Mafarka il futurista/11. I velieri crocifissi
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Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
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11.
I velieri crocifissi.
Mafarka ritornò lentamente verso gl’Ipogei; ma l’anima gli sfuggiva di tra le costole come una sabbia fine, e la volontà gli si era involata in alto, in alto, fra le nuvole, come una rondine.
Il mare, al largo, risplendeva da tutte le sue lastre liscie, come il sacrato d’un tempio, e i velieri l’attraversavano, qua e là, inclinando i loro mantelli di tele screziate, che si riflettevano su quel lastricato lustreggiante.
Mafarka si sentiva intorno e sul capo la penombra sacra di una moschea dalle vôlte incommensurabli, che da ogni sua vetrata, formata da una nuvola luminosa, mandasse uno sfolgorìo di gioielli.
I fumi violetti dei lontani villaggi salivano come piloni rizzati a sostenere la cupola del cielo, che andava stellandosi.... Ma distanze sì grandi li separavano, che la volta dello zenit sembrava reggersi per prodigio.
Ad un tratto, dall’orizzonte socchiuso, un bel gesto del Sole al tramonto sparpagliò tappeti d’un rosso cupo, ricamati d’uccelli mostruosi e di fogliami frementi, che coprirono tutto il pavimento del mare.
Le ornate vôlte del cielo si coloravano solo di azzurri cupi o di ori. Sul nero tempestoso dell’occidente, si stendeva una fiorita di rosoni d’oro, e vasti merletti, pure d’oro, orlavano l’orizzonte.
Dall’alto, i raggi delle stelle scendevano come migliaia di catenelle dorate e tintinnanti, che cullavano a fior d’acqua i loro tremuli riflessi, come altrettante lampadine velate....
Qua e là, case bianche pregavano, quali in piedi, quali inginocchiate o stese bocconi, a piccoli crocchî, in vesti azzurre e con turbanti chiari, sparse alla rinfusa sul rosso cupo dei tappeti del mare e un po’ sperdute in mezzo a quella solitudine sontuosa.
Mafarka camminava a passi lenti e religiosi, col cuore staccato e galleggiante in balìa dell’ondata di preghiere che invadeva la calma moschea della sera.
Ad un tratto, egli sentì dietro di sè un passo furtivo, d’un’agilità di leopardo tra le foglie, che lo seguiva sollevando un odore, verde e lacerato, di menta selvatica.
Si volse. No! no! Non era il vento, nè un animale nottivago! Un’ombra nera gli era accanto, una forma umana che respirava, una donna il cui viso emergeva, solo, dalla notte: un viso madreperlaceo, come abbagliato, lavato dal ricordo di un chiaro di luna goduto nell’infanzia lontana... Una capigliatura nera e appassionata le si ribellava sulla nuca e le ondeggiava felice giù per la schiena snella e nervosa.
Ella aprì i suoi grandi occhi lucenti, di seta violetta, e sparse intorno a sè la calda tenerezza del suo sguardo puerile. Le sue labbre semichiuse sospiravano nostalgicamente:
— Mafarka! Mafarka!
E subito avvenne qualche cosa di soprannaturale. Ascoltandola, l’anima di Mafarka smarrì la nozione del silenzio, divenuto ad un tratto inconcepibile. Il mondo, i secoli, la luce, tutto.... tutto cominciava con quella voce che lo palpeggiava amorosamente, come le mani di un’amante accarezzano la forza del maschio. Ella protendeva un poco il corpo, il cui contorno rimaneva quasi invisibile nella penombra invadente.... Un fumo appena, una flessuosità che obbediva ad invisibili brezze! Ma le sue piccole mani nude suggerivano tutta la nudità ardente della sua carne. Mafarka sentiva già su di sè, in sè, quel corpo attraente; e quei piedi bianchi, scomparsi sotto la veste cupa, erano tanto vaporosi, tanto dolci allo sguardo, che egli avrebbe voluto averli sul proprio viso, sulla propria bocca, per esserne imbavagliato.
Sotto il serico mantello di quello sguardo, Mafarka si sentì, per un momento, già preso, già imprigionato per sempre... Non desiderava più nulla al mondo, poichè gli pareva d’aver fra le mani, come un tesoro, la gioia, la gioia delle gioie.... E si lasciava sollevare, in alto, in alto, dal sottile profumo di quella donna, come, un tempo, dalle braccia di sua madre.
E infatti si vide piccolo, non più grande di un frutto, entro la bocca di quella donna, tra i suoi denti, che ella mostrò ad un tratto, come si estrae un pugnale dalla guaina. E fu come se ella avesse mostrato uno dei cantucci più segreti e più ghiotti del suo corpo....
Mafarka fu attanagliato alla gola dalla tortura di una sete insopportabile, davanti alla dolcezza fresca e melata di quelle labbra che si schiudevano su un po’ di voluttà bianca. Il succo dei frutti del paradiso... o anche l’interno di una ferita che ella avesse scoperta allo sguardo di sua madre, lamentevolmente, per farsela curare....
Ed egli fu côlto da un torbido desiderio di piangere.
— Donde vieni, divina angoscia.... rosa strappata ai giardini del cielo dalla tormenta del mio cuore?
— Vengo dalle profondità azzurre della tua adolescenza, e nei miei occhi biancheggiano i tuoi sentieri smarriti di scolaro in letizia!... Io mi chiamo Colubbi!... Tu mi hai molto amata, le sere delle tue giornate nefaste!
— Non so che fare di te, poichè questa è la sera di un bel giorno di trionfo!...
— Vengo a profumare le tue labbra pel bacio che ti aspetta!...
— Conosci dunque il mio segreto?... E vuoi prepararmi alla morte!... Ah! ah! le tue nari hanno già fiutata la divina decomposizione del mio corpo?...
D’un balzo, Mafarka le fu sopra, e se la prese tra le braccia sì violentemente che le pesanti trecce di lei si snodarono, fluendo. Ella non vi badò, si lasciò fare, flettendosi alle violenze per aderire al corpo di Mafarka con una pressione lenta e deliziosa di tutte le proprie membra, che parevano liquefarsi pur restando compatte e forti.
E intanto egli se la sentiva nascere, zampillare e palpitare tra le braccia e nelle viscere, come un getto d’acqua.
Il ventre aggraziato di quella donna aveva come un inafferrabile slancio voluttuoso verso il cielo.... E pareva che le sue giovani mammelle stessero per spiccare il volo....
Mafarka era già ebbro di nostalgia.
— Ah! no!... Allontànati!... Vattene! gridò respingendola. Che hai? Che hai, in te, perchè io mi senta scuotere, così, e contorcere tutto, fin nelle mie radici?
Ella stava in piedi e china davanti a lui: il suo corpo ritmava, con un movimento impercettibile, il volo de’ suoi sguardi, a volta a volta spiritosi e leggeri, o velati di tristezza. I suoi occhi avevano in certi momenti delle finte, come di scimitarra, per difendere l’invisibile splendore della sua carne vibrante sotto le pieghe inquiete di una veste violacea. Vaporosi ondeggiamenti animavano le curve saporose delle sue ànche, come le correnti invisibili e i riflessi celesti vivificano la superficie del mare.
Tutta la nudità ardente e fatale di Colubbi gridava impetuosamente sotto la veste casta e severa, e la sua sensualità era tanto più ossessionante, che i gesti di lei sembravano volerla far dimenticare.
Le sue mammelle s’irritavano e pregavano, offrendosi e opponendosi al desiderio, a volta a volta, senza muoversi, con impercettibili mutamenti di espressione, come il suo viso di calda madreperla, come i suoi occhi in cui passavano alternamente il languido tepore delle piogge primaverili, la lama di un’idea crudele, le evanescenze degli abissi e dei cieli lontani.
Ella sorrideva di un sorriso vago, che s’apriva a poco a poco, come un ventaglio, iridato dal riflesso del Sole agonizzante.
E Mafarka sentiva salire a sè un’ondata di profumi soavi e di sapori zuccherini che la brezza commossa e gemente versava su di lui, con gesti a un tempo teneri e violenti, ma instancabili, incessanti, ripetuti, dolcissimi, troppo dolci, sì dolci che egli gridò dal dolore:
— Ah! no!... Vieni! Vattene!... Avvicinati!... Di più.... Di più!... Tra le mie braccia!... Il vento del desiderio mi scuote l’anima come la porta di una casa abbandonata!... Ho freddo!... Vienmi sul petto!... Oh! il tuo corpo ha modi tanto graziosi di farsi il nido nel mio cuore, come in un letto!... No! No!... Allontana la tua bocca!... Allontànala! Sorridi, sorridi soltanto, con lentezza, così, come si solleva il velo di una lampada!...
«Voglio sapere perchè.... perchè mai entri a un tempo da tutte le porte dell’anima mia, come un esercito vittorioso in una città conquistata!... Perchè la tua voluttà si getta su di me come una calca di affamati su un tozzo di pane?... Perchè ti slanci entro la mia anima come un fiume dalle mille braccia — torrenti, ruscelli e canali — insinuandoti fra tutti gli alberi della foresta del mio spirito, che ti bevono, ti bevono senza fine, con la sete di mille vulcani, con la sete di mille deserti?...
«Oh! dimmi il tuo segreto!... Non li voglio, i tuoi baci!... No! No!... Non voglio ancora morire!... È domani, è domani... che dovrò morire!...
Ella si offriva nostalgicamente, con sussulti di gioia, così come una barca si abbandona al mare che la prende, l’accarezza, l’abbraccia e la porta via, nell’azzurro, verso la cangiante freschezza degli orizzonti.
Mafarka s’inginocchiò nella sabbia, mentre le sue mani erravano su pei fianchi della donna, che lo trascinava languidamente a terra.
Colubbi si piegava ora fra le braccia possenti dell’eroe, e il suo bianco volto si posava sul movimento del braccio con cui ella cingeva il collo di lui. Ella sembrava assopita in un soave rapimento; eppure cercava di attirare con un dolce sforzo furtivo quella bocca sensuale e adorata verso il fiore delle sue poppe, il cui aroma di acacia si pepava dell’odor di garofano esalante forse dalle ascelle.
Ma Mafarka evitò quell’insidia inebbriante, e sollevandosi sul gomito, prese a guardar la donna amorosamente negli occhi.
— Oh! Sotto il tuo bel corpo, il mio cuore piega come un divano!... Come dev’esser dolce penetrare nella freschezza della tua carne!... Tutte le stelle del cielo si sono inabissate nei tuoi grandi occhi!... E la loro gioia è immensa, di certo, poichè tutte gridano inebbriate! E il tuo sguardo passa e ripassa, come un velario agitato dalla brezza, sulle tue pupille in cui fiammeggiano tutte le torcie d’un convito regale!... Perchè non posso entrare anch’io, come un sultano, nelle abbaglianti sale dei tuoi occhi, e sedermi dietro alla tua fronte, sotto le musciarabie delle tue ciglia, ombreggiate dai capelli spioventi come fogliami notturni?... Ma sono pazzo, io, per parlarti così!... Nulla! Nulla! Non c’è assolutamente nulla, dietro i vetri dei tuoi occhi, nella torre della tua fronte!... Lo so! Eppure tu puoi scomporre, a filo a filo, la trama ben serrata che porto nella mia testa!...
Mafarka parlava ora con violenza, sputando le parole come noccioli di frutta. E la sua voce cantava, annodando e snodando alternamente strofe inaspettate, come sciarpe di seta in un raggio di sole.
— Bellezza refrigerante, fontana vegetale dalle inebbrianti dolcezze!... Eccomi accanto e sulle labbra il tuo corpo, come una tazza, il tuo corpo più desiderato che il fitocrene dell’isola di Giava.... Dopo dieci anni di cammino sulla curva del deserto, coi piedi riarsi da tutte le sabbie infocate, finalmente ti trovo! Ti cercavo dappertutto, correndo da un palmizio all’altro, gettandomi frettolosamente dovunque fosse ombra, come una bestia inseguita, per sottrarmi al dente incandescente del Sole e al suo respiro di polvere e di fuoco. Lasciami lambire il tuo corpo, dalla radice ai rami più alti. Lasciami mordere le tue poppe lucenti di gomme saporose e le tue braccia che come liane mi s’intrecciano sul collo!... O liane di Cisso, io voglio bere alle vostre ferite, più dissetanti degli aranci rossi!... Il fiume del tempo si è arrestato ai tuoi candidi piedi, ha formato intorno alla tua veste un lago immobile, nel quale posso rimirare la mia forza per più di un’eternità.... Oh! io non temo più la bruttezza e la decrepitezza!... La vecchiaia non potrebbe toccare le cose che tu ami....
E, frattanto, con un movimento lentissimo del suo braccio morbido e terribile, Colubbi attirava ancora verso il suo seno la bocca di Mafarka... Ma ad un tratto egli sussultò inorridito, gridando:
— Oh! Non fare il gesto di mia madre!... Le tue poppe sono maledette ed esauste.... Vattene!
E Mafarka si precipitò sulla donna, che si svincolò dalle sue braccia con la flessuosità di un fumo.
— Oh! Mafarka.... Mafarka!... Perchè mi batti così con la tua voce e col tuo sguardo duro?... Amami! Io mi chiamo Colubbi, e non posso dare che baci, come le piante dànno fiori e le nuvole pioggia.... L’odio e la bontà s’incrociano nei tuoi occhi!... Soffri molto, dunque, amore mio?
Ma un gran tumulto di voci lontane strappò Mafarka all’incanto della donna. Egli agitò le braccia, per scuoterne via le rose e le farfalle assopite, indi gridò senza volgere il capo:
— Vieni!...
E si slanciò verso le voci turbolente. Correva velocissimo, con agili balzi, da roccia a roccia, verso le ali di Gazurmah, che sentiva sbattere e gemere oscillando nell’ombra. Un immenso urlìo gli soffocò il cuore, che sembrò fermarglisi ad un tratto.... Che era?... Quale peso, dunque, l’opprimeva così?... E quella mischia di voci fracassate? E quel romore di petti schiacciati, che con la sua risacca formidabile agitava l’aria notturna?
Mafarka si trovò in mezzo a una sfrenata danza circolare dalle mille braccia cozzanti, dai mille sghignazzamenti biancastri.... Riconobbe i tessitori di Lagahourso, che ballavano!... Ma perchè il profilo della enorme gabbia si era così bizzarramente inclinato sul diffuso pallore del cielo stellato?... E le ali? Le belle ali di Gazurmah?... Scomparse!...
Mafarka si sentì naufragare il cuore in una angoscia amara.... E tutto gli s’illuminò nella mente! L’armatura giaceva sul fianco, come un mostruoso cavallo con le zampe all’aria fra un groviglio di corde sferzanti!
Ah! che schifosa razza di traditori, quegli artigiani vigliacchi e vendicativi!... I tessitori di Lagahourso, infatti, si erano vendicati! Approfittando delle tenebre, essi avevano furtivamente strappate le palafitte del lato sinistro, di maniera che la pesantissima gabbia, coricandosi sul fianco, aveva schiacciato tutto il popolo dei fabbri addormentati! Tumultuante tappeto di corpi umani con le reni spezzate, sul quale gli artigiani mingherlini dalle voci belanti e beffarde ballavano ora, in giro, sfrenatamente!
Mafarka impugnò di nuovo la sua frusta e la fece turbinare sulla calca!
— Così! Così!... Me lo pagherete, questo delitto!... A frustate! a frustate!... E dovrete obbedirmi, razza vile di cimici e di talpe!... Ah! sono abbastanza pallide, le vostre facce, per poter servire di bersaglio alla mia frusta!.. Io saprò farle arrossire!... Vedrete!... Su! Al lavoro!... Giuro di massacrarvi tutti, quanti siete, se non raddrizzate, a spallate, la mia armatura!... Son deboli, i vostri garretti?... Non me ne curo!... Issa.... ooh!.... Animo!... Uno sforzo! Irrigidite i muscoli!... Oh! non siete affatto robusti!... Siate furbi, almeno!... Risparmiate le vostre forze, gli uni dopo gli altri, man mano che sollevate il peso!... Alcuni si riposeranno ad ogni sosta, mentre gli altri colle schiene inarcate sosterranno la gabbia in modo da non perdere l’altezza raggiunta!... Su! Coraggio, animali striscianti!... Uno sforzo ancora, se non volete che io vi frusti in viso!...
E la frusta schioccava intanto sulle schiene dei recalcitranti, che si stringevano addosso agli altri simulando un grande sforzo.
— Oh!... vi vedo tutti!... E non potrete, non potrete burlarvi di me!... Su!... Forza!... Forza!...
E la gabbia gigantesca si sollevava lentamente, solcando il cielo e pettinando le nubi con la sua armatura irta di punte, che produceva il rumore di un gran mucchio di lancie cozzanti fra loro in battaglia.
Quando essa fu equilibrata sulla sua grande matrice di rocce vellutate, e sorretta da numerose palafitte nuove, Mafarka balzò su una rupe e, dall’alto, assalì i tessitori con valanghe d’ingiurie più dure che pietre.
— E adesso, andate!... Che cosa aspettate?... Il vostro salario?... Eccolo! Volete certamente che io lo raddoppî, poichè gli altri son morti!... Prendete! Prendete!... Vorrei annientarvi a furia di frustate, per vendicare le vostre vittime, i colossi disprezzati che hanno pur saputo formare coi loro cadaveri un soffice materasso sotto la gabbia di mio figlio!... Oh! siano benedetti, per avere evitato così che le grandi ali s’infrangessero!... Quanto a voi... i miei sputacchi, tutti i miei sputacchi non basteranno a lavare il vostro delitto!... Andate! E non ricomparite più davanti a me!... Razza di cani rognosi e puzzolenti!... Puah!...
Egli si era insinuato fra le travi, correndo qua e là, scacciando da ogni parte i tessitori, sotto il volo della sua terribile sferza che vibrava interminabilmente sugli echi, nel grande anfiteatro inondato di tenebre.
Poi, Mafarka si slanciò verso il sentiero che s’inerpicava su per la costa rocciosa. I suoi piedi, divenuti chiaroveggenti e profetici, balzavano da un macigno all’altro, per quanto fossero fitte le ombre appiattate dappertutto, con le loro insidie, le loro reti e i loro trabocchetti.
Docilmente, Colubbi lo seguiva intanto con un passo volteggiante, sinuoso e preciso, che sfiorava appena il suolo. Ella protendeva il suo dolce viso estenuato dalla passione, nel quale brillavano pupille piene di una inquietudine infantile.... La sua andatura volante aveva l’incessante avidità del desiderio e della preghiera.... Ma ella si arrestava, di tanto in tanto per riprender lena, e con un gesto grazioso delle mani sottili, si accarezzava le tempie sollevando un poco i folti capelli che opprimevano il pallore ardente delle sue guancie.
Mafarka la sentiva dietro di sè, come l’ombra della propria gioventù.... Non era il suo passato, che lo seguiva, snello come una fanciulla, e cantando colla sua voce dalle languide musicalità?...
Quell’eroe indurito nelle guerre trasaliva ingenuamente al vederla venire così, di lontano assai, col ridere dei tamburini e con l’acidulo zufolio dei pifferi della sua vita di fanciullo, sbrigliata e saltellante.
Fantasticò di udire il passo dei suoi compagni, fischiettanti ancora pei profumati sentieri che conducevano al suo villaggio nativo, del quale certo stava per veder spuntare dietro la collina le care terrazze chiomate.
Fiutava l’odore dei giardini soffocati dai banani, che con le loro foglie larghe e fitte formano un umido e basso soffitto. I bianchi fiori delle acacie stillavano ancora il loro sentore di mammelle calde d’amore e fresche di latte; le rose carnali spandevano intorno i loro sudori amorosi.... E Mafarka udiva ancora il grido di profumo che emettono, dai cancelli, le gaggie bionde e vellutate come le ascelle delle donne d’Occidente.
Oh! quante volte egli si era sdraiato nell’erba, al rezzo di un fico, per spiare un camaleonte che s’inarcava, con la testa alta, su un ramo al quale la sua coda era attorcigliata!
Non li avrebbe più riveduti, i camaleonti cangianti della sua adolescenza, i camaleonti bevitori di sole, titubanti con arie fatidiche e misteriose, negli orti, all’alba, quando vi si vede una polvere di stelle volate via.... Oh! ricordi! Oh nostalgia! Egli si sentiva infrangere l’anima...
Ma i passi della donna strapparono dal suolo note gravi di lira, come se ella avesse camminato sul petto di un pazzo.
Mafarka si svincolò dal proprio sogno, alzò il capo con aria minacciosa, e brandì la torcia della sua volontà assai più in alto che il suo cuore patetico.
Giunto al sommo della rupe, si volse improvvisamente e si stupì di sentirsi fra le mani un corpo fremente di donna, tanto si era abituato a non aver dietro di sè che un’ombra implorante....
— Oh! sì!... Eri tu, eri tu, la mia giovinezza, la mia giovinezza divina dai passi dolcissimi che sanno correre ancora sui forellini del mio cuore come su quelli di un flauto pieno di querulo azzurro!... Ti riconosco dall’aroma della tua bocca, più soave dei giardini di mio padre, folti di rosai che s’insanguinano tra le sbarre dei cancelli come prigionieri ebbri di libertà.... Voi spandevate il vostro odore, giardini della mia gioventù, come un amante grida la propria felicità, fuori, perchè dentro il suo petto v’è troppo colore di rosa e troppo profumo!... Colubbi! Colubbi! le tue labbra son qui, offerte alla mia sete come le pietre cave che gl’imani riempiono d’acqua del Nilo, per gli uccelli del cielo, nei cortili delle moschee!... Colubbi! Colubbi! Io so che tu puoi ricondurmi in palazzi dai marmi più bianchi e più morbidi che le carni delle fanciulle, chini ad ascoltare quel che dice il giglio verginale d’un getto d’acqua....
«Colubbi! Tu offri il sonno ai miei muscoli affranti: un sonno d’accampamento, entro un cerchio di fuochi e di guerrieri ritti, un sonno d’acqua gelata sulle labbra, un sonno di gambe allargate, sotto i ventagli, su cuscini di seta verde e damascata.... Io so che i ricami luccicanti d’oro e le frangie dai fiocchi ingemmati fanno una dolce musica, sotto le tue natiche di magnolia che fremono dal piacere e dalla gioia!...
«Tu m’offri un baldacchino di bronzo incrostato di avorio e un trono sorretto dalle mummie dei miei nemici!... E poi, vuoi condurmi a passeggio in un palanchino portato da sei leoni male addomesticati, nel quale mi darai le tue labbra ardenti e aromatiche, per cadenzare il piacere al passo inquietante del pericolo!...
«Oh! i profumi brucianti dei tuoi incensieri, e i tuoi tappeti di velluto dai contorni impreziositi da file di perle alternate con smeraldi.... e le tue tappezzerie adorne di figure d’uccelli appollaiati e di animali in corsa.... Oh! nulla, nulla di tutto questo può essere paragonato al sorriso di mio figlio!...
«Risale in me la bramosia dei miei avi, e quella violenta, tenebrosa, per cui mio padre si gettò sul corpo di mia madre, saziandolo di felicità per far sprizzare in alto, in alto, la mia vita dal getto immenso che innaffia lo zenit, la mia vita dal lungo stelo, il cui fiore purpureo inebbria il Sole!...
«Colubbi! o mia divina gioventù!... Sì, ti amo con tutto il mio sangue!... Ma, purtroppo, non appartengo più a mè stesso e non so più adorare che mio figlio!... Non vedi come cresce ad ogni istante, la mia statura?... Non vedi che la mia testa s’immerge nelle nuvole e le fora, come un nuotatore spiccia fuori dalle onde, scrollandosi?...
«Le mie braccia.... oh! anche le mie braccia, Colubbi, diventano immense!.... Se ti abbracciassi, resterebbe del vuoto, fra noi due.... resterebbe un orizzonte immenso, entro il cerchio delle mie braccia giganti!.... Oppure dovrei avvolgerle come serpenti, molte volte, sui nostri due corpi fusi dall’amore!...
«Oh! no!... allontana le tue labbra dalle mie, e vieni con me a preparare la casa augusta di mio figlio!... Aiutami a spazzare le nuvole che ingombrano il cielo.... Fa come fo io.... Ma tu hai braccia sì fragili, e sì corte.... e che si stancano tanto presto!... Colubbi! àprile, dunque... e scaccia le nubi, come si scaccia il fumo dalla sala di un banchetto! Ho bisogno della luce della luna, per cesellare il volto di mio figlio, e per esplorare l’orizzonte gravido di minacce!...
E ritto sulla cresta della scogliera, Mafarka si ergeva altissimo, agitando le braccia, come trebbie immense, nella volante canape delle nuvole, che si sfioccavano turbinando. Di tanto in tanto egli gonfiava ancora i proprî polmoni per lanciare attraverso lo spazio raffiche violente e sonore....
Il cielo si rischiarava, e la luna, come una gazzella, si mise a saltare folleggiando.
— Gazurmah! figlio mio! I presagi son lugubri!... Io diffido di questo orizzonte puro e trasparente come una vasca di giada... Ma offrirò vittime all’Uragano, per placarlo!... Accenderò grandi roghi su tutte le punte protese di quest’alta costiera, là dove la roccia domina invisibili scogli a fior d’acqua e pericolose correnti. Le grandi fiammate con le quali imporporerò la notte attireranno i bastimenti, tutti i bastimenti, a cento miglia in giro, ed ingannando i loro capitani, come specchi le allodole, consiglieranno loro di approdare fra le braccia della morte!...
Allora Mafarka si slanciò verso il bosco di abeti che coronava la costa.
Con le sue mani formidabili sradicò trecento alberi giganti e li dispose a fasci, lontani cento cubiti l’uno dall’altro.
Poi traendo scintille da due pezzi di granito, accese quei funebri roghi.
L’essenza crepitante del desiderio eterno si mutava in lingue che dardeggiavano per lambire i sarmenti, nervi contorti da uno spasimo delizioso. La prima fiamma si strappò brutalmente la sua veste di fumo, e sorgendone fuori tutta nuda si stese su un tronco, che coprì di carezze. Poi ricadde supina, spossata, mentre il tronco sussultava su di lei con un accanimento da assassino e da moribondo.
Una seconda fiamma, più possente, s’aderse trionfalmente, tenendo fra le braccia tre bei maschi fronzuti ai quali mungeva le reni...
E intanto essa lanciava al disopra del suo capo, in rosse grida, la sua pazza voluttà e la sua crudeltà sanguinaria, insieme con una capigliatura di scintille scagliata verso gli abissi in lunghi riflessi rosei sulla liscia muraglia della costa, fino alle turbolente onde del mare.
Mafarka non si stancava di correre or qua or là, come un lugubre lenone, preparando letti di lussuria agli amori di quelle dee vermiglie!... Disponeva i giovani tronchi su materassi di foglie, ed anche i tronchi centenarii, già paralitici, già corrosi dai vermi... i tronchi decrepiti dagli occhi cisposi e dalle verdi lebbre...
Li prendeva in braccio e li coricava a due a due perchè meglio si mordessero l’un l’altro sotto la carezza della fiamma. Lungamente le loro membra tremebonde si torcevano dal piacere, poi, staccandosi a un tratto, saltavano nello spazio come frecce folli.
Tutto un bosco, tutto un gran popolo d’alberi giganteschi fu sacrificato così in quell’orgia vegetale, per ungere e profumare di resina le agili cosce dei venti e per placarli con mille gentilezze.
— O venti migratori!... Ecco profumi e balsami inebbrianti per le vostre guizzanti gambe di giocolieri!... Calmate le vostre assurde collere e risparmiate mio figlio!... È un lottatore terribile, ma è giovane, sì giovane che sarebbe viltà l’assalirlo a tradimento!...
«Oh! venite! venite dunque, velieri, belle farfalle notturne, ad abbruciarvi le ali ai miei roghi!...
Ad un tratto il tuono, vestito di bragia, tutto ansante e coi suoi capelli di pioggia irrigiditi dallo spavento, precipitò dall’alto dello zenit, e ruzzolando dall’una all’altra scala di ferro, andò a schiacciarsi nei sotterranei dell’orizzonte.
Laggiù, scintillarono ascie bianche, arrotate da mani invisibili sulla pietra dura e nera delle nuvole... Poi, bruscamente, la testa del tuono fu recisa, d’un colpo, da un lampo.
Subito dei titani se ne impadronirono e la fecero rotolare interminabilmente nelle cantine impenetrabili, ove la Notte andava gonfiando la sua pancia di partoriente.
Che mondo stava per nascerne?... E i venti s’agitavano per servirla, correndo da ogni parte, dall’alto al basso delle rocce, sconvolgendo i materassi delle nuvole, sollevando e lasciando subito ricadere i panneggiamenti della bruma, fra i quali si scorgevano per un attimo lampade stanche, presto scomparse lontano.
Delle grida, acutissime, graffiarono a un tratto Mafarka. Era la raffica che gli scagliava in faccia i suoi gatti furibondi.
Ed egli rimaneva impassibile, sostenendo lo sforzo della burrasca. I venti in rissa si accapigliavano anche nella sua anima, ove si arrampicavano accanitamente come dentro una torricella di cui la sua fronte fosse l’invincibile parapetto, bianco sotto i capelli ritti come lancie di guerrieri in sentinella.
Le grida si aggrapparono ancora una volta alla cresta tagliente delle rocce.... E allora egli si allontanò dalla fiammata, per esplorare con lo sguardo l’immensità delle tenebre, e non potè reprimere un urlo di trionfo, poichè era finalmente esaudito!... Oh! l’Uragano era invero assai cortese, per lui! Da ogni parte, infatti, esso lanciava i suoi lampi, come braccia enormi e ignude grondanti d’acqua violetta, per svelargli lo spettacolo degli spettacoli!
Sotto di sè, a trecento cubiti, Mafarka vedeva turbinare grandi palle irte d’aghi, una battaglia intensa di grandi galli neri che si straziavano l’un l’altro, a colpi di becco, sulle rocce....
— Finalmente, o mio cuore, o mio cuore ingordo, eccoti sazio!... urlò l’eroe. — E voi, belle Fiamme dalle braccia crepitanti di coralli e di rubini, siate soddisfatte dell’opera vostra!...
A picco, sotto la costa alta, gli scogli ostili e taciturni come negri raggomitolati in mantelli rigonfi, sotto lunghissime lancie diritte, contemplavano il sinistro andirivieni delle ondate. Queste s’incavavano come grembiali, e si colmavano di lava argentea, rosea e gialla, sollevandosi, agitandosi, squassandosi...
Dentro, vi si vedeva un accavallarsi d’alberi di bastimenti, tra pance di vele forate e squarciate, e tra furibondi grappoli di naufraghi...
Poi l’Uragano ritirò il suo frenetico braccio nelle profondità dell’orizzonte, e infine, per tre volte, scaraventò un gran pugno livido nell’imbuto irrequieto e fumoso che s’apriva ai piedi di Mafarka. La rabbia ingombrava di sinistro catarro la sua gola di bronzo, in cui forse si esasperava il desiderio d’esser compreso.
E Mafarka sghignazzava:
— Che ha, questo bruto?... Vuol dunque gridare al salvataggio, questo vecchio lupo di mare?... Di che s’immischia?... E perchè va illuminando, così, l’agonia di quella tartana?... Ah! lascia che le correnti affaccendate del mare agitino senza fine nel vaglio delle ondate codesto ammasso di rottami e di corpi sfasciati che si sbriciolano!... Oh! la farina ideale di cui va impastandosi il mare, per nutrirvi, vecchie rocce accovacciate in sentinella!...
Frattanto, le nuvole squartate allungavano i loro mostruosi colli d’uccelli, anelando sotto la collera dell’Uragano, che tirava loro la membrana del ventriglio e cacciava le sue vivaci dita di madreperla fin dentro le loro budella deliquescenti, molli e glandulose.
Mafarka gridava:
— Io ti applaudo, bell’Uragano, pel tuo accanimento!... Applaudo al tuo gesto lugubre e osceno di chirurgo brutale, e lodo le tue dita unghiate di fuoco, tutte intrise d’immondizie celesti!... Tu dài sollievo al cielo!
Egli si chinava di tanto in tanto, per contemplare l’emozionante altalena del mare burrascoso, sulla quale la tartana si dondolava, svestendosi, come una donna che estenuata dal caldo si liberi da ogni velo.
E nuda, tutta nuda, ora mostrando il culo ed ora il ventre, essa andava strappandosi i suoi braccialetti di ferro, le sue collane di catene, continuando a dondolarsi, su e giù, avanti e indietro, a destra e a sinistra, per ventilare la sua torrida lussuria e per divertirsi nella sua solitudine.
Aveva già perse le ancore — pesanti e preziosi amuleti — ed ora abbandonava anche la sua chioma ai frenetici succhiamenti del mare. Poichè faceva molto caldo, in quel bassofondo... E già la tartana si coricava sul dorso, facendo sussultare la sua groppa per dare più slancio all’altalena delle ondate. A quando a quando scrollava le spalle ignude, per farne cadere cupi grovigli di vermi.
— Più forte! Più presto! Ancòra più presto!...
Lentamente, la sua testa aggravata da voluminose trecce di cordami, trascinava il suo corpo spolpato... Ma essa non se ne curava, sotto gli urtoni dell’Uragano, che con tutta la violenza dei suoi lampi vermigli le lavava le natiche, gliele strofinava, gliele graffiava instancabilmente. Ad un tratto essa scivolò in avanti, capovolta dal peso della sua capigliatura di corde e di gomene, e scomparve.
— Maledizione! gridarono le Fiamme del rogo, al disopra del capo di Mafarka.
Egli se le sentiva quasi sulle spalle, strette l’una all’altra, tutte eccitate dal desiderio dello spettacolo...
— Oh! Oh!... Dov’è andata a finire la bella tartana in amore?...
Ritte sulla punta dei piedi, esse si accalcavano sull’orlo della scogliera, mescolando le loro chiome scoppiettanti. Ognuna s’inarcava sulle spalle della vicina, per essere più alta e per veder meglio.
I loro corpi scorticati vivi dalla curiosità, crepitavano da ogni parte, rinnovati incessantemente dalla furia del sangue, e scatenandosi in faville e in grida.
Sotto di loro, i tronchi dei vecchi amanti vegetali fumigavano, neri, affranti e rotti nelle ceneri delle loro barbe.
E Mafarka prese a sbeffeggiare le Fiamme nude.
— Ah! Ah! vi affliggete perchè quest’altro piacere è sfiorito?... Avreste voluto mangiar di baci la carcassa di quel veliero che affonda lentamente! Non è vero?... Oh! rallegratevene! La sua fine è opera vostra!... Altri verranno a scagliare il loro orgoglio e a squarciare la carne delle loro vele contro la terribile barriera che difende il vostro rifugio d’amore... Abbracciatevi dunque allegramente, calpestando gli alberi sfiniti che col loro rantolo di agonia ecciteranno i bompressi virili che si rizzano nell’immensità notturna!... Guardate, guardate laggiù... sotto il gesto dorato del lampo, là in fondo a quel golfo...
Tutte le Fiamme giganti e nude si protesero, con la febbrilità delle donne intorno alle forche. La loro aspettativa non fu delusa.
Infatti, davanti alla corpulenza di un enorme promontorio, sotto gli schiaffi verdastri del gran lampo gesticolante, comparvero tre velieri, neri, caracollanti come tre guerrieri colossali, ognuno tenendo alto il proprio bompresso imbrigliato di cordami.
Si avanzavano con una bell’andatura gaia e cadenzata, quei cavalieri ritti in sella, con lo sguardo fisso laggiù, sugli scogli, che spuntavano rapidi, e rapidi scomparivano sotto le onde, simulando manovre di difesa, nel prepararsi all’assalto.
— Oh! sono belli, quei velieri!... Belli.... tanto belli, che si vorrebbe baciarli per un’eternità!... E il loro coraggio ci esalta!...
Le Fiamme si dimenavano dal piacere, si accalcavano sull’orlo della costa, a rischio di cadere nell’abisso, e applaudivano con le loro mani goccianti di sangue....
— Oh! bisognerebbe correre laggiù!... Io vorrei sdraiarmi sul primo, e lambirlo tutto.... Quello là, quello là, nero e sì ritto in sella!...
Ad un tratto il primo guerriero s’impennò, ma quello che lo seguiva lo spinse innanzi con un colpo di bompresso. L’altro fece uno sforzo terribile per girar su sè stesso, ma piombò giù, col ventre impalato sulla punta di una roccia.
Un gran tumulto di grida squarciò le tenebre che erano ricadute sulla fuga del lampo.
Subito dopo, Mafarka sussultò dal terrore poichè aveva visto, coi suoi grandi occhi sbarrati, uno spettacolo inesplicabile....
Un’ombra violetta correva sulla spiaggia, lungo i flutti spumeggianti. Era una donna.... Aveva dietro di sè un corteo di animali che strisciavano sulla rena e quegli animali ululavano, ringhiavano.... Mafarka si voltò. No! No! Non era una allucinazione! Le Fiamme del rogo avevano visto anch’esse passare la donna strana.
Esse s’infuriavano tutte, gesticolando convulsivamente, torcendosi nell’ansietà dell’attesa....
Ah! maledette capigliature di fumo!... Con rabbia, se le cacciavano indietro, per vedere, per vedere in fondo all’abisso oscuro.... Che avveniva, laggiù?
Tutte protese, le Fiamme disputavano febbrilmente, soffocate dal dispetto, al veder più lontano, sull’orlo della scogliera alta, le loro sorelle sanguinolente, che anch’esse si chinavano e che certo dovevano distinguere qualche cosa nelle profondità di quel tragico golfo.
Ma l’Uragano venne a rasserenarle e a rallegrarle, agitando ancora il suo braccio di luce abbagliante.
La donna e le sue bestie erano scomparse. Si vedeva il primo veliero affondare lentamente, colle zampe all’aria, sotto gli altri due che gli si arrampicavano addosso inesplicabilmente, mordendolo e calpestandolo con rabbia.
Frattanto, il vento fumoso balzava dappertutto, furibondo perchè non vedeva nulla e non poteva mordere nè far l’amore; il vento spazzava, alacremente in giro, nei golfi e nelle rade, le anime pazze dei naufraghi, e le torceva come aquile imprigionate entro strette reti di ferro. Poi le sollevava, molto in alto, facendole roteare all’estremità dei suoi pugni tesi come fronde, e le scagliava in faccia a Mafarka, che si sentiva investire da quelle raffiche pregne d’anime stridule e forsennate....
— Vi invidio, o naufraghi, o marinai che siete morti nello sforzo estremo!... Vi invidio, voi tutti che avete contesa alla Morte, col l’unghie e coi denti, la vostra pelle!... Io invece morirò miserevolmente, come una donna, nel dar la luce al mio figliuolo!... Invidio le vostre faccie tôrte, contratte, aggrinzite dalla lussuriosa carezza della Morte! Le vostre mani s’aggrappano ai bastingaggi come le chele dei granchi alle rocce.... I denti, li avete affondati nelle mammelle calde e salate delle vostre vele.... E siete morti come eroi sul campo di battaglia!... Magnifica ecatombe!... Cento, mille, diecimila!... Chi può contare le vittime?... Ecco, ecco la taglia offerta all’Uragano per placare la sua rabbia, figlio mio, e per predisporlo ad esser mite verso di te!
Subitamente, l’immagine di Gazurmah gl’incendiò il cervello!... Era sano e salvo, suo figlio, e bene al sicuro sulle sue palafitte conficcate negl’interstizi delle rocce?... Non stava egli per obbedire agl’inviti delle brezze traditrici?... Non stava egli per balzar fuori dalla sua matrice di rupi, prima del tempo debito, come un miserevole aborto?...
Addentato dall’angoscia, Mafarka precipitò la sua corsa sulla cresta della costiera... Ma, finalmente, potè scorgere il profilo delle potentissime ali, chinandosi sull’orlo del precipizio, e la gioia scoppiò in mille ruscelli di lava per le sue vene gelate....
Nel suo folle galoppo, egli scavalcava, come un ginnasta, i grandi roghi, le cui Fiamme si ripiegavano l’una sull’altra, piangendo sull’agonia dei bei tizzoni che coprivano di molli filacce di fumo.
E Mafarka le derideva, ballando.
— Oh! via!... Non bisogna piangere!... È ormai prossima, l’ora che fermerà la terra come un cuore pietrificato dalla gioia!... Ah! balliamo insieme!... Risollevatevi, Fiamme, e datemi la mano!... Balliamo in tondo, per festeggiare la nascita di Gazurmah!
E ancora, ancora, ancora, andava affollando parole incoerenti:
— Al cielo! Al cielo! Più in alto!... Salta, cuore mio!... Non sai?... Io ti scaglio lontanissimo, con tutta la forza della mia voce, gonfiando i polmoni!... Ah! Ah!... mio cuore diletto, palla di caucciù, balza e rimbalza!... Divertiamoci!... Non dobbiamo forse ruzzare, intorno alla culla di mio figlio?... Fra poco nascerà!... Fra poco!... E tu, cuore mio, salta!... Sei stanco? No!... Io ti stacco e ti getto in alto, come il Beduino che scaglia verso il cielo, successivamente, un fucile carico e una quaglia viva, e poi riafferrando l’arma ne esplode il colpo sull’uccello, che non gli sfugge mai.
Spiccava salti altissimi, e ricadeva accosciato. Poi, con uno scatto dei garretti, si slanciava nel fuoco, batteva la brace coi piedi giunti, per rimbalzare più lontano.... E intanto si smascellava a ridere e strillava alle scottature, dimenandosi come un fanciullo:
— Bisogna pure che io arrostisca il mio corpo, per i denti dei lupi e degli sciacalli!...
A quest’ultima parola s’arrestò di botto e rimase in agguato, ascoltando, in lontananza, sinistri ululati. Poi gettò lungi da sè un sospetto ostile, e ritto davanti al rogo disse con voce lenta:
— Ah! com’è bello girare come un bue sul rigido schidione di un’idea magnifica, tra le lingue lambenti delle Fiamme!... È un esercizio eccellente per la volontà, quello di subire senza gridare una sapiente cottura, coll’unico sollievo di qualche ramoscello di rosmarino, di qualche foglia di salvia o di una fetta di lardo per rinfrescarsi la fronte e tergersi il sudore!... Dopo un simile esercizio, io sarò veramente degno di dare la mia anima a mio figlio!... E come mi ringrazieranno, gli sciacalli, d’aver cotta a perfezione, così, la mia carogna succulenta!...
«O sciacalli!... o jene!... o denti adorati, o musi porcini fiutatori di putredini, aspettate!... Ecco per voi il mio corpo, irrigato dal sangue più generoso!... Voi lotterete domani sul mio ventre squarciato, inarcando le vostre schiene vellutate di fango grigio!... Vedo già su di me i vostri occhietti inquieti rilucere come sputi, e odo le vostre voci catarrose di vecchiacci arcigni stridere come carrucole su pozzi disseccati!... Aspettate!...
E Mafarka si slanciò come un torrente verso l’insenatura. Correva per sentieri ritorti e furtivi in mezzo alle rocce. Le sue gambe avevano scatti inverosimili e i suoi piedi, battendo sul granito, ne facevano risuonare le musicali profondità.
— Gazurmah! Gazurmah!... Io vengo a te da tutti i punti del cielo, per mille sentieri, come un sangue ricco e generoso si slancia verso il cuore per innumerevoli vene.... e come un’ondata di lava si precipita fuori dai crepacci d’un vulcano.
Allora, Mafarka vide rizzarsi davanti a sè il gigantesco profilo della gabbia e le ali di suo figlio, simili alle punte di un fiore colossale di cui le jene, notturni giardinieri, lavorassero il terriccio sinistro.
Ma un fiammeggiamento sottile e vellutato attirò i suoi sguardi, ed egli lo seguì, lungo le rocce.
Quando si trovò sotto la grande armatura dai nervi di corde, riconobbe Colubbi, immota e ritta come un fumo violaceo, in mezzo al suo gregge ammucchiato di jene satolle e dormenti.
Subito, preso da un’ira sorda, egli si slanciò su di lei; ma con un fremito lieve di foglia staccata, ella scivolò sulle rocce e gli sfuggì. Allora l’ingiuriò:
— Indietro, sinistra guardiana di jene!... Vattene lontano di qui, col tuo gregge nutrito di sessi putrefatti!... Io non ti permetterò di veder mio figlio!... Mio figlio appartiene a me solo! Io, io gli ho fatto il corpo! Io, gli do vita col solo sforzo della mia volontà!... E non ti ho chiamata per aiutarmi!... Non ti ho stesa supina per iniettarti nell’ovaia, con degli sfregamenti di piacere, la divina semenza!... Essa è ancora qui, nel mio cuore, nel mio cervello! E bisogna che io sia solo, per dar la vita a mio figlio!... Vattene! Non voglio che tu insozzi coi tuoi occhi la sua impetuosa giovinezza!... Vattene! Copriti il viso e non spogliarti! Nascondimi il tuo seno!... La tua pelle è tanto trasparente, da lasciarmi vedere i due serpenti che dànno furiosamente del capo nelle tue poppe come in due sacchetti di seta!... La tua collera?... Il tuo dispetto?... Fra poco piangerai! E che m’importa delle tue lagrime, che non sono sangue del tuo cuore strizzato, ma solamente pianto di vegetali in amore?
E la ruvida voce dell’eroe cozzava con le brusche ventate di terrore che agitavano le onde accalcate nel golfo come una immensa carovana di cammelli che ribollisse in una gola alpestre. Le groppe erano sì spesse, che i cammellieri color di schiuma, ruzzolavano qua e là, nell’èmpito, fra i ringhî gutturali, il croccar dei corpi calpestati e il pigolìo dei volatili agitati entro le gabbie!
— O mare fetido e chiassoso, ingombro di vita umana, che trasudi e gridi il commercio e la spilorceria economica degli uomini!... Mare oppresso dalla vanità furbesca dei navigatori!... Io ti auguro d’essere presto inaridito dalla golosità dei loro occhi di mercanti!... Non a te, affiderò mio figlio, come una balla di cotone o un sacco di farina!... Egli ti sfiderà, beffardo, volando rapido, offerta la bocca alle stelle!...
Colubbi era scomparsa lontano, fra il tumultuare delle onde vociferanti, simili alla folla di una fiera tutta irta di burnù.