l suol di lievi ariste e ’l ciel di canna,
è fatto lido d’infeconda arena.

[p. 92 modifica]

     Udii talor sopra frondoso legno
balenando cadere a me vicino
folgore orrendo, e nel percosso pino
restar del suo fragor perpetuo il segno;
     tonar superba mole al Tebro in riva
udii talor d’orribile rimbombo,
ed alternando ancorché lieto il bombo,
il mio volto per téma impallidiva;
     e quand’anco da l’antro austro sen fugge
e ’l sonoro ocean mesce e conturba,
celasi per terror l’ondosa turba,
ove men rauco il mar mormora e mugge.
     Ma son sembianze omai troppo ineguali
folgore, irato mar, fulmin terreno,
a l’impeto del Tronto irato e pieno,
che s’erge su, dove fu ’l varco a Tali.
     Impetuosamente orride belve
vedresti per le liquide pianure
seco trar l’onda, e fra quell’onde oscure
rotar case e natar l’intere selve.
     Mal cauto peregrin, che vide l’onda
scorrer sí gonfia per gli aperti campi,
esser pensò lá dove il sole i lampi
vibra accesi e l’Egitto il Nil feconda.
Le driadi, le napee e l’altre ninfe,
ch’abitan l’onde ed oprano le frecce
o veston le selvatiche cortecce,
tutte stupîr de le cangiate linfe.
     Stupir che ’l Tronto, ch’aggirar solea
lubrico il piè per limpida pendice,
e che scopriva altrui ciò che felice
nel piú secreto fondo ei nascondea,
     e che piú volte a lor fido consiglio
somministrò co’ liquidi zaffiri,
e come s’orni il crin, l’occhio si giri,
e come rida, in su la rosa, il giglio;

[p. 93 modifica]

     ora, fatto d’orror scena funèbre
e bara de’ cadaveri insepolti
di pallor sparsi, in negro fango involti,
fa stillar di pietá mille palpèbre.
     Fu chi pensò che ’l secolo di Pirra
giá ritornasse al mondo; ond’altri il voto
preparava a Nettuno, altri devoto
offriva al divo Giove incenso e mirra.
     Oh quante volte il tridentato dio
rivolto ad Ino, ad Anfitrite, a Glauco:
— Chi è — disse — costui si altero e rauco
ch’esser mostra ribelle al regno mio?
     Mirate lá come per larga foce
sgorgando in mar, qual tortuosa biscia,
serba fra l’onde mie ben lunga striscia,
e non l’arresta lo mio guardo atroce. —
     Allora anch’egli i suoi spumosi regni
scosse col gran tridente, e ’n un s’udiro
tonando i flutti in un profondo giro
ravvoltati assorbir volanti legni.
     Cosi cavallo indomito, che ’l morso
rallentato si senta, urta e si scuote,
pesta il suol, sfida l’aure e ’n varie ruote
girando squassa orribilmente il dorso.
     Ma, poi che in volto formidabil scerse
il mar d’Adria turbato in carro assiso,
a le guerre del ciel, de l’onda fiso
e muto spettator, gli occhi converse.
     Cosí dicea con piú sonori carmi,
posta da canto l’umile sua cetra,
Aldin, che di dolcezza i marmi spetra,
Aldin, che canterá guerrieri ed armi.