Macbeth/Atto terzo

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William Shakespeare - Macbeth (1623)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1863)
Atto terzo
Atto secondo Atto quarto
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ATTO TERZO.

SCENA I.
Camera.
BANCO solo.

Glami, Caudorre e re! Tutto or tu sei
Ciò che le malïarde han profetato
Di te; ma temo che la via più trista
Per giungere alla meta abbi tu scelta.
Dissero tuttavia quelle spirtali
Femmine che non debba il regio serto
Cader nella tua stirpe; e ch’io radice
Sarei di numerosa augusta prole.
Se può da tali bocche uscirmi il vero,
Come in te si mostrò, non deggio io pure
Sperar che il vaticinio un dì s’adempia? -
Ma di questo non più.

SCENA II.
MACBETH re, LADY MACBETH, ROSSE, LENOX,
BANCO, Seguito.

macbeth.
Mirate! Or giunge
Il primo e più diletto ospite nostro.

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S’ei mancava al banchetto, impoverito
Saria della sua bella e glorïosa
Corona.
(A Banco che s’avanza.)
Illustre amico, in questa sera
Noi convitiamo, e vi facciam preghiera
Della vostra presenza.
banco.
Obbligo sacro
M’è l’obbedir al mio signor.
macbeth.
Sellate
Oggi il destrier?
banco.
M’è forza, o Sire.
macbeth.
Avremmo,
Rimanendo voi qui, la vostra mente
Di consigli richiesta. Utili e saggi
Li trovammo noi sempre. Ma la cosa
Soffre l’indugio del dimani. - Andate
Lungi molto da noi?
banco.
Tutto quel tempo
Che riman fino all’ora del banchetto
Dovrò porvi, o signore; e se veloce
Non sia per avventura il mio destriero,
Converrà che la notte un’ora o due
Del suo bujo mi presti.

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macbeth.
A noi dorrebbe
Se mancar ci doveste.
banco.
Oh no, mio Sire,
Non mancherò!
macbeth.
Ci scrivono che i nostri
Sanguinari cugini (in Anglia l’uno,
L’altro in Irlanda rifuggito) osaro
Non solo inconsapevoli e innocenti
Dirsi del parricidio, ma di fole,
Da loro immaginate, empir gli orecchi
D’ogni persona. Or ben, di questo e d’altro,
Che ragguarda lo stato, al novo giorno.
Addio fino alla notte. V’accompagna
Fleanzio?
banco.
Sì. Ma, Sire, il tempo stringe....
macbeth.
Dunque in cammino; e v’auguro destrieri
Di piè fermo e spedito.
(Banco parte. Agli altri.)
Ognun di voi
Potrà fino alla sera usar del tempo
Come più gli talenta. Acciò più grata
Tornar la vostra compagnia ne possa,
Soli noi rimarremo. Unir la mensa

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Tutti di novo ci dovrà. Che Dio
Vi sia compagno.
(Partono, tranne Macbeth.)

SCENA III.
MACBETH, un SERVO.

macbeth.
(al servo).
Attendi! Hai qui condotti
Color?
servo.
Sono appostati alla gran porta
Del castello, mio re.
macbeth.
Qui li conduci.
(Il servo parte.)
Tener la somma altezza e non sedervi
Con piena sicurtà, mi torna uguale
Al non esservi giunto. In tema io vivo
Di questo Banco. Un non so che di regio
Sta nell’anima sua, che lo sgomento
Nella mia ripercote. Il suo coraggio
Vince ogni prova, ed al coraggio accoppia
Prudenza tal che mena a certo segno
Tutti i suoi passi. Di costui, non d’altri,
Sento timor. M’atterro al suo cospetto
Come al genio di Cesare solea

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Marc’ Antonio atterrarsi. Egli riprese
Le fatate sorelle allor ch m’hanno
Re profetato, e volle udir da loro
Qual destin lo attendesse; e le presaghe
Quindi lo salutàr progenitore
D’una serie di re; mentre al mio capo
Diero un cerchio infecondo, ed uno scettro
Sterile alla mia destra, che rapiti
Poi mi verranno da straniere mani.
Dunque pei figli di costui lordata
Avrò l’anima mia? Duncano ucciso?
Ed ahi! distrutta del mio cor la pace?
Venduto eternamente il mio tesoro,
La mia gioia immortale, al gran nemico
Sol per farneli re? .... Re gli aborrati
Figli di Banco?.... Oh, pria che questo accada
Scendi, o destino, nella lizza! Io voglio
Combattere con te fino alla morte.
Olà!
(Viene il servo coi sicari.)
Guarda l’entrata, e non far passo
Se chiamato non sei.

SCENA IV.
MACBETH, due SICARI

macbeth.
Che ci parlammo
Ieri non fu?

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il primo sicario.
Fu ieri, o mio signore.
macbeth.
Or ben? Maturamente a quanto io dissi
Pensaste voi? V’è noto oggi che Banco
Fu colui che inceppò ne’ tempi andati
Ogni vostra fortuna, onde la colpa
Su me, che nulla ne sapea, gittaste.
Nel colloquio di jeri io v’ho chiariti
Colla luce del sol, come voi foste
Vigliaccamente raggirati.
primo sicario.
È vero,
Mio re; tu n’hai chiariti.
macbeth.
E fatto questo,
Vi toccai l’altro punto. Or via, parlate!
L’indole avreste voi delle colombe,
Degli agnelletti, per soffrir lo smacco
D’una ingiuria mortale? o cor devoto,
Cor tenero così, da far preghiere
Per quest’uomo crudel, che voi, che i vostri
Gittò nella vergogna e nella estrema
Indigenza?
primo sicario.
Siam uomini, o signore!
macbeth.
Sì, nel ruolo voi siete, in quella guisa
Che all’alano, al meticcio, al levrïere

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Dissi il nome di cane; ma la razza
Distingue il fido guardian, l’accorto
Bracco e l’agil segugio. Avvien dell’uomo
Pur così. Ma se voi veracemente
Siete quai v’asserite, d d’una tempra
Che sia più fiacca e timorosa
Di tutta quanta la famiglia umana,
Mostratelo coll’opra, e vendicando
Voi d’un nemica abbominato, il vostro
Re vendicate.
primo sicario.
Un uom,signore, io sono,
Un uom che le vicende aspre del mondo
Torturaro così, da farmi inchino,
Pur che sia contro il mondo, ad ogni eccesso.
secondo sicario.
E me pure, o signor, la rea fortuna
Tanto mal governò, che mi proposi
O migliorarla o uscir di vita.
macbeth.
Esperti
Dunque voi siete che nemico acerbo
Banco vi fu?
sicarj.
Noi siamo.
macbeth.
Nemico è pure
Di me. Non basta. Un tale odio mirode
L’anima per costui, c’ogni minuto

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Di cui accresce la fatal sua vita
Vien rubato alla mia. Spacciarlo, è vero,
Potrei, come sovrano, a viso aperto,
Senza più consultar che il mio talento;
Ma per certi rispetti e certi amici
Che forse offenderei, non oso io farlo
Onde mi converrà della prudenza
Seguir l’avviso, e maledir lo stilo
Da me stesso affilato in questa impresa
(Che per alte cagioni ad ogni sguardo
Nascondere m’è forza) il braccio vostro
Quindi io dimando.
primo sicario.
E noi non aspettiam
che un cenno tuo.
secondo sicario.
Dovesse anche la vita costarmi....
macbeth.
Audacia vi traspar dagli occhi.
Uditemi. Il nemico, ond’io vi parlo,
Qui col bujo ritorna; e può l’impresa
Compiersi nella selva; alquanto lungi
Dal castello, però, tal che sospetto
Su me (badate!) non ne cada. Il figlio
Fleanzio è seco. La sorte del padre
Corra egli pur, nè l’opera s’ammezzi.
Più del vecchio ei mi preme, e denno entrambi
Il destino partir dell’ora istessa.

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M’udiste voi?
sicarj.
Signor, noi siam disposti.
macbeth.
Dunque al loco appostato. Un terzo forse
Con voi s’accozzerà: così dal caso
Nulla avrete a temer.
(I sicarj partono.)
Se debbe in cielo
Salir l’anima tua, fra poco, o Banco,
L’ali vi drizzerà.

SCENA V
LADY MACBETH, MACBETH.
lady.
Perchè, mio sposo,
Solo così? Ti giova andar cercando
La trista compagnia de’ sogni tuoi?
Fisarti in un pensier che nella tomba
Starsi chiuso dovria coll’insensato
Cenere a cui lo volgi? Il fatto è fatto,
Nè mutarsi già può.
macbeth.
Ferito il serpe,
Non ucciso abbiam noi. Risaneranno
Le sue ferite, e l’inesperta e vile
Nostra nequizia tremerà di nuovo

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Dell’antico suo morso. Ah, ma natura
Le sue leggi scomponga, e l’un contro l’altro
Si distruggano i mondi, anzi che un pane
Spezzar tremando, e velar le pupille,
Nell’angoscia infernal d’orrendi sogni!
Meglio, o meglio, dormir con quell’estinto
Che mandammo sotterra, anzi che vivi
Giacer su questo letto irto di spine
E di terror! Duncano è nel sepolcro.
Dopo la febbre della vita un queto
Sonno egli gusta. In lui la empiezza umana
Scarcata ha la faretra; ed or nè tosco,
Nè pugnal, nè intestina o interna guerra
Può la sua pace molestar.
lady.
Mio sposo,
Mio signore, mio re! che più tranquillo
Ti vegga! Oh, spiana quel cipiglio, e lieto
Sereno in questa sera, in questa almanco,
Sii con gli ospiti tuoi!
macbeth.
Sì, cara donna,
Tale io sarò; ma tale esser tu pure
Dovrai, nè di lusinghe e di melate
Parole avarizzar. Non è sonata
L’ora in cui cesserem dalle blandizie
Codarde, e dal coprir d’una ridente
Larva il chiuso pensiero; arte odïosa
Che m’invilisce la corona.

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lady
Ah, storna
da ciò la mente!
macbeth
Ho l’anima assiepata
Di scorpi, o donna, e la cagion tu sai.
Banco e suo figlio vivono.
lady
Ma dritto
Non diè lor la natura ad una vita
Immortal.
macbeth
Questo è il mio solo conforto.
Dunque l’animo alziam. Pria che dispieghi
L’ali malaugurate il pipistrello,
Pria che dal cavo di corrosi tronchi
sbuchi lo scarafaggio, e col noioso
Ronzio saluti il dì che muore, un’opra
Di natura terribile compiuta
Verrà.
lady
Qual opra?
macbeth
Di saperla, o donna,
Innocente io ti voglio, acciò più lieta,
Per la breve ignoranza, ad essa applauda
Quando a fin sia condotta. - Or cala, o notte,
A coprir con la tua mano di sangue
L’occhio pietoso della luce, e spezza

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Quello stame vital che m’è sorgente
Di continue paure. - Ecco già l’ombre
Scendono sulla terra, e la cornacchia
Drizza il volo alle selve. A farsi meste,
A impallidir cominciano le gaje
Creature del giorno, e solo in volta
Van gli oscuri compagni della notte
Vaghi di preda. - Attonita io ti veggo
Del mio parlar. Ma sii tranquilla! Il germe
Nel sangue nato, dissetar col sangue
Deggiam perchè si afforzi. - Or vieni! è tempo
D’unirci ai commensali.

SCENA VI
Luogo aperto. Una porta mette al castello.
Tre SICARJ.

primo sicario.
E chi t’impose
D’unirti a noi?
secondo sicario.
Macbetto.
terzo sicario.
A lui si creda:
consapevole egli è del nostro incarco
Punto per punto.
primo sicario.
Or ben, con noi rimani.

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qualche striscia del giorno ancor riluce
Nell’occidente. Il pellegrin tardivo
che giungere col bujo all’abitato
non vuole, addoppia il passo, e già s’accosta
L’uomo atteso da noi.
terzo sicario.
Silenzio! Ascolto
Strepito di cavalli.
banco.
(tra le scene)
Un lume.
terzo sicario.
È certo
Colui, perchè già tutti i convitati
Alla cena real con ora in corte.
primo sicario.
Fann’altro giro i suoi cavalli.
terzo sicario.
Il giro
D’un miglio. Uso è dei più d’andar pedone
Fino al Castello
BANCO e FLEANZIO, un servo precede con una fiaccola
secondo sicario.
Un lume! Un lume!
terzo sicario.
È desso
secondo sicario.
Pronti, e mano ai pugnali.

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banco.
In questa notte
Pioverà.
primo sicario.
(ferendolo)
Lascia piovere.
banco.
Fleanzio!
Fuggi! Traditi siam! fuggi, mio figlio!
vendicar mi potrai....
(Muore. Fleanzio e il servo fuggono.)
terzo sicario.
Chi spense il lume?
primo sicario.
Cauto forse non fu?
(Partono.)
terzo sicario.
Caduto è un solo.
Il giovane svignò. Della faccenda
La metà noi perdemmo e la migliore.
primo sicario.
Andiamne a riferir la cosa fatta.
Altro non ci rimane.

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SCENA VII

Sala reale nel castello


Una mensa apparecchiata
, MACBETH, LADY MACBETH,
ROSSE, LENOX, signori e seguito.

macbeth.
Il grado vostro
Voi sapete. Sedetevi. Dal primo
All’ultimo, o signori, i benvenuti
Siete.
signori.
La vostra mäestà di core
Ringraziam.
macbeth.
Noi stessi a questa illustre
Comitiva confusi, amiam l’officio
D’ospite empir. Nel loco a lei sortitio
La nostra donna si posò. Preghiera
Facciam perchè vi sia del suo saluto
Cortese.
(Siedono tutti tranne Macbeth.)
lady.
A voi, mio sposo e mio signore,
Questo debito affido. I benvenuti
Già li disse il mio core.
(Il primo sicario, s'affaccia ad un uscio.)




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macbeth.
(a Lady Macbeth.).
Animo grato
Vi dimostrano tutti. A dritta, a manca
Ecco pieni gli scanni. In mezzo a loro
M’assiederò. Propaghisi la gioia!
Corra pieno il bicchier, da cima a fondo,
Tutto il banchetto!
(Al sicario che sta sull’uscio.)
Hai sangue sulla guancia.
sicario.
Sangue di Banco.
macbeth.
Meglio a te di fuori
Che dentro a lui. Di vita uscì?
sicario.
La strozza
Poco fa gli tagliai. Gli resi, o sire,
Questo servigïo.
macbeth.
Tu mi sei la perla
Di tutti i tagliastrozze; e men valente
Non è certo colui che ugual servigio
Anche al figlio prestò. Sei tu quel desso?
Pari non hai.
sicario.
Mio re, Fleanzio vive.
N’è sfuggito.

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macbeth.
La febbre ecco mi torna.
E sano mi credea; credeami saldo
Più del marmo incrollabile, ed immoto
Più d’alpestre dirupo, e come l’aria,
Che mi cinge e sovrasta, incircoscritto,
Libero, imperïoso! Ed or di novo
Preda di mille sospetti, a mille cure
Tormentose.... Di Banco almen sicuro
Son io?
sicario.
Sì, mio signore, interamente
Sicuro. Egli è sepolto in una fossa
Diviso il capo da venti ferite,
Di cui la men profonda era mortale.
macbeth.
Grazie di questo. Ucciso è il vecchio serpe
dunque. Il novello che fuggì, col tempo
Può veleno schizzar, ma dente ancora
Non ha. Ti scosta. Riparlarne a lungo
Teco io voglio dimane.
(Il sicario parte.)
lady.
A’ vostri amici
Poco, parmi, attendete o mio regale
Consorte. A caro prezzo il convitato
Siede a mensa non sua, quando il signore
Della casa non cerchi esilararlo,
Nè palesi negli atti e nei smbianti

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Che gli sia ben accetto. Il proprio desco
Meglio ci nudre che l’altrui, nè questo
Ponno condir che lieti accoglimenti
Ed allegri colloqui. Ogni banchetto
Privo di lor è cosa morta.
macbeth.
Grati
Del ricordo vi siam!
(Ai convitati.)
Signori! Il cibo
Vi sia gustoso e salutar.
(Lo spettro di Banco siede sulla scranna destinata a Macbeth.)
lenox.
Non piace
All’altezza real del mio signore
Seder fra noi?
macbeth.
Qui tratto il fiore avremmo
Di tutto il regno nostro, ove l’egregio
Banco non ci mancasse. A scortesia
Spero apporgli l’assenza, e non doverne
Qualche sventura deplorar.
rosse.
Gentile
Atto al certo non è l’assenza sua,
Dacchè promise di venir. - Ma lieti
Non ci fate, o mio re, seggendo a mensa
Voi pur?

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macbeth.
Son pieni i seggi.
lenox.
Un vuoto, o sire,
Qui ne vedete.
macbeth.
Ov’è?
lenox.
Qui, mio signore....
Oh che mai vi conturba?
macbeth.
E chi di voi
Fatto ha ciò?
lenox.
Che, signor?
macbeth.
(allo spettro.)
Tu non puoi dirmi
Che stato io sia.... Non crollar quelle chiome
Sanguinose vèr me.
rosse.
Sorgiamo, amici,
Indisposto è il monarca.
lady.
Ospiti cari,
Non vi movete! Mio marito è spesso
Così; così da giovinetto. I seggi
Non vi piaccia lasciar. Dura un momento
Questo accesso febbrile, e lo vedrete

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Tornar stabilmente in quel di pria.
L’osservarlo di troppo ira gli desta,
E ne allunga il malor. Senza curarvi
Di lui, bevete e vi cibate.
(A Macbeth sommesso.)
Un uomo
Sei tu?
macbeth.
Sì, donna, e degli audaci aggiungi,
Perchè posso mirar con fermo core
Ciò che il demonio impallidir faria.
lady.
O bello e di te degno! I consueti
Spettri che la paura ti dipinge,
Come il nudo pugnal nell’aere impresso
Che Duncan ti guidava. E non t’avvedi
Che queste fantasie, questi ribrezzi
Nulla, nulla hanno di ver? Che novellarsi
Dovrebbero soltanto al focolare
Sulla fè della nonna? - Oh ti vergogna!
Perchè quel volto esterrefatto? Un vuoto
Scanno innanzi ti sta, null’altro.
macbeth.
Il vedi
Tu?.... Guarda! guarda là!...
(All’ombra.)
Che dici?
Importar me ne può?... Dacché far cenno
Sai tu, favella!... Se l’arche e le fosse

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Rigettano gli estinti, ora il sepolcro
Ne daran gli avoltoi nel ventre loro.
(L’ombra sparisce.)
lady.
Che! Svilito così da tal follia?
Tu!
macbeth.
Com’è vero che ti parlo, il vidi.
lady.
E rossor non hai?
macbeth.
Ne’ tempi antichi,
Pria che la legge castigar dovesse
Le pacifiche genti, il sangue umano
Tuttavia si versò; poi d’omicidi,
Che fan gli orecchi abbrividir, pollute
Fur l’età che seguiro. Un uom che fesso
Cranio e cèrebro avesse era spacciato,
E finita ogni cosa; ed or con venti
Ferite al capo, e ciascuna mortale,
Torna in vita l’ucciso, e ne riversa
Dai nostri seggi. È strano, assai più strano
D’ogni orribile fatto.
lady.
(ad alta voce).
I commensali
V’attendono, mio sposo.
macbeth.
Io l’obliava!...

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Oh, non datemi retta, egregi amici!
preso io vengo talor da debilezza
Singolar; ma nessun che mi conosca
Caso ne fa. - Proprio innanzi tratto
Alla vostra salute, all’amicizio
Vostra; di poi mi sederò. Mescete
Fino agli orli del nappo! Al ben di tutti,
E del nostro fedele e caramente
Diletto Banco, che ne lascia in viva
Brama di sè. Vorrei qui pure ci fosse!
Libo a lui, libo a voi!
signori
Riconoscenti,
Sire, vi siam.
(Riapparisce lo spettro.)
macbeth.
Va! togliti dal mio sguardo,
E la terra t’ingoj! Non è midollo
Nell’ossa tue: le vene hai fredde, e ciechi
Gli occhi sbarrati che ne’ miei confliggi.
(Commozione generale.)
lady.
(ai Lordi).
Nulla fuor d’una cosa al mio consorte
Consueta, o signori. Oh nulla del tutto!
Duolmi sol che la gioja del banchetto
Sia per questo interrotta.
macbeth.
Ardisco io pure

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Quanto un altr’uomo. In fiero orso del polo
Càngiati, e a me ti avventa; o d’un armato
Rinoceronte, ed un tigre africano
Prendi la forma, o, qual più vuoi, tremenda:
Pur che questa non sia, non tremeranno
Le mie valide fibre. Ovver ripiglia
La vita, e mi disfida in un deserto
A pugna singolare; e s’io ricuso
Impaurito, appellarmi una poltra
Femminetta! Va, va, terribil ombra!
Fuggi, vuoto spavento!
(L’ombra sparisce di nuovo.)
Ecco dispare,
Ed uomo io torno.
(Ai commensali.)
Sono a voi! Da mensa
Non vi levate.
lady.
Scompigliò gli egregi
Ospiti nostri quello strano accesso
Che vi prese, mio sposo; e la letizia
Tutta ne uccise.
macbeth.
E che? N’appariranno
E spariran, qual nugolo d’estate,
Senza farne stupir, tali apparenze?
Non più l’animo mio, non più me stesso
Riconosco al pensar che voi tranquilli
Tutto questo vedete; e mentre imbianca

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Le mie guance il terror, serbate in volto
inalterato il natural colore.
rosse.
Mio re, quali apparenze?
lady.
Oh, ve ne prego,
Non gli parlate! Ei va di male in peggio,
E sogliono le inchieste interamente
Trarlo di senno. - Buona notte a tutti!
Per alzarvi da mensa il nostro cenno
Non attendete. Insiem partite, e tosto.
signori.
Buon riposo, signora, e al re salute
Miglior.
(I signori sorgono.)
lady.
Signori, addio!
(I signori partono, e Lady Macbeth li accompagna.)


SCENA VIII

MACBETH, indi LADY MACBETH.
macbeth.
Sangue egli chiede.
Sangue vuol sangue, per antico detto.
Che si mossero i marmi e voce umana
Mandar le piante è certo e gl’indovini,
Cui l’occulto legame, onde le cose

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Si stringono fra lor, non è mistero,
Per mulacchie e per corbi. Han tratto lume
Le più fiere e coverte opre dell’uomo.
- A qual punto è la notte?
(Lady Macbeth ritorna.)
lady.
È quasi in lite
Col matin; non è chiaro, e il buio muore.
macbeth.
Dimmi, che pensi di Macduffo? Il core
Di venir non gli dà.
lady.
Per lui mandasti?
macbeth.
Non ancor; manderò. - Mi fur soffiate
Certe mene agli orecchi.... Il sai, nessuno
Di costor tiene un servo, cui non abbia
Compro e sedotto l’oro mio.- Domani
Visiterò col primo albor del giorno
Le fatali sorelle, e del futuro
Dovran, più che non fero, alzarmi il velo.
Perocchè mal mio grado io son costretto
A ricercar col pessimo de’ mezzi
Pessime cose. Mi tuffai nel sangue
Così, che se ritrarre il piè dovessi
Dal cruento cammino, a me saria
Più del seguirlo periglioso. In capo
Volgo strani disegni a cui bisogno
È della man. Precorrere al pensiero

[p. 101 modifica]

L’opra qui debbe.
lady.
A te manca il ristoro
D’ogni vivente creatura, il sonno.
Vieni e ti corca.
macbeth.
L’error mio fu solo
Paura di novizio ancor dall’uso
Non indurito. Oh credimi! noi siamo
In queste imprese tuttavia fanciulli.
(Partono)