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Mafarka il futurista/2. Lo stratagemma di Mafarka-el-Bar

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2. Lo stratagemma di Mafarka-el-Bar

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Filippo Tommaso Marinetti - Mafarka il futurista (1909)
Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
2. Lo stratagemma di Mafarka-el-Bar
1. Lo stupro delle negre 3. I cani del sole
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2.

Lo Stratagemma di Mafarka-el-Bar


Nonostante il peso dei cenci fradici di cui era coperto, Mafarka-el-Bar fece i due terzi del cammino a passo di corsa. Ma s’arrestava bruscamente, per cambiare andatura, non appena scorgeva davanti a sè le masse confuse delle fattorie imbacuccate di banani. Allora, improvvisamente invecchiato di quarant’anni, simile in tutto a un mendìco centenario, curva la schiena e mascherata di fango la faccia, egli attraversava, zoppicando, i villaggi spenti che sembravano trattenere il respiro sotto le stelle incalcolabilmente lontane...

I cani stessi avevano paura, e non abbaiavano, quando quel vagabondo strano ringiovaniva come per miracolo, raddrizzando il busto e riprendendo il suo passo veloce davanti alle ultime abitazioni.

Lo straripare delle orde nere aveva infatti empite di sgomento le tenebre africane, dove solo il vento viveva ancora, tutto intento a rastrellare la sabbia, diligentemente, come se non vi fosse più la menoma probabilità di vedere un passante sulle strade vuote del deserto.

Ma quella cura meticolosa di ordine univer[p. 60 modifica]sale e di triste regolarità rendeva sempre più impaziente Mafarka, che si mise a ballare allegramente, pur continuando a camminare, lieto di sentirsi capace di sorprendenti agilità da mimo e da ginnasta.

E diceva a sè stesso:

— Non uno dei commedianti di Bubassa saprebbe travestirsi in un attimo, come ho fatto io, senza ricorrere a polveri o a truccature!... Quale di essi potrebbe ravvisare Mafarka-el-Bar in questo sinistro mendicante ch’io sono divenuto... il più miserabile, il più storpio dei mendicanti della terra?

Queste ultime parole, pronunciate ad alta voce, gli diedero un lieve brivido di timore superstizioso. Alzò il capo e stese in largo le braccia, perchè l’ampio suo petto di stallone potesse respirare pienamente l’incommensurabile alito fresco del deserto...

— Ah! come è materno, questo silenzio!... — sospirò. — Me lo sento sulle gambe, sul ventre e sulla bocca, come il morbido lenzuolo del mio lettuccio di quand’ero fanciullo! Oh! lo so che sei tu, Langurama, madre mia adorata; lo so che sei tu, che t’aggiri intorno al mio giaciglio, rimboccandolo con mano diligente e leggiera!... La riconosco, la tua mano!... Oh, permettimi di vegliare, questa notte, mamma mia!... Bisogna ch’io vegli!... Lasciami la tua lampada!... Baciami, e poi va a coricarti sul tuo letto di nuvole!... E dormi bene! Non aspettarmi! Che la notte ti sia dolce!... [p. 61 modifica]

E Mafarka-el-Bar balzò innanzi, a gran passi elastici, scivolando sulle molle impetuose del vento, e correndo come una parola di vittoria entro la bocca stessa di Dio.

Nel correre, egli stringeva il pugno, come sulla barra del timone, quando la barca, con gonfia la vela, fila sul fianco superando le sue compagne.

E andava, andava, sparpagliando le sue grida d’ebbrezza beffarda, nelle tenebre, come un ricco vignaiuolo getta a fiotti l’eccesso di una vendemmia sovrabbondante ai vecchi mendichi stanchi il cui peso fa piegare lo stecconato della vigna.

— O Brafane-el-Kibir, mio nemico, tu dormi ancora, laggiù, lontano, oltre i limiti estremi dell’orizzonte brumoso!... E non mi senti venire!... Io ti porto un dono magnifico e terribile: ti porto la mia testa, chiusa come uno scrigno!... Ma bada... Ah! ah! guàrdati da quel che c’è dentro!... All’alba, sarò nel tuo accampamento, perchè ho fretta di ammirare la tua gigantesca statura e l’aspro gonfiarsi dei tuoi polmoni guerrieri, che nutri, giorno e notte, con questo inebbriante vento del deserto. Il tuo sguardo disilluso deve saper misurare, meglio del mio, gli avvenimenti terrestri, dall’altezza delle stelle... Ed io ti credo indifferente al meschino piacere di una vittoria, che non potrà affatto distrarre la tua infinita malinconia!... Non ci tieni, alla vittoria? Dimmi... Sei troppo saggio per averla a cuore?... Eb[p. 62 modifica]bene: sii buono, mio caro Brafane-el-Kibir, e lasciati vincere da me!... È un capriccio, una manìa da bambino!... Ed io ne sono ammalato!... Non ho più che un solo desiderio... Quello di calpestare i tuoi grandi castelli di sabbia, o re del deserto!... Io voglio oggi i tuoi regni! Li voglio! Li voglio!... Per divertirmi con essi, semplicemente!... Che gioia, poter distendere in lungo e in largo la mia anima immensa in questo immenso deserto, letto sontuoso e profondo del Sole, affondando nei suoi materassi di sabbia!...

«Che cosa è una pianura?... Non lo capisco più!... Io sono, io sono, io sono, ritto come un chiodo piantato nel cerchione di una ruota... ritto come una freccia sulla corda di un grande arco teso... Ma chi dunque mi scocca?... E contro chi?... E contro chi?...

Egli s’arrestò per un momento, privo di respiro, indi riprese la sua corsa danzante sotto le stelle...

E cantava a distesa:

— Eccomi qui, colla bocca rivolta al cielo, come una tazza di porcellana, sotto questa calda inondazione di caffè nero bene inzuccherato d’astri!... Ma vien versato da troppa altezza, e il getto è veramente troppo pesante!... Il mio vasaio ha tenuto ben largo il mio orlo, e nondimeno io non potrò mai contenere tutta questa odorosa cascata di tenebre eccitanti!... Forse non sono io la tazza che ti è riservata, o delizioso moka notturno!... E strano, tutta[p. 63 modifica]via, poichè la concezione dell’universo infinito è perfettamente contenuta nel cavo della mia testa, così come ampissimi profumi, che basterebbero a inebbriare tutta una città, sono contenuti in una pastiglia minuscola... Ahimè, la mia porcellana si screpola... Tutto agonizza in me, intorno a me!... Voi agonizzate, o Soli lontani che girate velocissimi, come ruote veementi, delle quali i pianeti sono le zacchere volanti e luminose! E tu, Sole nostro, quanto tardi, stamane, ad issarti sull’orizzonte!... Davvero, cominci a invecchiare anche tu! Pochi secoli basteranno a rendere terrea la tua faccia di oro giallo. È così che tu incanutisci!... Dopo, diventerai azzurro per eccesso di calore... Poi, comprimendoti a poco a poco, ti raffredderai liquefacendoti... Ed infine la tua crosta s’indurirà di nuovo. È così che tu muori... E già ti vedo, in sogno, opaco e nero come una mummia!... I tuoi satelliti approfitteranno della tua decrepitezza per precipitarsi su di te, e sarà invano che tu ne farai un solo boccone: ciò non impedirà ai tuoi flosci raggi di raffreddarsi come le gambe di un paralitico. E tu, mia Terra amatissima, già ti comprimi!... Certo, è per eccesso di ginnastica siderale!...

«È innegabile che diventi magra; ed è per questo che tu stringi la cintura del tuo equatore sulla tua pancia tropicale, procurandoti dei borborigmi poco rassicuranti!... Hai torto, di raffreddare così, sempre più, le tue occhiate alla Luna!... La Luna finirà col gettarsi, adirata e [p. 64 modifica]bramosa, nelle tue braccia, per bervi finalmente un bacio totale, dopo tanto amore platonico!... Pietà di noi, povere pulci smarrite nello scompiglio furioso di questo gran letto terrestre!

«Aldebaran! Betelgenze!... Voi non vi trascinerete a lungo sui vostri raggi tremuli come grucce!... Rigel! e tu, Alfa del Cigno, voi pure v’infiacchite!... Ed io non voglio più amare che i vostri grandi sguardi vivaci, o fratelli miei, Sirio, Vega, Alfa dell’Orsa Maggiore! perchè avete negli occhi il fuoco della prima giovinezza!...

Così cantando, Mafarka-el-Bar corse ancora, trascinato come un sughero leggero dall’invisibile corrente della sua volontà, sull’oceano tenebroso del deserto, tra le ondeggianti altalene delle sabbie sollevate.

Ma, come l’aurora ingenua meravigliava, sorridendo, le nuvole impennate dello zenit, egli prese a strisciare, con lentezze scaltre da ladro, fra le groppe delle colline fulve che fuggivano sbandate verso tutti i punti dell’orizzonte.

Dall’oriente arroventato salivano larghi riflessi d’estasi gialla che si chinavano amorosamente sulla terra, mentre ad occidente i villaggi bianchi si tingevano di rosa, sotto un cielo lievemente violaceo.

Il crescere della luce e del caldo precipitò la velocità dei passi di Mafarka tra le innumerevoli corolle illusorie che fiorivano la sabbia, qua e là. [p. 65 modifica]

Ad un tratto, egli sentì i morsi lancinanti della fame, che lo guidava, suo malgrado, verso il rosso alito del Sole invisibile... L’astro uscì alfine, lontanissimo, laggiù, dalla bocca fumante delle nubi, come un gran pane appetitoso e caldo, la cui crosta dorata crepitava saporosamente.

In quel momento stesso, una raffica portò fino a Mafarka un gran cozzare di voci, degli stridori di ruote e degl’ilari nitriti di cavalli.

Allora, egli si gettò a terra, imbrattarsi di polvere la barba per meglio e le guancie; poi si sedette, con le gambe incrociate, ed estrasse di sotto ai suoi cenci una lunga sciarpa gialla e sudicia che s’avvolse con cura, a guisa di benda, intorno al ginocchio destro. Infine, soddisfatto, si rimise in cammino, coll’andatura di un mendicante zoppo, e la sua schiena tremava a seconda delle scosse della gamba piegata, che zoppicava mirabilmente.

Mentre saliva così la china di una collina, vide, a uno svolto della strada ascendente, tutto un formidabile esercito che si stendeva ai suoi piedi, coprendo pianure sterminate, cinte dalle gialle solitudini delle sabbie e dominate in lontananza, ad oriente, dalle montagne caòtiche di Bab-el-Futuk.

Le larghe ed alte groppe di quei monti fuggivano come immense ondate d’ocra, le une dietro alle altre, ora protendendosi nel deserto come promontorî, ora aprendosi come golfi profondi che il deserto invadeva con le sue [p. 66 modifica]verdi oasi e coi suoi terrei villaggi irti di cactus. A sinistra, la pianura s’allargava maggiormente, e solo a una distanza di quindici o venti leghe si vedevano sorridere i denti lucidi e azzurri del mare.

Appunto nel cerchio di quel grandioso orizzonte, formato dalla linea affascinante della spiaggia e dal pomposo mareggiare dei monti, le orde innumerevoli di Brafane-el-Kibir apparvero subitamente allo sguardo di Mafarka.

Esse si componevano quasi interamente di cavalleria, e si svolgevano all’infinito sulle ondulazioni dei terreni, come un enorme serpente boa, maculato, pel diverso colore dei cavalli, di bianco e di nero.

La bruma del mattino vellutava i rossi cespugli spinosi delle lancie, i mucchi chiari degli scudi, l’arruffìo niveo delle criniere e, da ogni parte, le tende brune dell’accampamento, simili a vampiri inchiodati al suolo per le punte delle loro ali membranose.

Il grande esercito sembrava ripararsi sotto giganteschi fumi grigi che si elevavano qua e là, e i torsi dei quali si dilatavano, formando mammelle mostruose e braccia di cariatidi per sostenere il frontone dello zenit, già tutto bianco.

Sorgevano, quei fumi, pigramente, da sette enormi caldaie, le cui pance di rame schiacciavano fiamme striscianti, scorticate e violette, che gemevano come vittime.

Delle negre vestite di lana vermiglia balla[p. 67 modifica]vano intorno ai fuochi, gridando tutte insieme con una precipitazione assordante. Erano, quasi tutte, armate di lunghe forche di legno che immergevano a quando a quando nelle caldaie verdi e vischiose, per moderare la cottura.

Il ribollire della miscela che le caldaie contenevano e il crepitare delle legna accese si fondevano col rumore di ferramenta delle voci, sotto le contorsioni del fumo enorme che s’abbatteva sul suolo nascondendo a tratti la diabolica ronda. Ne uscì improvvisamente un guerriero colossale, che s’avanzò a lunghi passi verso Mafarka, dicendo:

— Che vuoi, qui, mendicante pidocchioso, indovino del passato, cantastorie muto?... Qual vento di malora ha spinto la tua immonda carcassa fin dentro al campo di Brafane-el-Kibir?

Dalle penne color di fuoco che divampavano nella chioma agitata di quel guerriero, e dalle innumerevoli conchiglie che ticchettavano sul suo corpo di carbone, tatuato di lune turchine, Mafarka riconobbe subito in lui uno dei generali dell’esercito dei negri.

Allora egli esagerò il catarro della sua gola, balbettando una risposta incomprensibile.

— Parla più forte! — gridò il capo. — E, anzitutto, china la fronte fino a terra, benedicendo tre volte il mio nome! Non lo sai, il mio nome?... Ah! vile bifolco!... Ti farò dare cento bastonate sulla pianta dei piedi, se non lo pronunci immediatamente!... Su! Sbrigati!... [p. 68 modifica]Che fai, lì, tutto tremante e inebetito, con quel grugno infangato, dagli occhi cisposi e stupidi?... Ma ho pietà della tua debolezza, e mi degno di dirti io stesso chi sono! Sappi che mi chiamo Mullah, e che comando uno dei nostri quattro eserciti. Sappi inoltre che tutti mi ammirano e mi temono, da un capo all’altro del deserto!...

A queste parole, Mafarka si gettò a terra, col viso nella polvere; poi sollevò timidamente la testa per dire:

— Oh! che Allah benedica mille volte il tuo nome! Io vengo dal Mar Giallo, e ho camminato per tre giorni interi senza mangiare altro che una magra fetta d’airone, e molta, e molta sabbia!... Ora, muoio di fame e di sete... Ma potrò pagare qualche alimento che mi sarà dato, con le belle storie meravigliose ch’io so... Infatti, sono indovino e favoleggiatore per mestiere...

— Alzati!... — disse Mullah, e vieni con me! Ti condurrò al cospetto del nostro capo supremo, Brafane-el-Kibir, che forse acconsentirà ad accoglierti sotto la sua tenda di seta ricamata d’oro e di perle!

Detto questo, il capo negro voltò le spalle e s’incamminò, seguito da Mafarka, lungo la fronte dell’esercito. Egli procedeva a sbalzi sulla sabbia già cocente, passando con scatti agili e cadenzati, in mezzo alla caldaie, la cui linea fumante costeggiava l’accampamento.

E Mafarka ansimava dietro di lui, trasci[p. 69 modifica]nando il proprio corpo, barcollando e fingendo di cascare, ad ogni istante, pel piegarsi dei garretti, rotti dalla stanchezza. Talora, si strofinava penosamente, col palmo della mano, gli occhi arsi dalla polvere, che teneva semichiusi per fingere una dolorosa purulenza delle palpebre.

Un forte sentore di pepe, di orina, d’incenso e di cannella veniva sui lenti soffi del vento, che sollevavano i loro mantelli di sabbia e li riabbassavano coricandosi, qua e là, come fanno i pellegrini nel tempio della Mecca.

Mafarka aveva fatto circa duecento passi, quando una enorme tenda rossa e nera si rizzò davanti a lui, tutta infiammata dal riverbero delle sabbie.

La geometria irritata e forcuta di quella tenda regale frastagliava il turchino incandescente del cielo, e i panneggiamenti color marrone, sovraccarichi di conterie verdastre e gonfiati dal vento del deserto, somigliavano, in certi momenti, a vecchie carene coperte d’alghe e di muschi. Sulla soglia, stava ritto un negro colossale, completamente nudo, dalla testa massiccia ai larghi piedi. La sua folta capigliatura faceva fluttuare con grazia tutto un giardino multicolore di penne di struzzo e di pavone, ed egli aveva, nello sguardo e negli atteggiamenti, un’aria di eleganza disinvolta, ad un tempo aristocratica e zingaresca, che seduceva immediatamente.

Nei lobi delle sue orecchie, erano inseriti due dischetti di legno odoroso. [p. 70 modifica]

Era, costui, Brafane-el-Kibir, il capo supremo, che sorvegliava in persona il lavoro di una ventina di soldati, seduti in terra e intenti a spalmare di veleni gialli i ferri delle lancie.

Mullah incrociò le braccia sul petto e s’inchinò davanti a lui. Dopo aver scambiate sottovoce alcune parole, i due capi, con un cenno, invitarono Mafarka ad avanzarsi, indi scomparvero sotto la tenda.

Mafarka s’insinuò, dietro di loro, per l’apertura triangolare, e si trovò in una penombra rossastra e calda, nella quale s’agitavano rasente terra molte figure di guerrieri.

Un’altra apertura in fondo alla tenda dava direttamente sul viale centrale dell’immenso accampamento, che s’estendeva fino a toccare, laggiù, lontano, i monti color d’ocra di Babel-Futuk. Quell’ampia strada era battuta ai due lati dall’oceano delle groppe bianche e nere dei cavalli, dei quali la schiuma volante, le criniere selvaggie, l’enorme odore dolciastro e i nitriti entusiastici sembravano gonfiare la tela della tenda.

Ad un comando di Brafane-el-Kibir, furono aperti altri fori triangolari, così che Mafarka potè distinguere i generali negri, tutti accoccolati, con le gambe incrociate sulle stuoie, in cerchio intorno a lui.

Somigliavano tutti a Mullah, pel loro volto che luceva sotto i capelli, come un metallo ancora coperto per metà dalla ganga; ma i loro [p. 71 modifica]corpi sfoggiavano una strana varietà di neri. V’erano petti di una nerezza oleosa e puzzolente, tutti infeltrati di grossi peli, mani di pepe duro, grigiastro e secco, spalle di caffè, bicipiti bitorzoluti come tuberi, piedi simili a grosse patate di forma schiacciata, piedi squamosi, callosi, contorti come radici, e larghi alluci mineralizzati.

Essi stavano forbendo le loro armi, e Mafarka, seduto presso Brafane-el-Kibir, potè studiare a tutt’agio, senza che sembrasse, tutti i terribili coltellacci dei negri di Balolo, le lancie degl’Igù e le picche di legno di cui si servono i cacciatori di Bangala. Ma i suoi sguardi furono subitamente attratti da un arnese strano e complicato del quale Mullah spiegava solennemente il maneggio.

Era un giavellotto lungo due cubiti, che aveva la forma di un ramo schiacciato, i cui larghi fiori avevano per petali lame taglienti e i cui germogli erano adunchi come becchi d’aquila. Bisognava impugnarlo per un piccolo manico rivestito di cuoio, e lanciarlo orizzontalmente, come i ragazzi lanciano le pietre piatte, per farle rimbalzare sulle onde del mare. Con molte gesticolazioni pittoresche, Mullah descrisse poi gli effetti disastrosi di quell’arma terribile, che, divenuta subitamente come viva all’impulso del braccio, andava mordendo dappertutto, a destra, a sinistra, balzando fuori da ventri squarciati per attaccarsi ad altri ventri o ad altre facce, strappando occhi, orecchie e dita, nel suo volo roteante ed ilare, ac[p. 72 modifica]celerato automaticamente da un sistema di zampe elastiche: — vespa irritata e vendicativa, uccello rapace, ebbro di sangue, pazzamente svolazzante in un carnaio.

Brafane-el-Kibir ascoltava appena, intento ad osservare un grande giavellotto in forma di locusta, del quale Mullah empiva con cura il ventre cavo, vuotandovi dentro il contenuto verdognolo di un vasetto d’argilla. Poi, egli constatò con soddisfazione che le pinze, tutte perforate da un canaletto capillare, non erano otturate, poichè sulle loro punte fioriva una gocciolina verde quando egli agitava quell’arma sinistra. Mafarka riconobbe allora in quel liquido il veleno delle caldaie, che doveva, così, stillare nelle ferite e produrvi un’immediata decomposizione.

Altri giavellotti fatti a guisa di scorpioni, e mazze simili a tartarughe dal guscio tagliente l’interessavano ugualmente; ma, essendosi accorto ad un tratto che Brafane-el-Kibir teneva fisso su di lui uno sguardo scrutatore e feroce, egli mormorò con voce nasale e lamentevole:

— O gran capo dei negri, vuoi colmare di felicità il tuo miserabile servitore, dandogli un po’ d’acqua pura perchè possa lavarsi gli occhi? Il loro bruciore è divenuto insopportabile!

Brafane-el-Kibir si volse verso il fondo della tenda, e disse:

— Jacub, occupati un poco degli occhi di questo mendicante...

S’avanzò un vecchio negro, imbacuccato in certe pelli rossastre, il quale, dopo aver cacciato [p. 73 modifica]il suo naso adunco da avoltoio negli occhi di Mafarka, borbottò:

— Il simun ti ha mangiato gli occhi. Non avrai per molto tempo ancora la gioia di guardare il sole. Ma ti darò alcune goccie di Rahan, che allevieranno il tuo dolore.

Poi scomparve in un angolo buio, per ricomparire dopo un momento recando una fiala giallognola.

— Qui dentro vi sono delle ottime cose: acqua di rosa, acqua di lattuga, essenza d’ireos e plantanio.

Poi, come Mafarka si era inginocchiato, col capo arrovesciato all’indietro, Jacub gli fece colare lentamente un sottil filo di un liquido biancastro nell’angolo dell’occhio destro.

Ma, prima che quel liquido lo toccasse, il paziente si contorse e sussultò, emettendo un grido sì straziante che tutti i capi negri balzarono in piedi, gridandogli contro e coprendolo d’ingiurie ironiche.

— Su! Smetti di gridare, vecchia carogna, e sbrigati con la tua storia, se vuoi che Brafane-el-Kibir ti dia da mangiare!

Allora Mafarka si alzò lentamente e andò a sedersi accanto a Mullah; poi agitò due volte, in avanti e all’indietro, il proprio busto, dicendo:

— Vuoi, gran re dei negri, che io ti racconti la divertente istoria del mercante di cavalli, del pesce infarcito e del Diavolo?...

— Racconta! rispose Brafane-el-Kibir, facendo un cenno verso il fondo della tenda. [p. 74 modifica]

Alcuni servi vennero subito a deporre in mezzo al crocchio un braciere di terra nel quale ardevano dei bastoncini d’incenso e un gran vassoio contenente delle pipe fumanti, ognuna delle quali posava in un alveolo di metallo. Brafane prese la più grande, che aveva un lungo cannello di bambù e un minuscolo fornello di rame orlato di giada, e, dopo avere aspirate due lunghe boccate, borbottò:

— Incomincia!

— Si tratta di Mafarka-el-Bar.... riprese allora il narratore, con una voce che pareva rotta dall’asma e velata da un catarro senile. Poichè voi non sapete, forse, che il re di Tell-el-Kibir fu nel passato un semplice mercante di cavalli alla fiera di Rimlabur. In verità, egli era ricchissimo e assai stimato fra tutti i mercanti pel gran numero e per la bellezza degli animali che scalpitavano intorno a lui, mentre egli contrattava, col calam fra le dita, seduto sulla sua stuoia, nella sua bella galabieh di seta violacea.... Un demonio, travestito da ricco negoziante, essendosi insinuato un giorno nella confusione della fiera, s’arrestò di botto, colpito d’ammirazione, davanti a uno dei cavalli di Mafarka, che attirava tutti gli sguardi pei suoi colori veramente straordinarî. Era un superbo stallone, tutto nero, ma con la criniera e la coda rosse come due torce accese...

— E il suo zeb, com’era? gorgogliò Brafane-el-Kibir mordicchiando il lungo bambù della sua pipa. [p. 75 modifica]

Tutti i negri proruppero in una rumorosa risata, e i sussulti dei corpi sdraiati fecero ticchettare i loro membri secchi e rugosi fra le conterie e le guaine di cuoio appese alla loro cintola....

— Lo zeb.... riprese sorridendo il narratore, lo zeb di quel cavallo era color di porpora!... Ma aveva la punta tempestata di zaffiri, come quello che le fanciulle di Tell-el-Kibir sognano alla vigilia del matrimonio!

A queste parole, un enorme flusso d’ilarità fece romoreggiare le voci dei negri come la ghiaia sulla spiaggia al ritorno dell’onda; e quella ilarità si propagò fuori dalla tenda, anche fra i cavalli da guerra, che nitrirono tutti focosamente, dalla gioia, nel fulgòre scamiciato del sole.

— Dunque, soggiunse il falso mendìco, alzando la voce, il Demonio pagò, senza mercanteggiare, tremila piastre, indi balzò in sella e si slanciò a gran carriera fuori dalla città. Ma presto s’avvide, con spavento, che la criniera e la coda dell’animale s’accendevano al vento, così che esso spargeva dappertutto l’incendio, nel passare per le viuzze dei villaggi, le cui case fanno pancia, quasi toccandosi con le loro musciarabie.... Allora, il Demonio volle passare a nuoto dei fiumi; ma il suo stallone non si spegneva, quantunque le acque fossero profonde!... Nelle foreste che attraversava a galoppo, scavava un buco ardente come le fauci di una fornace!... Era il mese d’aprile, quando le bestie provano il bisogno di copu[p. 76 modifica]lare fra loro.... e quello stallone non incontrava giumenta che subito non volesse coprire. Tutto inebbriato dall’odore della vulva umida, esso agitava la sua sferzante criniera contro i fianchi della femmina, che trasaliva al bruciore sferrando terribili calci.... Così, il Demonio, quantunque fosse un eccellente cavaliere, fu sbalzato di sella tre volte.... La terza volta si ruppe un braccio!

«Furibondo al vedersi così malconcio per colpa di una cavalcatura tanto costosa, il Demonio ritornò a Rimlabur e corse ad invitare a pranzo Mafarka-el-Bar. Poi, tagliato lo zeb allo stallone, lo fece cuocere e ordinò che fosse servito in tavola, la sera prefissa, nella sala del suo palazzo, le cui finestre aspiravano l’alito verde e la frescura salata del mare.

«I cuochi infarcirono lo zeb con del latte cagliato, e lo condirono sì bene con viole e cannella, che un odore caldo e squisito inebbriò voluttuosamente tutta la casa. E, la sera, le servette, stuzzicate da quell’odore, origliavano alle porte della sala del convito, facendo schioccare la lingua e stropicciandosi le mammelle per vincerne il troppo dolce prurito...

« — Ecco un pesce ammirabile! disse il Demonio a Mafarka, incrociando le gambe davanti alla stuoia sulla quale splendeva lo zeb trasfigurato, in un bel vassoio d’oro cesellato. — Ecco un pesce d’una forma sconosciuta, che ha un sapore sublime!... Puoi mangiartelo tutto, perchè io ne ho gustato stamane [p. 77 modifica]uno uguale e non vorrei guastare, ripetendolo, il piacere che ne ho provato!

«Mafarka non si fece pregare, e, preso a due mani il finto pesce, cominciò a spingerselo lentamente nella larga bocca, trinciandolo coi denti, come si mangia un banano. Quando l’ebbe mangiato tutto intero, stralunando gli occhi per l’ebbrezza d’una grande felicità, si mise a sbuffare rumorosamente, con tutta la forza dei suoi polmoni... Bisognava aprire tutte le finestre! — Fa troppo caldo!... Fa ancora troppo caldo!... Non c’è aria, stasera, nella città!... E nemmeno sul mare!... Questo golfo è troppo angusto!... Staremmo meglio se fossimo nudi!... Spògliati! — diss’egli al Demonio, che subito obbedì.

«Poi, Mafarka si gettò sulle serve che stavano sparecchiando e le possedette, sui cuscini, una dopo l’altra, ridendo come un pazzo. Anch’esse ridevano, e andavano gridando: — Ahi! Ahi, bel cavalluccio! Mettici soltanto la testa, nella mia piccola greppia!... Ahi! Soltanto la testa!... Sì! Sì... —

«E la violenza di Mafarka sempre cresceva man mano ch’egli passava dall’una all’altra.... Ad un tratto, egli balzò furibondo sul Demonio, urlando: — Il tuo palazzo m’appartiene!... Vattene! Se non te ne vai, ti sfondo le natiche!... — Il suo membro si era sì stranamente allungato, nello slancio aggressivo, che il Demonio, sgomentato, fuggì via dal proprio palazzo e non ardì più di rientrarvi! [p. 78 modifica]

Queste ultime parole furono soffocate da innumerevoli scoppî di risa.... Parve una frana di pietre nel vuoto sonoro di una cava.

Brafane-el-Kibir, steso bocconi, coi gomiti puntati sulla stuoia, rideva a crepapelle, spalancata la bocca da un’orecchia all’altra, sotto il giardino multicolore della sua chioma agitata; e il suo mento sussultava, nel cavo delle mani, ad ognuna delle formidabili risate che squassavano il suo dorso possente di enorme lucertolone nero.

Ma egli si alzò ad un tratto, d’un balzo, e stette in agguato, tendendo l’orecchio....

Tutti gli altri tacquero, anch’essi in ascolto. Un rumore confuso veniva dall’estremità opposta dell’accampamento....

Poco dopo, la figura balzante d’un cavaliere che galoppava comparve in fondo alla strada, sotto le montagne di Bab-el-Futuk, i cui fianchi color d’ocra si coprivano d’un formicolio nerastro.

— Non è l’esercito di Faras-Magalla, che s’avanza?.., domandò Brafane-el-Kibir.

— Sì! rispose Mullah. Vedo il suo primo capitano, Gakor, che corre a noi, a briglia sciolta.... Ha un ottimo cavallo!...

Un passaggio fu aperto rapidamente al cavaliere, fra i cariaggi, davanti alla tenda.

Dei nitriti s’elevarono, in un turbinìo di polvere dorata dal sole, sul tintinnare delle staffe e il sordo fracasso dei calci contro il cuoio degli scudi.... Quel frastuono era appena [p. 79 modifica]cessato, quando il gran corpo atletico di Gakor si delineò, contro luce, nell’apertura triangolare della tenda. Il guerriero ansimava e le sue spalle nere e grondanti di sudore luccicavano al sole.

— Gran capo dei negri! diss’egli. Faras-Magalla ti saluta e domanda i tuoi ordini.

— Dirai a Faras-Magalla che il gran capo dei negri lo saluta e gli ordina di starsene fermo col suo esercito davanti al villaggio di Bab-el-Futuk!

Pronunciate queste parole, Brafane-el-Kibir si volse di nuovo verso il narratore, che riprese:

— Dopo aver soddisfatto una ventina di domestiche e quasi altrettante belle schiave, Mafarka-el-Bar, sentendosi spossato, volle dormire al fresco del mare e fece disporre un morbido giaciglio sulla terrazza che dava sul molo del porto... I velieri che vi erano ancorati quasi toccavano la muraglia del palazzo, e i loro bompressi, sorpassando la balaustrata, formavano un tetto pittoresco di tele colorate e di legno odoroso, al disopra del letto improvvisato. Mafarka vi si stese voluttuosamente; ma il suo sesso interminabile, lungo undici metri, era troppo ingombrante!... Quindi, egli pensò di arrotolarlo con cura, come una gomena, accanto al letto; poi, si addormentò profondamente.

«Ora accadde che la mattina seguente un marinaio i cui occhi erano ancora offuscati dal sonno s’ingannò, prendendo quel membro per [p. 80 modifica]una fune, e lo legò solidamente alla tela di un trinchetto; indi lanciò il tutto oltre il parapetto, ai marinai che erano sulla prua del veliero, e questi cominciarono a tirare in cadenza, gridando: — Issa — oh!... Issa — oh! — per ammainare. Subito, lo zeb smisurato cominciò a irrigidirsi, sollevando altissimo e spiegando il trinchetto, che si empiva di vento, sbattendo... E Mafarka, che dormiva ancora, fu così portato via, e navigò sui flutti del mare col suo membro rigido come un albero vibrante, sotto la vela gonfia di brezza favorevole. Si assicura che egli approdò prestissimo a Tell-el-Kibir, dove il re Bubassa, stuzzicato da sì meravigliose avventure, volle esperimentare personalmente le virtù di uno zeb tanto miracoloso. Mafarka-el-Bar, a quanto pare, si affrettò a soddisfare il re, e approfittando della postura sottomessa che questi aveva presa, lo imbavagliò, lo incatenò e gli rapì lo scettro!...

— E che ne fu, del cavallo del Demonio? interruppe Brafane-el-Kibir.

— Esso galoppa pel deserto, in cerca del suo zeb... Oh! certo lo avrete visto, sul far della sera, balzare sull’arco dell’orizzonte, agitando la sua criniera in fiamme e inondando le valli con le fontane di sangue che sgorgano dal suo ventre!... Il cavallo del demonio sembra specialmente attratto dai grandi accampamenti di cavalleria, dei quali si sforza di fare il giro, a gran carriera, tracciando un immenso cerchio rosso coll’onda inesauribile del suo [p. 81 modifica]sangue, che produce dovunque la peste e la morte!...

«Sta in guardia, gran capo dei negri, poichè quella bestia, arrabbiata pel più straziante degli spasimi, non conosce ostacoli al suo slancio forsennato!... Si son visti eserciti interi agonizzare e perire, uomini e bestie, poche ore dopo il passaggio, sulla loro fronte, del terribile cavallo dal ventre squarciato... Forse lo vedrete fra poco, laggiù, sulla linea sinuosa della spiaggia.

A queste parole, tutti i guerrieri negri sorsero in gran tumulto, protendendo le loro teste crespe fuori dall’apertura triangolare della tenda. Ma non videro altro che il Sole fiammeggiante e chino sul tremolìo dorato del mare.

— Oh! non è ancora il momento!... disse subito Mafarka. E, d’altronde, io so un mezzo sicuro per tener lontani i suoi malefizii!... Bisogna ballare e cantare rumorosamente, ingoiando molte bevande inebbrianti, poichè esso ha paura del tam-tam, e l’odore dell’alcool lo mette in fuga!...

Allora, Brafane-el-Kibir, alzando le braccia al cielo, gridò:

— Ah! saprò ben io rompere il suo incanto mortale!... Mullah! fa venire qui tutte le danzatrici sacre... Poi, va a dire a Tulam che scelga nelle sue mandre un caprone nero, dalla lunga barba, un caprone veramente magnifico; e gli si pongano intorno al collo dei vetruzzi verdi e turchini!... Sarà condotto, così, da un capo [p. 82 modifica]all’altro dell’accampamento, perchè tutti i demonii nascosti sotto le tende si caccino nel suo corpo... E quando ne sarà pieno, lo sgozzeremo!... Frattanto, si portino dei cibi a questo mendicante, perchè si satolli!

Mullah uscì subito dalla tenda del capo, impartendo degli ordini. Alcuni schiavi si affaccendarono intorno a Mafarka. Brafane gridò loro:

— Andate a prendere venti giarre piene di rhum!... E distribuitene altre ai soldati, affinchè bevano tutti, e si accoppiino poi con le loro femmine, liberamente, fino a sera!...

Un gran clamore si propagò sull’immenso oceano delle groppe equine, tra la svolazzante ilarità delle criniere.

E, frattanto, Mafarka-el-Bar, accoccolato in mezzo a molte scodelle colorate, divorava, senza alzare il capo, una grande porzione di pilau, un grosso pezzo di hallahua e una bella fetta di cocco fresco.

La luce cominciava a diminuire, sotto la tenda, quando le danzatrici entrarono, lentamente, con un triste e monotono ticchettìo di conchiglie. Tutte vestite d’una tunica giallognola a ricami scarlatti, si avanzavano trascinando i piedi sotto le molli scosse dei loro languidi torsi, seguendo a passo a passo una vecchia negra, che le guidava, con un bastoncello d’avorio in mano, estatica e solenne.

Costei dirigeva i movimenti di quel serpente umano, del quale era la testa capricciosa, e [p. 83 modifica]che formava spirali, arabeschi e grandi cerchi elastici.

Le vesti delle danzatrici facevan vento ai visi dei guerrieri, che bevevano, accosciati, passandosi l’uno all’altro i grandi boccali pieni di rhum. A quando a quando, qualche negro si alzava per frammischiarsi alle danzatrici. Questi volteggiavano e circolavano tra le file del corteo, con balzi convulsivi, agitando il ventre e i fianchi adorni di gusci di frutti. E il movimento generale era accompagnato dai suoni di una viola a due corde e col manico lungo, che un nano accoccolato in un cantone tormentava instancabilmente. Era un istrumento bizzarro, dalla cassa armonica formata d’un guscio di testuggine vuoto e sonoro, il quale produceva un sinistro ronzio di mosche verdi, che deponessero le uova nel ventre di una carogna galleggiante.

Poi, i tam-tam, i piatti, le derbukah e le benjoh proruppero insieme in uno scoppio di suoni diversi, e la solennità di una danza grave e languida, tutta di braccia e di polsi, impose il suo terrore, rallentando a poco a poco le sue cadenze, mentre andava sempre più inasprendosi la rissa degl’istrumenti irosi e vendicativi, che sembravano scagliarsi tutti contro il tetto della tenda per squarciarlo a dentate e per salire al cielo... Un battere tempestoso di mani dure ridestò il ritmo della danza che si accelerava con angoscia. Era un ritmo dispari, spezzato, calpestato da sincopi soffocanti, che [p. 84 modifica]dava bruschi strappi alla respirazione... Gridi gialli segavano le labbra, suoni aspri stiracchiavano le gole, e singhiozzi profondi agitavano gli addomi. Infine, sotto una veemente raffica di spavento, tutte le donne scatenarono le loro membra, cercando la follia!... Certo, esse volevano strapparsi dal seno gli ultimi lembi di coscienza e di volontà...

Poi, ad un tratto, tutte insieme, si gettarono in ginocchio, agitando il corpo da destra a sinistra, in avanti e all’indietro, come un bilanciere diabolico...

E i metalli sempre più si accanivano con morsi d’insetti implacabili, e i legni urlavano come carne viva, in scoppî irritati. Pareva veramente che tutti gli scorpioni e tutte le vipere cornute del deserto spaccassero rocce nella più torrida ed acciecante luce musicale...

Dall’estremità opposta dell’accampamento, giungevano a quando a quando ululati interminabili di donne piangenti, interrotti dall’abbaiar dei cani e dal vomitìo gorgogliante degli ubbriachi.

Un nugolo di terrore strisciava ora, col caldo fumo dell’alcool, su quel turbine infernale.

La danza, strascicata, svolgeva intanto, in un violento disordine, una figurazione della pesca della balena, dalla lieta partenza delle barche di scorza, fino alla partizione dell’enorme animale sulla ghiaia della spiaggia.

Ma le più forsennate delle danzatrici erano uscite dal circolo, lacerandosi con furia le ve[p. 85 modifica]sti, dalle quali i loro seni fumanti emergevano sui corpicini di bambù fini e muscolosi. Alcune sfoggiavano groppe equine, lucenti di sudore, e mammelle di marmo. Altre negre, gracili e oleose sprizzarono elasticamente da quel torchio umano, come un pezzo di sapone scivola di tra le mani.

Le loro voci stridevano in un lugubre e monotono strapparsi di gole che cullava i corpi rannicchiati negli angoli oscuri, l’uno sull’altro o già rigidi come cadaveri pel troppo alcool bevuto.

E, frattanto, la musica bisbetica balzava qua e là, sferzando le ombre barcollanti dei guerrieri neri e azzurri nella penombra, dove ondeggiava un fetore acre, rancido e dolce di sessi sudanti.

Tutti i presenti respiravano l’anima odorosa e selvaggia del caprone maledetto che certo veniva sgozzato, in quel momento, entro qualche fossa lontana, e i cui rantoli d’agonia rimanevano soffocati dal rumore immenso che copriva i quattro grandi eserciti.

Allora, Mafarka-el-Bar sentì intorno a sè l’imminenza di uno spaventevole scatenarsi di concupiscenza, e, pensando che il momento di eseguire il suo stratagemma fosse venuto, strisciò, di nascosto, fino ai piedi di Brafane-el-Kibir, che vacillava, ubbriaco, sulla soglia della tenda.

— Brafane! o gran Brafane! esclamò; guarda laggiù, sul mare!... Ecco!... ecco il terribile [p. 86 modifica]animale dal ventre squarciato!... È lui!... È il cavallo del Demonio!...

A queste parole, tutti i negri si precipitarono fuori dalla tenda, urtando e calpestando Mafarka, che si aggrappava ai fianchi di Brafane.

— Sì! Sì! lo riconosco!... È il cavallo del Demonio, che galoppa sul mare!... Non la vedi, Brafane, la sua criniera di fiamme?... Le sue budella scarlatte inondano il cielo!... Presto!... Affrèttati!... Lancia contro di lui le tue cavallerie!... In verità, lo giuro!... Il regno del mondo appartiene a chi saprà raggiungerlo ed afferrarlo per la criniera!...

Ma Brafane-el-Kibir non comprendeva, e brandendo con una mano una mazza, con l’altra una sagaia, si contorceva in mille modi grotteschi, fissando su Mafarka uno sguardo attonito.

I negri ubbriachi titubavano qua e là come sul ponte di un bastimento, e s’aggrappavano al loro capo come ad un albero. Ma egli li respingeva irosamente, gridando ordini esplosivi ai guerrieri delle prime file, irte di lancie, che si svolgevano all’infinito, come un colossale serpente boa trafitto da frecce innumerevoli.

I quattro grandi eserciti si spiegavano nell’esultante follia del tramonto: fulvo incendio di criniere e di code su una marea di groppe che si frangeva, lontanissimo, fra gli scoscendimenti di Bab-el-Futuk.

Quei monti si delineavano ad oriente, in un’atmosfera d’oro azzurrognolo e intirizzito, [p. 87 modifica]simili a mostruose gemme di ghiaccio violetto, e con gole e vallate di zaffiro d’un azzurro profondo e pensieroso.

— Ah! Brafane!.... soggiunse lamentevolmente Mafarka; se fossi ancora robusto ed agile come una volta, quand’ero giovane, ti pregherei di prestarmi uno stallone da guerra, per dar la caccia al cavallo del Demonio!... Ma purtroppo la vecchiaia mi ha tolte le forze, e oramai non so più stare a cavallo.

— No! No! gridò Brafane-el-Kibir, scoppiando a ridere rumorosamente. — Devi provare lo stesso!... Sì!... Sì!... Ottima idea!... Tulam! Mullah!... Venite qui!... Ora vedrete qualche cosa di molto divertente!... O mendicante che amo fra tutti i mendicanti del deserto! Io voglio concederti un onore inaudito, permettendoti... ah! ah!... di montare Nebid, il mio gran cavallo da guerra!... Ah! ah! ah! Sì! Lo monterai!...

Tutti i negri, inciampando nei lacci dell’ubbriachezza, si precipitarono tumultuosamente intorno a Brafane-el-Kibir, che aveva afferrato Mafarka a mezzo il corpo.

Bisognava sellare Nebid immediatamente!... Dov’erano i mozzi di stalla?... Tutti i negri si agitavano, divertendosi immensamente a vedere il disgraziato mendicante contorcersi per lo spavento ai piedi di Brafane.

Molli effluvii d’arancio giungevano in lenti soffii da un punto lontano della torrida costa, dove essa formava, incavandosi, una rada [p. 88 modifica]fertile e ben riparata. E quelle vaste zone di odori freschi erano attraversate dall’acredine mordente delle alghe fradicie.

Brafane se ne abbeverava le nari, voluttuosamente, urlando all’orecchio di Mafarka facezie grossolane e puerili, che sempre più divertivano quella muta di negri in delirio.

Finalmente, Nebid comparve. Era uno stallone nero dal petto smisurato. Il suo collo fremente sembrava munito di grandi ali palpitanti e invisibili che stessero ad ogni istante per portarlo in alto, fino al cielo.

Esso balzava focosamente, avanzandosi con grandi scatti di reni, non ostante il duplice sforzo di due negri atletici, che erano obbligati a correre, tenendolo dai due lati pel barbazzale. I due uomini cercavano, così, di abbassare il suo formidabile collo, ma dovevano stargli appesi alla testa con tutto il loro peso, per non lasciarsi sollevare da terra.

Nessuno ignorava, nell’accampamento, che un solo nitrito di Nebid bastava a trascinare alla battaglia tutti i cavalli dei quattro eserciti; e perciò una gran folla di guerrieri si accalcava per assistere allo spettacolo imminente.

Molte delle danzatrici si erano sedute, strette l’una all’altra come rondini, davanti alla soglia della tenda scarlatta, sotto la quale ansimava il corteo girante, con vibrazioni di trebbie sopra un’aia notturna.

— Avanti!... gridò Brafane-el-Kibir. — Presto! [p. 89 modifica]Tu ci hai parlato troppo di cavalli, oggi.... Presto! In sella!... Bisogna che risusciti la tua maestria d’un tempo!... Avanti!... Coraggio!

E Mafarka piangeva dirottamente e tremava per tutte le membra, supplicando i negri che gli risparmiassero una morte sicura.

Ma, coprendolo di calci e d’ingiurie, essi lo avevano già sollevato a forza di braccia e messo in sella. Mafarka vi si rannicchiò, aggrappandosi al collo di Nebid con dita uncinate di terrore.... Fu solo per un momento, poichè già i suoi piedi cercavano le staffe, mentre le sue mani afferravano nascostamente le redini. Ad un tratto, egli morsicò il collo al cavallo, il quale ebbe il balzo stesso di un’enorme ondata che si slanciasse all’assalto di uno scoglio....

Subito, con un movimento brusco, Mafarka-el-Bar si liberò dai suoi cenci pesanti, e, stringendo forte fra i polpacci ignudi i nervosi fianchi dell’animale, lo scagliò come una freccia. Brafane-el-Kibir ne rimase inchiodato al suolo dallo stupore e dal terrore, con le braccia e il sesso pendenti, attoniti gli occhi pel prodigioso slancio di quella fuga inaspettata. Poi, il dolore gli rischiarò brutalmente lo spirito, ed egli proruppe in un terribile ruggito.

Tutti i capi gli risposero con urli di furore, agitando le loro teste lanose e le loro braccia di mulini a vento. E il clamore crebbe, si propagò, si estese gradatamente per tutto l’accampamento, sollevando un gran polverìo di [p. 90 modifica]grida e squassando le lance aderte a fasci sotto i fumi delle caldaie, che si contorsero come giganti scorticati vivi.... Poichè il Sole al tramonto li crivellava sue delle lunghe frecce, esagerando lo scompiglio dei guerrieri, che correvano in tutte le direzioni in cerca delle loro cavalcature.

Brafane-el-Kibir, tornato finalmente in sè, aveva afferrato per le redini, a casaccio, un cavallo sauro. Lo inforcò d’un balzo, e, proteso il busto in avanti, gonfiava ora il cassone del suo vasto petto, facendo tuonare la propria voce:

— A cavallo!... A cavallo!... Fate cantare i tamburi, i crotali, le derbukah e le benjoh!... Allineatevi!... Tutti su una sola linea ben dritta!... Tutti con la lancia in resta!... Stringetevi l’uno all’altro come fratelli!... Tenete ben stretto il vostro cavallo, come una donna tiene lo sposo che la feconda!... Inseguiremo da presso, da ogni parte, il cavallo dal ventre squarciato, il maledetto cavallo del Demonio, prima ch’esso abbia fatto il giro dell’accampamento!... L’ho visto! L’ho visto! E ho visto anche il Demonio!... Il Demonio è passato sotto la mia tenda!... Era travestito da mendicante, ed è lui che mi ha rubato Nebid!... Eccolo! Laggiù! Quel turbine d’oro sul mare, è il suo alito!... Mullah!... Ruzum!... Tulam!... Date il comando del buttasella!... Disponete su tre file ben fitte i vostri tre eserciti, perchè formino una enorme fronte di cavalleria, che tocchi i limiti dell’orizzonte [p. 91 modifica]con le sue due estremità!... Sappiate che l’impero del mondo sarà di chi saprà afferrare per la criniera quell’animale malefico!...

I capi impennacchiati di fuoco galoppavano davanti ai guerrieri allineati, gridando rauchi comandi, con sinistre crepitazioni di gola. Essi si sforzavano di farsi udire malgrado il frastuono delle armi e il focoso nitrire dei cavalli scalpitanti con impazienza collerica fra le ginocchia dei negri, i quali, anch’essi, si trattenevano a stento dallo slanciarsi in avanti.

Infine le musiche guerresche fecero una selvaggia irruzione. I tam-tam, i tamburi oblunghi, i vasi sonori sul cui fondo è tesa una pelle d’asino, le viole dal ventre e dai nervi di bambù, i pifferi e i crotali sibilanti addentarono la calura massiccia e granulata di polvere.

Allora, Brafane-el-Kibir, ritto sulle staffe, levò altissima la sua lancia, verso l’immensa rosa fresca dello zenit, e spalancò la bocca enorme, emettendo un ampio ruggito leonino:

— Avanti! Avanti!...

Subito la fronte dei tre eserciti riuniti si mise in moto su tutta la sua lunghezza di centomila cubiti, con le sue grida, le sue lancie, e le sue spade aderte come i denti di un’immensa sega al disopra dello stridìo del pollame, della marmaglia e delle donne.

In breve, il trotto divenne galoppo. [p. 92 modifica]

L’ala destra, comandata da Mullah, era formata da cavalli bianchi, snelli come antilopi e grondanti di criniere di code a cascata. Essa si slanciò in avanti, simile a un gran getto d’acqua orizzontale.

L’ala sinistra, comandata da Ruzum, e tutta di cavalli neri, ribollì nel suo primo impeto come un colossale fumo bituminoso, i cui globi rotolanti e compatti erano formati dalle groppe e dai colli degli animali.

Dopo avere attraversato uno spazio di mille cubiti, Mafarka-el-Bar aveva piegato a destra, avvicinandosi così, a poco a poco, alla fronte delle cavallerie.

Nebid, riconoscendo ad un tratto le criniere dei suoi compagni, prese a nitrire formidabilmente.

Come tutti i cavalli di Brafane, di Ruzum e di Tulam rispondevano a quell’appello con saluti veementi e febbrili, Mafarka-el-Bar cambiò ancora direzione e spinse Nebid verso il promontorio di Fulgam, dove sperava di trarre seco i tre eserciti.

Ma abbandonò questo pensiero, vedendo dietro di sè le due ali raddoppiare la loro velocità, cominciando a turbinare in modo da ripiegarsi sul loro centro. Lo squadrone che lo formava dovette rallentare il proprio galoppo e girò su sè stesso, come il perno di un ventaglio che si chiude a poco a poco.

Mafarka pensò che quelle due grandi masse di guerrieri potevano ormai massacrarsi a [p. 93 modifica]vicenda, semplicemente; e continuò quindi a galoppare davanti al centro, accelerando l’andatura del suo stallone, che s’imbizzarriva sempre più al crepitìo delle erbe secche. Esso aveva balzi e slanci di pantera, e descriveva, con la polvere sollevata, svolazzi e arabeschi giallognoli.

Spesso Mafarka doveva chiudere gli occhi per non rimanere acciecato, e chino sul collo dell’animale egli ascoltava allora il fruscìo monotono, vitreo, dei cespugli calpestati, e, lontanissimo, il fracasso di frana che producevano le colline di sabbia, crollando sotto le cavallerie.

Talora, volgendosi a destra o a sinistra, egli vedeva agitarsi il profilo di quella cavalcata fantastica, come la sommità fluttuante di una foresta per metà sommersa in un oceano di sabbie d’oro.

Poi la fronte della cavalleria dei negri precipitò giù pel declivio di un avvallamento. Sembrò allora che le due ali calpestassero il suolo senza muoversi, simili alle scogliere di un porto sotto l’accanimento delle ondate dell’alto mare.

Ma s’indovinava la loro crescente velocità dal gran frastuono che empiva l’orizzonte. L’uragano delle respirazioni, il vociare dei capi, il cozzar degli scudi e il tintinnare delle lancie si confondevano col muggito della terra, che rantolava come tragicamente sventrata.

I puro-sangue trascinavano seco le rozze [p. 94 modifica]sfiancate e restie, poichè tutti, uomini ed animali, si sentivano dominati dall’ombra funebre di Gogorrù, la nera dea delle battaglie, che s’avanzava a lunghissimi passi, calpestando i monti violetti di Bab-el-Futuk.

E i cavalieri negri, nelle loro traiettorie di lampi perduti, volgevano furtivamente gli occhi, per vedere, lontano, alle loro spalle, elevarsi il gran torso giallo della dea, come un obelisco fantasma, sotto l’enorme cubo della testa, d’un nero di carbone.

Siccome non poteva piegare la schiena, nè il rigido collo, essa correva con tutta la velocità delle sue gambe smisurate, sui garretti tesi, lasciando ondeggiare intorno a sè le sue numerose mammelle, simili a zucche colossali, sulla vermiglia fiumana delle nuvole.

Era Gogorrù, che, stretti i gomiti ai fianchi e aperte le braccia, faceva mollemente ballare le sue pesanti mani di sabbia, in cadenza sull’agilità isocrona delle sue ginocchia rocciose!

Mafarka-el-Bar non se ne curava, tutto intento a calcolare l’angolo formato dalle due ali della terribile cavalcata. Quell’angolo era ottuso, ma andava diventando sempre più retto. E l’eroe pensava che quando esso sarebbe stato finalmente acuto, egli avrebbe potuto rimanere imprigionato nella trappola che la sua astuzia aveva costruita.

Allora, egli soffiò una burrasca di grida discordanti nell’orecchio di Nebid, e gli morsicò [p. 95 modifica]il collo ferocemente; poi, immerse la mano nella ferita sanguinante e stropicciò di sangue le ganasce dell’animale. Questo inebbriato, scattò come una molla, tanto violentemente, che piombò nella melma di un pantano, dove le sue zampe anteriori s’immersero profondamente.

Mafarka si liberò subito dalle staffe e cominciò a sollevare Nebid, accarezzandogli il collo palpitante. Indi si diede a gettar manciate di sabbia al vento, che se ne impadronì per gonfiarle e per farle turbinare bizzarramente, lontano, come trottole gigantesche.

Roteando rapidi, quei turbini correvano verso le file dei negri, che assorbivano tutto nella loro corsa sfrenata. A lungo, Mafarka aveva visto i generali neri, impennacchiati di fuoco, galoppare lungo i contorni della moltitudine. Poi essi scomparvero nelle volute della cavalcata, che li divorò con l’avido ribollimento della velocità e col gesto circolare e rapinatore dei cicloni.

Mafarka potè finalmente rimettersi in sella e spingere a galoppo Nebid, spronandolo atrocemente. Ma era già troppo tardi: si sentì perduto.

Infatti, le due ali delle cavallerie, la bianca e la nera, che si scagliavano ora l’una contro l’altra, con un impulso irresistibile, erano ormai separate appena da un migliaio di cubiti. I negri di Ruzum, subitamente allucinati, gridarono: — El Bar!... El Bar!... Il mare! Il mare! — scambiando i negri di Mullah, sui [p. 96 modifica]loro cavalli nivei, per degli scogli neri che emergessero da un mare schiumoso, il cui odore immaginario inebbriava già cavalieri e cavalcature.

Poi, le due veementi masse d’uomini e di animali caricarono in sogno, ognuna precipitandosi come un colosso cieco sul tumulto di grida che sentiva venire di lontano. I guerrieri si protendevano, con tutto il corpo trascinato in avanti dall’emissione della voce, sulla testa degli animali, che la follia traeva per le nari verso un fatale macello.

Le due colonne di cavalleria rotolavano così come mostruosi rottami di navi, su un oceano di polvere, sinistramente irte di lancie simili ad alberature spezzate.

Mafarka udiva, intorno a sè, sbattere e lacerarsi le voci, come vele in un naufragio. Ma gli rimaneva ancora una probabilità di salvezza, e se ne impadronì.

Come gli squadroni dell’ala destra si erano sparpagliati, nel loro slancio girante, per sorpassare la cresta di una collina, egli vide, al di là di un avvallamento del terreno, uno spazio di cento cubiti, tutto a cespugli, ove correvano, soli, tre cavalieri.

Allora, voltando Nebid verso quel punto, egli lo scoccò come una freccia, tra una grandine di terra e di sassi sollevati.

Non v’era un istante da perdere per passare oltre. Ma, poco dopo, quest’ultima spe[p. 97 modifica]ranza gli s’involò in un gran grido di rabbia, perchè i tre cavalieri si erano istintivamente avvicinati l’uno all’altro.

Come passare?... Mafarka si protese maggiormente in avanti, celando il viso nella criniera del suo cavallo, del quale curvava il collo con violenti strappi di redini, e si avventò contro il ventre del più alto dei tre negri. La lancia di costui, orizzontale, passò sul dorso di Mafarka, che lo gettò giù di sella serrandolo ai fianchi nella morsa del suo braccio destro piegato. Il cavaliere nero cadde come un gran sacco di pietrame, con fracasso...

Liberazione e vittoria!

Mafarka-el-Bar arrestò di botto Nebid, dopo aver percorso ancora uno spazio di cento cubiti, e lo costrinse a girare su sè stesso.

Allora il suo cuore s’impennò in un’ebbrezza trionfale, insieme col superbo stallone nero, che, ritto, agitando alte le zampe anteriori, fiutava già la calda frenesia dell’imminente carneficina.

Gl’istanti che precedettero il formidabile urto sembrarono interminabili e soffocanti a Mafarka, che, finalmente, finalmente!... potè respirare a polmoni aperti. I suoi occhi, gonfi di lacrime di gioia, godevano voluttuosamente di quella tragedia dai centomila personaggi.

Con un frastuono assordante, le due ali dell’innumerevole cavalleria s’incastrarono l’una nell’altra.

Fu, dapprima, la violentissima agitazione di [p. 98 modifica]un oceano notturno, ove isole vulcaniche nascessero per prodigio fra i sobbalzi e i ruggiti della mareggiata... Qua e là, si vedevano ribollire mucchî di groppe sussultanti sotto un sinistro fluttuare di cavalieri decapitati, che, tese le braccia, nuotavano nei gorghi formati dalle loro cavalcature.

Poi, si formò come una mostruosa armatura di zampe e di criniere, che si dibattè lungamente in un groviglio inestricabile di lancie e crollò subitamente, come una grande costruzione lacustre, in un lago di pece.

Ma mentre la notte africana spiegava sul deserto le sue vaste ali di terrore grigio, i venti, becchini giganteschi e ciechi, dal volto di fuliggine, si avanzavano correndo da tutti i punti dell’orizzonte.

I loro mantelli di lana umida e gialla garrivano lugubremente, mentre essi correvano, tutti, sul contorno della spaventevole ecatombe, vomitando ingiurie e sputacchi sui moribondi. Talvolta, come per un sinistro richiamo, agitavano convulsivamente le loro barbe di ferro: e allora sollevavano, a palate enormi, la sabbia rossa dell’estremo crepuscolo e la lanciavano sullo sgonfiarsi di quella smisurata carogna.

E frattanto, laggiù, lontanissimo, davanti alle cupe montagne di Bab el-Futuk, i fumi delle caldaie dei veleni si torcevano, rosei, come serpenti favolosi, sbarrando nell’alto cielo i loro occhi di stelle ingenue.