Lirici marinisti/XII/Pietro Casaburi

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Pietro Casaburi Urries

Liriche di Pietro Casaburi ../Lorenzo Casaburi ../Tommaso Gaudiosi IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

XII - Lorenzo Casaburi XII - Tommaso Gaudiosi
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PIETRO CASABURI


I

INNANZI ALLO SPECCHIO

     Concedi al crin, ch’al Sol fa biondi oltraggi,
con aurei calamistri ondosi errori,
e d’un cristallo a’ getici rigori
pingi sul viso i piú fioriti maggi.
     D’un duro gelo a’ balenanti raggi
désti al regno di Cipro immensi ardori,
e rendi a te necessitati i cori
sacrar de’ pianti i liquefatti omaggi.
     Così col vetro, ond’eleganze ha rare,
la tua beltá turbe d’amanti atterra,
tanto nell’arti insidïosa appare.
     D’Archimede rinnovi a noi la guerra:
ei con gli specchi accese l’oste in mare,
tu con gli specchi accendi l’alme in terra.

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II

LA CHIOMA NERA

     Tenebroso meandro, entro il cui giro
naufragato m’avvolgo in dolci errori;
ombra ch’oscuri l’ombra e vinci gli ori,
mentre le tue caligini rimiro;
     scorni agl’inchiostri tuoi gli ostri di Tiro,
onde sui petti altrui descrivi ardori,
e, da gli ebeni tuoi vinti gli avori,
la tua leggiadra oscuritá sospiro.
     Notte filata, alle tue chiare luci,
che sul ciel d’una fronte hanno il chiarore,
nel bel regno d’Amor l’alme conduci.
     Ma se notte rassembri al vago orrore,
meraviglia non è s’amor produci,
poiché sol dalla notte è nato Amore.

III

TRAMONTANDO IL SOLE

     Ed ecco, o Filli, avventurosa aurora
portò quel giorno onde il mio duolo ha pace;
ecco in sen pur ti stringo, ecco si sface
l’anima per dolcezza e si ristora.
     Ma Febo, ahi lasso, inver’la spiaggia mora
giá va del giorno a sepellir la face,
e giá convien che tu, da me fugace,
tristo qui m’abbandoni e ch’io mi mora.
     Giove, perché costei dalle mie braccia
non parta mai, del sole inchioda il volo,
e su l’eteree vie lung’or sen giaccia;
     se, nel concetto giá d’Alcide, il polo
fe’ di duo giorni una sol notte, or faccia
di due notti congiunte un giorno solo.

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IV

A GIOVANE INNAMORATO

di bianchissima donna

     Sia di neve un bel seno. Ivi i candori
invan dell’onestá trovar giá tenti,
poich’alle nevi ancor sugli emi algenti
il filosofo acheo negò gli albori.
     Sia d’avori un bel seno. Indarno implori
dal suo bello pietá ne’ tuoi tormenti,
ché còlti son dall’affricane genti,
porzïone d’un mostro, anco gli avori.
     Sia di latte un bel sen. Di morte il gelo
paventa ancor, ché contro i Fabi io scerno
volar nel latte anco di Cloto il telo.
     E se scritto è lassú dal Giove eterno
ch’altri per via di latte entri nel cielo,
tu per calli di latte entri in Averno.

V

LA ROSA

     Nella vaga republica di Flora
sol di beltá le maggioranze io vanto;
cede il giglio appo me, vile è l’acanto
onde superbo il molle april s’infiora.
     Me l’alata famiglia in su l’aurora
lieta saluta allor che tempra il canto,
e perché di reina io porti il vanto,
ricco diadema in sul mio crin s’indora.
     Simile a’ re su la mia regia sede,
ch’è di smeraldo infra i miei verdi chiostri,
darmi fregi al bel sen l’ostro si vede.
     Ma cedetemi, o regi, i vanti vostri;
s’una conca le porpore a voi diede,
il sangue di Ciprigna a me diè gli ostri.

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VI

A UN BAMBINO IN CULLA

     Si nasce alle fatiche; uopo è che sudi,
se tu goder felicitá mai speri;
s’esser vuoi glorïoso infra i guerrieri,
dèi di Bellona affaticar gli scudi.
     Incontrerai nel mar gli austri piú crudi,
se conquisti vuoi far d’ori stranieri;
s’ami cingerti il crin di lauri alteri,
dèi di Minerva esercitar gli studi.
     Se contraria non ha Giuno importuna
il greco Alcide, in su le stelle i Giovi
non gli schiudono mai soglia opportuna.
     Disagi hai da soffrir, se vuoi che giovi
a te la sorte. Ecco, bambino in cuna,
s’agitato non sei, pace non trovi!

VII

ESCULAPIO, INVENTORE DELLO SPECCHIO

     Fisso il piè vagabondo a’ vivi argenti,
e svelti lá dalle gelate valli
dell’Alpi ombrose i lucidi cristalli,
lo specchio esposi alle mondane genti.
     Qui l’Ecube e i Tersiti a’ lussi intenti
di natura emendar sul volto i falli;
porsero a’ labri teneri coralli,
ostri alle guance ed alle chiome unguenti.
     Dell’arte opra migliore, onde gli oggetti
per cui gli egri amatori hanno il feretro,
par ch’a legar le fughe han gli anni astretti;
     lodi i miei vanti il musico Libetro,
ch’additando nel sen gli altrui difetti,
Momo della natura ho fatto un vetro.

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VIII

ALL’OBO, ALBERO INDIANO

che distilla acqua in tempo di siccitá.

     Rivolo vegetante, a te da’ cieli
privilegio immortal solo è concesso,
quando da nera sete è l’indo oppresso,
grondar su’ prati i liquefatti geli.
     Vanti lo re delle cantate Deli,
onde scorna le parche, il suo Permesso,
ch’a scorno di piú fonti anco è permesso
a te spuntar d’arida morte i teli.
     Pria che gli giunga ad eclissar le luci
con giorno arsiccio il fato, altri tu bèi,
mentre dell’acque l’umido gli adduci.
     Se nell’acque assegnâro i saggi achei
la vita al tutto, ed acqua altrui produci,
ben de la vita l’albero tu sei.

IX

AI SANTI INNOCENTI

     Spettacoli d’Averno! ancor lattanti
svena barbara man vite bambine;
e di figli e di madri alle ruine
s’ergon fiumi di sangue, Egei di pianti.
     Cadete, fortunati, invitti infanti,
sotto il furor di dure destre alpine,
ché tinti voi di sanguinose brine,
gite lieti a calcar gli orbi stellanti.
     Se delle genitrici i dolci accenti
lasciate qui, le sfere ancor son fatte
a discioglier lassú vaghi concenti.
     E del materno sen le poppe intatte
s’altri vi toglie, o bamboli innocenti,
hanno i cieli per voi le vie del latte.