Mafarka il futurista/12. La nascita di Gazurmah, l'eroe senza sonno
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Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
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12.
La nascita di Gazurmah, l’eroe senza sonno.
Immediatamente, Mafarka salì per una scala a piuoli fin sull’orlo dell’ampia matrice di pietra da cui si ergeva la grande gabbia ferrea. Indi si arrampicò tra le sbarre fino all’altezza della testa di Gazurmah, e restò a lungo appeso per le braccia agli anelli d’una palafitta, contemplando con un sorriso di gioia sovrumana la gigantesca muscolatura di suo figlio, che sembrava dormire sotto le pesanti pelli di tigre. Soltanto le due ali emergevano, largamente stese su un abile graticcio d’acciaio, di bambù e di nervi d’ippopotamo. Il loro tessuto, che aveva al sole uno splendore aranciato, pareva spento e ocraceo nella penombra.
Ad un tratto, Mafarka si stupì di sentirsi preso da un’angoscia invincibile che gli punzecchiava le mani, e, dimentico dell’abisso sul quale era sospeso, fu sul punto d’aprirle, per toccare suo figlio.
Pensava:
— Il suo volto è rude... Ma non soffrirà agli schiaffi della burrasca?...
Si liberò da questo timore furtivo, mormorando:
— Oh! figlio mio!... Perdonami questa debolezza indegna di te!... Ecco: ora ti sbuccio, finalmente, o bel frutto della mia volontà!
Con un gesto violento, strappò le pelli di tigre e subito avvenne un prodigio. Venti più agili e destri che gli schiavi d’un convito spazzarono, sul mare, le tenebre crollanti come pile di scodelle vuote, e cacciarono fuori dalle porte dell’orizzonte i grevi nuvoloni, briachi barcollanti... E il mare si placò.
Allora, la soavità esaltante e vaporosa di una musica persuasiva accarezzò con tremule dita l’atmosfera in estasi...
Mafarka l’ascoltava, aperte le braccia, guardando suo figlio. La luna, come un usignuolo dalle penne madreperlacee, saltellava su nuvolette leggiere, cantando con minuti gorgoglii e con gorgheggi di lamenti azzurri. Sotto di lei, il mare, nell’ampio golfo, sembrava formato da una foresta immensa i cui alberi fossero tutti di uguale altezza.
Era un pavimento fantastico, fatto di rami che fremevano alle furtive occhiate della brezza!... Lo s’indovinava pieno d’uccelli che cantavano tutti insieme, rivaleggiando in leggerezza e in allegrezza, e che sulle loro zampine musicali correvano melodiosamente dall’alto al basso sui sonori gradini del silenzio.
— Oh figlio mio! gridò Mafarka; tu sei possente e bello! Benedico il mio sacro Orgoglio, poichè la mia mano non fu inferiore al còmpito!... Io temevo di non saper dare al tuo volto l’ideale armonia!... E ho tanto ansato d’angoscia, guardandoti negli occhi, da finire col dubitare dell’opera mia!... Ma io, io, ho potuto disegnare le tue palpebre sì largamente tagliate, e il tuo naso diritto, dalle narici ampie ed agili, e le tue labbra grosse, insolenti, e le tue mascelle quadrate!... Io, ho saputo costruire, infine, le tue grandi ali color d’ocra e di ruggine, che potrebbero riparare cento guerrieri!... E sei certamente più bello di ogni cosa del mondo, poichè sei tu, sei tu, che solo con lo splendore del tuo corpo hai placato or ora la furia del mare e hai messo in fuga quella turba di nuvoloni sudici e vischiosi!... Guarda la Luna, come s’inebbria a contemplarti, mentre canta tra i fragili rami delle nubi con tutta la sua voce scintillante che gronda in argentee cascate!...
«Ti nutrirai di serpenti, perchè questi contengono i fermenti di una vita lunghissima! Ti nutrirai d’idre acquatiche, perchè la loro carne ha uno stupefacente potere d’autoriproduzione!... Gazurmah! Eccoti invincibile!.. Tu non conoscerai ferite insanabili, e sei salvo da ogni insidia, poichè ti ho risparmiata la cupa malattia del sonno totale!... Gazurmah! la tua intelligenza non ha le circonvoluzioni semplificate e grossolane delle foglie del cavolo e dei cervelli ottusi... Il sonno, quindi, non potrà mai impossessarsi interamente di te!... Esso verrà a chiudere, con le sue dita tremule e vellutate, la porta del tuo spirito superiore. Ti s’insinuerà nella testa con passo dolcissimo e uniformemente ritmico. Le sue mani carezzevoli e luminose, che vibrano come arpe, spegneranno uno dopo l’altro i fuochi della tua volontà chiaroveggente... Ma esso si smarrirà ad un tratto nel labirinto del tuo cranio, e fermandosi spossato, troppo debole per spingersi oltre, si limiterà a spandere il suo alito isolatore intorno ai focolari del tuo pensiero. Contro questa barriera invisibile, verranno a urtare le voci, le luci e i ricordi!... È così che la lieve nebbia nata dai primi bagliori del giorno copre la pianura, cela i raggi del Sole levante e avvolge d’ovatta i campani delle mandre.
«I tuoi muscoli saranno sempre tesi!... Tu non cadrai come gli uomini seduti che si addormentano ad un tratto. Ho costruito le tue mani in modo che agiscano automaticamente, come le mani delle scimmie bradipe e le zampe dei chiròtteri, che tanto più s’aggrappano al ramo quanto più il sonno li prende... Meglio sarai addormentato, e meglio risponderai con colpi d’ala precisi, ai perfidi salti del vento, o Eroe senza sonno!...
«Così saprai la voluttà nuova che ho inventata per te: la voluttà di spingere fino allo spasimo delizioso il piacere di tutte le membra del tuo corpo, quando s’impaludano nel sonno. Tu potrai graduare a voler tuo questo piacere, con fatiche muscolari sapientemente dosate, e sempre sarai difeso dalla tua coscienza, giorno e notte!...
«La tua vita e la tua forza conquistatrice ne saranno raddoppiate. Al declinar del sole, sentirai le tue braccia intorpidirsi una dopo l’altra con lentezza. Allora, applicherai la tua volontà ad ognuna delle tue membra successivamente, perchè si trasmettano l’una all’altra la coscienza vigilante, come i guerrieri si trasmettono un’arma formidabile, quando si riposano per turno.
«Ho costruito i corridoi delle tue vene in modo che il sonno s’insinuerà sotto le vôlte dei tuoi muscoli partendo dal piede sinistro per giungere ai fianchi, al petto e alla testa. Subito, sogni variegati la popoleranno, ma il sonno non potrà sedertisi sulla fronte, altipiano della tua vita. Passerà senza fermarsi, questo figurinaio, questo cantastorie, questo dicitore di buona ventura: il Sonno, aèdo dal passo di velluto, rapsodo suonatore di benjoh... E subito ritornerà, pel lato destro del tuo corpo, fino al tuo piede destro, dove si addormenterà, vinto, fino al giorno seguente...
«Oh! la gioia di averti generato così, bello e puro di tutti i difetti che provengono dalla vulva malefica e predispongono alla decrepitezza e alla morte!... Sì! tu sei immortale, figlio mio, eroe senza sonno!... Perchè tu possa fendere il soffio terribile del simun, come uno storione risale i grandi fiumi, io ti ho arrotondati i pettorali, al pari di due scudi di cuoio d’ippopotamo. Essi resisteranno alla spinta dei tuoi polmoni, come porte di bronzo all’irrompere di una folla insorta!... E nulla potrà intaccarli! Il tuo sterno vibrerà appena, tanto è solido, sotto i colpi di groppa e di muso che il tuo cuore, leone, gli darà avvoltolandosi fra le tue costole di ferro... Non fidarti, tuttavia, dei silenzi del mare e dei suoi sonni letargici di coccodrillo beatamente steso nella melma degli stretti... Infatti il mare si desterà bruscamente, al tuo passaggio aereo, e, vlan!, con una codata fulminea, si avventerà immenso contro il cielo, spalancata la bocca!...
«Perchè tu possa vettovagliarti in tè stesso, senza dar la caccia ai pesci, ti ho costruito il ventre a guisa di cupola sugli ampî granai delle tue viscere dagli ànditi numerosi e ben distribuiti; e ho compiuta l’opera mia incatenando le tue vertebre in flessibile colonna, perchè la tua forza corra veloce fino al tuo membro formidabile e bronzato, che saprà sfondare il pube umido e ardente delle vergini.
Come Mafarka ebbe pronunciate queste parole, il membro affumicato e metallizzato di Gazurmah s’irrigidì come una spada. Un’ondata di vita sembrò percorrere da capo a piedi il gigante neonato, agitandone i muscoli sporgenti sotto la ruvida pelle. I suoi occhi scatenarono uno sguardo selvaggio verso un punto invisibile, laggiù, dietro le rocce.
Mafarka, morso da una strana gelosia, si voltò. Nella penombra, fra due scogli, riconobbe i grandi occhi cupi di Colubbi, che lucevano come due gemme. Ella spiava furtivamente il nascere di Gazurmah!
Allora l’eroe si sentì ribollire nelle viscere una collera insostenibile, e presa una pietra, la scagliò in faccia alla donna. Questa la schivò agilmente, e abbandonandosi sull’onda come su un’altalena di argentei bagliori, se ne andò, nuotando sul fianco e cantando una sua ironica canzone:
— Oh! ti perdono Mafarka, di voler lapidare così la madre di tuo figlio... Egli è mio figlio, lo sai, poichè il suo primo sguardo fu per me!... Io mi sentivo fondere dal piacere, sotto la rude carezza dei suoi occhi!... Ed è anche il mio amante, tuo figlio, ed io mi sono abbandonata a tutti i suoi capricci, in quel primo sguardo!... Lo vedi: ora godo atrocemente, da me sola, sotto la sua forza di maschio che già sogna di uccidermi vuotando nelle mie le sue vene!...
E Mafarka, vide, con l’orrore di uno spaventevole disgusto, Colubbi stesa supina e con la testa arrovesciata, con le guancie tese dallo spasimo, sotto il riverbero di un incendio di passione! Le sue narici fremevano, rosee, e il suo petto ansimava!... Ella stringeva le gambe, l’una sull’altra, in uno sforzo di contatto voluttuoso, e le sue braccia sole nuotavano, respingendo le onde troppo pesanti del piacere...
Ella riprese con voce stridula, a volta a volta amara e vellutata, come un canto di flauto in una foresta:
— Sì! ho gustata la voce divina di cui l’anima mia aveva sete da sempre!... Ho visto colui che è ad un tempo mio amante e mio figlio!... Il suo primo gesto di vita, l’ho bevuto, come si beve al capezzolo di una mucca, per rinfrescarmene l’anima eternamente... Voglio liberarlo dal peso della sua forza!... Sono sua madre e sua amante... È mio figlio, come tuo!... Mafarka! Mafarka! parlami del nostro figliuolo!...
Mafarka ruggì:
— Taci! bestia ingorda!... Che cosa vuoi sapere? E d’altronde non potresti udirmi, con le tue piccole orecchie, povere conchiglie assordate dal terribile grido della lussuria! Il tuo corpo non ha che bocche affamate!... Se ti offro una idea eroica, tu provi, confessalo, il desiderio di succhiarla come un pezzo di canna da zucchero!...
Ma Colubbi non l’ascoltava, ed egli tacque, vedendola nuotare fra le rocce, sul fianco, respingendo l’acqua con languidi colpi di piede.
Nella trasparenza elastica delle onde, ella snodava graziosamente il suo corpo imbrillantato di fosforescenze, e il suo busto era veramente stelo ad un fiore: al bel viso miracolosamente colorito di bagliori rosei, tra il fogliame ampio della capigliatura. Di lontano, la sua voce e forse anche il suo braccio, sfogliavano queste parole:
— Lo sai, che i miei occhi si prestano all’ideale!... Lo sai, che la mia carezza fa sbocciare la voluttà nel cespuglio dei nervi, come il profumo fa sbocciare il ricordo, come l’ombra nutre il sapore amaro della vendetta... Se mi uccidi, rinascerò, rinascerò incessantemente nel cuore di tuo figlio, come un impuro veleno di terrore e d’amore!...
Queste parole languide schiaffeggiarono violentemente Mafarka. Tutto girò, intorno a lui, e, chiudendo gli occhi, egli si sentì sollevare i piedi al disopra del capo, indi il suolo sprofondarglisi e sfuggirgli sotto, come se egli avesse fumato dell’haschich dopo aver mangiato.
Quando ebbe riprese le redini della propria volontà e della propria coscienza, i suoi occhi piangevano, senza che se ne accorgesse, abbondantemente, e le sue viscere fremevano di amarezza squisita e di tenerezza, poichè la gioia e il dolore gli abbruciavano e gli gelavano alternativamente le vene. Immobile, abbandonate le braccia stanche lungo i fianchi, egli contemplava suo figlio, che si sporgeva in avanti, con gli occhi fissi laggiù sugli scogli dietro ai quali la figura di Colubbi era appena scomparsa.
Ma gli urli trabalzanti degli sciacalli lo fecero sussultare. Sembravano venire dal fondo degl’Ipogei, ed era un gridìo acido e metallico, dalle cadenze cavernose, come se appunto uscisse da un sotterraneo.
Quegli ululati monotoni, aggravati di tenebre, si estinguevano a quando a quando liquefacendosi nel vocìo degli echi neri, indi si gonfiavano tragicamente, come per riempire le cavità delle gallerie sonore. Ma ad un tratto un fresco scoppio di risa argentine li placò, e non si udì più che un dolce lacerarsi di gola femminile. Era ancora Colubbi!... Mafarka rabbrividì riconoscendone la voce. Che faceva negl’Ipogei, la guardiana di sciacalli?...
Egli rispose a sè stesso balzando innanzi, e si slanciò sulla pista insidiosa degli abbaiamenti, che avevano ripresi i loro lugubri sussulti. La collera e lo spavento gli sollevavano le gambe precipitosamente, tanto che egli si trovò quasi subito sotto le grandi vôlte fresche.
Un vento lamentoso lo sospingeva da un corridoio all’altro, quando a un tratto un gridìo spinoso lo arrestò brutalmente... Oh! sì! erano veramente nelle gallerie sacre, gl’immondi sciacalli esaltati dall’inebbriante odore della morte!... Certo, si sgozzavano l’un l’altro, rabbiosamente, pure accanendosi ad intaccare i coperchi dei sarcofaghi.
Egli pensò che il legno aveva dovuto cedere ai loro sforzi, e il suo cuore in pianto intravide in una visione terrifica e disperata il dolce viso color marrone della mummia materna, lacerato dal grugno porcino di una jena.
Oh! le povere bende sacre, con la loro ruggine di sale e di lagrime, tutte sciolte sul corpo umile e devoto della madre!... La visione si precisò tanto violentemente, che egli non potè resistere, e quantunque le gambe, debolissime, gli si sottraessero alla volontà, si slanciò nelle tenebre, raccolse le proprie forze, annaspando, brancolando carponi, titubando come un ubbriaco e sentendosi ad ogni istante trascinare in avanti dalla propria testa, pesante di dolore.
Incespicò in un ingombro di velli puzzolenti... Si era forse smarrito?... Infatti, s’aggirava ora per una sinistra boscaglia di cisti, di lentischi e di palme nane... Ma il cuore lo spingeva ancora e una soprannaturale destrezza lo tratteneva, nelle terribili sdrucciolate sulle fungosità cupe del suolo, quando barcollava tra chiome vive di radicelle o agitava le braccia, come nuotando o remando, nelle tenebre folte, pesanti e taciturne.
Toccò senza spavento mostruosi rospi coperti di pustole luminose, e, d’improvviso, delle unghie gli straziarono il volto. Si rizzò di scatto, e continuando a remeggiare freneticamente con le braccia, si diede a sparar calci contro un digrignìo di mascelle invisibili... La collera gli rinnovava le forze e istintivamente, fiutando l’oscurità, si slanciò contro la mandra ringhiante degl’immondi animali, che fuggivano da ogni parte masticando la fuliggine delle tenebre e mordendo avidamente i ghiotti polpacci della velocità.
Un delirio, una forza ignota, afferrò subitamente Mafarka e gli sollevò la testa, per fermarlo ad un tratto.
Le sue mani cercavano macchinalmente dappertutto, a caso, sulle muraglie e per terra... E trovò, finalmente; trovò. Ne era tempo, poichè l’angoscia gl’inaridiva la gola...
— Oh! ch’io mi possa stringere al cuore, forte... forte... la soave mummia di mia madre!...
La forma di un sarcofago gli scivolò dolcemente sul petto, ed egli l’afferrò, la tenne stretta con forza tra i pugni formidabili. Poi, sollevandosi sul capo, a braccia tese, il venerabile peso, si slanciò in avanti, cercando la luce.
Lontano, in fondo in fondo alle gallerie, scorse un primo brivido chiaro. Era un’alba acidula, che sorrideva vaporosamente laggiù... Timidi rossori di fanciulla che si bagna, tutta nuda, al riparo delle rocce, con sussulti di spavento e sguardi furtivi, perchè teme di essere sorpresa da occhi indiscreti!
Allora Mafarka si sentì più leggiero di una foglia sul vento d’entusiasmo che lo trascinava, per gl’immensi corridoi, fuori dai neri sotterranei.
Uscito che fu, poco dopo, prese a camminare lentamente, ergendo il busto e gonfiando il petto.
Una felicità sfolgorante gl’illuminava la faccia, tra le braccia alzate che portavano il sarcofago nero come se fosse un cesto traboccante di rose folli.
E cantava:
— Langurama! Langurama!.... Vieni, vieni presto a vedere mio figlio!... È bello, più bello di Magamal e assai più forte!... Piangerai di gioia. E le lagrime, ormai, ti empiranno il cuore di deliziosa freschezza...
«Oh!... non temere, mammina mia! I venti non potranno fargli alcun male!... Il cielo non sarà che un lago tranquillo, sotto i suoi piedi, ad onta delle correnti traditrici che strisciano tra le nuvole, con lunghe corde per intralciare il volo delle aquile. Gazurmah le metterà in fuga solo col guardarle!.... Eccolo! Eccolo!.... Oh! le sue ali!... Le sue grandi ali!...
E Mafarka discese fino allo scherzevole scintillìo delle onde, agitando le palme della sua voce sognante e leggiera...
Ma un sospiro lo avvolse furtivamente: un sospiro vago, tenero e malinconico quanto il ricordo di un profumo del passato tra i fetori aggressivi dell’oggi.
Era sua madre che bisbigliava lamentevolmente:
— Cullami, figlio mio, come io ti cullai bambino!...
A queste parole, Mafarka si sentì piegare le ginocchia.
— Sì, sì, madre mia adorata!... Io ti cullerò senza fine per addormentarti, e ti chiuderò per la seconda volta gli occhi, con lunghi baci!... Poichè, ecco: l’ora è venuta!... Oh! madre!... Baciami sulla fronte, come una volta, quando venivi a sederti fra il letto di mio fratello ed il mio!... E trattenevi il fiato, per non svegliarci!... Sono piccolo piccolo, madre mia, e ho paura, come un fanciullo, quando il vento del deserto spalanca a un tratto la porta alla Morte, nelle notti tempestose!... Sii felice!... Dimenticami!
— Ecco, Mafarka!... Io ti tendo la bocca, dietro al legno del sarcofago.... Sì! Sì!... Sento il calore delle tue labbra!...
— Madre! Madre!... Ti adoro più della mia giovinezza!
— Mafarka! bacia anche per me tuo figlio, sulla bocca!... Ricordati!...
Allora un grido di gioia sollevò il petto a Mafarka. Egli balzò verso suo figlio, come un getto di fontana, cantando:
— Gazurmah! Gazurmah!... Ecco, accanto a te, il volto sacro di mia madre!,.. È qui, mia madre; è qui sulla spiaggia, e ti contempla!... Ecco la virtù del tuo sangue!... Ecco la forza pura che equilibrerà le tue energie, quando volerai sul ventre rimbalzante della burrasca ballerina, senza ferirti ai rossi pugnali delle sue mammelle, nè rimanere impigliato nella sua capigliatura d’alghe, e senza cadere nella sua gola rauca di cortigiana!
Ma si affrettò, vedendo strisciare da una roccia all’altra la trepidante angoscia dell’aurora.
Inerpicandosi fino al sommo della grande gabbia, egli si sentiva più leggiero di una bolla di sapone, come se un soffio invisibile lo portasse in cielo.
— O carezzevole fiato di mia madre!... Tu mi spingi tra le braccia di mio figlio!... Tu mi comandi di annientare il mio corpo, dando a lui la vita!... Ti obbedisco!... Mi affretto!...
Poi, sedendosi sul nodo di corde tese che avvinceva le due grandi ali color d’ocra, egli parlò per l’ultima volta a Gazurmah:
— O figlio mio! O mio padrone!... Ho dato tutto, per te!... A forza di digiuni, di sacrifici sanguinosi e di preghiere, ho preservata la mia volontà dal dipendere da un beveraggio, da un colore affascinante o da un profumo di donna.
«I miei nervi che serpeggiavano oscuramente nella raffica, come redini abbandonate, li ho riafferrati.... Ho battuta la mia anima e l’ho atterrata nella polvere.... Poi l’ho trascinata pei capelli, come una ladra, per tutte le strade cupe e disperate, via per deserti spaventosi, sotto le stelle desolatrici che ispiravano il suicidio.
«Finalmente, ho visto che nessun rimpianto delle cose perdute, nessun desiderio delle cose sognate palpitava più in lei... E appunto allora ti ho sentito sorgere nel mio cuore, figlio mio!... Ti ho creato così con tutta la forza della mia disperazione, poichè l’intensità dell’energia creatrice si misura dalla grandezza della disperazione che lo genera. È così che la mia volontà, impadronendosi in una volta di tutta la mia anima, la fecondò e la liberò dal suo germe....
«Ricordati amare te stesso più di d’ogni cosa al mondo. Serba sempre il tuo ardore, non già per le gioie future, ma per lo splendore saporoso del momento che passa. Ama tè stesso profondamente, tanto da darti alla morte per colorarti di una bellezza più intensa, in un solo gesto. Ama tè stesso al punto di darti ad uno spasimo qualunque, per uccidere il passato ad ogni istante e per render vana l’attesa dell’avvenire che devi sorpassare. Fa in modo che la realtà di oggi sia più bella del sogno realizzabile di domani.....
Mafarka tacque. Chi dunque lo mordeva alla nuca, con acuti denti di lava?...
Si voltò. Lontanissimo, laggiù, sulla linea estrema dell’orizzonte, il Sole, serpente di bragia, lardellò lo spazio bianco con la sua lingua d’oro avvelenata....
Allora, nell’emiciclo delle scogliere grandiose che fremevano all’invasione della carezza solare, la frenesia delle frenesie attanagliò alla gola Mafarka, che gridò tre volte:
— Gazurmah! Gazurmah! Gazurmah!... Eccoti la mia anima!... Tendimi le labbra e apri la bocca al mio bacio!...
E saltò al collo di suo figlio, e premette la propria bocca sulla bocca scolpita.
Il corpo formidabile di Gazurmah sussultò subito violentemente, e le sue ali possenti scattarono, infrangendo le pareti della gabbia.... Come un cavallo da guerra scuote le frecce che gli si cacciano nella groppa, come un falso storpio getta lungi da sè le grucce, quando esce dalla città... così il più bello degli uccelli della terra si liberò dalle sbarre che lo imprigionavano. Ma non potè slanciarsi innanzi, poichè suo padre gli stava appeso al collo come una greve collana di tenerezza.
Finalmente Mafarka staccò la propria bocca da quella del figlio; e rideva di gioia al veder le belle labbra di legno ammollirsi e fremere, colorandosi di un sangue scarlatto. Egli sentiva gonfiarsi, sotto il proprio petto, quello di suo figlio, vigorosamente, come l’onda sotto il ventre del nuotatore.
— Oh! figlio mio! Ancora un bacio, perchè io mi vuoti in te!... Ah! non respingermi così!... Sei dunque stanco di me come d’un vestito troppo attillato di cui ci si sbarazza per gettarci in mare?...
«Ricordati dei miei consigli!... Ma affrettati a dimenticare i lineamenti del mio viso!... Verrà un giorno, purtroppo, in cui ti sforzerai invano di rievocare le forme del mio corpo, e il mio gesto preferito, e il colore dei miei occhi!... E soffrirai di non avermi amato abbastanza e di non avere abbastanza accarezzate le mie guancie!... Oh! non piangere, allora!... O almeno, affrettati ad asciugar le lagrime che ti sfuggiranno dalle palpebre.... Poichè devi conservare la tua inesauribile gaiezza!... Ma la tua bellezza mi oltraggia, mi schiaccia e mi accieca!... Tu mi uccidi, figlio mio!... Mi uccidi!... E muoio di gelosia per te!
Una viltà orribile gli serpeggiava per le viscere. Perchè doveva egli lasciare la sua opera tanto amata e confidarla così all’avvenire tenebroso?...
— Oh! rimanere con te, mio figliuolo adorato!.. Rimanere con te ancora un momento!... No! No!...
E ad un tratto, un desiderio di assassinio gli fece aprir la bocca per mordere le guancie a Gazurmah!... Ma la volontà del padre non si piegò. Egli rimase immobile, sospeso per le braccia al collo del figlio, che bagnava d’un bacio torturante e soave in cui si eternizzava una tenerezza senza limiti.
Ma Gazurmah non poteva più rattenere il proprio cuore ribelle che scalpitava impaziente entro il suo vasto petto. Bruscamente si dondolò forte, e infine gettò lontano suo padre, come un toro infuriato si libera da un giogo.
Mafarka piombò inerte sulla roccia, schiacciandovisi come un panno bagnato....
E allora le grandi ali aranciate tuonarono, come i battenti di un tempio, nel grande emiciclo delle scogliere. Gazurmah si precipitò in avanti fra le mascelle scoppiate della gabbia.
I suoi piedi veementi battevano sugli orli infeltrati d’alghe della enorme matrice di pietra; poi il suo petto squarciò subitamente la seta ondulata e cangiante del mare. Una gran risata di schiuma gli docciò il viso, e, d’un balzo, egli s’involò nello spazio.
Dappertutto, in lontananza, nel golfo grondante di riflessi multicolori, come un immenso anfiteatro popolato su tutti i suoi gradini di spettatori sontuosi, i velieri neri, crocifissi e palpitanti sulle punte delle rocce, agonizzavano in balìa delle onde sonnecchianti, che mordevan loro i piedi macchinalmente.
Mentre rasentava il promontorio del Sud, Gazurmah vide un brigantino massacrato, che rantolava ancora, sussultando e scricchiolando, con la chiglia all’aria e con le zampe anteriori impigliate nelle proprie viscere, come un cervo sventrato. Esso protendeva verso l’aurora le corna minacciose e inutili del suo bompresso, scrollando giù dai propri fianchi naufraghi verdastri e punzecchianti come mosche che la sua coda di cordami non poteva più scacciare. Altri naufraghi erano sospesi, per le braccia convulse e contratte dalla morte, ai bastingaggi e alle cannoniere.
Grandi stormi bianchi di gabbiani gementi turbinavano in elastiche corone sulle pigre culle che fa dondolare il mare, cupa nutrice dalle cantilene languide.
A un balzo del vento, i cadaveri sollevarono tutti insieme le gambe e le braccia, che parvero applaudire freneticamente. E Gazurmah si avanzava tra quei sinistri applausi, quando ad un tratto i Venti, giocolieri dagli occhi folli, si slanciarono nel turbinìo delle loro capigliature bionde, arrampicandosi con agilità scimmiesca fino allo zenit, su, su, da un raggio all’altro, come su lunghi gradini gialli. Essi agitavano grandi riflessi multicolori e li spiegavano, con grida di gioia, costruendo un arcobaleno di trionfo. Poi, nelle sfere più alte, si avvoltolavano, ubbriacandosi di luce, tra il fragore delle nuvole d’argento.
Il mare, il turbolento mare, faceva pensare a una regale confusione di coppe e di vasi in cui il vino dell’aurora scorresse lietamente. Certo, i Venti giocolieri avevano addomesticato il Sole, fantastico serpente a sonagli che snodava i suoi pesanti anelli di bragia sui cristalli sfolgoranti delle onde!...
Con un’andatura pomposa e cadenzata, il Sole scivolava tra flutti di merletti spumeggianti, e le sue spire, rotolando nella trasparenza sonora dell’atmosfera, sul mare turchino, all’infinito, strappavano al vibrante metallo dall’acqua una musica mutevole, i cui accordi, a volta a volta serici, frettolosi, gravi e sonnolenti, spossavano i sensi per eccessiva delizia e immergevano l’anima in un abisso di felicità.
Fu allora che Gazurmah sfidò l’astro perfido, imponendogli l’obbedienza:
— O Sole!... Io vengo a te come un padrone che non può accontentarsi dell’impero del mondo!... E ti comando, o Sole, di guidarmi in capo al mare, là dove esso affonda tra le isole delle nubi e si perde, come un fiume, nell’infinito!...
«Voglio seguirti nella tua corsa, per approdare ai continenti di fuoco dove tu vai ad abbeverarti di fiamma, o Sole, mio schiavo!... Voglio saziare finalmente la mia sete immemorabile di forza assoluta e d’immortalità!... Oh! puoi risparmiarmelo, il tuo sorriso disdegnoso, poichè sono il più forte, poichè sono colui che riuscirà un giorno a incatenarti sugli altipiani dell’Africa!...
«Frattanto, o Sole, china la fronte davanti a me! Io ti ho sorpreso mentre vuotavi delle sue ricchezze il cuore infranto di mio padre!.. Lascia quelle verghe!... In ginocchio!.. Baciami i piedi!... Ora basta!... Rialzati!... E adesso, o Sole, ungimi il corpo del tuo burro incandescente, e poi vulcanizza le mie membra di caucciù, per le battaglie celesti!...
«Quanto a te, Mare, io ti disprezzo... o pesante Mare massiccio, con le tacche azzurre delle tue onde metalliche a cui s’apprendono e si arrestano le navi, come lente ruote... Oh, quanto mi divertirò a vederti tremare per tutte le membra, allorchè la burrasca ti afferra e ti piomba addosso, serrata e massiccia, in un accanito e profondo assalto!...
Mentre Gazurmah esclamava queste parole, si aprirono, nelle brume rosee, degli agili spazi d’azzurro dai contorni vigorosamente disegnati, che mutavano forma elasticamente, con un lungo e dolcissimo mormorìo. Erano le Brezze Beffarde, che zufolavano le loro ironiche canzoni:
Le Brezze Beffarde. — Oh! la tua bellezza... la tua bellezza c’incanta, Gazurmah!... Tu sei il più bello dei figli della terra!... Ma sì fragile!... Sì tenero!... Oh! come son corte, le tue braccia!... E vorresti prenderci?... Ma non vogliamo saperne, noi!... A noi piace soltanto l’urto schiacciante dei bompressi!... Ah! ah! Ti fischiamo in coro, bel Gazurmah!... Oh! non aver paura! Avremo pietà di te!... È tanto succoso, il tuo corpo, che vi morderemo dentro con delizia!... Non è amore: è fame, che ci spinge verso di te!... E tu ti stanchi inutilmente, per abbracciarci con le tue ali!... Noi ci trasformiamo a voler nostro, ora spiegandoci come ventagli sui vasti orizzonti, ed ora strisciando, come gelide serpi, sulla tua schiena che freme, poichè non siamo altro che ricordi amari... sogni angosciosi e malinconia...
Gli Echi. — Malinconia! Malinconia!
Gazurmah. — Queste sono le vostre ciarle monotone, vezzose pastorelle delle onde!... Ma io li disprezzo, i vostri scherni melodiosi, e non voglio indugiare sui vostri corpi che furono a lungo strofinati dai fiori... Voi m’ignorate, forse, mentre io vi conosco da sempre!... Che m’importa della bellezza della vostra chioma, che non è se non un lungo sogno azzurro?... Avete leggiera la testa, snello il busto, piccolissime le poppe, ma i vostri fianchi sono polputi e sensuali, e le vostre coscie sono grasse... Sappiate che le reti sottili dei vostri soffi, non modificheranno mai le linee delle mie ali, larghe cinquanta braccia e alte dieci... Io vi scivolerò facilmente sulle fluide ànche; io farò capriole sul vostro ventre, che so morbido ed elastico, e vi siederò sulle ginocchia, che sono più dense delle vostre mammelle vaporose!...
«I corpi vostri somigliano ai mobili corpi delle onde che mio padre Mafarka, grande navigatore, sventrava a colpi di prua... So nuotare meglio di lui, e quindi mi sarà facile il volo. Come il nuotatore che con la mano batte l’onda, sua amante, e s’appoggia indolentemente su di essa, e poi fugge avanti... come un amatore stanco sguscia fuori dal letto della donna assopita... ecco, ecco, come volerò!...
Le Brezze Beffarde. — Ma non potrai volare al cielo, bell’amatore troppo pesante!...
Gazurmah. — Vi sembro troppo pesante?!... Ah! ah!... Vorreste forse travolgermi a piacer vostro, come una piuma lieve?... Ebbene, no!... Con la forza, con la forza mi aprirò un varco tra i vostri morbidi fianchi, e il mio peso mi consentirà di rimanere in equilibrio sotto le vostre carezze sgarbate!... Mi appoggerò di voi su senza timore, poichè quanto più crescerà la mia velocità, tanto più voi vi accalcherete sotto il mio ventre volante, per la speranza di fermarmi con una maggior resistenza. La vostra folla voluttuosa sarà più densa dove io sarò passato, poichè le mie carezze brutali vi ricacceranno indietro, a turbini. Così l’acqua s’innalza davanti alla nave che la taglia!... Per fiutare ancora il mio odore di maschio, vi precipiterete tutte nel vuoto che lascerò dietro di me fendendo la vostra folla bramosa....
E volerò contro corrente nell’onda delle vostre nudità, e saranno le vostre braccia stesse, che stringeranno il mio corpo e lo faranno sprizzar lontano.
Le Brezze Beffarde. — Noi ti rotoleremo nei nostri letti tempestosi!... Ti rotoleremo per baciarti dappertutto!...
Gazurmah. — Io mi stenderò su di voi, con le gambe completamente ripiegate all’indietro, e vi morderò le labbra, e vi sverginerò tutte quante, o Brezze graziose e beffarde, focosamente, attraversando lo spazio!...
Frattanto, un essere vivo e nudo si avanzava verso Gazurmah, nuotando penosamente.
Pareva pesto e moribondo.
Le onde inarcavano il dorso come gatte cattive, sotto la loro coda di schiuma, contendendosi a graffi quel povero sorcio ferito che lasciavano trotterellare un poco, verso una speranza di liberazione.
Ma, mentre quell’essere miserevole s’arrampicava su per uno scoglio a fior d’acqua, Gazurmah trasalì di gioia crudele riconoscendo Colubbi. Ella si stese in mezzo a un fruscìo gasoso di schiuma, e, così stesa, aperte le braccia, chiamò a voce spiegata il suo implacabile amante.
— Da te, da te, aspetto la morte!... O figlio mio! O amante mio!... Uccidimi, poichè io sola ho assistito alla tua nascita divina!
Un grande urto. Miagolìo di onde lacerate e singhiozzanti... Un pesante getto di sangue si schiacciò come un roseo pennacchio contro il petto di Gazurmah, che con un gran colpo di ali s’innalzò fino al cielo... Tanto rapidamente, che egli udì appena, assai lontano, sotto di sè, la voce morente di Colubbi rantolare così:
— Tu mi hai spezzato il cuore sotto le tue costole di bronzo!... Ma uccidendomi, hai uccisa la Terra... la Terra!... Fra poco udrai il suo primo sussulto d’agonia!
Uno scricchiolìo formidabile le rispose. Era la prima scossa sotterranea, che si propagava da una scogliera all’altra, fino ai due grandi promontorî di Tum-Tum, mostruosi coccodrilli, i quali vibrarono tre grandi colpi di coda contro l’orizzonte bianco, tra un gran volo di squame scintillanti, sotto lo sguardo impassibile del Sole, che troneggiava sul mare domato. E frattanto le fauci informi degl’Ipogei mugghiavano, soffiando un giallo vapore striato di bagliori fosforescenti, che saliva in colonne globulose, appestando il vasto cielo libero.
— Puah! Questo odore di mummie, questo fetore di secoli morti mi dànno la nausea!... Più in alto! Più in alto!
E innalzatosi subitamente di altri cento cubiti, Gazurmah si abbandonò, languido, sulle sue grandi ali aranciate che la luce del mattino inverniciava d’oro. Egli dominava almeno cento leghe di coste sinuose. Ah! i monti si erano dunque destati dal loro sonno massiccio, pastori giganteschi dalle enormi spalle di granito che lucevano scoperte, fra cenci di verzura?... Avevano dormito più di seimila anni, alla rinfusa, uno addosso all’altro, in una vasta oppressione di stanchezza e per metà sommersi dalle loro immense mandre di poggi villosi, di grotte abbaianti e di colline spaventate come pecore.
Eccoli improvvisamente desti!... Alcuni si stirano penosamente, con un crollar di muscoli e un rotolar di bicipiti irti di cespugli; altri inarcano la schiena per strofinarsi contro le nuvole, folte di punte d’oro, che ruzzolano come ricci colossali spazzati da una valanga.
Ma quei pastori giganti sono troppo accalcati; ed ecco che il più alto, un gran monte dal pesante testone di basalto, s’incollerisce d’improvviso. Vuole uscire dalla folla e s’inoltra a gomitate tonanti. Nella sua rabbia tumultuosa, sfonda i fianchi alle montagne vicine, che brontolano lugubremente...
Una di esse, protese coraggiosamente la sua cima gialla, che si schiacciò come una nespola matura, senza rumore. Poi, tra l’arruffio della sua vegetazione scompigliata, cedette a pezzo a pezzo, inginocchiandosi in un abisso improvvisato.
Allora Gazurmah, mentre continuava a salire, fu sorpreso dal silenzio inesplicabile che lo avvolgeva nonostante la violenza della battaglia tellurica che andava intensificandosi sotto di lui.
Appunto in quel momento, un’altra montagna gettò indietro la sua bella cima rosea, chiomata di foreste nere, e aprì una bocca di vulcano, da cui uscì turbinando un alito di cenere infocata.
— Uah! Uah! Uah!... Io ridesto dunque la fame dei monti?!.. Come sputerei volontieri in quella boccaccia nauseabonda che ha denti larghi venti cubiti!... Ma, davvero, il sudore fumante di quelle groppe di granito mi appesta le nari!... Voglio salire più in alto, per dimenticar la faccia della terra e le sue rughe profonde!
E Gazurmah s’arrestò, finalmente, a picco su una città punteggiata d’oro, che sembrava dormire su un altipiano, sull’unico altipiano che fosse ancora immobile tra il roteare, il tumultuare e l’ampio andirivieni di quella immane rissa di monti.
Ma il sonno della città non durò molto. Un movimento febbrile cominciava già ad agitare le torri scintillanti, che agucchiavano nelle maglie purpuree delle nubi. Ad un tratto, la città tutt’intera scivolò, come una corona d’oro cesellata, su un tappeto di color cupo, precipitando verso la riva del mare, ove gli scogli ballavano.
Per veder meglio il grandioso spettacolo, Gazurmah scese pesantemente, come un piombo, a cento cubiti più giù. Fracassi sordi e acute grida gli giunsero all’orecchio. Egli vedeva ingrandirsi, sotto di sè, la città, che spingeva verso il mare le sue innumerevoli case dalle terrazze irte di braccia e di armi come elefanti da guerra, le groppe bardate delle moschee e i minareti branditi come lancie!
Le invisibili legioni sotterranee si scagliarono immediatamente all’assalto della città in marcia... Vi fu una lunga pausa, sinistramente lavata da un rovescio di luce scialba, che colpì di terrore la fronte di quello strano esercito. Poi Gazurmah comprese che le forze vulcaniche iniziavano l’assalto. Si vedevano soltanto i loro mantelli di polvere, che s’insinuavano tra le file delle case guerriere, le afferravano a mezzo il corpo o per le zampe, e atterravano i cavalieri... Crollarono tutte, l’una dopo l’altra, quelle case galoppanti e bellicose, con la schiuma del mare alla bocca, con le nari e i fianchi insanguinati e con larghe brecce nel petto.
Allora Gazurmah s’innalzò di nuovo, per contemplare una catena di monti neonati, tutti azzurri sotto le loro mille cime color di rosa, dromedarî di una immensa carovana che brandì improvvisamente le sue scimitarre insanguinate e poi crollò giù, in mezzo a un ampio sventolìo di vapori rossigni. Furono dapprima bandiere che si sfilacciarono a poco a poco, lontanissimo, sulla sussultante agonia di una montagna dalle ferite trionfali.
Enorme, questa girava su sè stessa, lanciava avanti il ventre, indietro la groppa, secondo il ritmo di una danza sotterranea, tanto più spaventevole che pareva svolgersi in un silenzio assoluto.
Finalmente la montagna si immobilizzò, morta, reclinata la fronte, facendo dondolare all’estremità d’un muscolo di verzura, il suo cuore di granito nero, strappato.
Allora Gazurmah s’involò rapidissimo sul mare bianco, oleoso e calmo. E, mentre scavalcava il promontorio del Sud, vide scavarsi in alto mare un abisso, incommensurabile buco nella sugna lucente delle acque.
L’atmosfera era attenta, e tranne quel vasto abisso centrale, la superficie del mare rimaneva immota. Gazurmah si volgeva, a quando a quando, per ammirare l’impeto astioso dei monti lanciati a galoppo e le flessioni tremanti delle valli, sotto il ventaglio convulsivo delle foreste sradicate, mentre, molto in alto, le cime si accoppiavano elasticamente, emettendo lunghi sibili di luce gialla.
Il mare, in lontananza, ansimava di rabbia contenuta, sotto i massi di lava che il Sole fuggiasco gli lanciava, nelle pause angosciose della sua corsa, al disopra delle nuvole crollanti ai colpi della voce di Gazurmah, ariete sonoro.
— Indietro, Sole, re detronizzato a cui ho distrutto il regno!... Io non temo le tenebre infinite!... Io non sono un uomo strisciante che si sforza, durante la notte, di spingere la sua piccola testa di tartaruga fuori dall’immenso guscio del firmamento!... Il firmamento?.. Io ne sono padrone!... Le mie grandi ali possono dare cento battiti ad ognuno dei miei respiri. E il mio soffio piega le foreste, poichè ho polmoni immensi e predisposti alle atmosfere irrespirabili che dovrò attraversare immergendomi nello sguardo obliquo e rosso di Marte!... Ma, prima, io devo conquistare la capitale dell’Imperatore Scarlatto!...
Subitamente, come egli mutava il suo volo, una melodia soave e strana gli deliziò le orecchie.
Comprese che essa si sprigionava dalle sue ali, più vive e sonore di due arpe, ed ebbro d’entusiasmo, si divertì a modulare quelle cadenze armoniose, illanguidendone le vibrazioni e ad ora ad ora spingendone sempre più in alto i ritorni esaltati...
Così la grande speranza del mondo, il gran sogno della musica totale, si realizzava finalmente nelle ali di Gazurmah... Il volo di tutti i canti della terra si sublimava nel loro ampio remeggiare ispirato!...... Divina brama della Poesia! Desiderio di fluidità! Nobili consigli dei fumi e delle fiamme!...
E Gazurmah saliva. La melodia esaltante e soave delle sue ali aranciate aveva ammansato uno stormo di condor, che lo seguiva pel cielo, lunga sciarpa continuamente annodata e snodata...
FINE