Lirici marinisti/IV/Antonino Galeani

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Antonino Galeani

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IV - Gennaro Grosso IV - Giambattista Pucci
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ANTONINO GALEANI


I

IL PERICOLO

     Festeggiano le squille, Egle, a vicenda,
ritorna a queste ville il dí festivo;
a’ nostri balli il cittadin lascivo
verrá pomposo, onde l’incaute accenda.
     D’Amarilli tu sai: pria ch’ei te prenda,
prendi tu lui, piú di lei cauta, a schivo;
diman fia ’l suo partir, s’oggi è l’arrivo,
ch’a variar piacer sempr’è che attenda.
     Noi mirar, se di sete ei coloreggia;
noi curar, se col piede or gira or striscia
noi sentir, se con man molle tasteggia.
     Anch’ella agile al moto, al tatto liscia,
e variata di color pompeggia,
ma velenosa è poi su ’l fin la biscia.

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II

I NASTRI SEDUTTORI

     Diman che festo è ’l dí, col crin ripieno
di nastri Egle vedrete, occhi dolenti;
di que’ nastri, di cui miraste intenti
far ieri acquisto a la cittá Sireno.
     — Per Egle sono — infra me dissi; — almeno
perduto avesse i pattuiti argenti,
o perda sé, pria che col don la tenti! —
Tal ne sentía geloso picchio al seno.
     Sii cauta, o bella; di quei nastri ei trama
lacci a l’onore e, credi a me, n’avrai,
via piú che fregio al crin, sfregio a la fama;
     ché l’indegno amator giá tra caprai
gloriando si va (vedi se t’ama!)
ch’avranne in cambio... Io noi vuo’ dir: tu ’l sai!

III

IL BALLO GALEOTTO

     Lilla, i’ mel veggio, il cittadino Aminta
piú che a’ suoi campi, a tue bellezze attende,
e la tua fama ed il mio core offende,
e pur lo stringi, seco al ballo accinta.
     Tu ’l neghi? e che dirai se sei convinta?
Su la man che tu prendi e che ti prende,
chi non vede restar, se ben v’attende,
la stampa a’ diti ed a pallor dipinta?
     Ahi, fai rosse le gote e ’l ciglio hai basso!
Perché rossor la guancia, allor, non veste?
perché a lui, come a me, non sei di sasso?
     Se tra le belle sei, sia tra le oneste;
ché villanella al cittadino è spasso,
ma ’l cittadino a villanella è peste.

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IV

LA RANA

     Lá tra i giunchi palustri e l’alga immonda
odi gracchiare, o Filli, in strana foggia,
figlia del fango e de l’estiva pioggia,
quella verde loquace in grembo a l’onda.
     O che ’l piú cupo gorgo in sen l’asconda,
o nuoti all’aure o s’in pantano alloggia,
inver’la sponda avidamente poggia,
se mai face apparir vede a la sponda.
     Purché godano gli occhi al caro lume,
dimenticata ogni contraria sorte,
v’arde il cor di desio, se non ha piume;
     né cura o vede che quel raggio acceso
è fiaccola parata a la sua morte...
Tal de’ tuoi lumi al lume anch’io fui preso.

V

IL DONO DEL LEPRE

     Questo bel leprettin, ch’a me dal braccio
pendente prigionier l’orecchio rese,
ch’ognor fa, ranicchiandosi, difese,
per levare a te ’l dono, a sé l’impaccio;
     non fu tolto al covile o còlto al laccio,
di degno cacciator men degne imprese;
ma questo piè col piè di lui contese,
se ben rovescio ne cadei sul ghiaccio.
     Non sprezzar, Lilla, il don, che, se nol sai
accresce la beltá s’è cibo a noi.
Tienlo, ché fuggirá; stringi, che fai?
     Ma che guardi? che ridi? e che dir vuoi?
Ch’esser bella e fugace imparerai?
Piú bella e piú fugace esser non puoi.

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VI

LA BELLA E IL VECCHIO

     Crespo e segnato il viso a maraviglia,
lanoso tutto piú del proprio gregge
è Mopso; un occhio ha lippo, un piè noi regge,
fosco il pel, nero il crine, irto le ciglia.
     E pur Lilla gentil bianca e vermiglia,
forsennata d’amor, d’amarlo elegge,
o sia necessitá che non ha legge,
o sia che donna al peggio suo s’appiglia.
     Natura offesa! e chi dirá che piaccia
ogni pari al suo pari or che sí molle
e caro sen sta fra sí rozze braccia?
     Ma come offesa? anzi non giá: ché volle
cosi natura pur, che stretta giaccia
perla in gusci, astro in nicchi ed oro in zolle.