Mafarka il futurista/1. Lo stupro delle negre
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Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
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1.
Lo stupro delle negre.
— Cane! Scorpione! Vipera cornuta!... Lascia quella negra!... Ti proibisco di torcerle un capello!... Ma dove s’è cacciato il mio primo capitano?... Abdalla! Abdalla! Abdalla!...
Si udì un gemito di donna ferita, e, con qualche intervallo, il rumore di una lotta violenta, in un boschetto di fichi, a venti cubiti sotto i merli della fortezza, dall’alto della quale Mafarka-el-Bar, re di Tell-el-Kibir, sorvegliava la enumerazione dei prigionieri negri, gridando dei comandi ai suoi ufficiali.
— Abdalla! soggiunse il re; è laggiù, sul margine del terrapieno!... Presto! Afferra pel collo quel cannoniere, e gettalo nel fossato!
Echeggiò un grido straziante, e, poco dopo, si udì il colpo sordo e lontano d’un corpo caduto da una grande altezza su delle pietre.
— Padrone, t’ho obbedito!
Il gemito femminile si trascinò, affievolito, pel boschetto di fichi, e andò estinguendosi a poco a poco, mentre crescevano il tintinnìo delle catene e lo scalpiccìo dei piedi ignudi nella polvere.
— Quanti sono i nostri prigionieri?
— Seimila negri e quattromila negre. Ma eccone altri.... Ecco la seconda colonna che s’avanza.
— E il bottino?
— Tre mitragliatrici, duecento fucili, cinquanta barili di rhum e cinquecentomila scatole di conserve... Abbiamo catturato trecento tori, duemila cammelli e mille dromedarî.... Ci sono, inoltre, più di quarantamila gabbie di galline.
E frattanto, le vôlte delle caserme, sotto le mura, echeggiavano d’un gridìo incessante di pollame, di donne e di marmaglia, rotto a tratti dalle bestemmie e dagli sputacchi sonori degli ufficiali adirati, che contavano senza fine maschi e femmine, mentre passavano a tre a tre, cacciandoli avanti a frustate.
I nitriti dei cavalli, i muggiti delle vacche, il rumore delle catene, l’urlar dei negri sotto gli scudisci irti di chiodi, scandevano lo scorrere torrenziale e monotono di quel grande armento invisibile, di cui si poteva seguire il cammino osservando i nembi di polvere che si levavano dal fondo delle vie, come fra muri in demolizione.
L’atmosfera ne era gonfia; un’atmosfera incandescente e color d’ocra, nella quale la voce delle sentinelle sembrava fare dei buchi neri.
A quando a quando la brezza ovattata del deserto si levava a stento, come per lo sforzo d’un braccio estenuato, e raffiche di fetore passavano allora sulla città. Era un fetore acido e melato, che inzuccherava e graffiava a un tempo le narici....
Mafarka-el-Bar dilatava le sue, ancora otturate dalla sabbia sollevata dalla battaglia, sforzandosi di respirare quell’alito fosforoso che rievocava, per lui, innumerevoli cadaveri neri sparsi per le pianure e arrostiti dal sole, tutt’intorno alla città.
Veniva da tutti i punti dell’orizzonte, quel sinistro odore di carnaiò; ma la sua virulenza acre e muschiata si esagerava terribilmente verso l’ovest, laggiù, sul tragico ponte di Balambala, dove venivano trascinate in quel momento le famose Giraffe da guerra, mostri bizzarri di legname e di ferro, il cui collo multicolore s’allungava smisuratamente, e che s’avanzavano con un’andatura trepidante e restìa.
Il capo supremo stette a lungo ad ascoltare il loro ballonzolìo fragoroso e intermittente, che risuonava fin nelle viscere della città, come una risacca di lava nelle profondità delle caverne vulcaniche. Poi, egli si affacciò di nuovo fra due merli per interrogare ancora il suo primo capitano.
— Dov’è Muktar?...
— È là, anche lui, sul ponte di Balambala.... Non vedi la sua galabieh vermiglia?... Egli fa racconciare dai suoi funai la pancia schiattata della più grande Giraffa da guerra.
— Con che cosa la racconciano?
— Con della corteccia di palmizio, molto più solida del cuoio fornito da quel furfante di Sabattan!... La sua avidità di mercante ladro ci ha ritardata la vittoria, questa mattina!...
— Che ne hai fatto, di quel traditore?
— L’ho fatto incatenare, durante la mischia.
— Non era necessario.... Quella mala bestia non mi fa certo paura. Lo rimetterai in libertà, quando le porte della città saranno chiuse.... Quella di Balambala deve rimanere aperta ai fellah. Tu sorveglierai, in persona, quel passaggio, ed anche la prigione di Gogorrù. A proposito: come va l’appetito del nostro caro prigioniero?
— Vostro zio Bubassa ha mangiato stamane due grandi scodelle di hallahua e un rotolo di karamendin.
— Bene!... Abdalla, va a dire a mio fratello Magamal che lanci subito le sue spie verso tutti i punti dell’orizzonte, e che ritorni, fra un’ora, con notizie precise!
Quando la meridiana della torre di Gogorrù segnò il mezzogiorno, Mafarka-el-Bar salì sulla terrazza della cittadella, la cui mole torrida e abbagliante di calce sembrava vogare nel cielo come una nuvola, sulle cime ondeggianti dei palmizî, fra un soave tubare di tortore felici.
Con un gesto agile egli liberò dalla tunica di scorza le sue spalle color di rame, e, nudo fino alla cintola, alzò al cielo le braccia tatuate d’uccelli, cantando con la sua gran voce azzurra:
— Allah! Allah! Allah!
Egli aveva la disinvoltura e la robustezza di un giovane atleta invincibile, armato per mordere, per strangolare e per atterrare. Il suo corpo troppo compatto, troppo vivo e quasi frenetico sotto una peluria fulva e una pelle chiazzata, come di serpente, sembrava dipinto coi colori della fortuna e della vittoria, al pari dello scafo di una bella nave. E la luce lo adorava certo appassionatamente, poichè non cessava d’accarezzargli i pettorali ampii, tutti a groppi d’impazienti radici, e i bicipiti che parevan di quercia, e la muscolatura inquietante delle gambe, alla quale il sudore dava luccicori esplosivi.
Il suo volto franco, dalle mascelle quadrate, aveva il colore delle terrecotte più belle; la sua bocca era grande e sensuale; il suo naso, fine e piuttosto corto; il suo sguardo, tenace. Gli occhi, d’un bel nero dorato di liquirizia, fiammeggiavano violentemente al sole, troppo vicini fra loro, come quelli degli animali da preda; ma spesso sembravano liquefarsi sotto la frangia delle ciglia, esagerando il pallore opaco di una fronte mite, coronata d’irremovibile volontà dai capelli foltissimi, corti e piantati vicini alle sopracciglia.
— Allah! Allah! cantò egli ancora, con la sua bella voce dalle sonorità glauche e trasparenti, che sembrava avesse attraversato il mare.
E quella voce volava infatti, a volo spiegato, da un continente all’altro, sorpassando l’ondeggiare onnicolore delle cupole e dei pinnacoli, le piazze ribollenti di folla e le maestose ondate di verdura chiuse fra le candide dighe dei bastioni, che torri gialle interrompevano qua e là, ripercuotendo fino ai limiti del deserto il grido ieratico:
— Allah! Allah! Allah!
Era quello il segnale del riposo concesso dal capo supremo al grande esercito arabo, estenuato per la battaglia del mattino e gorgogliante ora nelle viuzze anguste della immensa città, come un’acqua sotterranea e minacciosa.
Quasi non si vedeva, quell’esercito, ma il suo sudore fumante e il suo tragico alito salivano globulosamente — come dalle finestre di un calidario — su, verso il cielo, dove la battaglia continuava ancora.
Nel cielo, un’imperversare di freccie verdi, un aggrovigliarsi di lancie nere, un crollar di massi incandescenti sul petto in fusione del Sole, che, ritto e tutto ignudo sullo zenit, si difendeva ancora vittoriosamente, facendosi turbinare intorno al capo una terribile scimitarra bianca. Fantastica ruota, di cui la sua faccia era il mozzo furibondo che girava velocissimo, in mezzo alla danza guerresca dei raggi alcoolizzati, alla rissa dei cembali e al garrire delle bandiere entusiastiche che la follia aveva piantate sulle cime lontane e sui morbidi divani delle colline.... e laggiù, più lontano ancora, sugl’isolotti ostinati che spezzano flutti di zaffiro.... e dappertutto, e dappertutto, sempre più lontano, vedete?... nel ventaglio dell’orizzonte, che riabbatte sulla terra l'alito immenso, avventuroso, assurdo dell’Eterno!...
— Allah! Allah!... gli rispose il formicolìo grigiastro dei soldati sui bastioni, le cui muraglie alte cento cubiti acciecavano come tanti specchi giganteschi sotto i loro merli puntuti in forma di burnù.
E frattanto, le pianure sabbiose dello zenit fremevano sotto il galoppo del Sole, che cavalcava a bardosso la sua indomabile giumenta nera, convulsa di velocità.... Eccone la schiuma abbagliante ed eccone la sferzante criniera!... Arrovesciate il capo e vedrete i suoi zoccoli d’oro massiccio, che scalpitano nella bragia. Ma guardatevi dai suoi escrementi di caldo soffocante, che piombano dall’alto, accoppando uomini e bestie!...
— Allah! Allah! rispose infine la folla delle galabieh turchine che formicolava in fondo al mercato e sulle terrazze sovraccariche di metalli rilucenti, di tappeti animati e di gabbie d’uccelli loquaci.
La città di Tell-el-Kibir aveva preso, da due giorni, un aspetto insolito. Impossibile circolare nelle sue vie rigurgitanti di gente, dove passavano di tanto in tanto dei carri pieni d’uomini ritti, aggrappati gli uni agli altri e sobbalzanti come fasci mal legati. Ma i tumulti della folla impantanavano ad ogni istante i cavalli, e i veicoli, immobili sotto i loro cocchieri furibondi, parevano allora isolotti sradicati e galleggianti sull’irrompere di un torrente devastatore.
Risse e parapiglia vi formavano continuamente dei gorghi di braccia e di bastoni alzati, di cui si divertivano rumorosamente le donne e i fanciulli che traboccavano dai balconi traforati delle moschee.
Anche queste erano state invase, come tutti gli altri edifici, dalle tribù del deserto che fuggivano davanti agli eserciti inondanti di Brafane-el-Kibir.
Popolazioni intere si erano ingolfate per le porte della città, recando le loro ricchezze ammucchiate su carri tratti da bufali, ed affluendo interminabilmente, da ogni parte, come altrettanti rivi che colassero in un’unica cisterna.
Ma, ad un tratto, una notizia trionfale era corsa per tutte le case, facendo sbattere di gioia tutti i cuori, così come un vento impetuoso fa sbattere le porte.
Si diceva dappertutto che Mafarka-el-Bar aveva detronizzato suo zio Bubassa, con un audace colpo di mano, assumendo subito la difesa della città e il comando supremo dell’esercito.
Quella sera, le lancie delle sentinelle, sui bastioni, avevano subitamente brillato di una speranza di vittoria che non doveva rimaner delusa.
Infatti il petto di Mafarka, più forte di una diga, aveva ricacciato indietro l’oceano di bitume che orlava le colline fulve, sfiorate, all’orizzonte, da grandi nuvole striate e palmate di turchese.
Non gli venivano forse incontro per rendergli gli omaggi supremi, quei radiosi cetacei aerei, dalle pinne splendenti, la cui disinvoltura elastica rapiva lo sguardo, e che navigavano voluttuosamente pel vasto cielo, verso la città di Tell-el-Kibir?
E il vento le traeva pianamente; un vento torrido e nudo, dal corpo melodioso tutto rorido di sale marino, come un palombaro; un vento equilibrista, che spiccava un salto, passando al disopra della cittadella e gettava a palate, ai piedi di Mafarka, aromi violetti, acri fetori e rosse grida di marinai.
Poichè la flotta intera salutava in Mafarka il proprio ammiraglio, con tutte le sue bandiere luminose scivolanti su pei cordami e simili alle faville di un incendio agonizzante.
Ed egli si protendeva al di fuori, per contemplare, a trecento cubiti sotto ai suoi piedi, le sete abbrividenti e dorate del mare, che i fili della luce, pioventi giù dalla matassa delle nubi, tessevano all’infinito, sulle alberature intricate, con un andirivieni di gigantesco telaio.
Mafarka fece lentamente il giro della terrazza, affacciandosi a quando a quando al parapetto, verso il quale salivano a vicenda gli schiocchi delle vele, lo stridìo arrugginito dei maiali e il muggito violaceo dei buoi che si lamentano nelle profondità delle fattorie.
Ad un tratto egli si voltò, come se un uccellaccio nottivago lo avesse sfiorato. Kaim-Friza, il gran capo degli agricoltori, era dietro di lui e gli s’inchinava.
Addossato alla balaustrata, Mafarka ebbe un movimento di ripugnanza al guardare quel sordido nano che ansava in una galabieh rossastra e infangata, e che a tratti spingeva fuor dalle spalle una piccola testa grinzosa di tartaruga.
Il re non aveva mai potuto vincere il sentimento di repulsione che gl’ispirava quell’essere meschino e scaltro, quantunque fossero grandissimi i servigi che egli aveva reso alla città con una saggia legislazione agraria.
— Sta lontano da me, amico mio, perchè puzzi di letame.... E, davvero, io ho singolarmente delicate le narici, questa mattina, dopo tutti i profumi di cadaveri di cui Dio mi ha gratificato.... Ah! Ah! i miei scherzi ti dànno fastidio, lo so.... Ebbene: che cosa vieni a comunicarmi?... Capisco.... capisco.... Tu mi supplicherai di metter fine alla guerra per non affamare il popolo!... La miseria delle campagne... So, so tutto! E me ne infischio!
Poi, prendendo Kaim per un braccio:
— Vieni qua! soggiunse. Ah! ah! vedesti mai un paese più fertile di questo? Guarda che bella campagna, tutta vibrante sotto gli occhi calcolatori e precisi del Sole!... Oh! il Sole è veramente il nostro migliore agricoltore.... il maggiore e il più abile agricoltore dell’Africa! Egli è smontato poc’anzi dalla sua cavalla di guerra, e vedrai, com’egli sappia sbrigare da solo il lavoro di tutto un popolo di fellah!
Infatti, sotto il suo enorme turbante d’oro massiccio, l’Astro avido era nudo da capo a piedi, e la sua immensa statura grondava tutta d’un sudore solfureo, e il suo vasto petto di calore bianco ansimava sulla terra, mentre egli lavorava senza posa, onnipresente.
— Eh! Eh! la Maestà vostra ha diritto di scherzare, lo so!...
— Certamente, Kaim.... certamente!... Io voglio scherzare, e ne ho diritto!... Credi forse che codesto ammasso di morti possa offuscare la mia ebbrezza?... I tuoi discorsi m’annoiano.... Ah! ah! tremi!?... Tu hai paura! Via! Via! non ho ombra di odio contro di te!... È perchè sono molto soddisfatto del bottino!... Un bottino magnifico, sai?... Duecento fucili, seimila negri, quattromila negre, trecento tori!... Come! Ti par poco, forse?... Infatti non ne capisci niente!
«D’altronde, di che ti lamenti?... La battaglia di stamane ha accumulato sui campi dei concimi imprevisti! Tutti quei mucchi di cadaveri neri, lucidi, fumanti e quasi liquefatti sul verde polveroso delle praterie non stanno forse per trasformarsi in tanti letamai dai sontuosi riflessi d’ebano, per rallegrare gli occhi avari del Sole proprietario.... ed i tuoi, mio primo ministro?
— Mafarka! Mafarka! Mio sovrano!... Pensa quanto sarebbe vantaggiosa la pace, per la costruzione dei canali d’irrigazione che io cominciai l’anno scorso!
— Oh! via!... Me ne infischio, dei tuoi canali!... Amo la guerra, io!... Capisci? E il mio popolo l’ama altrettanto!... Gli uomini delle campagne possono nutrirsi di sterco! Ne sono degni!.. E il Sole, del resto, basta da sè a lavorar la terra!... Ma guarda, dunque, imbecille! Le sue dita di raggi interminabili affondano nel solco fecondato, per cuocervi con una sollecita carezza i germi impazienti.... Lascia, lascia che quelle dita meticolose coltivino le nostre insalate future nelle viscere putrefatte dei negri! Ed abbi fiducia in questo buon Sole contadino, che abbraccia tutti i suoi poderi in uno sguardo cocente e paterno!
— Io non vedo, davanti a me, che l’immensa tavola pitagorica della morte, con le sue linee d’alberi pazzi di vento, d’uccelli e di nuvole, ma tutti incatenati o podagrosi....
— No! Tu solo, sei incatenato e podagroso.... Io vedo, da ogni parte, delle belle praterie di forza scarlatta....
— Bada, Mafarka, a questi triangoli di aspra ambizione verde! disse il nano.
E poi soggiunse, come in sogno, perso lo sguardo nella lontananza:
— Periremo tutti in questi cespugli d’invidia spinosa e su questi pendii di disperazione scoscesa!... Io sento che la mia mente si smarrisce tra profumi sconcertanti che si adergono come problemi terrifici.... Una volta i ruscelli si torcevano amorosamente, come braccia di freschezza, per stringere al cuore della città tutta la verzura dei prati, lustrata dalle spazzole di una luce precisa.... Ahimè! le nostre campagne sono spopolate, oggi, e abbandonate al nero galoppo delle innumerevoli cifre sconosciute che si addensano nelle monotone algebre del deserto!
Queste ultime parole furono accompagnate dal rumore di una sakieh, che gemeva nell’estrarre singhiozzi e lagrime dal petto della terra.
E Kaim concluse:
— Ricordati, Mafarka, che ad onta delle tue conquiste, girerai sempre intorno all’implacabile Io che irrora il tuo corpo di un po’ di volontà sanguigna e nervosa...
Mafarka non lo ascoltava, tutto intento a guardare sotto di sè, a picco, attraverso il magro fogliame di un fico, l’asino dagli occhi bendati che muoveva la ruota, e lo scintillare dei secchi, che riflettevano per un momento la faccia del sole meridiano e si vuotavano ridiscendendo nei pozzi del suolo.
— Ah! no! no!... È stupida, questa fantasticheria!... Taci, e fiuta piuttosto questo buon odore di pane caldo e di terra arata... Vi s’indovinano anche la lavanda e il timo, e sopratutto il sangue rappreso... Una voluttà nostalgica punzecchia il mio corpo indurito dai viaggi e dalle guerre, e le mie labbra riarse, che hanno disimparata l’ebbrezza dei baci, cercano nel vento il tenero profumo di una vergine!... Sì! voglio una vergine ardente, elastica e vaporosa come quelle vele che laggiù, fra le sete del mare, sembrano camminare in ginocchio, tanto sono spossate dal caldo e tanto hanno goduto sui cuscini dell’alcova marina!...
A queste parole, Kaim si avvicinò a Mafarka, e mormorò cautamente:
— Vuoi, mio re, che io ti conduca qui Biblah, la bella schiava di Bubassa?
Ma Mafarka lo respinse con un gesto duro.
— Ah! ah! sogghignò, — avevo dimenticato uno dei tuoi innumerevoli mestieri!.... No! Vattene!
E il re non si degnò di salutare, nemmeno con un cenno lieve, il nano, che si allontanò pel sentiero degli spalti.
Una voce scintillante echeggiò allora sotto la balaustrata:
— Mafarka! Mafarka!
E il re si affacciò di nuovo, rosato il viso di una intensa gioia.
Era Magamal, il suo fratello adorato, che correva a lui. Era il guerriero adolescente il cui corpo di caucciù balzava impetuoso, vivace e carezzevole a un tempo, nella fiamma volante della polvere sollevata.
Egli era quasi nudo, poichè aveva gettata indietro la pelle d’onagro che una cintura di rame stringeva sulla snellezza dei suoi fianchi. Una volontà febbrile faceva vibrare tutte le sue membra sottili che avevano, a volta a volta, grazie femminee e sussulti di belva in agguato.
— Ebbene, Magamal?... Sono tornate le spie?... E le hai interrogate? gli domandò Mafarka abbracciandolo.
— Vuoi interrogarli tu stesso? replicò il giovanetto abbassando lentamente le lunghe ciglia sui suoi grandi occhi di lama, cerchiati d’un’ombra azzurrognola. — Ci aspettano alla porta di Gogorrù... Efrit e Asfur sono qui. E indicava due cavalli ammirabili, che uno schiavo negro conduceva per la briglia.
Efrit, il più grande, era di una bianchezza abbagliante, e aveva una sella di seta verde dalle grandi staffe d’oro, largo e possente il petto, muscoloso il collo ben curvo, in forma di rampone, piccola ed aggraziata la testa, illuminata da due grandi occhi di gomma nera e trasparente sotto il ciuffo capriccioso, larghe le nari, che fiutavano il fuoco del deserto. Esso portava la coda in fuori, signorilmente, arcuata come l’ansa d’un bel vaso prezioso, e i suoi fianchi, incessantemente scolpiti dalla palpitazione delle vene, facevan pensare a balzi stravaganti di palla e a galoppi suicidi su un campo di battaglia senza confini. Era quello il cavallo di guerra di Mafarka-el-Bar.
Asfur somigliava ad Efrit come un fratello, ma era di pelo chiazzato, aveva una sella turchina, e mille grazie improvvise nei movimenti delle zampe, e un languore timido negli occhi.
Mafarka gli accarezzava amorosamente il petto, mentre rispondeva a Magamal:
— No, tu devi saperne abbastanza. Che cosa hanno visto?... Hanno potuto calcolare le forze dei negri?
— Fratello! disse Magamal con angoscia, tendendo le mani. — Fratello! siamo perduti, perchè i nostri nemici sono innumerevoli!
A queste parole, Mafarka ebbe un violento sussulto, aprì le braccia, ed ergendosi quanto era alto, come si brandisce una torcia per rischiarare tenebre piene d’insidie, gridò:
— Ebbene: meglio così! Io non li temo!... Magamal! Magamal! soggiunse, stringendosi al petto il fratello; guai a te, se mai ti accada di tremare davanti al pericolo!
— Io non tremo, fratello!
— Oh! lo so, che sei coraggioso! Ma ho in orrore questa tua ridicola sensibilità femminea che ti lancia talvolta in folli esaltazioni e ti schiaccia, poco dopo, sotto debolezze infantili... Ascoltami bene! codeste gaiezze subitanee e codeste inesplicabili tristezze, bisogna abolirle, oggi!... Fratello mio.... lo sento, che tu non hai i miei muscoli di catapulta, per soffocare un nemico fingendo di abbracciarlo! Ad onta di tutti gli sforzi della tua volontà, il tuo corpo è rimasto tenero e fragile come un corpo succoso di fanciulla. I tuoi occhi, fatti pei baci, non sono, come i miei, spauracchi per gli uccellacci di malaugurio; ma bisogna indurirli, questi occhi, e armarli di artigli come i miei!
Egli camminava a lunghi passi sulla terrazza della cittadella, forando violentemente, con un gesto avido, la profondità gialla dell’orizzonte, gonfio di minacce e d’impossibile; e a quando a quando egli si voltava verso il fratello, e stringendone dolcemente il capo fra le larghe mani, lo guardava in fondo agli occhi, con la tenerezza soave di una madre.
Subitamente, gridò:
— Gli eserciti di Brafane-el-Kibir c’imprigionano da ogni parte. Lo so!... Ho indovinato tutto: anche quello che tu non hai osato dirmi.... I cortei senza fine dei loro carriaggi, che vengono da tutti i canti dell’Africa, come torrenti a migliaia verso i fiumi.... E questi fiumi s’ingrossano e si moltiplicano per gonfiare il mare... Che dico, il mare?... È un oceano tenebroso, che noi dobbiamo respingere!... Ma che importa?... Io sputo su di loro tutto il mio disdegno, e li sfido tutti, con tutte le loro cavallerie formidabili e con Gogorrù stessa, la nera dea delle battaglie, che li guida contro di noi!... Essi non potranno resistere alle folgori puntuali della mia volontà. Che ne pensi, Magamal?
— Io ho fede nella tua potenza, fratello!
— Abbi fede, piuttosto, nella tua, e obbedisci soltanto alla tua anima che arde dal desiderio di domare il tuo destino!... Sii il figlio devoto della tua ambizione! È lì, nei tuoi occhi, l’idea unica che sempre fiammeggia quando tutto dorme nella tua anima!... Io la vedo! Si chiama Dominazione!
Allora Mafarka afferrò pei fianchi il fratello, con un gesto facile, e lo alzò, ritto, fra due merli, dicendo:
— Guarda, Magamal.... guarda laggiù, ai confini delle sabbie!... Non vedi delle torri rossigne e fumose?... Sono quelle del regno di Faras-Magalla! E quel regno è tuo!...Io te lo darò, non appena la muraglia degli eserciti nemici sarà sfondata!
Subito, Magamal si svincolò dalle braccia del fratello, con la flessibilità di una serpe, e si mise a correre per la terrazza, ballando e saltando. La sua voce era rotta da un’angoscia inebbriante, e i suoi gesti sbandati sembravano sparpagliarla a tutti i venti del cielo:
— Mafarka! tu vincerai! Ne sono sicuro!... Lo romperemo, lo romperemo, questo cerchio d’ebano e di fuliggine!... Grazie, fratello! Hai promesso!... Ricordati che hai promesso di darmi una corona!
E batteva le mani, e tutto il suo corpo era agitato dalla gioia, come uno scolaro in libertà nell’aperta campagna.
— Ah! respiro! — gridava ancora; — io respiro con una voluttà intensa il vostro alito d’olio puzzolente, o voi, negri miei amatissimi, miei futuri sudditi!... Vi sento già tutti nella mia bocca, e vi mastico con delizia, come tanti bei fichi maturi... Presto v’inghiottirò, e senza sputare la buccia!... Ah! ah!...
Ma il fratello l’interruppe con un gesto grave.
— Questa sera — disse — la battaglia ricomincerà, ancor più terribile che non sia stata stamane. Non dimenticare, se mai la fortuna si volgesse contro di noi, non dimenticare d’irrigidirti contro i brividi della disperazione!... Morditi la lingua e anche le labbra, furiosamente, tre volte.... e bevi il tuo sangue come un liquore squisito.... Poichè abbiamo anche noi una gobba, come i dromedarî, per dissetarci.... Tu l’hai nel petto, e puoi bervi finchè tu voglia!... È questo il segreto del mio buon umore inalterabile, quando la morte mi dà dei gambetti!
Poi Mafarka si oscurò in viso e abbassò la testa. Magamal si accorse che egli masticava parole incomprensibili, gesticolando nervosamente. A tratti, egli si stropicciava i capelli, la fronte e le guancie, con ira, come per l’impazienza di trovare la soluzione difficile di un problema.
Infine, Mafarka si gettò bocconi nella polvere, e risollevandosi subito, d’un balzo, tese le mani e alzò gli occhi verso il Sole, cantando:
— Sole! Cratere di vulcano!... Eccomi davanti a te! Avvicinati... che io mi senta sul petto il tuo largo e torrido bacio!... Versami sul cuore la tua lava!... Inesauribile fonte di coraggio, inondami! Suggello di Dio, chiudi per sempre la pergamena raggrinzita del mio miserabile passato, perchè io squarci il velo del mio futuro!... Da te, da te aspetto l’abbagliante inspirazione. Bisogna, ad ogni costo, che io respinga l’immensa marea nera dei miei nemici, con gli speroni taglienti di queste mura granitiche, perchè la mia città, gonfiando le sue cupole come vele, galleggi ancora nell’azzurro infinito, sotto i suoi superbi minareti rosati e cullati dall’ebbrezza delle vittorie, nel gran grido oltremarino dei muezzin... Che mi domandi in cambio del mio trionfo?... Il mio sangue, il mio nome, e il sangue del mio popolo, e quello di mio fratello?... Che cosa esigi?... Io devo vincere!... Come potrò? Che mi consigli?
A queste parole, il Sole fece impennare la sua cavalla nera dalla criniera incandescente; poi, con un violento strappo alle redini, si avventò, a galoppo, contro un ammasso di nuvole grasse...
Mafarka, colla faccia rivolta al cielo, prese a gridar di gioia, chiamando il fratello:
— Magamal! Magamal!... Alza gli occhi!... Hai visto anche tu il simbolo dei voleri solari?... Hai visto anche tu la cavalla nera impennarsi e balzare sotto il Sole che la sprona?
— Sì, fratello mio... Vedo il Sole che galoppa... Il suo turbante d’oro massiccio si nasconde dietro una cortina di nubi!... Non è per darci un consiglio d’astuzia?
Allora Mafarka proruppe in altissimi urli di gioia, spavaldi e rossi come le ultime frecce che un esercito vittorioso scaglia contro le mura di una città affamata, prima di forzarne le porte.
— Ho capito, ho capito, o Sole!... Tu mi riveli così le intenzioni del nemico, e mi annunci che domani i negri spingeranno tutte le loro cavallerie contro le colline di Gogorrù e sui fianchi disarmati della mia città! Ma io vi sarò prima di loro! La tua faccia luminosa che ora si vela, mi consiglia d’ingannarli con uno stratagemma, affinchè si massacrino fra loro, con le loro proprie armi!... Ti ringrazio, o Dio!
Poi, rivolgendosi al fratello:
— A cavallo!... a cavallo!... gridò. — Vieni con me, Magamal!
E Mafarka balzò in groppa ad Efrit, e ritto sulle staffe, facendosi schermo agli occhi con la mano tesa, esplorò lungamente le sabbie lontane. Infine, spronò crudelmente la bella cavalcatura.
Asfur seguì Efrit, e tutti e due corsero via velocissimi, con balzi di capra, agilità d’anguilla e scaltrezze scimmiesche sugli scoscendimenti del sentiero di ronda, che precipitava in ripida china verso i bastioni.
Dei zig-zag e dei gomiti bruschi li spingevano ad ogni momento su mucchi di calcinacci, su pezzi di muro crollati e su mostruosi grovigli di cadaveri scorticati e fangosi, che friggevano al sole la loro carne violetta, nell’olio ronzante delle mosche accanite.
I due fratelli costeggiavano ora grandi siepi di cactus e di papaveri, simili a furibondi intrecci di lottatori negri chiazzati di sangue. Magamal si sforzava inutilmente di trattenere Asfur, che, agitate le reni da febbri improvvise, mutava continuamente la propria andatura. Il mirabile animale aveva lunghi slanci di leopardo, e a quando a quando strisciamenti agilissimi di falso storpio che fingesse di trascinarsi sui piedi e sulle mani. Ma il caldo soffocante lo irritava sempre più, ed esso si avventava con vera ferocia contro i frequenti mucchi di putredine, per abbeverarsi le nari del loro acre fetore vermiglio.
Giunti ai bastioni, Mafarka e Magamal non ebbero più da temere le insidie del sentiero scosceso. Cavalcavano ora a testa alta, fissi gli occhi, laggiù, sulla distesa della città, che cinta dalle sue mura di granito giallognolo, e dominata dai suoi minareti d’ogni forma si allargava a perdita d’occhio in un labirinto di prati e di parchi fioriti.
Un gran soffio di felicità gonfiava i polmoni a Mafarka, mentre egli andava contando le legioni dei suoi soldati, ancora polverosi e fumanti, dopo la battaglia, ma tutti allineati, alto e diritto il cuore come le loro lance che fiammeggiavano al sole.
Appunto il docile e disciplinato coraggio di quegli uomini gli aveva consentito, il giorno antecedente, di detronizzare suo zio Bubassa, l’imbecille idropico, la cui crudele idiozia aveva reso possibile l’avvicinarsi di tanti nemici terribili....
Il suo sguardo limpido frugava nelle file per cercarvi i generali più anziani, che tutti s’inchinavano al suo cospetto, con dei contorcimenti da bestie ostili e velenose.
— Presto saremo traditi, Magamal!... disse egli sorridendo. — Ecco ancora dei partigiani di mio zio!...
Poi, dopo un silenzio, Mafarka soggiunse:
— Bisognerà che ce ne liberiamo senza indugiare!... Ne do a te l’incarico.
Ad un tratto, un gran grido, d’una tristezza straziante e soave, si levò nell’atmosfera tappezzata di fiamme.... Era una voce di donna, che sembrava sprizzare da una ferita mortale, come una fontana di sangue, inconsolata di essere ignorata e senza speranza.
Efrit e Asfur s’arrestarono ad un tratto, tutti e due, confitti nel suolo i loro otto zoccoli, ed agitando febbrilmente la testa.
— Che hai, Magamal? — gridò Mafarka al fratello, il cui volto aveva il pallore delle muraglie folgorate dal sole. — Avanti! È da questa parte!
E spronò violentemente Efrit, che scattò come una molla, ingolfandosi in un androne tenebroso. Magamal lo seguì, e voltando a destra, indi a sinistra, si slanciarono entrambi a briglia sciolta per un sentiero coperto che attraversava obliquamente lo spessore del bastione. Il sentiero, simile al letto di un torrente, era qua e là immerso nell’ombra, ingombro di calce fumante e solcato da rotaie profonde. Il fragore del galoppo, ripercosso dalle vôlte sonore, s’accaniva tumultuosamente alle spalle dei due cavalieri. Talvolta ai crocicchî delle gallerie, gli echi lontani dei sotterranei sembravano rovesciare su di loro, improvvisamente, grandi massi di granito.
Le zampe dei cavalli diventavano frenetiche, pestando, masticando il suolo pietroso, i cui crepacci sogghignavano diabolicamente.
I due fratelli sboccarono infine in un abisso incandescente, chiuso da muraglioni smisurati. Il Sole parve loro incalcolabilmente alto, ad una grandissima distanza dalla terra.... Eppure, la sua luce massacrante piombava giù a picco, greve e funerea. Il riverbero acciecante delle pietre era tale, che essi si curvavano istintivamente, come sotto una valanga di piombo fuso e di bragia, che dei becchini lanciavano forse a palate, da feritoie alte, invisibili.
La follia già saliva loro al cervello, come un rosso vino in fermentazione. Morire così, sepolti in quella fornace?
No! No!... E lo spavento li afferrava alla gola, quando, per la seconda volta il gran grido soave e triste squarciò il funebre silenzio.
Allora Magamal, cogli occhi fuor dall’orbite, diede un urlo di iena e lanciò il suo cavallo a pancia a terra.
Lo slancio fu tale, che Efrit s’impennò, girò su sè stesso come una trottola, scattò innanzi esso pure, e parve spazzato via dalla sua criniera stessa.
Il sentiero scendeva ripido, come un abisso nel quale i due animali colarono giù, assorbiti dalla corrente vertiginosa di una velocità sempre crescente.
Mafarka e Magamal udivano in lontananza le imprecazioni degli echi sonnolenti rantolare e morire mandando bava, come un torrente sotto le pietre di una frana. Ma mentre essi sbucavano finalmente da un corridoio sinistro nel fulgore scoppiante del Sole, un uragano di grida e di ruggiti li colpì di fronte con tanta violenza, che essi s’arrestarono di botto, rigide sul terreno erboso le zampe dei loro cavalli.
Nell’immenso fossato bianco di calce, abbacinante e sonoro come una cava abbandonata, una foresta di braccia si torceva confusamente sotto le fruste accanite di mille voci discordanti, che le mura titaniche ripercuotevano intorno col ritmo e la monotonia d’una ondata incessante.
Migliaia di marinai s’accalcavano in quel luogo, tutti scarmigliati, briachi, nudo il torso, coperto di fango il viso, e imbrattate le braccia di vino e di sangue.
Molti di essi si erano allineati in colonna e camminavano, uno dietro all’altro, ognuno spingendo con le braccia tese colui che lo precedeva, e tutti, con la faccia rivolta al Sole, battendo in cadenza il suolo coi talloni uniti, in un lungo tremito che scorreva loro dalla testa ai piedi.
E quel gregge fumante s’ingrossava di continuo, girando su sè stesso con una crescente precipitazione di clamori e di gesti. Le bocche semiaperte esalavano gemiti acuti, in una melopea nostalgica, rotta a quando a quando da lugubri ululati, di una malinconia che abbrutiva ed inebbriava nello stesso tempo.
Tre volte Mafarka-el-Bar cercò di vincere la veemenza di quella calca roteante, per distinguerne il centro misterioso. Infine, rizzandosi sulle staffe, egli vide che quello strano ciclone umano girava intorno a uno stagno lastricato di putredini verdi e pieno di centinaia di bagnanti in delirio, dal quale saliva un fetore acre e pestilenziale di canape, d’orina, di grassume e di sudore.
Era un fantastico torchio traboccante di corpi giallognoli ammucchiati a piramidi, che crollavano sudando il loro succo, quali mostruose olive sotto i denti arroventati della pesante ruota solare. Essa andava precipitando il suo atroce movimento e triturava tutte quelle teste umane come enormi semi cricchianti e doloranti. Lo stagno sembrava essersi formato, a poco a poco, con l’olio fetido di quella pasta schiumosa e verdastra.
Il vocìo e il polverone erano tanto intensi, che l’orda non s’accorse affatto della presenza di Mafarka. Questi spronando Efrit per fendere la tumultuosa folla, protendeva il suo torso irritato, e il suo ampio petto ansimava nello sforzo di reprimere una collera veemente.
Egli vedeva realizzarsi tutto ciò che aveva preveduto, con angoscia, durante la battaglia della mattinata.
Gli equipaggi della sua flotta si erano ammutinati! I generali devoti a Bubassa tradivano il nuovo re!...
Per indurre più facilmente alla ribellione i soldati e i marinai, essi li avevano rimpinzati di vettovaglie, ubbriacati di bevande alcooliche, ed ora lasciavano in loro balìa tutte le donne rapite all’esercito nemico!
Sui corpi, appunto, delle giovani negre, stese supine in riva a quello stagno immondo, centinaia di guerrieri ignudi si accanivano in quel momento, con furore epilettico, mentre gli altri aspettavano in fila il loro turno.
Alcuni capitani, barcollanti per l’ubbriachezza, si spingevano l’un l’altro, or qua or là, con movimenti grotteschi e ostinati, sforzandosi d’imporre silenzio e di ristabilire un po’ d’ordine in quel tumulto infernale, ove i loro gesti naufragavano, come ali spezzate di gabbiani. Ma le risse scoppiavano ugualmente, nella calca, con la rapidità insidiosa degl’incendî.
Mentre Efrit, a grandi colpi di petto, si spingeva più innanzi tra quella folla tempestosa, due uomini interamente nudi si afferrarono ferocemente pei fianchi, l’un l’altro, col braccio sinistro, brandendo ognuno con la destra un lungo coltellaccio. Lottarono lungamente per atterrarsi; ma la folla era sì fitta, le facce aderivano talmente l’una all’altra, fra un cozzar di nasi, di pugnali e di sessi coriacei, mentre ognuno respirava l’odio e l’alito del vicino, che la Morte famelica dovette aspettare!... I due lottatori, sudanti, incassati come formaggi, ondeggiavano in mezzo all’enorme tumulto, e, come non riuscivano ad abbassare i loro coltellacci, si mangiarono le labbra a vicenda, golosamente.
Allora Mafarka-el-Bar non potè più contenere la sua ira lungamente repressa, e, gonfiando il petto, emise il suo gran grido di guerra: «Mafarka, o Allah!» con una voce sì tonante che tutte le facce, tutti gli occhi della folla si volsero verso di lui. Così, il Sole, quando spunta sull’orizzonte del mare, attira a sè subitamente gli sguardi di tutte le onde.
Ma i due lottatori non si separavano, e allora il re si rizzò altissimo sulle staffe e menò un gran fendente di scimitarra, tra le due teste, come si spacca un tronco d’albero. Due nasi e due braccia caddero a terra, sanguinolenti. Dai tatuaggi di cui erano coperte, Mafarka riconobbe due dei suoi migliori capitani.
E, frattanto, l’implacabile stupro continuava in fondo a quel fossato maledetto.
Molti soldati si erano seduti in terra, formando un gran cerchio intorno allo stagno. Accoccolati, con le gambe incrociate, essi agitavano alternamente il busto, avanti e indietro, battendo l’una nel cavo dell’altra le loro mani dure come nacchere, per dare un ritmo al movimento cadenzato dei loro compagni in foja.
Costoro avevano stese nella melma tutte le negre, peste e guizzanti, sulle quali puntavano dei membri nerastri, affumicati, contorti come radici.
I ventri lisci e lucenti delle fanciulle, e le piccole mammelle color di caffè abbrustolito si torcevano dal dolore sotto i pugni pesanti dei maschi, i cui dorsi di bronzo s’alzavano e si abbassavano instancabilmente, tra il flicflac danzante delle putredini verdi.
Alcuni cantavano funebri melopee; altri mordevano con furia nelle capigliature delle femmine, poi s’arrestavano, piena la bocca di capelli insanguinati e rimanevano lungamente in ginocchio, fissando i poveri occhi delle loro vittime, stravolti dal dolore, dallo spavento e dalla lussuria.
Le femmine, infatti, sussultavano a quando a quando in un godimento tanto più aspro in quanto era involontario, sotto il contraccolpo di uno spasimo forzato. Le loro gambe agili e nere, dalle caviglie delicate, battevano l’aria con movimenti convulsivi, come tronconi di serpenti, e talora s’annodavano, con schiocchi di frusta, sul dorso del maschio.
La più giovane, di una bellezza elegante, flessibile e delicata, si chiamava Biba. Aveva sottile la vita e i suoi fianchi eran lucidi e inzuccherati, color di vaniglia, così che attiravano a un tempo le narici e le labbra. Tutto il suo corpo, convulso d’isterismo, si torceva, come una stoffa bagnata, sul corpo del maschio che la possedeva, e rispondeva con bruschi soprassalti ai colpi profondi che le assestava il membro di lui....
Biba abbassava ad ogni colpo le palpebre sui lunghi occhi neri, che sembravano galleggiare in un liquore dorato, e ogni volta emetteva grida di gioia dolorosa, tanto acute e strazianti da dominare il frastuono che empiva la cavità sonora. La sua voce rauca e violetta implorava lugubremente la carezza.
— Mahmud, ya Mahmud!... uccidimi!... Oh! tu mi riempi d’un piacere caldo!... Tu colmi di zucchero e di hallahua la bocca della mia gattina!... Ed essa è felice d’essere rimpinzata, così, di dolciumi!... Le sue labbra succhiano ora un grosso pezzo di zucchero ardente, che si fonderà fra poco, ad un tratto!...
Ma le altre, quasi tutte, tacevano, soffocando le loro grida e seguendo con uno sguardo attonito, vacillante e pauroso, l’agitarsi del loro ventre scavato dalla forza del maschio, come l’acqua del mare sotto il colpo del remo.
I loro amanti parlavano loro ugualmente, con precipitazione, irritati da quel tragico mutismo che giudicavano assurdo e offensivo. E acceleravano l’alzarsi e l’abbassarsi delle loro schiene, eccitandosi l’un l’altro con facezie ironiche, con balzi da ginnasti e con risate crepitanti.
Talora, si sollevavano alti al disopra del corpo delle loro vittime e lanciavano assai lontano la parabola d’un gran getto di saliva, per poi ricadere pesantemente, schiacciando le loro labbra nel cavo della vulva, in cui lappavano rumorosamente, come cani, mentre le loro gambe si agitavano nel fango, per inzaccherare, sulla riva, gli spettatori accosciati, la cui ilarità raddoppiava.
Uno di costoro, già colpito dall’haschich tossì rumorosamente; poi arrovesciando il capo per prolungare il crepitìo catarroso della gola, lasciò scoppiare alfine la sua voce legnosa, con sussulti schioccanti che s’abbattevano l’uno sull’altro, come bocce.
Quel giuoco tradizionale fu immediatamente imitato da tutti gli astanti, che sdraiandosi supini, con gli occhi rivolti al cielo e la bocca aperta, fecero crepitare i loro bronchi interminabilmente.
Gli applausi degli spettatori, l’ansare degli attori senza più respiro, lo sbattere delle mascelle e lo sciabordar dei piedi nel fango, si confondevano col rantolare dei petti agonizzanti nella voluttà.
In quel momento, un gigante dinoccolato sollevò il grugno e l’enorme petto color di rame fuor dalla melma in cui la sua femmina era quasi completamente affondata, e domandò a gran voce che lo lasciassero parlare.
Diceva di voler proporre un divertimento straordinario; ma il vocìo era assordante, ed egli esigeva un silenzio assoluto. Per ottenerlo, danzava buffonescamente sulle ginocchia, agitando le smisurate braccia che il peso delle mani enormi sembrava piegare or da una parte or dall’altra, come rami carichi di grossi frutti.
A poco a poco, tutti si chinarono sulla riva dello stagno, per ascoltarlo. Egli era stato soprannominato Zeb-el-Kibir, per il suo membro gigantesco, e la sua inesauribile potenza genitale lo aveva reso celebre.
Finalmente, con una voce di sepolcro umido, quell’uomo parlò:
— Noi dobbiamo imbarcarci tutti sui corpi delle negre, e navigare così.... Fingiamo d’essere sui flutti del mare, e facciamo le regate!... Ognuno salga a bordo della sua amante! Io tengo già sotto la pancia la mia, e vogo magnificamente. Il mio remo è robusto.... Oh! come si fila!... Guardate! Ora la mia barca nera sta per affondare.... Quasi, non si vede più! È perchè è terribilmente veloce!... Ecco: io remo più forte, ed essa affonda sempre più nei flutti.... Sì! Sì! voghiamo tutti! Nessuno saprà sorpassarmi! E si darà un premio a colui che avrà ucciso la sua barca prima di tutti gli altri! Allah! la mia non si muove più! Peggio per lei!... Deve camminare ancora!... Ah! ecco!... Scivola.... Scivola!
E la carneficina diventò spaventevole sulle acque melmose e sulle rive, poichè le immaginazioni di quei marinai in delirio vedevano certo laggiù, all’estremità dello stagno, attraverso la nube ribollente dei loro aliti, il Sole sinistro, nella sua galabieh di calce viva, accoccolato anch’esso sulla poppa beccheggiante di una barca e col piede sulla barra del timone, come un vecchio pilota arabo che comandasse la manovra.
Ma fino a quando doveva egli dirigere quelle regate sanguinose, agitando la sua barba di vapore bianco e corrucciato, per attivare la rabbia di quei rematori sovreccitati?
Mafarka-el-Bar fu solo a proporsi questo problema terribile, e, per risolverlo meglio, piantò tre volte gli sproni nei fianchi di Efrit, che diede un balzo gigantesco e ricadde sulle sue zampe irrigidite, in mezzo alla vasta marea dei dorsi osceni.
A lungo, l’odore rancido e fetido del seme umano e del sangue inebbriarono quel terribile cavallo da guerra, che scalpitava rabbiosamente, a caso, in quell’ammasso di grugni saniosi e di criniere invermigliate. Con la sua andatura danzante, ilare e disinvolta, esso pareva divertirsi allo scricchiolar dei toraci, che miagolavano e gemevano sotto i suoi zoccoli ferrei, come tante benjoh.
Ma ad un energico strappo di redini del suo cavaliere, il bell’animale s’impennò finalmente, piroettò su sè stesso come una vela a un colpo di vento, e s’immobilizzò nella mota criminosa.
Allora rizzandosi alto sulla sella, Mafarka-el-Bar brandì la scimitarra, folgoreggiante e ricurva sul suo capo come un’aureola, e sputacchiò tutt’intorno, su quella puzzolente marea umana, la sua rabbia bavosa, la sua nausea e il suo denso disgusto:
— Cani rognosi! Ròzze pustolose! Cuori di lepre! Orecchie di conigli! Razza di scorpioni!... Fimo di gallina!... Non avete dunque altro che un ulcera fetente, al posto del cervello, sotto le vostre fronti schiacciate, per vomitare così, dalla bocca e dalle fessure putrefatte dei vostri occhi, tanto marciume velenoso?... Delle vulve di donne incatenate!... Ecco! Ecco il nemico che vi piace combattere!... Le avete battute, sventrate, straziate?... Ah! Ah!... Potete davvero esserne orgogliosi!...
Poi egli stese il pugno, ferocemente rattratto, verso un crocchio di vecchi perduti in mezzo all’enorme formicolìo dei soldati ammutinati, e, alzando la voce, soggiunse:
— E siete voi, i direttori di questo nobile spettacolo!... Vi riconosco tutti, illustri generali di Bubassa, più che mai degni di lui!... In verità, non m’aspettavo di meglio, dalle vostre menti più ritorte e più sudicie della coda dei porci!... Eccomi dunque sul campo di battaglia dove avete riportata la vostra vittoria più bella!... Voglio dare un nome memorabile a questo stagno; un nome già coperto di gloria! Lo chiameremo «lo Stagno Bubassa!» Quel gran re vi approverebbe, infatti, se fosse qui!... E si divertirebbe quanto voi e fors'anche di più, al veder delle donne squartate e schiacciate da una foja sanguinaria!...
«La foja dei vostri soldati, si capisce!... Poichè la vostra impotenza non è uguagliata che dalla vostra vigliaccheria!... Siete tutti degni l’uno dell’altro, soldati e generali, poichè del vostro sesso avete fatto la vostra spada preferita, la sola spada che sappiate maneggiare con arte!... Maneggiatela dunque ancora, per generar dei figli di bagasce e dei cani leccatori di vulva, quali voi siete!...
«Ma se non m’inganno, è per pagarvi del vostro tradimento, che i capitani vi hanno largite delle femmine!... Ed è così, che essi vogliono spingervi contro di me!... Il patto è chiaro, e tocca a voi, ora, o soldati, a mantenere le vostre promesse.... Assalitemi, dunque, se ne avete il coraggio!... Uccidetemi, poichè sono quasi solo in mezzo a voi! Avanti! Venite!... Ma badate che non sarà facile atterrarmi! Non sono una negra, io.... e voi tremate tutti, al fracasso della mia voce, come tanti vetri!... Oh! io non le temo le vostre mascelle d’ubbriaconi, screpolate e vinose come i boccali delle taverne!... Quanto alle vostre gambe abbiosciate dalla lussuria, esse potrebbero appena servirvi come stracci per pulir la tolda dei miei vascelli!... Rispondetemi! Assalitemi!... Non osate?... Peggio per voi!... Obbeditemi, dunque, e fuggite!... Io non voglio più sprecar la forza dei miei polmoni!... Bastano i miei sputacchi! Puah! Via!... Via’ di qua! Ritiratevi! Fuggite davanti a me!... Andate, andate a coprirvi di catene le mani e i piedi! Andate a riposar le vostre reni fradicie, schiavi di lupanare!...
A queste ultime parole crivellanti, un frastuono infernale scoppiò nell’immenso fossato sonoro; un muggente flusso e riflusso di schiene e di teste urlanti che si scagliavano contro le muraglie granitiche cercando una uscita, di qua, di là, col tragico scompiglio di un incendio notturno.
Il vapore degli aliti e i turbini della polvere salivano verso il cielo, e sorpassando la cresta dei bastioni, si rosavano di tristezza ineffabile nei raggi obliqui del sole.
Mafarka-el— Bar, alta la testa, brandendo la scimitarra, si slanciò alle calcagna dei fuggiaschi, spingendo a galoppo Efrit, le cui zampe anteriori cadevano e ricadevano incessantemente come martelli sui dorsi arcuati e sui piedi alzati di quel tumulto scorrente. Egli li inseguì da un fossato all’altro, da una galleria all’altra, sotto i voltoni echeggianti della grande strada coperta, le cui profondità ebbero dei borborigmi furiosi e lugubri.
Infine Mafarka moderò l’andatura del suo cavallo, e pure ascoltando affievolirsi in lontananza, sotto la vôlta, quel frastuono di terremoto, si mise a ridere a crepapelle, con Magamal.
Oh! il tumulto dei ribelli non era più pericoloso! Infatti, seguendo la sua china naturale, come le acque di una inondazione, esso scorreva via, fatalmente, per le brecce delle casematte e pei corridoi sotterranei, imprigionandosi tutto, a poco a poco, negl’immensi cortili delle caserme!
Quando l’ultimo dei fuggiaschi ebbe varcata la soglia della porta di Gogorrù, Mafarka alzò la mano e diede un grido altissimo, per chiamare la sentinella che stava immobile, accesa dal sole come una torcia, sulla cima della torre. Subito i due battenti di bronzo si richiusero, e i due cavalieri tornarono indietro, per entrare nei quartieri bassi della città.
Nel galoppare, essi dovevano abbassare spesso la testa, per non dar di cozzo nei balconcini panciuti delle piccole case, tutte abbellite di musciarabie e di arabeschi ridenti.
Ma Efrit e Asfur conoscevano sì bene quell’inestricabile dedalo di viuzze tortuose, che non tardaron molto a superare interminabili file di cammelli, le cui gobbe cariche di sale, di asfalto o d’erbaggi avevano l’ondeggiamento monotono dei rami lunghi sotto la brezza. Le loro teste ruminanti galleggiavano a livello delle finestre, lontano assai dai piccoli cammellieri incappucciati di lana bruna.
Questi non si degnarono memmeno di guardare Mafarka e Magamal, che, subitamente, dovettero rallentare ancora il passo delle loro cavalcature, sotto una vôlta bassissima, dalle penombre fumose ove si agitavano confusamente facce mascherate di croste grigie e mani corrose da scaglie bianche.
Erano mendicanti, quasi tutti lebbrosi e rognosi, che dormivano a corpo a corpo coi cani erranti inchiodati al suolo dalla stanchezza e coperti di mosche come carogne. Ma il terribile fetore che esalava da quelle bestie abbaiava per loro, meglio di loro, e si avventava alla faccia dei passanti.
Quel fetore arrabbiato, granuloso, rauco e caldo ad un tempo, nel quale predominavano l’odore del sudiciume e quello dell’orina, avvolgeva la lussuria vischiosa dei sogni loro, bruciati dal sole e dalla polvere.
— Fratello, disse Mafarka ad un tratto; ho bisogno, questa sera, dei cenci infangati d’un mendicante.... Mi basterà una vecchia galabieh mal rattoppata.... Io stesso, poi, completerò il travestimento.
— Mafarka, rispose Magamal, avrai questa sera ciò che desideri.
Ma tacquero entrambi, ai grandi balzi di groppa di Efrit e di Asfur, che li portavano velocemente su per sentieri serpeggianti in salita, verso la spianata dei forti.
Come essi s’avanzavano lungo la linea dei merli, la città di Tell-el-Kibir si spiegò immensamente sotto ai loro occhi, con le sue migliaia di minareti naviganti nell’azzurro.
Oltre i bastioni, il Sole liberò la sua testa rossa dall’orribile sudario di nubi sanguinolente che l’avvolgeva, e s’inabissò ad occidente.
Il mare, allora, sospirò con sollievo, voluttuosamente, sotto il suo gran ventaglio di raggi gialli, mentre si rovesciava nell’atmosfera sferzata d’oro una massa enorme e tenebrosa di lunghi capelli arruffati: i capelli stridenti e crepitanti, i capelli strangolatori e lascivi della notte africana.
Mafarka fece un gesto per allontanarli dai suoi occhi, e disse:
— Magamal, non è questa notte, che tu devi raggiungere sotto il suo tetto la divina Uarabelli-Ciarciar, della quale non ti sei ancora degnato d’aprire l’alcova nuziale?
— Oh! la felicità potrà aspettarmi, sulle sue labbra, fino a domani.... Io non voglio che si combatta senza di me, sulle mura, e preferisco vegliare, questa notte, sdraiato supino in cima alla torre di Gogorrù, quel terribile vespaio di stelle che pungerebbero di ambizione persino i morti!
— Fratello, io ti lodo perchè parli così, la sera di una battaglia vittoriosa.... Vedo che sai, al pari di me, tenere alla catena il tuo sesso possente come un mastino che si sguinzaglia soltanto nelle sere di temporale, per difendere dai ladri la porta della sposa!
E gli occhi grifagni di Mafarka contemplavano con desiderio le cupole verdi delle moschee, che luccicavano di riflessi cangianti, nelle loro illusorie piroette, quali dervisci aggiratori, vestiti di vento sotto l’alto cappello aguzzo che canta.
Ad un tratto, un minareto celeste balzò prodigiosamente al disopra delle loro teste, come un ginnasta ambizioso, scoccando lontanissimo nel bianco cielo del crepuscolo, il grido violetto del muezzin.