Lirici marinisti/IX/Ciro Di Pers

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Ciro di Pers

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IX X
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I

LE CHIOME NERE

     Chiome etiope, che da’ raggi ardenti
de’ duo Soli vicini il fosco avete,
voi di mia vita i neri stami sète,
onde mi fila Cloto ore dolenti.
     O del foco d’amor carboni spenti,
ma che spenti non meno i cori ardete;
pietre di Batto, che mostrar solete
falsi d’ogn’altro crin gli ori lucenti;
     o di celeste notte ombre divine;
in duo emisperi è il ciel d’Amor diviso,
e voi del giorno suo sète il confine.
     Venga chi veder vuole entro un bel viso,
con una bianca fronte e un nero crine,
dipinto a chiaroscuro il paradiso.

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II

LA VESTE BIANCA

     Bianca tra bianche spoglie era Nicea,
né saprei dir quai fusser bianchi meno,
mentre un leggiadro paragon facea,
i candori del manto o quei del seno.
     Corsi a mirarla, e di stupor ripieno:
— Donna non è costei — fra me dicea, —
ché raggio splende in lei piú che terreno,
ma la nunzia del Sol, candida dea. —
     Quando il soverchio lume insieme unito
col soverchio calor, cadde repente
l’occhio abbagliato, il core incenerito.
     Allor gridai con un sospiro ardente:
— O del manto dell’alba è il Sol vestito,
o l’alba è piú del Sol fatta lucente! —

III

IL BAMBINO

     Vago fanciul, che fra le braccia stretto
de la mia dea, dal suo bel collo pendi,
e l’inesperta man scherzando stendi
or agli occhi or al labbro ed or al petto;
     tu, di doglia incapace e di diletto,
tocchi il Sol, tratti il foco è non t’accendi
siedi in grembo a la gioia e non l’intendi
oh quanto per te provo invido affetto!
     Deh, potess’io cangiar teco il mio stato;
che, possessor di sconosciuto bene,
sarei non infelice e non beato.
     Giá ch’intero piacer qua giú non viene,
se ventura al gioir mi nega il fato,
mi negasse egli ancor senso alle pene!

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IV

L’ELOQUENZA DEGLI OCCHI

     Poco è facondo Amor quando egli scioglie
innamorata lingua ai dolci accenti;
poco in querulo suon mesti lamenti
acquistan fede alle amorose doglie.
     Ben è facondo allor quando egli toglie
a far loquaci duo begli occhi ardenti,
che formando co’ rai note lucenti
fan palesi del cor l’interne voglie.
     Egli è bambino Amore: a pena ei puote
snodar la lingua alla favella, e poco,
fuor che nel guardo, egli ha loquaci note.
     Mal con lingua disciolta aver può loco
core annodato, e solo altrui far note
può le fiamme del sen voce di foco.

V

PURIFICAZIONE IN AMORE

     Prima, Nicea, che ’l tuo bel ciglio ardente
mi soggettasse agli amorosi oltraggi,
per l'orme del piacer torti vïaggi
fêron col senso i miei desir sovente.
     Ora d’amor lo stimolo pungente
desta ne l’alma mia pensier piú saggi,
e mi porgono i tuoi pudichi raggi,
non men che fiamma al cor, luce alla mente.
     Veggio ch’ogni tua cura al ciel diretta
have d’eterno ben santo desio,
e che lassú ten poggi, anima eletta.
     E voglio, al ciel drizzando i passi anch’io,
la tua scorta seguir, pura angioletta,
per teco unirmi eternamente in Dio.

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VI

SOPRAVVIVENZA DELL’AMORE ALLA BELLEZZA

     Languidi raggi e scoloriti fiori
entro ’l bel volto tuo scorgo, Nicea;
e pur quivi il mio sen, come solea,
s’arricchisce di gioie e di dolori.
     Sfavilla ancor per entro ai tuoi pallori
quel non so che, quel che mi strugge e bea;
piú vago un tempo il tuo bel ciglio ardea,
ma non vibrava giá piú gravi ardori.
     Sempre per me tu sarai bella, ed io
sempre amante per te: non è mortale,
non ha mortale oggetto il mio desio.
     Indarno il tempo s’arma, indarno assale
la tua beltá con gli anni e ’l foco mio,
ché non soggiace a lui cosa immortale.

VII

SULLO STESSO ARGOMENTO

     Veggio, veggio, Nicea, le tue vezzose
guance oblïar le porpore native,
ché, quasi timidette e fuggitive,
vansi tra i gigli ad occultar le rose.
     Le nevi, ove le fiamme Amor nascose,
son de la lor vaghezza in parte prive,
e con languidi raggi e semivive
faville ardon le tue luci amorose.
     Scema in te la bellezza, e forse ancora
di par negli altrui cor manca il desio,
mentre manca quel bel che gl’innamora.
     Ma non scema però l’affetto mio,
ch’oggetto fral non ama e solo adora
un raggio in te de la beltá di Dio.

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VIII

LA LOTTA COL TEMPO

     Mentre vuoi riparar del tempo il danno,
il tempo, o Lidia, inutilmente spendi;
quell’ore stesse ch’a lisciarti attendi
per giovane parer, vecchia ti fanno.
     I mentiti color forza non hanno
di destar, di nutrir d’amor gl’incendi;
cedi, cedi pur vinta e l'arme rendi,
ché ’nvan contrasti al volator tiranno.
     Cosí cadendo va bellezza umana,
e per riparo ogni sostegno è frale
e per ristoro ogni fatica è vana.
     Ah, che l’impiastro tuo punto non vale
per le piaghe del tempo, e sol risana
le piaghe in me de l’amoroso strale.

IX

SULLO STESSO ARGOMENTO

     Oblia la fronte, o Lidia, i suoi candori,
disimparan le guance il lor vermiglio,
e qual ombra aduggiò la rosa e ’l giglio?
e chi dal volto tuo sbandí gli Amori?
     Al tuo leggiadro april fura i tesori
del tempo involator l’ingordo artiglio,
ed allo specchio invan chiedi consiglio
di ravvivar gl’inariditi fiori.
     Non può far d’aurei fregi il manto adorno,
non le nevi mentite o gli ostri finti
ricorrer dietro un sol passato giorno.
     Tutti i tuoi vanti alfin l’etade ha vinti,
ed hai nel volto per maggior tuo scorno
di propria mano i suoi trofei dipinti.

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X

LA PENITENTE

     Sotto il cener del manto il foco ascoso
porta costei, ch’in umiltá risplende;
con la pietá del cor fa il ciel pietoso
e col cielo del volto i cori accende.
     Per posar nel suo Dio non ha riposo,
e per difender l’alma il corpo offende;
e se del crin straccia il tesoro ondoso,
con le perle degli occhi adorno il rende.
     Quindi, mentr’ella piange il proprio errore,
adorar mi costringe il volto amato
e mi fa reo di profanato amore.
     Deh, come potrá il Ciel render placato,
se fra i cilici ancor m’infiamma il core,
e la sua penitenza è il mio peccato?

XI

LA D1PANATRICE

     Un girevole ordigno oggi volgea
Filli, di bianco stame intorno avvolto,
che d’ampio cerchio in picciol globo accolto,
quanto scemava l’un, l’altro crescea.
     Quella la rota d’Issïon credea
il mio cor, ch’in que’giri era rivolto;
se ben colei che l’aggirava, al volto
piú ch’una furia un angelo parea.
     Lo stame quello fu de la mia vita,
ch’io vedea con piacevoli martiri
passar di bella parca in fra le dita.
     E se pria dilatossi in ampi giri,
or la raccoglie in uno, e vuol ch’unita
solo nel suo bel volto e viva e spiri.

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XII

LE LODI DELLA FATICA

     Varcar col nuoto il rapido de’ fiumi,
l’erto dei monti superar col corso,
di feroce destrier regger il morso,
varie genti cercar, vari costumi;
     errar per aspre balze ed aspri dumi
l’adiroso cinghial tracciando e l’orso;
del profondo ocean fender il dorso,
benché frema orgoglioso, irato spumi;
     la sete al fonte trar, la fame al bosco,
per le nevose piagge e per l’aduste
sudar col nasamon, gelar col mosco;
     di ferrea scorza aver le membra onuste,
quand’è il ciel luminoso e quand’è fosco;
delizie ed agi son d’alme robuste.

XIII

IL CACCIATORE D’ARCHIBUGIO

     Solo e notturno uccellator tonante
chiama l’usato can, la fune accende;
cinto di grave cuoio il piede errante,
laberinti palustri e cerca e fende.
     Immoto al fin su riva ascoso attende
tra soffi d’aquilon lo stuol volante,
ch’alia valle s’invola e al mar si rende,
mentr’a l’aurora il dí bacia le piante.
     Vibra Giove alle fère unico un telo,
ma questi a lo scoppiar d’un colpo solo
mille alati cader fa al flutto, al gelo.
     Che piú? s’ei può, stringendo un dito solo,
trar fulmini dall’acque, augei dal cielo,
far il piombo volar, piombar il volo!

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XIV

ALL’AMICO CHE HA PRESO MOGLIE

     Per secondar le sconsigliate voglie,
sei d’Imeneo fra i prigionieri accolto;
quella promessa hai proferito, o stolto,
che la sí dolce libertá ti toglie.
     Laccio, che fuor che morte altri non scioglie,
t’hai da te stesso intorno al collo avvolto;
tu te medesmo a te medesmo hai tolto;
Lidio, non sei piú tuo, sei della moglie.
     Ore non piú sperar tranquille e liete,
cure noiose ingombreranti il petto,
e piú moleste allor che piú secrete.
     Sei sposo, addio riposo: entro un sol tetto
non soglion albergar moglie e quïete,
né si divide senza lite il letto.

XV

AL PROPRIO LETTO

     Mio notturno sepolcro, ove doglioso
ad ogni moto sol la morte imparo,
pien di cure diurne in pianto amaro
nella mia requie inrequieto io poso;
     chiuder luci sicure in te non oso,
mentre agli affanni miei cerco riparo;
so che del tempo un sol momento avaro
ivi dè’alfin rapire il mio riposo.
     Questi alzati sostegni alzan ruine;
queste piume ch’io premo, ancor che morte,
fabrican ale al volator mio fine.
     Tu, funesto feretro, al suol mi porte;
in te, nido vitale, io so che alfine
con assiduo calor covo la morte.

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XVI

AL SONNO

     O sonno, tu ben sei fra i doni eletti
dal ciel concesso ai miseri mortali;
tu l’agitato sen placido assali
e tregua apporti ai combattuti affetti.
     Tu d’un soave oblio spargendo i petti,
raddolcisci i martir, sospendi i mali;
tu dai posa e ristoro ai sensi frali,
tu le tenebre accorci e l’alba affretti.
     Tu della bella Pasitea consorte,
tu figliuolo d’Astrea, per te di paro
van fortuna servile e regia sorte.
     Ma ciò che mi ti rende assai piú caro
è ch’all’orror dell’aborrita morte
io col tuo mezzo ad avvezzarmi imparo.

XVII

IL MAL DI PIETRA

     Son nelle rene mie, dunque, formati
i duri sassi a la mia vita infesti,
che fansi ognor piú gravi e piú molesti,
ch’han de’ miei giorni i termini segnati?
     S’altri con bianche pietre i dí beati
nota, io noto con esse i dí funesti;
servono i sassi a fabricar, ma questi
per distrugger la fabrica son nati.
     Ah, ben posso chiamar mia sorte dura,
s’ella è di pietra! Ha preso a lapidarmi
dalla parte di dentro la natura.
     So che su queste pietre arruota l’armi
la morte, e che a formar la sepoltura
nelle viscere mie nascono i marmi.

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XVIII

L’OROLOGIO DA RUOTE

     Nobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: sempre si more.
     Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.
     Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’etá vorace.
     E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

XIX

EGO SUM QUI SUM

     Triplicata unitá, trino indiviso
son io che mi distinguo e son l’istesso;
e mentre in tre persone io son impresso,
io son tre, tre son uno, uno è diviso.
     Son senza luogo in ogni luogo fiso,
né luogo mi comprende e son in esso;
io sol sono ed il tutto ho sempre appresso,
tutto veggio e in me sol godo e mi affiso.
     Privo di estensïon, convien che mande
di mia presenza in ogni parte il dono,
ch’indivisibil si divide e spande;
     e, senza qualitá, son tutto buono,
e, senza quantitá, son tutto grande:
io son chi sempre sono, io son chi sono.

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XX

IL TERREMOTO

     Deh, qual possente man con forze ignote
il terreno a crollar si spesso riede?
Non è chiuso vapor, come altri crede,
né sognato tridente il suol percuote.
     Certo, la terra si risente e scuote
perché del peccator l’aggrava il piede,
e i nostri corpi impazïente chiede
per riempir le sue spelonche vote.
     È linguaggio del ciel che ne riprende
il turbo, il tuono, il fulmine, il baleno;
or parla anco la terra in note orrende,
     perché l’uom, ch’esser vuol tutto terreno,
né del cielo il parlar straniero intende,
il parlar della terra intenda almeno.

XXI

PER UNA NIPOTINA DELL’AUTORE

la quale visse pochi giorni

     Fortunata fanciulla, al ciel nascesti
non alla terra, e non ti fu immatura
l’ora fatal che dei tesor celesti
e dell’eterno ben ti fe’ sicura.
     Tu breve il corso della morte avesti,
che con lungo penare altri misura;
la frale umanitá poco piangesti,
poco spirasti di quest’aria impura.
     Chi solca il mar del mondo ogn’or aduna
maggior peso di colpa, e ’l cammin torto
sul tardi dell’etá vie piú s’imbruna.
     Viaggio avesti tu spedito e corto;
navicella gentil fu la tua cuna,
che ti sbarcò del paradiso al porto.

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XXII

IN MORTE DI GUSTAVO ADOLFO

     Qual da turbato ciel fulminea face,
cui da gelido sen nube disserra,
scende tonante a spaventar la terra,
e dopo il colpo incenerita tace;
     tal dal freddo aquilon lo Sveco audace
vien ruïnoso fulmine di guerra,
che le moli superbe orrendo atterra,
poi tra l’alte ruine estinto giace.
     Dubbie ancor le vestigie avvien che stampi
l’austriaca speme a tal cader risorta,
stordita ai tuoni, abbarbagliata ai lampi.
     Pugnan feroci, intanto, e non riporta
la vittoria nessun de’ duo gran campi,
ché con Adolfo la vittoria è morta.

XXIII

CRISTINA DI SVEZIA IN ROMA

     Del baltico Nettun l’algenti arene
lasciando e gli astri ad Anfitrite ignoti,
per sentier troppo, o Roma, un tempo noti,
l’artica regnatrice a te sen viene.
     Colma di sant’amor, di santa speme,
quasi l’irriverenti orme de’ goti
venga per cancellar co’ piè divoti,
dell’avito furor nulla ritiene.
     E se ben lungi da nemico orgoglio
con umiltá pacifica s’inchina
del successor di Pietro al sacro soglio;
     pur, facendo de’ cor nobil rapina,
di Roma soggiogata in Campidoglio
trïonferá la gotica reina.

[p. 375 modifica]n XXIV

t CONTRO L’AMARE UNA BELLEZZA SOLA t Ad Andrea Valiero

Celeste dono è la beltá, che scende
ad invaghir qua giú l’umane menti
de’ beni eterni, e a sollevarle al cielo;
chiare faville accende
ne’ foschi cori e co’ suoi raggi ardenti
sgombra de’ pigri affetti il lento gelo;
sotto un leggiadro velo,
vie piú ch’all’occhio, all’intelletto scopre
di lavoro divin mirabil opre.
     Ma non sempre ella suol ne’ regi tetti
covar tra gli ostri e riccamente adorna
sfidar le gemme in paragone e gli ori;
ché d’ameni boschetti
spesso a l’ombra riposta anco soggiorna,
e d’un prato ridente emula i fiori.
Quivi ne’ freschi umori
d’un puro fonticel si specchia e lava,
e co’ fregi dell’erba i crini aggrava.
     Fan di gemme inaspriti aurei monili,
d’argentei scherzi varïati manti,
pompa non di beltá, ma di ricchezza;
son degli avi gentili
l’alte memorie e i celebrati vanti,
fregi di nobiltá, non di bellezza:
ch’ella per sé s’apprezza
e si brama per tutto ove si vede,
e cieco è quei ch’altra ragion ne chiede.

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Ma cieco e stolto è quegli ancor che l’ama
solo in un loco, e se la mira altrove
o non la riconosce o non la cura.
Chi la bellezza brama,
la brama sempre in ogn’oggetto, e dove
la scorge ivi d’unirsi a lei procura.
Animata pittura,
ch’è di Dio ritratto; io stimo un empio
chi la vuol adorar solo in un tempio.
     Quegli che non ha cor d’amar capace
l’universal bellezza, ama e desia
la bellezza di Filli o di Nigella;
quindi non trova pace
co’ suoi meschini affetti; erra e travia,
mentre la luce vuol sol d’una stella,
che se splende rubella
a le sue voglie, infra gli orrori immensi
ei non ha scorta al traviar de’ sensi.
     Sol una è la beltá che ’l divo lume
in piú corpi diffonde, e quasi Sole
a molte stelle i raggi suoi comparte;
ond’è stolto costume
di chi solo in un volto amar ne vuole
con povero desio picciola parte.
Volgi l’antiche carte
e sovente vedrai lo stesso Giove
in nuovi oggetti amar vaghezze nove.
     Tu, saggio Andrea, che non restringi il core
fra l’angustie d’un viso, e a’ desir vasti
una sola speranza ésca non fai;
per te non trova amore
entro due sole luci ardor che basti,
e i lacci d’un sol crin non sono assai.
Quindi è che tu ben vai
col libero pensier per varie forme
de l’unica beltá tracciando l’orme.

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     Quind’è ch’or la capanna ed or la reggia
ti vede amante a vagheggiare intento
una sola bellezza in molte belle;
né creder giá ch’io deggia
dannare il tuo consiglio; anch’io mi pento
che non presi a cercar altre facelle,
tosto che le due stelle,
che m’allettaron pria, mostrârsi avverse
e fèro orgoglio il mio sperar disperse.
     Sciocco Tantalo er’io, che ’n mezzo l'acque
dura sete soffria, perché volea
sol di fonte lontana onda interdetta.
La beltá che mi piacque,
mentre mal saggio fui, solo in Nicea,
or dovunque la miro ivi m’alletta.
Due begli occhi ha Lisetta
ed ha Clori un bel sen di vivi avori:
di Lisetta amo gli occhi e ’l sen di Clori.

XXV

I VIAGGI SULLE GALEE DI MALTA

     Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre
dal mal gradito amante
fuggitiva Aretusa,
d’orme penose imprimo
il bel lido sicano,
col pensier misurando
quanto mar, quanto cielo
quanta terra fraposta mi disgiunge
da quelle ch’io solea
chiamar de l’alma mia parti migliori,
di cui l’una sei tu, l’altra è Nicea.
E penso ch’ora a punto

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l’intero suo cammin fornito ha il sole,
da ch’io lasciai partendo
cotesti ameni colli, che sovente
imparano a fiorire
da quelle belle guance,
e son forse ancor caldi
dell’amoroso ardor di que’ begli occhi;
ed ho in spazio sí breve
tanti lidi trascorsi,
che de l’itaco duce
stimo men lunghi i peregrini errori.
E se d’udir t’aggrada
quel che feci pur dianzi
per le contrade eoe lungo camino
sui nostri armati pini,
che contra l’elespontico tiranno
spiegan candida croce
in purpureo vessillo,
tel narrerò; della mia rozza musa
tu gli accenti improvisi intanto escusa.
     Giá mezzo avea trascorso
della fèra nemea l’adusto segno
il portator del lume,
allor che i bassi lidi
di Melita lasciando
con cinque audaci legni
ch’hanno d’armi e d’eroi gravido il seno,
venimmo a queste arene
dove l’antica Siracusa ancora
con rinovate moli
contro il tempo contrasta;
e di qua poi rivolte
al rinascente Sol l’ardite prore,
fidammo i lini al vaneggiar de l’aure,
e dopo lunghi spazi
di vastissimo mare,

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mentre spuntava in ciel la quinta aurora,
sorger si vide a fronte
di Berenice il lido,
che di cinque cittadi, onde famosa
fu Pentapoli un tempo, appar primiera.
Quindi non lungi infra i cerulei flutti
chetamente confonde
l’oblivïoso Lete
i suoi tartarei umori.
Si vide poscia il loco
dove era Arsinoe e dove
Tolomaide risorse,
dove Apollonia fu, dove Cirene,
ché dell’alte ruine
sparso da lungi ancor biancheggia il suolo.
Giá fur cittá superbe, or sasso a pena
v’è ch’a sasso sovrasti:
cosí fragili sono incontra il tempo
l’opere de’ mortali.
Non have alcun albergo
che sembri ad uso umano
quel barbaro terreno; e pur è tutto
dagli uomini abitato,
i quai non so s’io debba
infelici chiamare o pur beati;
cosí mal si misura
l’altrui felicitá coi propri affetti.
Ma se beati fûro
quei del mondo novello
primieri abitatori,
perché non doverò chiamar beati
questi ancora, che sono
tanto a lor somiglianti?
Quello che piace lece,
quel che diletta è onesto;
re, ciascun a se stesso

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obbedisce e comanda,
né tien, fuor che la gregge, altri soggetti.
Quindi essi tranno il cibo,
qualor non glielo dan le scosse palme;
la clemenza dell’aria,
over l’uso piú tosto
toglie loro il bisogno
d’ingombrar con le vesti
l’esercitate membra,
ed hanno al caldo, al gelo
letto il suol, tetto il cielo.
Nessun di vano onore
rispettoso ritegno
pon mèta ai lor diletti;
nessuna avara brama
le lor menti molesta;
poiché ’l biondo metallo,
d’ogni volere espugnator possente,
solo fin de’ mortali e sola cura,
appo lor è si vile
che in nessun pregio, in nessun uso s’have.
     Son tai gli abitatori
della bella Cirene, ed anco appresso
di Marmarica tutta,
che tutta noi scorremmo
con le temute prore
per insino a l’Egitto,
presso ai cui verdi lidi
il Nilo, peregrin del paradiso,
stanco dai lunghi errori,
riposa in grembo a Teti,
che non come vassallo
ma come ospite suo l’onora, e pare
che turbar non ardisca
co’ salsi flutti i di lui dolci umori.
Qui nel lido si vede

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la famosa cittade
cui diè l’essere e ’l nome
il Macedone invitto.
Quindi non lungi un giorno
nell’apparir della novella aurora:
— Ecco — s’udi gridare, — ecco una squadra
di veleggianti abeti. —
Destossi a quelle voci
di ciascuno guerriero
e la speme e l’ardire,
e con veloce moto
spingendo i remi e dando in preda a l’aure
da l’alte antenne le piú larghe vele,
s’affrettava il camino.
Giá giá distinta appare
di torreggiane pini
la vasta forma, e da l’eccelse poppe
scorgonsi tremolar le tracie lune,
onde certo ciascuno
che son nemici: — All’armi, all’armi — grida,
e di ferrato usbergo
il petto cinge, e grava
d’elmo pesante l’onorata fronte,
e la spada fedel s’acconcia al fianco,
tenendo ne la destra
apparecchiate le fulminee canne.
Ed ecco, ecco d’intorno
freme il ciel, mugge il mar, rimbomba il lido,
mentre i bronzi tonanti
con orridi fragori
replican quinci e quindi
gli spaventosi colpi.
Fugge timido il giorno
tra densa nube ascoso
che celando l’orror l’orrore accresce;
ne’ piú riposti fondi

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vanno a tuffarsi le cerulee ninfe,
e timido Nettuno
fin oltre il varco d’Elle
gli squaminosi destrier fuggendo affretta.
Stringesi intanto la feroce pugna,
e de’ nostri l’ardire
ogni vantaggio de’ nemici adegua,
in guisa tal, che i dieci
cedono a’ cinque, ed hanno
ogni speme riposta
nella vicinitá del porto amico,
E giá l’un d’essi in mezzo agli altri, a fronte
della cittá nemica,
nostra preda rimane;
gli altri fidan lo scampo
ai lini fuggitivi.
Cresciuto il vento intanto
disperse in noi la speme
de la vittoria intera,
e la lor favorí timida fuga.
Allor quindi partendo,
le vincitrici antenne
volgemmo inver’Boote;
né corse il Sol tre volte,
di lá dov’ha per cuna aurato il Gange
fin lá dove ha per tomba aurato il Tago,
ch’accostammo le prore
a quelle un tempo sí felici piagge,
che de la dea piú bella
furon delizia e cura.
Or soffrendo l’impero
di barbaro tiranno
sono piú che ad Amor soggette a Marte;
pur mostran ne l’aspetto
placida amenitá, ch’alletta il guardo
a rimirar colá fiorito un prato,

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qua verdeggiante un bosco,
quinci un’aprica collinetta e quindi
una riposta valle,
in cui serpeggia un fiumicel lascivo,
che ’n fra smeraldi teneri confonde
i susurranti suoi fugaci argenti,
che sembran dire: — Anco qui regna Amore.
Qui Pafo, o pur di Pafo
si vider le vestigie e d’Amatunta;
qui Curio s’additò, qui Salamina.
     Drizzati poscia altrove i legni erranti,
fummo di Siria a quei beati lidi,
che di sante vestigie il re del cielo
impresse giá, mentre l’umane colpe
trasse seco a morir, fatto mortale.
Qui del Tabor, qui del Sion le cime,
qui del sacro Oliveto e del Carmelo
inchinai riverente, e fra me stesso
piansi di sdegno che per nostro scorno
calchi con piè profan barbara gente
quei lochi santi, e par che ciò non caglia
a quei che sovra il popolo fedele
tengon gli scettri, e poi ciascuno a gara
vuole con vano ambizïoso nome
dirsi re di Sion, dove non hanno
se non chi prende i loro fasti a scherno!
Nelle fenicie piagge
dapoi vidi Sidone e vidi Tiro,
che giá pescâr nel margine vicino
le pregiate conchiglie
onde il manto tingean gli antichi regi.
A le falde del Libano frondoso
Giulia felice e Tripoli si scorse,
indi Seleucia di Pieria, ed indi
Alessandria minore
entro l’issico seno;

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di dove poi prendendo
a tergo il Sol nascente
si scorse lungo la Cilizia e lungo
la Panfilia vicina;
e poi di Licia e poi di Caria i lidi
si costeggiar. Quivi si prese un legno
degl’infidi nemici,
di ricche merci onusto;
ed altri due pur dianzi,
vinti sol dal timore,
fatti eran nostra preda.
Quivi deserto un porto,
il quale un dí n’accolse,
alla vista n’offerse
d’Alicarnasso le ruine sparte,
e de la vasta mole
onde Artemisia volle
del marito onorar le nobil ossa.
Sono i marmi piú fini
troppo fragili basi
in cui si stabilisca il fasto umano:
quella superba machina, che valse
stancar cinque scarpelli
di Grecia i piú famosi,
or giace sí, ch’a pena
può dirsi: — Ella fu quivi; —
ché tra l’arena e l’erba
è lo stesso sepolcro ancor sepolto.
     Poscia Rodi si vide,
che giá fu nostra sede; or vi s’annida
il nemico ottomano,
non so con qual maggiore
scorno, o di noi ch’alla fatale e dura
necessitá cedemmo,
o pur di chi potea, di chi doveva
darci soccorso, e da sicura parte

[p. 385 modifica]

neghittoso mirava
de’ campioni di Cristo il gran periglio,
over commosso da privati sdegni
l’arme irritava ambizïose, ingiuste,
contro quei che la fede avean comune.
S’andò poscia a Carfati, ed indi a Creta,
Creta, patria di Giove,
per ben cento cittá superba un tempo;
di lá si venne ad Epla ed a Citera,
che Venere nascente
prima raccolse dall’ondose spume.
Malea rimase a destra
ed i tenari lidi
si videro in passando; e Sfragia apparse,
Corifagio e Metone
s’additaron vicini, e non lontani
i colli di Messenia, in verso il polo.
L’isola scorsa, che di Prima ha il nome,
n’accolsero le Strofade, che fûro
giá nido infame de l’immonde Arpie.
Indi Zacinto, ed indi
ne’ lidi cefaleni un ampio porto;
e perché Circio irato,
tiranneggiando d’Anfitrite il regno,
tutte commosse avea l’ondose moli,
qui ci fermammo il terzo sole e ’l quarto,
sin che ’l padre Nettuno,
sbandite le tempeste e le procelle,
col tridente appianò l’umide vie.
Traendo allor dall’arenoso fondo
l’áncora adunca per gli aperti campi
della salata Teti,
trascorremmo di novo
sin che riconoscemmo amico il suolo
ne le calabre spiagge; indi passando
il periglioso varco

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dove il roco latrato
s’ode di Scilla infame, e di Cariddi
s’aprono le voragini profonde,
entrammo ove a le falde di Peloro
de la bella Messana
con ampio giro si dilata il porto,
che da moli superbe intorno cinto
toglie all’antiche meraviglie il vanto.
Corsero obedienti
e in ordin lungo s’adattâro i marmi
ai regi cenni tuoi, gran Filiberto,
della cui stirpe al nobil scettro antico
inchinan l’Alpi le superbe fronti.
     Dopo qualche dimora
di lá partendo, la felice piaggia
di Trinacria si scorse,
da quella parte che del Sol nascente
esposta giace al redivivo raggio.
Qui vidi Etna fumante
dal cavernoso seno
vomitar, esalar fiamme e facelle;
maraviglioso mostro in cui si scorge
l’ardor unito al gelo,
ché di mezzo alle nevi
sorgon gl’incendi e le solfuree vampe
lambendo van le gelide pruine.
Trascorso poi de’ catanesi il suolo
e di Megara, fummo
a questi un tempo sí felici lidi
di Siracusa, e poscia ove Pachino
frange i cerulei flutti;
e lasciatolo a tergo,
di Malta entrammo il sospirato porto,
mèta de’ lunghi e travagliosi errori.
     In cotal guisa errante peregrino
cerco fuggir dall’amorose cure;

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ma sotto ciel diverso
provo i medesimi influssi: ad or ad ora,
con dura rimembranza,
Nicea mi torna in mente,
e del suo nome impresso
d’Asia e di Libia infra i deserti lidi
piú d’un barbaro scoglio insuperbisce,
e vidi l’onda a gara
correre per baciar sí belle note.
Ma giá con rauco suono
le strepitose trombe
ne invitano al partir, l’aure seconde
chiaman le vele; anch’io
men vo co’ gli altri; addio!

XXVI

L’ITALIA AVVILITA

A monsignor Gherardo Saracini

     O di possente impero inclita sede,
Italia, un tempo e glorïosa e forte,
qual con dure vicende abietta sorte
servil catena or ti consente al piede?
     Per opra giá del tuo valor guerriero
cadde lacera al suol l’alta Cartago,
e con l’arene tributarie il Tago
i margini indorò del Tebro altero.
     Portò l’Eufrate ad Anfitrite in seno
di pianto prigionier torbide l’onde,
e mormorò tra soggiogate sponde
de’ latini trïonfi il vinto Reno.
     E s’abbattuto ogn’altro incontro ostile
ai propri danni i tuoi furori armasti,
fûro i tuoi vizi e generosi e vasti
e la tua sceleraggine non vile.

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     Ché duo mal atti a sopportarsi pari
e men disposti a rimaner secondi,
l’empia discordia de’ tartarei fondi
trassero a funestar le terre e i mari.
     Fervidi fûr d’ambizïoso sdegno
gli emazi campi, del cognato sangue
rigarsi l’aste, e della patria esangue
su le ruine fabbricossi il regno.
     Se ’l vinto o ’l vincitor con piú ragione
degli arnesi guerrier vestisse il pondo,
fu tra doppia sentenza ambiguo il mondo,
giudici quinci i dèi, quindi Catone.
     Ah, che piú di magnanimo e di grande
nulla ritieni, effeminata e molle!
Gli olivi ond’altri il crin cerchiar ti volle,
furon legami e ti parean ghirlande.
     Quindi, fra gli ozi d’una ingrata pace
comprata a prezzo d’un umil servaggio,
oblïato il valor, spento il coraggio,
di barbaro voler fusti seguace.
     Ed or se i sonni tuoi rompe talvolta
tromba di Marte, impallidisci e tremi,
e neghittosa infra i perigli estremi
agli altrui scettri ogni tua speme hai volta.
     E s’alcun figlio tuo d’ardir s’accinge,
per l’altrui signoria solo contende
e sol la propria servitú difende:
gettisi il brando che sí mal si stringe!
     Sotto altro nome e da diversa parte
s’avvien che torni un Annibal novello,
dove un Fabio sará, dove un Marcello,
e dove un Scipion, folgor di Marte?
     Minacci ampia vorago ampie ruine,
e ciò che piú s’apprezza avida attenda;
Curzio s’arretri, e ’n vece sua vi scenda
sparso di molle odor Batillo o Frine.

[p. 389 modifica]

     Erri la destra, e gastigar la voglia
Muzio moderno; avralla forse il foco?
Anzi né pure il Sol vedralla un poco,
se non coperta d’odorata spoglia.
     S’opponga il Tebro tumido e sonante
a Clelia, e rivedrem l’esempio antico,
non giá se d’uopo fia torsi al nemico,
ma ben se d’uopo fia darsi a l’amante.
     Infra i duri novali esercitata
di Cincinnato la virtú robusta
piú non si piega; alma di vizi onusta
torpe fra i lussi e detta vien beata.
     Di Curzio e di Fabricio oggi s’onora
l’altera povertá con poca laude;
sol ricchezza s’ammira e ’l volgo applaude
al tradimento ancor, s’altri l’indora.
     Oggi chi pregio vuol d’alma gentile
spieghi fra i lussi altere pompe; a lui
Dedalo sudi a far palagi in cui
non vi sia del padron cosa piú vile.
     Qui cosí terso il pavimento splenda
che il piede di calcarlo abbia rispetto,
e l’oro qui, sotto il superbo tetto,
d’un pallido fulgor le travi accenda.
     Veggansi qui da le pareti illustri
di serico lavor drappi pendenti,
ove su l’ostro co’ filati argenti
scherzin degli aghi le vigilie industri.
     La mendace di Rodi arte vetusta
qui con mute bugie schernisca il vero,
e sia vil prezzo un patrimonio intero
de l’ombre vane d’una tela angusta.
     S’ornin le mense e Bacco in tazze aurate
sposi l’alpino gel; turba di cuochi
sudi ad un sol palato e in vari fuochi
stridano l’esche in piú d’un clima nate.

[p. 390 modifica]

     Aliti nabatei bevan le piume
da la pigrizia acconce, ove gl’impetre
i tardi sonni un molle suon di cetre,
né per lui splenda il matutino lume.
     Sorga e ad uso del crin grande apparecchio
trovi apprestato, e qual novella sposa
l’unga, il terga, il gastighi e senza posa
il pettine e la man stanchi e lo specchio.
     Prenda il vestito e sia di foggia strana,
marchio di servitú ; gentil lavoro
gl’indori il lembo e serpeggiata d’oro
cinga la spada, inutil pompa e vana.
     Greggia di servi a solo fasto eletti,
pari al vestir di ricchi fregi adorno,
arresti il passo al di lui carro intorno,
qual volta avvien ch’ei fastidisca i tetti.
     Quinci prenda ad ambir titoli vani,
quindi a mercar con simulati ardori
agli altrui letti ingiurïosi amori,
quindi a sfamar mille appetiti insani.
     Ma s’anco sia che bellicose lodi
fra duri studi d’usurpar sia vago,
moderi il freno ad un destrier del Tago
e lo spinga e ’l raggiri in vari modi.
     Su questo e di gran piume e di grand’ori
superbo stringa in piazza asta dorata,
trastullo al volgo; e la sua bella amata
plaudendo esalti i non sanguigni orrori.
     Tali sono, ed è vero, oggi quei ch’hanno
fra noi piú pregio, ond’a ragion mi sdegno.
Deh, turbi omai questo vil ozio indegno
straniero Marte, e sia beato il danno!
     Gherardo, a te cui de l’aonio monte
cede i musici imperi il biondo dio,
miei carmi aspersi di quel fele invio
ond’amaro ha talor Permesso il fonte;

[p. 391 modifica]

     acciò tu di gran corde armi la lira,
da trarne forti e generosi accenti,
atti a destar ne l’avvilite genti
nobil vergogna e vie piú nobil ira.

XXVII

LE CALAMITÀ D’ITALIA

     Chi mi toglie a me stesso?
qual novello furor m’agita il petto?
chi mi rapisce? Io seguo ove mi traggi,
io seguo, o divo Apollo,
o vuoi per l’erte cime
del tessalico Pindo,
o su l’amene balze
del beato Elicona,
o lungo i puri gorghi
dell’arcado Ippocrene,
o presso i sacri fonti
di Permesso, Aganippe, Ascra e Libetro.
     Ecco la cetra a cui marito i carmi,
che d’ogni legge sciolti
van con libero piede
a palesar d’un cor libero i sensi.
     O de l’idalie selve
temuto nume, s’io rivolgo altrove
lo stil ch’a te sacrai, che d’altro a pena
seppe mai risuonar che de’ tuoi vanti
e di colei del cui bel ciglio altero
formasti l’arco a saettarmi il petto,
tu mi perdona ed ella;
le mie querule note
non parleran d’amore.
Lungi da me, dch, lungi

[p. 392 modifica]

cosí tenero affetto;
un’orrida pietá mista di sdegno
tempri le corde al mio canoro legno.
     Veggo da’ fonti uscite
del torbido Acheronte
errar crinite d’angui
per l’italico ciel le Furie ultrici.
     L’una, pallida, asciutta,
l’ossa a pena ricopre
con pelle adusta, e le canine fauci
con radici satolla, ed a se stessa
i morsi non perdona,
e falce orrida stringe
con cui disperde l’immatura mèsse.
     L’altra, tutta stillante
di caldo sangue, il nudo ferro impugna,
e lo sdegno ha negli occhi,
gli oltraggi nella lingua,
nella fronte il disprezzo, in man la morte.
     La terza atro veneno
vomita da la gola,
ch’ovunque passa impallidisce il suolo
e d’orrido squallor l’aere ingombra;
e di vive ceraste
scuote una sferza, ai cui tremendi fischi
sbigottisce l’ardire, ed ella intanto
con orribil trïonfo
sui monti de’ cadaveri passeggia.
     Perché il timor de’ numi
impari ogni mortale,
questo drappel feroce
quasi in un’ampia scena
negl’italici campi
fa di se stesso portentosa mostra.
Chi può con occhio asciutto
a spettacol sí fiero

[p. 393 modifica]

rigido starsi, ha ben ricinto il core
del piú duro metallo, o chiude in seno
viscere adamantine.
     Oh in quante strane guise
languir si mira il villanel digiuno,
chino in su quella terra
che menti le promesse
e la speme ingannò de l’anno intero,
chiederle almen la tomba,
se gli negò la mensa!
Altri alle sorde porte
dell’avaro crudele
sospira indarno e le preghiere vane
termina con la vita.
Altri, di strani cibi
né pur tocchi finora
dai ferini palati empiendo l’alvo,
per la morte fuggir la morte affretta.
Altri, mentre pur trova
chi con tarda pietate
la sospirata Cerere gli porge,
entro gli avidi morsi
lascia la vita. Altri, de l’empia parca
scorto il fatale irreparabil colpo,
cadavere spirante
porta se stesso a la vorace tomba.
     Con qual orror s’ascolta,
con qual orror si mira,
da furor inuman barbara gente
spinta al sangue, a le prede,
mischiar stragi e ruine,
e per lieve cagione
l’armi dovute a vendicar gli oltraggi
del fêro usurpator dell’Orïente
volger contro a se stessi
quei che del vero Dio vantan la legge!

[p. 394 modifica]

     Duro a veder ne’ campi,
ove giá lieto il mietitor solea
di Cerere maturi
raccorre i doni e l’animate biade,
mieter la morte ed ingrassar col sangue,
spaventosa cultrice,
le zolle abbandonate.
     Duro a veder l’ampie cittá, le ville,
fatte misera preda
del vincitore ingordo; indi gli avanzi
dati alle fiamme e le delizie amene
de’ bei palagi, antico
sudor degli avi, in breve ora consunti;
e le sacre a Lieo vigne feconde
potate in strane guise
da l’indiscreto ferro,
sí che mai piú non chieda
da lor, se non indarno,
O frondi il maggio o grappoli l’autunno.
     Duro a veder su’ genïali letti,
prima di sangue aspersi,
le caste mogli violarsi; e duro
veder l’amate figlie
immature a le nozze
fatte ludibrio e scherno
piú che diletto di sfrenate voglie;
e per ischerzo barbaro, inumano,
a pena nati i pargoletti infanti
macchiar le cune d’innocente sangue.
     Ma piú duro a veder ne’ sacri templi,
vano refugio ai miseri, trattarsi
i misfatti piú gravi,
e la votata al cielo
sacra verginitá ne’ sacri chiostri
a le celesti spose
con sacrileghi amori

[p. 395 modifica]

rapire, e dispogliando
gli altari istessi, dagli stessi numi
non astener le scelerate destre.
     Ahi, qual dall’altra parte
miserabil spettacolo mi tragge,
ove la peste orrenda
diserta le cittadi? A cento a cento
cadon gli egri mortali
d’ogni etá, d’ogni sesso e d’ogni grado,
cui nulla giova l’arte
del buon vecchio di Coo,
con quante man perita
svelle radici in Ponto,
e con quanti raccoglie
ricchi sudor dagli arbori di Saba;
anzi il medico stesso
cade nell’opra e i propri studi accusa,
sí che ognun fatto accorto
che nell’altrui soccorso è il proprio danno,
fugge, ma spesso indarno,
ché prevenuta è dal malor la fuga.
     Non v’è nodo di fede
che con l’amico infermo
stringa l’amico, o col padrone il servo;
anzi all’estremo passo,
privo ognun di conforto,
non ha l’antico padre
pur un de’ figli a cui
dia gli ultimi ricordi,
o che gli serri con gli estremi uffizi
i moribondi lumi,
e la canuta madre
cerca indarno con gli occhi,
che dèe chiuder per sempre,
la sua diletta prole;
ma si fugge, s’aborre

[p. 396 modifica]

dal figlio il genitore,
dal genitore il figlio;
e da la casta moglie
s’oblia l’ardor pudico
verso il caro marito,
parte giá di se stessa.
Solo spavento, invece
de’ giá sí dolci affetti
di caritá, d’amore,
entro le menti sbigottite alberga.
     Son muti i fòri e sono
l’officine ozïose,
ogn’arte abbandonata;
la mèsse giá matura
entro i campi negletti
l’agricoltore oblía;
e sui tralci pendenti
del dolce ismenio nume
lascia invecchiare inutilmente i doni;
lascia senza custode
andar la greggia errando,
inerme preda ai fieri lupi ingordi.
Di ragunar tesori
la sollecita cura
oblia l’avaro; e l’iracondo oblia
gli antichi sdegni, e degli amati lumi
non apprezza il lascivo i dolci sguardi,
rivolgendo i sospiri a miglior uso.
     Per le vie giá frequenti e per le piazze
giá strepitose alto silenzio intorno
e strana solitudine s’ammira,
se non se ’n quanto ad or ad or si scorge
senza pompa funèbre
portarsi in lunghe schiere
a sepellir gli estinti.
Sceglie le tombe il caso, onde ciascuno

[p. 397 modifica]

fra ceneri straniere
nel sepolcro non suo confuso giace;
ma gran parte insepolta
ingombra i campi intorno,
o di rapido fiume
si raccomanda a l'onde,
ésca al pesce, alla fèra,
se i cadaveri infetti
non abborrisce ancor la fera e ’l pesce.
Né pur con una sola
lacrima s’accompagna
il folto stuol de’ miseri defonti,
poscia che lo spavento
ha nelle luci istupidito il pianto.
     O giá sí bella Italia e sí felice,
ah quanto, oimè, da quella
diversa sei! da quella che solea
con dilettosa invidia
vagheggiarsi dai popoli stranieri!
D’ogni miseria colma,
spettacolo doglioso a l’altrui vista
t’offri, a mostrar ch’in terra
ogni felicitá passa fugace.
     Santi numi del cielo,
ch’onnipotenti e giusti
con providenza eterna
le vicende ordinate
de le cose mortali,
io non mi volgo a voi;
so ben che i nostri errori
son gravi sí ch’in paragon leggère
s’han da stimar le pene.
     Ma ben mi volgo a voi, numi terreni,
a voi che de l’Europa il fren reggete,
e che dai seggi eccelsi
date le leggi al popolo ch’adora

[p. 398 modifica]

con vero culto deitá non falsa.
Poscia che i vostri immoderati affetti
e quella poco giusta arte d’impero,
che voi chiamar solete
ragion di Stato e gelosia di regno,
sono, a chi il dritto mira,
in gran parte cagion di tanti mali.
     Tu che sostieni il glorïoso scettro
dell’impero roman, tu che correggi
con la destra possente
la gran Germania, al cui valor sovrano
serva è fortuna, obbedïente il fato;
tu che a tanti rubelli
depor facesti il pertinace orgoglio,
tu che i santi disdegni
rivolti avevi a fulminar sugli empi,
che con rito profano
tolgon l’antico culto ai sacri altari;
perché tronchi nel mezzo
un’opra sí magnanima e sí giusta?
Qual di ministro infido
consiglio interessato
ti fa stimar piú degno
de l’ire tue sul Mincio un tuo vassallo,
che fuor che ’l regno avito,
per legge a lui dovuto e per natura,
altro non chiede? E se dimostra in questo
forse minor la riverenza in parte
che a te si deve, è tanta
però la colpa, che mandar convegna
cento barbare squadre
nei campi ausoni a comperar la morte
a prezzo di ben mille
stragi, ruine, vïolenze, furti,
rapine, incendi, sacrilegi e stupri?
e (quel che fa piú giusti

[p. 399 modifica]

miei gridi) a seminar gli empi veneni
de l’idra di Lutero e di Calvino,
onde s’infetti (ah, nol permetta il cielo!)
la bella Italia, ch’è maestra e madre
de la religïon verace e santa?
E poi, se ’l turco infido
ti spezza la corona
degli ungarici regni in su la fronte,
e per sé ne ritien la miglior parte,
non par che te ne curi!
In contro lui t’adira;
è colá degno campo
a tua possanza, a tua fortuna augusta.
Che tardi a vendicar gli antichi oltraggi?
Non son, non son giganti
i traci, no. San paventar la morte
anch’essi, e san fuggendo
a vergognose piaghe esporre il tergo,
     Tu che a la Francia imperi,
invitto re de’ bellicosi Galli;
tu cui fin nella culla
fanciulleschi trastulli
fûro i guerrieri arnesi,
nutrito all’ombra de’ paterni allori,
da la cui forte destra
se piantate non son, fiorir non sanno
le marzïali palme;
ben da giust’ira spinto
l'armi vittorïose
finor movesti, o se dall’empie tane
scacci il rubello o i profanati templi
ritorni al vero culto o se soccorri
l’amico oppresso. Ah, qui l’impeto affrena;
né d’italici acquisti
pensa a glorie, minori
del vasto animo tuo. Volgi la mente

[p. 400 modifica]

de’ tuoi grand’avi alle famose imprese;
essi per simil opre
non salir de la gloria all’erte cime,
ma perché su l’Oronte e sul Giordano
trofei piantâro e glorïosi e santi,
e di palme idumee cinser le chiome.
Lá t’invitan gli esempi,
ti chiaman lá quei generosi spirti
che nutri in sen, di nobil fama ingordi.
Non sa sperar altronde
che dal franco valor giusta vendetta
da tanti oltraggi e tanti
la sacra tomba. A servitú profana
tolta due volte l’ha gallico ardire:
or serba a la tua fronte il terzo alloro.
Vanne e ’n quel sacro marmo
con la tua spada intaglia
il titolo di giusto,
se poscia vuoi che si registri in cielo.
     Tu, gran monarca ispano,
che di cento corone
gravi la fronte, al cui possente scettro
piú d’un mondo s’inchina,
che, se dal ciel scendesse
teco a partir l’impero
della mole terrena il sommo Giove,
piú da lasciar che da pigliare avresti;
tu, che quando il Sol nasce e quando more,
a lui presti la cuna, a lui la tomba;
a che dar loco a cosí bassa cura,
fra i tuoi vasti pensieri,
di creder che t’importi
ch’un piú ch’un altro regga
ne’ lombardi confin poche castella,
si che tutti i tuoi fulmini apparecchi
contro il signor di Manto

[p. 401 modifica]

cui tu dovresti a pena
degnar de’ tuoi magnanimi disdegni?
Almen, se non ti preme
che il Belga ribellante
schernisca giá tant’anni
le tue giust’ire, a l’Africa ti volgi.
Ella ti siede a fronte
pur lungo tratto e teco
antichi odi professa e spesso ardisce
mandar pochi corsari
a depredar de’ regni tuoi le sponde.
Se colá volgi l’armi,
i tuoi guerrieri allori
ne la terra e nel cielo
germoglieran frutti di gloria eterni.
     Tu, veneto Leon, tu che raffreni
con giusto impero i flutti
d’Adria, tu che fuggendo
delle spade barbariche l’oltraggio,
con pacifiche leggi
sovra l'onde incostanti
stabil sede fondasti a regno eterno,
ov’han fido ricovro i grandi avanzi
della famosa libertá latina;
deponi omai, deponi
l’antica gelosia. Forse non hanno
i possenti vicini
tanto le voglie ingorde
d’aggrandir co’ tuoi danni; o se pur l’hanno,
il ciel ch’ha di te cura,
renderá vani i loro ingiusti sforzi.
Mentre esser puoi delle tragedie altrui
spettator, non ti caglia
entrar in scena a recitar la parte;
riserba i tuoi tesori a miglior uso,
fin che tramonti l’ottomana luna,

[p. 402 modifica]

che dal sublime punto
le rintuzzate corna
omai piega declive inver’l’occaso;
allor ne’ greci regni
offriransi al tuo crin ben cento allori.
Intanto, giá che brama
teco l’aquila augusta
stringer nodo di pace,
tu ’l dèi gradir, ché forse
vuol ragion che congiunta
sia col re delle tere
la regina del popolo volante.
     Tu, regnator dell’Alpi,
che quinci stendi nell’Italia e quindi
l’antico scettro ne la Francia, ah tanto
non t’alletti la pompa
de’ paterni trofei, che non raffreni
gli spiriti magnanimi e feroci
ch’altro apprezzar non sanno
che bellicose palme!
Deh, lascia che riposi,
dopo tanti travagli,
all’ombra sospirata
di pacifiche olive
il tuo popol divoto,
finché piú nobil tromba
a ricalcar ti chiami
l’orme de’ tuoi grand’avi in Orïente.
Ma tu, del Vatican pastor sublime,
padre comun che premi il trono santo
che piú d’ogni altro in terra al ciel s’appressa,
so ben ch’ogni tua cura
rivolgi all’util nostro;
so ben che i tuoi pensieri
altro oggetto non hanno
che ’l servigio di lui, che tra’ mortali

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in sua vece t’ha posto;
e so che l’api tue,
per fabricar favi di pace in terra,
favi di gloria in cielo,
entro i prati fioriti
de le potenze umane
cercan diversi fiori,
né volan solo ai gigli,
com’altri pensa. Così il cielo ascolti
i santi voti tuoi, sì che tu scorga
la tua diletta greggia,
sommerso in Lete ogni privato sdegno,
passar con voglie unite
nell’Asia a racquistar gli antichi ovili,
e l’abbattuta croce
a raddrizzar sul Tauro e sul Carmelo.
     Arresta, o cetra, i carmi;
troppo lungo è ’l mio canto; io qui t’appendo,
non come pria d’un verde mirto ai rami,
ma d’un secco cipresso,
per non toccarti fin che non si mostri
il cielo udir placato i voti nostri.

n XXVIII t LA PREDESTINAZIONE

     O muse, o voi ch’ove ’l Castalio inonda
bever torbidi umori a sdegno avete,
ma del sacro Giordan lungo la sponda
v’è diletto appagar piú nobil sete;
     datemi note ad abbassar possenti
l’orgoglio ond’uomo in suo voler si fida,
e si crede appressar gli astri lucenti
se sua cieca ragion prende per guida.

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     Ah, che gli occhi dell’alma adombra a l’uomo
caliginoso orror di nebbia inferna;
fe’ che, la destra all’interdetto pomo
stendendo, offese la giustizia eterna.
          Quinci da false imagini di bene
deluso, ognor va d’uno in altro errore,
né pur in mente un sol pensier gli viene
che l’inviti a calcar strada migliore.
     Né forza ha d’eseguir quanto comanda
la sacra legge del verace nume,
se divino favor dal ciel non manda
di grazia in lui non meritato lume.
          Allor col proprio arbitrio al ben ch’intende,
e volontario e libero si move;
allor per l’erta faticosa ascende,
ché sono a sciolto piè facili prove;
     allor declina i precipizi, allora
fugge i delitti infra i diletti ascosi;
non han per lui sirene arte canora,
non han per lui vaghezza ostri pomposi.
     Tutto in virtú di quell’interna aita,
ch’a suo piacere il gran motor dispensa,
dagl’influssi di lui l’anima ha vita,
egli la pasce ad invisibil mensa.
     Nulla abbiam che sia nostro; il vanto cessi
d’un retto oprar, d’una costante fede;
diasi sol lode a Dio; da lui concessi
tai doni son, né merto alcun precede.
     L’alto voler di Dio, prima che l’ali
spiegasse il tempo a infaticabil volo,
avea descritto entro gli eterni annali
gli eletti ad abitar lá sovra il polo.
     A questi ei preparò gli empirei seggi,
a questi agevolò gli aspri sentieri;
tu che ti fidi in tuo poter, vaneggi;
giunger lá senza scorta indarno speri.

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     Ben ha folle pensier chi si promette
piú di sé che di Dio. Fidiamci in Lui,
e stimiam libertá ciò ch’ei commette
pronti eseguir, se troviam forze in nui.
     Dannasi l’empio: è di giustizia effetto.
Salvasi il giusto: è di clemenza dono.
Questo è da diva man guidato e retto,
quei lasciato a se stesso in abbandono.
     — Non viene a me, non viene alcun, se tratto
non è dal Padre mio. Prestisi fede
alle voci del vero: alcun affatto
mai non perdei di quei ch’egli mi diede. —
     Sí disse il Verbo. È temeraria inchiesta
del consiglio divin cercar ragione,
perché quella a sé tragga e lasci questa
alma cader ne l’infernal prigione.
     D’infinito saper scarsa misura
son pochi raggi d’intelletto umano.
Quanti a noi la sensibile natura
secreti asconde, e ’l ricercarli è vano!
     Ei, che del ciel le stelle, ei che l’arene
numerate ha del mar, solo comprende
perché patisce l’un dovute pene,
e l’altro a premi non dovuti ascende.
     Ma non quinci al peccar porgan licenza
sciocchi argomenti, e dica alcun: — L’abisso
o ’l ciel m’attende, né cangiar sentenza
puossi di quel ch’eternamente è fisso.
     Perché, duro a me stesso, ognor co’ prieghi
inutilmente ho da stancar gli altari,
se ’l decreto del ciel non fia ch’io pieghi,
quando a me pene o premi egli prepari?
     Dunque, fia meglio a’ lieti scherzi intento
passar con Bacco e con Ciprigna il giorno,
e ’l fugace piacer stringer contento,
di tempestive rose il crine adorno. —

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     Stolto, non t’ingannar! Ciascun l’inferno
col suo voler, col suo poter s’acquista;
e la colpa onde merchi il danno eterno
destinata non è, ma sol prevista.
     Ma per salire al ciel non solo i fini,
ma i mezzi ancor son preparati; a Dio
sol ne guida un sentier; mentre il cammini,
forse puoi dir: — Son degli eletti anch’io. —
     Ma se per altra via t’inoltri, oh quanto
hai ragion di temere! e ’n fra i timori
d’un danno eterno, ancor ti darai vanto
di goder liete mense e lieti amori?
     Amareggiati e miseri contenti,
che dalla via del ciel tranno in disparte!
Deh, stiam quanto si puote al cielo intenti,
grazie rendendo a chi ’l poter comparte!
     Di divina rugiada il seno asperso
ne’ dotti fogli suoi cosí ragiona,
a le bestemmie di Pelagio avverso,
il saggio, il santo, ond’è famosa Ippona.