Mafarka il futurista/10. I fabbri di Milmillah
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Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
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10.
I fabbri di Milmillah.
Il Sole si abbandonava al mare come un nuotatore, quando Habibi e Luba giunsero ai banani degl’Ipogei. Erano due fellahine misteriose, fragili e piccole, chiare tutte e due, d’un color di legno tagliato e lucidato dal sole. Erano avvolte in stoffe cupe e morbide. Del loro viso, non si vedevano che gli occhi neri, cerchiati di kohl, che lucevano sotto la frangia delle ciglia e sotto l’arco lascivo del braccio ignudo, abbronzato, che teneva fermo sulla testa un cestello ricolmo di frutti. I loro capelli neri, a trecce e a cernecchi in forma di bei fichi maturi, esageravano la loro grazia agreste. Esse ansavano, e la fretta disordinava graziosamente la loro andatura altera e cadenzata. S’insinuarono silenziosamente sotto la vôlta buia, per nascondersi dietro ai pilastri.
Inquiete, esplorarono collo sguardo la spiaggia, laggiù, dove una grande gabbia di ferro si ergeva, su innumerevoli palafitte, circondata dal flusso e riflusso degli uomini ignudi che si piegavano in cadenza lungo l’armatura nera, sotto l’ampio roteare dei martelli branditi.
— Egli è ancora là... Lo vedi, Habibi?... Mafarka è quell’uomo ritto sulla rupe, con quella grande frusta che turbina come uno stormo d’uccelli notturni!
— Vorrei che Guna e Gamela non ci avessero viste!...
— Oh! le abbiamo precedute di molto... e annotterà prima che siano giunte fin qui.
— Oh! Habibi! Dimmi... Verrà, Mafarka?
— Sì! Sì!... Fra poco!... Abbracciami!... Io sono felice come te, se Mafarka ci ama tutte e due. E non soffro affatto, quando egli ti accarezza...
— Ci preferisce alle altre!... Oh! ne sono sicura!... Accetta tutti i nostri doni... Quelli che gli ho portato oggi, sono deliziosi!
— Che cosa gli hai portato?
— Dei banani, dei pasticcini profumati di rosa, e delle conserve di datteri.
— Io, ho del vino di Siria, delle mandorle e dei pistacchi pestati... Tutte cose buonissime! Assaggia!...
— Sì, buonissime... Ma egli non ha mai tempo di assaporare quel che mangia. Si caccia ogni cosa in bocca, come veleno, rapidamente, per sbrigarsene.
— Hai guardati i suoi occhi? Quando ci bacia, nude, pare un lupo che stia sbranando un agnello!... Ieri sera rimasi sola accanto a lui, mentre lavorava laggiù... Ero nascosta dietro a una rupe... Ad un tratto, egli mi vide, e lasciando la sua ascia, si gettò sopra di me!... Io mi lasciai prendere... Mi schiacciò di piacere... Poi, alzandosi di scatto, scavalcò il mio corpo ignudo e si rimise al lavoro senza guardarmi più!... Ma è bello lo stesso, esser posseduta da lui; ed io passerei la vita ad amarlo così, venendo ogni sera a coricarmigli ai piedi... Soltanto, son triste quando egli prende le altre donne...
Habibi e Luba si erano accoccolate nella penombra, appiè dei pilastri, e sollevavano con cura i veli rosei che coprivano i loro cestelli colmi di frutta e di dolciumi disposti con arte.
In quel momento, uno sciacquìo di voci fresche annunciò loro le compagne. Erano sei donne arabe, vestite di sete turchine... Alcune portavano un marmocchio a cavalcioni su una spalla, altre facevano oscillare con destrezza le giarre alte sulle loro teste cesellate. Altre s’avanzavano con un paniere sull’anca e con un dolce trasalire dei seni sotto la veste. Le loro reni s’inarcavano in modo che il movimento aggraziato del capo scendeva giù mollemente e si perdeva nell’ondulazione delle natiche bellamente rotonde.
Le belle voci intrecciate saltellarono come uccelli sui rami e rimbalzarono fino alle profondità degl’Ipogei, cercando in lontananza echi ignoti e sonnecchianti, che gemettero, come in sogno, i nomi melodiosi delle fellahine: Guna, Gamela, Galgalai, Dellaloa, Laballa...
Esse si rannicchiarono nell’ombra dei pilastri. Parlavano piano, ora, per lasciar salire il vasto rombo del mare, che sparpagliava le sue onde sulla spiaggia con un gesto ampio e circolare, come un seminatore stanco.
Talvolta, l’onda apriva la sua schiuma come un ventaglio di gemme che ritraeva poi, richiuso e timido, per ricominciare senza posa questo giuoco di languido amore e di noia, davanti al Sole seduto laggiù, sulle rupi, coi gomiti puntati sulle ginocchia e il mento fra le mani, come un nuotatore che abbia appena attraversato il mare.
Il susurrìo armonioso delle donne si fondeva col fruscìo dei flutti, formando un lamento soffocato, mentre, lontano, scoppiava l’ebbro canto degli uomini attaccati agli argani... Le grida dei lavoratori crollavano pesantemente come macigni ostili, piombando giù insieme coi martelli, e si risollevavano fino al cielo, involandosi come fiocchi di schiuma... Quando tacquero, Habibi riprese sottovoce:
— Oh! cara!... Quanto desidero i suoi baci, questa sera!... E tu?... Ma egli forse preferirà a noi una di quelle scioccherelle che non l’amano!... Io, mi sento bruciare le mammelle... Tocca: come sono dure!...
— Sì... E le mie?... Guarda: qui, qui, sotto la camicia... Vedi? Baciami, Luba, perchè ho paura di udire il rumore del suo passo rude! Oh! se sapessi che paura ho di lui!... Si dice, nel villaggio, che è un demonio, un buon demonio, e che bisogna obbedirgli!...
— A me, hanno detto che egli è un re onnipotente che governa su tutta l’Africa!... A quanto pare, egli vuol costruire delle ali immense di ferro e di scorza di palma per involarsi in cielo e per dar battaglia ai suoi nemici che si nascondono fra le nuvole!...
— Tutti gli obbediscono, non si sa come... Basta una sua parola, perchè tutti si precipitino ai suoi piedi!... E ci sono dei vecchi decrepiti che lavorano come giovanotti... Ne son già morti più di cento, per la stanchezza.
― Ma perchè mai deve affrettarsi tanto?...
— Oh, davvero non lo capisco, e tutto ciò che egli dice è misterioso!... Sembra che egli calpesti dei cadaveri, quando cammina e la sua voce fa rimbombare le vôlte delle case!
Ma esse tacquero, come per incanto, subitamente sorprese dal silenzio delle loro compagne. E, immote, col cuore palpitante, aspettarono angosciate.
Sorse allora Mafarka, nero sul tuffo fiammeggiante del Sole e sul rimbalzare delle nuvole in pennacchi d’acqua rosea.
La sua statura appariva enorme, nella cornice degli altissimi pilastri.
Egli guardò verso il fondo degl’Ipogei; poi, volgendo le spalle alle donne, fissò lungamente la grande gabbia che imprigionava le ali di suo figlio e la tenebrosa marea degli operai che le formicolavano intorno, come polipi sulla carcassa di una balena.
Quando egli ebbe viste le due fanciulle, gridò loro:
— Che fate, qui?... Andate via!... Non vi ho forse detto cento volte che non dovete stare sotto queste arcate sacrosante?... Uscite! Lassù, il voltone scricchiola e si screpola, da quando feci toglier via le travi che lo sostenevano!... Andate! Volete che io vi schiaffeggi a sangue, scioccherelle?
Habibi non si mosse, e senza timore, gli rispose con una voce di flauto timida e lamentevole:
— Padrone, noi siamo dovunque tu possa desiderare le nostre bevande, i nostri dolci e le nostre labbra!... Ti avevamo preparato, qui, una buona merenda...
Mafarka, con un gesto violento, allontanò le altre donne:
— Via tutte! esclamò.
Poi, volgendosi verso Habibi:
— Vieni qui, tu... insieme con la tua compagna! Come ti chiami?
— Habibi.
— Ed io, Luba.
— Che cosa mi avete portato, piccine?
— Oh! ecco... ecco, grande Mafarka! Ecco... Puoi scegliere...
— Sono buoni... sono buoni, i banani!...
E si sedette, con le gambe incrociate, fra Habibi e Luba.
— Ho fame, ho fame... e sete, anche!... Ho la gola piena di sabbia amara! Ma il mio cuore è contento, perchè mio figlio... il mio figliuolo possente e immortale è ormai nato!... Si chiama Gazurmah... Questa sera gli abbiamo messe le sue belle ali color di sole, e domani... domani... Su! Presto!... Dammi da mangiare, Habibi!... Ah! se sapeste!... Il mio cuore balza, salta e fa capriole dalla gioia come un fanciullo, come migliaia di fanciulli, liberi per la campagna!... Perchè è bello, mio figlio! Bello in tutte le sue membra, che sono terribili per la forza loro e stupefacenti per la loro perfezione... Oh! sono felice, felice, questa sera, di aver compiuta l’opera mia!... E bisogna, bisogna che mi ricompensi coi vostri dolci!... Datemi tutte queste cose buone!...
Le due fanciulle ridevano, abbandonandosi alla deriva nella fresca onda della sua gaiezza. Lo allacciavano ai fianchi e gli mettevano tra le labbra le frutta, i fiori e i dolci.
— Bevi, disse Habibi; bevi, amore mio!...
Ella chinava su Mafarka un’anfora piena di vino di Siria, che vuotava a riprese fra le sue labbra possenti, sollevando sempre più il gomito ignudo, rosato dalla sera.
— Ah! che freschezza, e che giardino di rose mi hai messo nella gola!... È, veramente, dolce come... No! meno dolce delle tue labbra, mia piccola Habibi, e delle tue, Luba!... Non siete gelose?... Benissimo!... Così bisogna essere!... Affatto gelose!... E mi amate tutte e due?... Sì?... Ebbene: bisogna che vi dividiate le mie carezze?... Soltanto, mi stancherò troppo... Oh! via!... Sono giovane, abbastanza giovane per potervi soddisfare tutte e due, questa sera!... Poichè voglio godere, godere a sazietà!... Domani, non esisterò più!...
Il suo volto si ottenebrò... Egli si sentiva balzare e ruggire il cuore nel petto, come una tigre dagli artigli tesi!... E ognuno di quegli artigli gli apriva nella carne solchi profumati, come fanno gli aratri nella terra eccitata dalla primavera.
La vita passata ritornava verso di lui, spingendo innanzi tutte le sue gioie, nitide e precise. Ella sembrava dire, come una madre abbandonata al suo sposo: «Vedi i figliuoli che ti ho dati?... Non sono belli?... Perchè mi abbandoni?... Te ne darò degli altri, ancor più belli e più forti di questi!»
Tutta l’acre dolcezza della gioventù scomparsa gli saliva su per la gola, come dai cortili delle scuole salgono le grida allegre dei fanciulli verso i vecchi maestri affacciati al parapetto delle terrazze da cui si vedono fuggire sul mare i bastimenti...
Poi, ad un tratto, gli occhi gli si empirono di lagrime che traboccarono sulle sue guancie come un liquore delizioso.
— Oh tu, Magamal!... Magamal, fratello mio adorato!... Tu sei là, ancora, raggomitolato nella tua pelle d’ippopotamo... E i tuoi occhi son chiusi, e il tuo sorriso s’è spento!... Mai più, mai più, udrò la tua voce, che tappezzava l’aria di gelsomini!... Habibi! Luba!... Bambinette felici!... Perchè siete diventate così tristi?... Bisogna ridere, ridere sempre, intorno a me!... Mostrami, tu, le tue mammelle, dure e diritte come se volessero dire a tutti delle insolenze!... Ridono, ridono, le tue mammelle, e ardono!... E le sento parlarmi, quando succhio la loro punta rosea!... E tu, anche, slacciati la veste, Luba... Mostrami il tuo bel ventre!... No! Aspetta!... Voglio alzarti io stesso la gonna! Lasciami fare!... Mi piace insinuar la mano fra le tue cosce calde e liscie... Oh! il tuo ventre, sotto la mia mano aperta... com’è piccolo, com’è infantile... È timido e fedele come una giovane domestica, come un bel pane caldo, come il sole sotto la mano di Dio!... E la tua piccola vulva?... Oh! si nasconde, la piccina, come un bestiola che voglia e non voglia!... Come i granchi, quando l’onda si ritira... e poi subito, vlan!, nell’acqua... o pfutt!, in un buco!... Ma ti voglio, ti voglio!.. E t’acchiapperò, piccola vulva!..
Egli rideva, rideva tra le lagrime, afferrando Habibi pei fianchi... Piombò su di lei e la schiacciò contro la roccia a gran colpi di reni... La sua testa, al disopra della spalla della fanciulla, affondava tra le frutta ruzzolate fuori dal cesto. E intanto Luba gli lambiva la schiena dall’alto in basso, con una grazia sapiente e minuziosa...
Habibi, stesa sotto Mafarka, sorrideva di tanto in tanto per fargli piacere, poi ridiventava seria, col volto strappato via dalle raffiche dello spasimo, lavato dalla voluttà cocente e rude. E la sua bocca ansimò sotto il duro ammucchiarsi del piacere succoso, che iniettava per tutte le sue membra un getto di calda beatitudine.
Finalmente Mafarka si risollevò con un banano in bocca, ridendo dagli occhi e dalle labbra umide.
— Ora a te, Luba! disse, afferrando per le braccia la compagna di Habibi.
E ruzzolarono a terra, l’uno sull’altra.
Mafarka s’inabissò di nuovo nel piacere, fra le contorsioni di una foia frenetica, e ad un tratto la sua testa, falciata dalla brutalità dello spasimo, si abbattè sulla spalla della donna.
Ma egli troncò, di scatto, i propri nervi, e levandosi ritto gridò:
— Basta!... Andate!... Via di qui!... Sono stufo!... No! No, piccina!.. Ecco che tu piangi!... Perchè sei tanto triste, ora?... Mi ami?... Oh! perchè amarmi così?... È una pazzia!... Non lo sapevi, di non poter darmi la gioia?... E d’altronde che ne farei, della gioia, se mi resta sempre qui, nel cuore, il suo volto... il volto del fratello mio adorato?... Io non posso dimenticarlo!... Vedo di continuo il suo sorriso azzurro, e poi, bruscamente, il suo corpo raggomitolato, più orribile del cadavere d’una scimmia!... Oh! no! no!... È atroce!... Andatevene!... Il vostro desiderio si sforza, come un fanciullo, di scuotere il tronco della mia anima, per farne cadere i frutti... Ma io non ho frutti da darvi!... Andatevene! Oppure, no... rimanete, piuttosto... rimanete qui, tranquille, che io vi racconti una storia...
«Conobbi, un tempo, un costruttore di navi che spese tutta la vita a fabbricare un vascello enorme e magnifico. E ogni sera, delle donne venivano ad offrirgli le loro labbra, per consolare la sua solitudine... Ma egli invecchiava a poco a poco, e il suo vascello non era ancora vicino ad esser finito. L’angoscia di morire prima di aver compiuta l’opera sua tormentava continuamente il costruttore. In una notte di tepido chiaro di luna, dopo essersi abbandonato a malinconiche voluttà, egli fu bruscamente destato da uno strappo alla sua lunga barba bianca, che sentì presa sotto le natiche della sua ultima amante... Volle svincolarsi, ma la donna sembrava uccisa dal sonno... Esasperato alfine dal disgusto della propria viltà, il costruttore si rizzò, con uno scatto subitaneo, lacerandosi le guancie e lasciando la barba, strappata, sotto il culo della femmina. Gli grondò di sangue il mento; ma specchiandosi in un’acqua madreperlacea sotto la luna, egli gridò dallo stupore al vedersi ringiovanito di trent’anni, ebbro di primavera e di forza. Il suo corpo era rifiorito. Uno sguardo solo gli bastò per terminare il vascello...
«Ma perchè vi dico queste cose assurde?... Andate! Andate!.... Non ho più voglia di mangiare, nè di bere!... Basta!... Voglio morire!...
Si volse, e si vide solo.
— Morire?... Domani! Domani!... Sì, domani morirò!...
E si stropicciò il viso, per scacciarne i moscerini della fantasticheria.
Continuava, nel crepuscolo, l’incessante martellare degli operai, tra le nuvole rosee e diafane che sfogliavano sul mare aromi acuti e frescura violetta. Sotto le bende color d’ocra del Sole al tramonto, le scogliere alte s’annerivano, componendosi nel sonno come mummie colossali...
Ad un tratto, un gran tumulto di voci spezzate e fumose fece vibrare le loro lugubri facciate... Era laggiù, intorno alle grandi ali di Gazurmah. Che cosa era accaduto?... Ma il mare aveva impoverito il cielo e la terra di tutte le loro luci, per irradiarne le sue amache versicolori, lungo la spiaggia, già fosca.
E Mafarka non riusciva a distinguere altro che un gesticolìo violento e circolare, intorno alla grande gabbia. Gli parve di vedere migliaia di scimmie che si sforzassero d’arrampicarsi sui grovigli di una foresta di liane, o molti prigionieri aggrappati per disperazione alle finestre di una prigione. Egli pensò con sgomento a un giuoco imprevisto della marea, che avesse invasi gli scogli del bacino, sollevando e strappando le palafitte...
No! No! Ora si trattava di ben altro... di qualcosa di peggio!... Avanzandosi tra raffiche di grida strazianti, egli constatò che una terribile rissa era scoppiata fra gli operai costruttori.
Piombato in mezzo al ribollir della mischia, si sentì sollevato, piroettò alla mercè dei pugni tesi, sotto il volo sibilante delle asce, che falciavano uomini come spiche. Il vento dell’ira travolgeva, intorno a lui, uomini dalle forme erculee, che si piegavano in due sotto i lampi delle lame...
La Morte s’aggirava in mezzo a quella fantastica orgia dalle mille coppe traboccanti di sangue. La Morte passava, agile, col suo elastico incedere di coppiere negro, agitando la sua testa d’ebano da cui sprizzavano bianche risate e la sua capigliatura crespa, impennacchiata di fuochi fatui come un cimitero notturno.
Essa versava in giro il nero olio dell’odio, in tutti gli occhi, per riaccenderli; e in tutte le bocche, come nei vasi d’un convito versava a fiotti il rauco vino della vendetta.
Mafarka afferrò la sua frusta, se la fece roteare violentemente intorno al capo, e sferzò forte sulla folla tumultuosa, come sulla groppa di una rozza recalcitrante. La folla sferrò allora tutte le sue grida, come zampate al cielo, e ripiombò giù, mordendo le palafitte.
— Finitela! Canaglia! Bruti!... Vi pare forse divertente l’offrirmi lo spettacolo della vostra immonda carneficina?... È così, dunque, che mi ringraziate di avervi ammessi alla grande opera sublime?... E volete dunque tingere col vostro sangue le divine ali di mio figlio?... Puah!... Io non voglio!... Tacete!... Lo so, lo so, quale odio vi divide in due campi!... Voi, fabbri di Milmillah, lavoratori dalle braccia possenti come leve, dal petto taurino, dalle gambe simili a colonne, siete afflitti perchè avete finito il vostro lavoro, e mi serbate rancore perchè ricorsi anche ai tessitori di Lagahourso, che disprezzate con tutta la forza dei vostri muscoli e con tutta la debolezza della vostra intelligenza... Ciò che avete fatto, nessuno avrebbe potuto farlo meglio di voi!... Lo so, e vi ringrazio di aver fucinate le sbarre della gabbia in cui dorme mio figlio... Quella gabbia è opera vostra! E la gloria illuminerà per sempre i mantici tonanti dei vostri petti!
Un rumoroso ansimar di gioia tagliò la parola a Mafarka, che si aggirava con l’agilità di una tigre tra il vocìo dei fabbri ammutinati:
— Gloria a Mafarka! Noi ti baciamo le ginocchia e ti formiamo sotto ai piedi il tappeto del tuo sonno e della tua sicurezza!... Ma, Mafarka... Mafarka!... Liberaci da quegli intrusi!
— No! No! gridò Mafarka. Non sono intrusi! E voi dovete riconoscerli come vostri fratelli!...
— Ma non ci assomigliano affatto, coi loro corpi di donnicciuole spregevoli!... Permettici di scacciarli di qui!
— No! No! gridò ancora Mafarka, più forte. — Io lodo il metodico lavoro della loro intelligenza, che scarnì i loro muscoli e assottigliò le loro dita prive di forza! Essi sanno, meglio di voi, intrecciare le fibre del palmizio, cucir la tela e fissarla sulle lunghe stecche flessibili delle ampie ali... Le budella di gatto che regolano il volo furono preparate da loro!... Essi hanno l’ingegnosità sottile che manca a voi!... Andate! Calmatevi! E bevete tutti insieme, in baldoria! E poi dormite... Per domani all’alba, vi invito al grande spettacolo della partenza!...
Tutti i fabbri s’ammansarono come belve domate, poi accesero lentamente i loro rossi fuochi tra le ombre immensificate delle rocce. Alcuni si sdraiavano già lungo le palafitte della gabbia immensa. Altri s’agitavano ancora, pieni di rancore, tendendo i pugni verso i tessitori di Lagahourso, che si erano radunati a sinistra, in preghiere intorno ai loro morti.
Il borbottìo delle voci loro si fondeva coi lamenti stanchi del mare, che piangeva e gorgogliava in tutte le vene e in tutti i pori degli scogli, come in un corpo umano.
A quando a quando, scoppiava una sghignazzata formidabile. Erano i fabbri, che schernivano e insultavano con facezie puerili i tessitori gracili e tremanti. Costoro, accoccolati l’uno accanto all’altro, mormoreggiavano sotto le risate brutali dei loro nemici, rabbrividendo al sentir passare l’alito gelido della Morte.