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Mafarka il futurista/3. I cani del sole

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3. I cani del sole

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Filippo Tommaso Marinetti - Mafarka il futurista (1909)
Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
3. I cani del sole
2. Lo stratagemma di Mafarka-el-Bar 4. Il premio della vittoria
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3.

I Cani del Sole.


Il giorno seguente, nell’ora meridiana, Mafarka e suo fratello Magamal conversavano sulla terrazza inferiore della cittadella, entrambi stesi su cuscini di porpora, nei quali puntavano i gomiti reggendosi il mento nel cavo delle mani aperte.

I loro sguardi si perdevano, giù a picco, fra le molli sete del mare, dove alcuni velieri, inclinati sul fianco, con tutte le vele spiegate al vento, sembravano immobili sulle onde fiorite, come farfalle suggenti il polline della luce.

— Noi siamo simili a quei velieri, il cui muoversi impetuoso non è rivelato che da quel poco di schiuma, che la loro prua divide pianamente davanti a sè!.... Io dovrei essere soddisfatto di mè stesso e orgoglioso della mia potenza che ha distrutto in un giorno solo i due grandi eserciti di Brafane-el-Kibir e di Tulam.... Ma ahimè! vede forse il Sole le orde polverizzate che i nostri passi sollevano e le città spazzate via dalle nostre mani?... E noi dimentichiamo persino l’amore e le labbra benedette delle donne! Dimentichiamo, per la rauca ebbrezza della dominazio[p. 102 modifica]ne, anche i banchetti deliziati da sorrisi calmi!... Che resterà di noi, quando il Sole ci avrà assorbiti come pozzanghere di pioggia?...

— Oh! nulla, fratello; ma a me pare che nessuna cosa uguagli la gioia di fendere il cuore dei nostri nemici come una melagrana matura e di assaporarne i granelli a uno a uno!.... È tanto insipido, il bacio della donna!

— Hai ragione! Ma non t’accadrà mai di provare la nostalgia di una giovinezza placida, trascorsa sotto i ventagli delle musiche e dei profumi?... Guarda! Là, in quel cortile, c’è una negra accoccolata, che sta sbucciando un’arancia... Com’è rossa, la buccia, fra le sue mani!... Là, là... vedi?... vicino a quell’acqua lustreggiante che saltella in quei canaletti lastricati di maioliche azzurre, fra i giaggioli violacei!... Sono giaggioli, sì... e mandorli selvatici!... Le mie narici ne immaginano il profumo acido, roseo e puro!....

Egli aveva appena pronunciate queste parole, allorchè, dall’altra estremità della città, sorse un vocìo spaventevole che si propagò gradualmente su tutti i bastioni, sollevando migliaia di braccia con la stessa confusa agitazione della biancheria sulle corde tese al sole, quando il vento soffia e torce un polverìo di grida.

Le trombe delle sentinelle prolungavano interminabilmente i loro urli tubolari, che perforavano l’atmosfera di cenere incandescente... [p. 103 modifica]

— È l’esercito superstite: quello di Faras-Magalla! disse Magamal, che, con la mano stesa al disopra degli occhi, esplorava il giallo orizzonte, oltre la geometria fumigante e sibillina della campagna.

— Sì, ho visto... disse Mafarka, arrampicandosi coll’agilità di una scimmia fino alla terrazza più alta.

E, ritto, alzando le braccia al cielo, egli gridò con la sua voce azzurra:

— Mafarka, o Allah!

Immediatamente, le trombe gli risposero con una voce cavernosa e umida... E frattanto la bianchezza abbagliante delle mura cominciava a coprirsi di un formicolìo nerastro, da cui salivano a quando a quando urli guerreschi che ripercuotevano da ogni parte il segnale della chiamata a raccolta.

La città era pronta a combattere, e l’orgoglio di dominarla come si domina il corpo docile di un’amante, scoppiava negli occhi di Mafarka, mentre egli scendeva col fratello, a lunghi passi, fino ai bastioni...

A destra e a sinistra, egli vide, nei cortili delle caserme, la folla dei soldati agitarsi confusamente e scorrere fino alle terrazze delle torri, rumoreggiando, come l’acqua d’un bacino salta e cola, schioccando, fuori dagli orli.

— Mafarka! Mafarka! Guarda! esclamò Magamal, protendendosi fra i merli; sono grandi mandre di capre che s’avanzano verso di noi!

— Oh! via!... di capre?... Non è possibile!... [p. 104 modifica]

— Sì! Sono animali!... Vedi quell’ondata nera che s’allarga sinuosa come una macchia d’olio?

Ma i due fratelli dovettero stendersi a terra, poichè una raffica di simun passò su di loro, spazzolando a contrappelo il mare, che cominciava ad inarcare il dorso.

La città allora si avvolse nelle pieghe tumultuose d’un gran mantello di sabbia, i cui lembi sventolanti battevano violentemente le porte di bronzo, che vibravano sui loro cardini.

Curva la schiena e a testa bassa, Mafarka e Magamal si avanzarono, cogli occhi chiusi, aggrappandosi ai merli, strisciando sulle ginocchia e gettandosi di tanto in tanto col viso nella polvere, sotto il galoppo del vento, la violenza del quale raddoppiava.

In certi momenti sembrava che l’uragano travolgesse attraverso il cielo una foresta sradicata e divampante, confusamente insieme con orde di demonî che andassero facendo capriole e giuochi di destrezza con dei tizzoni rossi.

Il simun moltiplicava le sue parvenze fantastiche, che si succedevano incessantemente, ed infine una mandra di nuvole cornute come tori travolse i demonî in fuga.

Si vedevano guizzare i loro corpi infilzati sulle corna lucenti, come su falci di luna. E nulla resisteva all’accanimento di quelle nuvole impetuose, che sfogliavano i tetti come libri, accartocciando i muri come fogli di carta.

Un sussulto, ed eccoli turbinare pel cielo! Sole, le Giraffe da guerra rimanevano immote, [p. 105 modifica]allineate sui bastioni, erette sulle zampe di piombo, inarcate le schiene di quercia e le lunghe teste arrovesciate all’indietro, con dei macigni fra gli enormi denti.

Minacciose e terrifiche, esse sornuotavano sul fluttuare tumultuoso di quell’oceano di fuoco, aspettando il comando di far scattare i muscoli formidabili dei loro lunghi colli.

Magnifico era il loro esempio di eroismo e di forza, mentre esse resistevano alle valanghe di sabbia e ai terribili calci dei liocorni celesti.

Passato il simun, Mafarka e Magamal, alzando il capo, si trovarono immersi in un gran vocìo, in mezzo alla marea di migliaia di corpi sudanti e gesticolanti.

Erano sulla punta più avanzata dei bastioni, sulla spianata della fortezza di Niki-Alofa, le cui muraglie, alte duecento cubiti, avevano uno spessore di tre altezze d’uomo e si protendevano nella campagna formando uno sperone dalle fondamenta di granito.

Tutti i capitani dell’esercito di Tell-el-Kibir erano riuniti in quel luogo, discutendo violentemente con le sentinelle, le quali assicuravano di aver distinto, durante le pause della bufera, un immenso branco di cani che correva velocissimo verso la città.

La notizia sembrava improbabile, assurda.

Mafarka stette ad ascoltare per un momento, poi si staccò da quel crocchio per avvicinarsi alle Giraffe da guerra, che si rizzavano davanti a lui, in linea di battaglia. [p. 106 modifica]

E il suo passo si amplificò orgogliosamente, con una cadenza imperiosa, mentre egli si avanzava.

Poi, si diede ad esaminare con gran cura quelle grandi macchine dalle forme animali grossolanamente scolpite, e gli occhi gli s’irradiarono della superba ebbrezza dell’inventore.

Fece anche agire delle leve, per mettere in moto le teste giranti, che, come fronde, dovevano lanciare lontanissimo grandi sacchi di cuoio pieni d’acqua o di pece bollente.

Ma non tutte le macchine erano cariche. Mafarka chiamò uno dei soldati addetti alla loro manovra, per informarsi della quantità delle munizioni. Poi esaminò pure, attentamente, le molle dei sacchi-proiettili, muniti di ali automatiche.

Ad un tratto, egli aggrottò le ciglia, avendo scoperto che il mozzo di una ruota non ingranava scorrevolmente, per mancanza di grasso.

— Lo sai, imbecille, che le ali devono aprirsi automaticamente sotto la pressione dell’aria, perchè i sacchi-proiettili si librino come uccelli filando via assai lontano!

— Andiamo! Presto!.... Mettete in moto le teste a scatto!

La manovra fu rapida.

E, quasi subito, si videro le Giraffe agitarsi lentamente sulle loro zampe, mediante un sistema d’argani e di molle.

Esse venivano caricate per mezzo di grosse [p. 107 modifica]corde metalliche tirate dai bufali stessi che le avevano trainate dal fondo delle caserme.

Per osservarle meglio, Mafarka si era arrampicato sui merli, e ritto, conserte le braccia, stava ora a guardare il lento muoversi dei bufali, che scendevano pel declivio tirando le corde.

A un comando, queste venivano tagliate e si riavvolgevano violentemente, facendo girare velocissimo il collo della Giraffa. La testa roteava come una fronda finchè il muso scattava, lanciando infine il proiettile.

Un rumore strano attirò improvvisamente l’attenzione di Mafarka verso la campagna. Un gran sussulto gli fece ergere il busto, e subito, senza pronunciar parola, egli si slanciò fra le Giraffe da guerra, delle quali arrestò il movimento con un gesto brusco.

A lunghi passi, egli ritornò verso i suoi capitani che litigavano fra loro rumorosamente, malmenando le sentinelle. Un varco s’aprì allora nel crocchio, e tutti s’inchinarono sotto la voce dura e irritata del capo supremo.

— Sì! sì! È vero!... Le sentinelle non si sono ingannate!... Dovremo combattere contro dei cani!... Faras-Magalla spinge contro la città tutti i cani affamati del deserto!... Guardate, guardate quel fluttuare giallastro e nero!... Non sono uomini!... La, là, più lontano... ecco dei negri a cavallo, armati di picche, che li cacciano avanti!... Avete forse paura di quei cagnolini?... Pensate che siano tutti arrabbiati?... [p. 108 modifica]Forse!... Certo, la siccità che perdura da due mesi deve aver sfondato loro lo stomaco, e le loro lingue, m’immagino, devono allungarsi più delle loro code, lambendo il suolo!... Guardate, dietro di loro, quella scìa biancastra!... È la loro bava, che luccica come quella delle lumache sulla sabbia!... Io son sicuro che sono tutti arrabbiati!... Infatti, le loro teste toccano terra... e le loro code ripiegate sotto il ventre... e il loro abbaiare troppo debole.... Poichè sono innumerevoli!... Si muore inevitabilmente, se si è morsicati da uno di quei cani!... Ed è l’inferno nella morte!... Ebbene? Ebbene?... Vi fanno impallidire, queste parole?... Dubitate dunque che ci sia possibile esterminarli tutti?... Olà, capitani! Ascoltatemi! Non cambiate posto alle Giraffe da guerra! Stanno bene dove sono... E sappiate che i cani arrabbiati camminano sempre in linea retta, guidati da un istinto misterioso. Ma non ci vedono, poichè i loro occhi sono paralizzati...

Egli aveva parlato con la precipitazione di una valanga, e dovette riprender fiato. Poi, alzando al cielo gli occhi, calamitati dalla gloria, cantò:

— Giuro per Allah di scaraventare giù dai bastioni tutti coloro che indietreggeranno! Avanti la prima Giraffa da guerra!

Tutti si slanciarono verso la macchina per afferrare le leve dell’argano, il cui perno cominciò a scricchiolare con dei rantoli di animale agonizzante, mentre il gran collo del gi[p. 109 modifica]gantesco congegno si abbassava dolorosamente fino a terra. Un macigno enorme ruzzolò nelle profonde fauci, larghe tre cubiti.

— Li seppelliremo sotto grandi frammenti di montagne, i vostri cagnolini! gridò Magamal, che dirigeva la manovra.

Il macigno balzò al disopra delle teste, come se fosse stato vomitato da un vulcano, e andò a cadere nella pianura. Tutti alzarono la testa, per seguir collo sguardo la sua parabola.... Seguì uno schiacciamento terribile.

Un enorme abisso scavato dal masso nell’inondante marea delle bestie gialle, ove si allargarono gorghi circolari e cerchi concentrici che si frangevano sullo sperone della fortezza.

— Magamal! Magamal! gridò Mafarka; comanda che altre otto Giraffe da guerra siano trainate qui!... Vi si attacchino duecento zebù!... Solo da questa parte, la mandra maledetta può penetrare nella città!...

E, affacciato tra i merli, egli osservava la risacca enorme di quel mare di velli fangosi, che le bocche spalancate crivellavano di fori bianchi, irti di lingue gialle.

Gli animali infatti si sgozzavano a vicenda, furibondi, con balzi formidabili da scimmie e con accanimenti tetanici, intorno ai loro sinistri pastori.

Erano, questi, grandi negri interamente coperti di grosse pelli color marrone, dalla testa coronata di piume scarlatte, ai piedi larghi come quelli dei cammelli. [p. 110 modifica]

Alcuni eran piantati su alti cavalli, le cui zampe fasciate di cuoi guazzavano penosamente nella pece del terreno.

Simili a quercie fulminate, essi oscillavano sulle loro cavalcature come su radici mostruose e viventi. Muschi verdi sembravano crescere su quegli strani cavalieri dalle forme vegetali, e non erano che miscele oleose, la cui umidità puzzolente respingeva i cani arrabbiati.

Mafarka si volse verso la città.

Su per un sentiero scosceso, una Giraffa da guerra si avanzava, beccheggiando dolorosamente dietro ai suoi grandi zebù, che la trascinavano, attaccati alle sue corde metalliche, sotto il volo roteante delle fruste, uccelli rapaci.

Le gobbe degli zebù erano tonde e villose come teste umane, e le loro corna enormemente allargate s’urtavano fra loro, come le coppe di un convito, sotto la Giraffa che traballava, balorda ed ebbra di sole.

Lo stridore straziante delle ruote e lo scricchiolare dei tèndini metallici trivellavano l’aria ardente con una lugubre monotonia, interrotta a quando a quando dal fracasso delle teste a molla che scattavano.

Poi, uno spaventevole tuono appiè della muraglia... Il macigno enorme rimbalzava sulle sporgenze dello sperone, e precipitava nell’immensa marea degli animali schiacciati, liquefatti... Ribollimenti di bava s’innalzavano talvolta con [p. 111 modifica]slanci di getti d’acqua fino all’altezza degli spalti.

Ad un tratto, Mafarka rabbrividì, calcolando il continuo crescere di quell’esercito di cani, che si ostinava ad arrampicarsi verso ogni fessura della muraglia in declivio.

Avrebbe egli avuto la fortuna di potere allineare tutte le sue Giraffe da guerra sulla spianata, prima dell’assalto dei cani?... Forse no.... E la sua esasperazione cresceva, mentre Magamal urlava dei comandi, facendo lampeggiare la sua frusta nell’aria fulva solcata dalle volanti parabole delle pietre. Come erano lenti, quegli zebù!...

Subitamente, come un alito gelido e ardente ad un tempo gli mordeva le reni ignude, Mafarka si volse, e vide, fra due merli, un cane dalla bocca spalancata, che soffiava gialla tutta la sua bava, con le zampe contratte in un supremo sforzo per spiccare un balzo.

Mafarka gl’immerse diritta nella gola la sua scimitarra, fino all’elsa, e sentì il calore del ventre dell’animale salire per l’acciaio della lama ed invadergli mortalmente il braccio!... Impossibile liberare l’arma e respingere l’animale... Egli si decise a lanciar tutto nell’abisso. Maledizione! Aveva perso, così, la sua scimitarra sempre vittoriosa! Era un presagio sinistro?...

Non si fermò a questo molesto pensiero, e affacciatosi fra due merli, constatò, respirando gioia a polmoni aperti, che i cani non avevano [p. 112 modifica]ancora potuto superare le prime sporgenze delle mura, sulle quali si ammucchiavano.

Poi, egli attraversò la marea tumultuosa dei soldati che sorvegliavano la manovra delle macchine da guerra, controllando il peso dei proiettili ed impartendo ordini precisi solo coll’aggrottar le ciglia. Subitamente si arrestò, e, alzando le braccia:

— Basta! gridò; sono troppo vicini a noi!... Adesso, bisogna schiacciarli a sassate!... Ognuno di voi si prepari a scagliar dei macigni!... Fermate le Giraffe! Non possono più servire!... Venite! Venite!... E fate come faccio io!...

Tutti i capitani si erano impadroniti di grosse pietre, che passavano dalle mani dell’uno in quelle dell’altro. Alcuni erano saliti accanto a Mafarka, che camminava a gran passi e balzava da merlo a merlo, tenendo fra le braccia un enorme macigno.

Fermatosi, lo scagliò sulla matassa ruggente dei cani gialli maculati di nero, tutti lucidi di bava bianca che il sole imbiondiva, e immediatamente si udirono i latrati lugubri e i rumorosi capitomboli dei sopraggiungenti, che ripiombavano giù, con le zampe all’aria. Alcuni rimanevano infilzati, versando dal ventre squarciato la sabbia, i sassi e i calcinacci divorati a caso lungo le strade. Altri, fracassati, incollati alle sporgenze in una rossa poltiglia di budella, mangiavano le zampe ai vicini, che, pazzi dalla rabbia, facevano salti altissimi, come per azzannare a volo dei pezzi di carne. [p. 113 modifica]

E Mafarka contemplava, fra le reti dorate del sole, quelle enormi gocce gialle, che cadevano una dopo l’altra nelle bocche spalancate, filamentose e fitte, urlanti alla morte, appiè delle mura. Il fluttuare delle groppe e i pelami irti facevano pensare ai cespugli carbonizzati e vischiosi di un giardino incendiato, che si estingue coll’aprire una chiusa.

Il basamento della fortezza era tutto inzaccherato di animali morti o feriti. Quelli vivi, aggrappandosi ai cadaveri appesi, schiacciandosi nelle anfrattuosità, appoggiandosi l’uno all’altro con lentezze previdenti, coprivano a poco a poco le muraglie di mostruose edere e di lebbre immonde che volevano mangiar gli occhi della città, splendenti al sole, lassù.

Ad un tratto Mafarka indietreggiò, abbassando il capo sotto la volante capriola di un cane nerastro che venne a schiacciarsi sulla terrazza.

Era enorme. Tutti fecero largo, in circolo, con un sussulto istantaneo, formando una corona di terrore intorno all’animale immobile, accosciato sulla leva delle proprie zampe.

— È mio! È mio! gridò Magamal, che saliva pel sentiero, traendo per le corna un bufalo attaccato con altri venti a una Giraffa da guerra, la cui ossatura emergeva dalla polvere che si elevava a nugoli, dalla città.

E fece roteare immensamente la frusta di cui era munito, sferzando infine attraverso il ventre l’animale minaccioso. [p. 114 modifica]

Questo, strangolato, piroettò in aria e ricadde pesantemente al suolo; ma trascinò la sua agonia sussultante fino ai piedi del suo carnefice, che saltellava allegramente.

— Allontànati! gridò Mafarka.

Troppo tardi, poichè il cane, morendo, aveva posato pianamente i suoi denti bavosi sulla caviglia del giovane.

— Oh! non è nulla, fratello! Non mi ha morsicato!

— Stenditi qui, disse Mafarka, e mostrami la tua ferita!

— Non è una ferita! disse Magamal, seduto a terra, tendendo il piede al fratello, che gli si era inginocchiato accanto.

E il suo volto sorrideva, roseo pel piacere della vittoria, sotto lente lagrime involontarie il cui cristallo si dorava al sole.

Mafarka, chinando il volto rabbuiato, scavò lentamente la piccola contusione, con la punta del suo pugnale, poi prese i suoi amuleti da mendicante e li applicò sulla piaga.

— Ed ora, avanti!... gridò poi, alzandosi. — Presto, Magamal! Non c’è tempo da perdere!... Bisogna schierare e mettere in moto tutte le Giraffe da guerra! Comanda ai soldati di tirare senza posa, senza tregua, precipitando i loro movimenti. Bisogna che la valanga non cessi, nemmeno per un istante!... Capisci?... Bisogna che tutti i soldati lavorino senza riprender fiato!... Dove sono i carriaggi?...

— Salgono, carichi di macigni. [p. 115 modifica]

— Sta bene.... E voi, che fate?... gridò Mafarka agli altri capitani. — Formate una lunga catena per passare delle pietre a quelli che devono scagliarle!... Delle pietre!... Datemi delle pietre! Ancora! Ancora!

E, ritto davanti a una feritoia, batteva i piedi per l’impazienza, tendendo le mani come un mendicante affamato. A quando a quando, s’inerpicava su un mucchio di proiettili per esplorare l’orizzonte, e s’aggirava fra i raggi del sole, come una belva entro una gabbia d’oro. Finalmente si decise, e serrando un merlo fra le muscolose braccia, come si soffoca un nemico, come si sràdica un albero centenario, lo squassò con tutte le proprie forze, per staccarlo dalla muraglia.

Poi, sollevandolo fra le sue mani appassionate, come si solleva da terra un fanciullo, si mosse agilmente, con delle flessuosità da equilibrista, balzando sui mucchi di pietre, e, ritto, ingrandito da tutta l’altezza del masso, mirò sul fluttuare dei velli e delle gole aperte, che si accalcavano alla rinfusa, tra un gran groviglio di zampe insanguinate, a sei cubiti più giù, sulle sporgenze.

Gridò: «Mafarka, o Allah!» e l’entusiasmo della sua forza vittoriosa e del suo coraggio temerario fece tuonare la sua voce entro i vasti polmoni!.... In lontananza, echi di bronzo, accosciati come gatti colossali, ne fecero lungamente le fusa, per la gioia....

Egli piegò i garretti per non esser trascinato [p. 116 modifica]in avanti dal peso, e, dopo avere agitato tre volte il masso al disopra della propria testa, lo scagliò violentemente sotto di sè.

— Indietro! Indietro! gridò Magamal, vedendo Mafarka rinculare agilmente senza cadere.

E i due fratelli si trovarono strettamente abbracciati, mentre al di fuori mille zampe e mille bocche graffiavano e mordevano la superficie vitrea delle muraglie, crollando giù nell’abisso.

Poi Mafarka prese a balzare sulle punte dei merli, disprezzando ogni prudenza, impartendo ordini e domandando ancora dei proiettili.

La catena fu nuovamente formata e i macigni rotolarono dalle mani degli uni a quelle degli altri, fino a Mafarka.

Tutto rivelava in lui un possesso sereno delle proprie forze: la chiarezza sonora dei comandi, l’audacia disinvolta dei passi, la varietà elegante e la sicurezza dei gesti.

Questi ripercuotevano esattamente il ritmo violento e ordinato del suo cuore, con una puntualità e una precisione che rapivano lo sguardo.

Egli era veramente il maschio arabo, il cui sangue scorreva per membra armoniose dai movimenti infallibili e governati da una sapientissima economia degli sforzi.

Infatti, la respirazione possente della battaglia sembrava cadenzata dall’automatismo disinvolto e preciso di Mafarka, che continuava ad [p. 117 modifica]afferrare a volo grandi macigni e a lanciarli violentemente contro la marea degli animali.

Certo, nel momento in cui egli comandò che fossero messe in moto le Giraffe, l’intero esercito degli Arabi fu convinto che un dio lo conducesse alla vittoria.

Agli Arabi pareva infatti che Mafarka, con la perfezione del suo organismo quasi soprannaturale, dominasse e guidasse la fortuna.

Il suo braccio destro, dagli scatti logici e sani, non sembrava forse tenere a guinzaglio il Sole, leone dai balzi terrifici?

Ad un tratto, le Giraffe da guerra, tutte schierate sulla piattaforma, cominciarono a devastare il cielo, coi loro enormi colli tutti a muscoli di cordami.

Magamal stava ritto sullo spalto per dirigere la manovra. Egli ballava dalla gioia, aureolato di coraggio, e i grossi macigni rimbalzavano, uno dopo l’altro, a due a due, a tre a tre, a molti per volta, descrivendo parabole polverulente, come pianeti intorno alla faccia di quel sole vivo. Ed egli batteva le mani, mentre li seguiva con uno sguardo beffardo nella loro pesante caduta, laggiù nelle profondità del fossato, dove sembravano scoppiare in poltiglie di dolore ruggente, e rideva ai singhiozzi che si prolungavano in lontananza, fino all’orizzonte gonfio di abbaiamenti interminabili, angosciosi.

Lo ammiraste, voi, lo slancio disinvolto di [p. 118 modifica]quel giovane guerriero, sì destro nell’evitare il volo di una pietra e sì agile nell’insinuarsi fra le Giraffe, con graziosi salti da gatto? Il vento sembrava formargli trampolini di velluto.

— Olà, fratelli!... Coraggio, e avanti!... Dell’acqua su quella cinghia, là, a sinistra! Scegliete i macigni! E presto!... Avanti, brava Giraffa!... Un altro sforzo!... Sei stanca? Lo indovino dal russare catarroso dei tuoi polmoni!... Benissimo! Come lo sai stritolare, questo squisito ammorsellato di cani, che si cuocerà a meraviglia, nella padella del Sole!... Brave! Brave, mie cuoche instancabili!...

Ad un tratto, uno stridulo rumore di ferramenta fece alzare tutte le teste.

— Ah! I negri ci scagliano dei cani, con le loro fronde di bambù!... Che invenzione maledetta!... Badate! Badate!...

Un vocìo spaventevole si schiacciò sulla spianata insieme con un informe fascio, legato con molte corde e formato da un centinaio di animali intrecciati che ringhiavano. Terribile proiettile, i cui orli di carne sanguinolenta, come masticata, avevano salvato il nocciolo centrale.... Esso si spaccò come un uovo, e ne colarono fuori dei cani urlanti.

Muktar fu il primo a scagliarsi contro quel ribollimento di groppe canine, assestando terribili fendenti di scimitarra.

Egli colpiva violentemente nel mucchio, senza posa, come un beccaio affaccendato. Ma sbagliò un colpo, e un cane al quale aveva [p. 119 modifica]soltanto troncate le zampe, gli rimbalzò contro la faccia, con la bocca spalancata!... Con un gran salto in avanti, Muktar se ne liberò, e degnandosi appena di guardare l’animale che agonizzava ai suoi piedi, si voltò verso Mafarka:

— Padrone! Il mio destino è compiuto!... Permettimi, ora, di andar laggiù, prima di morire, per uccidere il capo nero che conduce la gran mandra dei cani!...

— Tutto è permesso ai coraggiosi della tua specie!... Va, Muktar!

Allora, il gigante s’inginocchiò, e, alzate le braccia al cielo, fece la sua preghiera. Poi salutò Mafarka e scavalcò il parapetto. Tutti si affacciarono tra i merli.

Un terrore rosso colava a torrenti di lava dai fianchi del Sole, che inondava la spianata. E i soldati se lo sentivano scivolare come ghiaccio giù per la schiena.

— Fratello! Fratello!... gridò Magamal, le cui dita si insanguinavano aggrappandosi alla pietra.

— Che hai, Magamal? Parla! Perchè tremi così?

— Mafarka! io voglio seguire quell’uomo!...

— No! devi rimanere qui, accanto a me!

— Mafarka! M’ardono le unghie, dal desiderio che ho di straziare il viso a quei negri! Bisogna, bisogna che io discenda!... Voglio andare! Tutte le mie viscere mi trascinano laggiù!... Il mio cuore vuoto d’amore si riempie, fino all’orlo, d’una selvaggia temerità. [p. 120 modifica]

— No! No, fratello mio! Tu deliri!... Tu devi centuplicare lo slancio del tuo coraggio, disciplinandolo con saggi calcoli!... La tua ora non è suonata... Lascia andare quell’uomo, a cui non restano che pochi giorni di vita. Egli si affretta verso la morte inevitabile.

— Ma, fratello mio... io sono colui che tu fosti nel passato!... Oh! dimmi!... ti ha dunque disilluso, l’amor del pericolo?... Solo i morti, dunque, possono compiere azioni gloriose?...

Frattanto, il terrore piegava tutti i dorsi sul parapetto dei bastioni. Tutti volevano vedere Muktar. Ma le sporgenze della muraglia lo celavano ancora. E tutti fremevano per l’angoscia, soffocati da un’ansietà terribile.

Finalmente, egli comparve, fatale e nudo, più imponente che l’ultima colonna di un tempio crollato! Scoglio battuto dalla schiumosa ondata dei cani!...

D’improvviso, Muktar si avanzò verso il capo negro, che lo aspettava, rigido sul suo gran cavallo tutto rinvestito di pelli verdi e puzzolente. Il suo incedere era altero e nobilmente cadenzato. Alta la testa, fissi gli occhi sul sole acciecante, egli scuoteva con indifferenza un cane grigiastro che gli si era attaccato alla schiena, simile ad una grossissima lumaca. Un altro cane, nero, era appeso al suo braccio destro, a guisa di scudo; e sussultando, ogni tanto, quell’animale immondo gli dava delle arie da falconiere. [p. 121 modifica]

Lo sgomento e l’esaltazione agitavano sempre più i guerrieri arabi che si protendevano dagli spalti, quanto più diminuiva la distanza tra i due formidabili avversarî.

Giunto all’ombra del gran cavallo, Muktar si liberò con uno scatto di reni, dai cani che portava su di sè, si piegò sui garretti e si slanciò, subitamente contro il capo negro. L’impeto fu tale, che questi crollò giù dalla propria cavalcatura, sotto il peso di Muktar. E tutti e due scomparvero sotto una nuova marea di animali abbaianti.

In quel momento Mafarka alzò la destra, gridando:

— Magamal!... Ferma, Magamal!... Abbiamo vinto!...

Quando la testa dell’ultima Giraffa si fu ripiegata, vibrando per tutti i suoi muscoli, non v’era più, davanti alla fortezza, che un gran lago giallastro e melmoso dal quale emergevano musi convulsi.

Lontano, un latrare continuo, in un nugolo di polvere. Ritto sui merli, Mafarka, che era nudo fino alla cintola, ansava di gioia trionfante, fra le gigantesche Giraffe da guerra, come un ammiraglio fra le alte alberature della sua flotta. Contemplando nostalgicamente al di là del porto lo splendore del tramonto, egli sognava di assopirsi sulle nuvole sontuose, cuscini di porpora ammucchiati sul tappeto del mare.

E tendeva il braccio per soppesare nella [p. 122 modifica]mano possente il meraviglioso sole d’oro massiccio che un dio invisibile gli offriva, laggiù, come un premio per la vittoria.

Poi, alzando la voce, cantò la sua preghiera:

— Tu sei qui, accanto a me, ne sono sicuro!... Tu mi proteggi, o Dio volante, Dio di velocità e di spasimo sfrenato! Dio di sudore, di rantolo e di agonia! Dio in forma d’X! Folgorante trottola che ronzi sulla cima del Tempo!... Pupilla velata! Bocca infantile che balbetti, lontano assai, delle pallide verità!... Carro da guerra insanguinato, trascinato giù pei declivî dal tuo peso che schiaccia la groppa alle tue cavalle azzurre!... Dio dalla culla sanguinosa, soffocato da fetide mammelle nutrici!... Io sento, io sento la tua mano paterna di piombo fondersi in bontà sulla mia spalla! Sei tu, che m’hai data la vittoria! Ti ringrazio!

«Allah! Ecco!... M’inginocchio, e ti bacio i piedi! Dove sono? Dappertutto! Sono dappertutto sulla curva del mondo!... Colla faccia nella polvere, io lambisco questi merli, perchè certo i tuoi piedi vi si posano in questo momento!...

«Io ti supplico di gradire l’odore caldo e melato che si eleva da tutti questi cadaveri!... Accarezza e cova, con le tue vaste ali d’oro, i loro ventri putrefatti, e affretta lo sbocciare dell’anima loro! Fiuta il sudore fumante di quelle carni verminose che si sono aperte ai fitti baci della morte, per allietare gli occhi [p. 123 modifica]bianchi della patria!... Salgano a te, ora, la loro ultima preghiera ardente e rauca e il loro ultimo rantolo arrabbiato di disperazione eroica!

«E voi, guerrieri dalle braccia tatuate di lucertole, perdonatemi di sopravvivervi accogliendo come uno specchio tutti i vostri sforzi, fortificando i miei polmoni col vostro gran soffio temerario!...

«Oh! non mi serbate rancore se sono, così, l’erede indegno di tutta la luce divina con cui i vostri gesti accaniti hanno tessuto l’avvenire! Io vi ho sepolti tutti nel mio cuore... tutti: i grandi, gl’illustri e gli umili... tutti, perchè la mia memoria dalle cento braccia, dalle mille bocche, vi acclami, vi canti e vi benedica per sempre!... Allah! Allah! Allah!