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Mafarka il futurista/4. Il premio della vittoria

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4. Il premio della vittoria

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Filippo Tommaso Marinetti - Mafarka il futurista (1909)
Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
4. Il premio della vittoria
3. I cani del sole 5. Il ventre della balena
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4.

Il premio della Vittoria.


E frattanto la fama della vittoria era corsa dovunque, con la brezza della sera, aerando di squisita frescura i bronchi fuligginosi e le viscere mugghianti della città.

Da ogni parte, pei sentieri e per le strade in salita, il popolo, ebbro di gioia, agitato da folli speranze, si effondeva in liete ciarle, mentre si spingeva fino ai bastioni per acclamare il difensore di Tell-el-Kibir.

Mafarka aspettava i cittadini, ritto accanto a suo fratello Magamal, sulla terrazza inferiore della fortezza, all’ora in cui il Sole si china per bere alle fresche sorgenti del mare.

La luce rosea della sera aveva la pesante e molle trasparenza di un olio profumato, di cui la brezza spalmava, con le sue mani femminee, il gran corpo coricato della città, lottatore affranto.

Sera melodiosa, sera di stanchezza e di tenerezza carnale, che lentamente calmava la muscolatura formidabile delle fortezze, ancora tutte contratte dalla violenza, e la sussultante ossatura dei bastioni. [p. 128 modifica]

Tutti i cittadini, inebbriati dal lusso dei loro abiti da festa, si erano adunati nella piazza di Fayum, per offrire solennemente al vincitore la corona reale.

In quella marea di entusiasmo sommergente, si era stabilito che tutte le fanciulle della città dovessero appunto quella sera presentarsi a Mafarka, alla testa del corteo, e concedersi al desiderio di lui, foss’anche solo pel capriccio di un momento.

Ed esse già si avanzavano, tutte in vesti color canarino bene aderenti ai fianchi e che lasciavan libero il collo. Portavano ramoscelli di lillà fiorito, ma erano piuttosto le voci loro che inebbriavano l’atmosfera, con una melopea soave, nella quale tutti gli uccelli canori sembravano aver fuso i loro vocalizzi per estasiare il tepore esaltante e divino di quel tramonto d’estate.

Le più ricche venivano col trotto spiritoso e saltellante dei loro asinelli ornati di gualdrappe nere, con lunghe trecce multicolori, e di collane di perle turchine. E i loro padri, dalle lunghe barbe inanellate e dai turbanti di velo azzurro, le contemplavano di lontano, alti su cammelli rivestiti di sete verdi, tutte incrostate di conchiglie, e simili a scogli coperti d’alghe, nella piovente gioia di un aurora.

Mafarka contemplava anch’egli quell’ondata di folla, cosparsa di petali, che si ingolfava tra le mura color d’arancio delle viuzze in pendìo [p. 129 modifica]e sembrava trarne tintinni di lira e umidi accordi di benjoh.

L’aroma torturante ed acido della gloria gonfiava il petto all’eroe.

— Non lasciarmi ancora, diceva egli; non lasciarmi ancora, Sole selvaggio, Sole d’energia e di potenza crudele! Ecco che tu stacchi dalle mie membra, a uno a uno, gli artigli di volontà che mi si erano incrostati nella carne... I tuoi raggi di lava rossa mi colano per le vene... O mare di fuoco, non fuggire lungi da me!... Io non sarò più che un gran porto insabbiato, io non sarò più nulla, se tu mi esci dal petto, o Sole!... Poichè, lo vedi: la mia anima è tutta timida... Essa non sa accogliere questa gioia opprimente, e io mi sento soffocato da questa marea di voluttà squisita!

Quando le fanciulle furono tutte riunite a mazzi multicolori sui gradini della terrazza, Mafarka si sentì sul viso la volubile carezza di un ventaglio di piume, agitato mollemente da una mano invisibile. Esse sventolavano in cadenza i ramoscelli fioriti, come per scacciare i sogni brutti di un bimbo addormentato. Le loro capigliature tinte coll’henné erano disposte a trecce strette e trattenute da maglie formate con monetine d’oro, il cui tinnire cristallino seguiva il ritmo dei loro movimenti serpeggianti di nuotatrici. E il flusso e riflusso soave del desiderio allargava le loro nere pupille di gazzella e faceva oscillare i loro busti flessuosi. [p. 130 modifica]

Mafarka fiutava l’aroma verginale di quelle belle creature, che gli penetrava nell’anima pel portico ombroso del ricordo e correva per gli anditi delle sue vene e sulle corde tese dei suoi nervi.

Il ventaglio delle voci e dei gesti loro lo accarezzava d’una freschezza ideale. Egli si sentiva, nel cavo del petto, una mano femminile dalle dita piccine e puntute che si contraevano a poco a poco. E la sua deliziosa angoscia fu, ad un tratto, tanto forte, ch’egli sussultò, gridando:

— Magamal! Magamal! dove sei?

Provò allora un’intensa gioia al sentirsi sotto la mano il calore febbrile del volto di suo fratello, mentre si chinava verso la mèsse florida e palpitante delle vergini primaverili.

Esse salivano a flutti frettolosi ma timidi verso di lui, nascondendosi l’una dietro l’altra, e ognuna spingendo avanti la vicina, con graziose moine e con agili contorsioni che rivelavano tutta l’elasticità dei loro seni. Poi, bruscamente, si celavan gli occhi sotto i folti cespugli delle chiome, prorompendo in risate odorose.

Così i fiori agresti scoppiano a ridere sotto gli occhi del Sole e del Vento, che scorrazzano per la campagna, a primavera, come scolari in libertà.

Sul grandioso corteo di Mafarka, fiorivano altissimi dei minareti inverosimili, il cui profilo era complicato da gallerie, da comignoli, da arabeschi e da colonnette. Sembravano gi[p. 131 modifica]ganteschi giaggioli azzurri, aderti a sfiorar le nubi coi loro pistilli dorati, che cantassero un profumo acidulo di sudore voluttuoso e di torrida castità.

— Veniamo a te senza sapere nè volere, per capriccio e per follia. Le nostre guancie son rosee per lo sgomento, perchè non avremmo mai osato presentarci a te... Oh! non è l’amore che ci conduce, e nemmeno la curiosità!... Ma la brezza della sera ci spinge, l’una contro l’altra, ai tuoi piedi, come l’onde piccole sulla spiaggia... Non ci rimproverare: sono i nostri parenti, che ce lo comandano, e noi siamo obbedienti!...

Pareva veramente che i loro languidi gesti compissero prodigi, poichè qua e là nel cielo turchino le punte affusolate dei minareti verdi si coprivano di corolle viventi e melodiose, e le cupole delle moschee, maculate di porpora, sembravano freschi cocomeri tagliati.

— Rechiamo dei frutti colti per te, e dei fiori a mucchî per allietare le tue narici arse dal vento delle battaglie... poichè sei tu che hai liberato Tell-el-Kibir! Tu sai vincere una battaglia meglio di qualunque altro guerriero; la tua forza è terribile; il tuo petto è più forte dei bastioni della città!... Noi non lo sappiamo... Ce l’hanno detto... Non t’avevamo mai visto... Eri sempre sulle torri più alte!... Certo, tu ci disprezzi perchè siamo tanto fragili, inutili e timide!... I tuoi grandi occhi ci fanno paura!... Ma se vuoi prenderci fra le tue [p. 132 modifica]braccia, tutte, l’una dopo l’altra, e avvicinarci, come rose, alle tue labbra, noi ti lasceremo fare... E questo farà piacere ai nostri parenti, e anche a noi, un poco...

In lontananza la folla azzurra delle galabieh agitava i suoi flutti innumerevoli e fitti intorno alle case, che sembravano beccheggiare, a quella pressione, come le dahabieh alle feste del Nilo... Qua e là i grandi minareti, che avevano in alto, sul loro balconcino circolare, dei grappoli di frutti neri, oscillavano come alberi, e accanto a loro le cupole delle moschee si gonfiavano rosee, simili a vele, fra gli ultimi raggi tesi come rosse gomene tirate, laggiù, dal gran Sole bardotto.

E tutta la città sembrava scivolare così, dolcemente, per un gran Nilo paradisiaco, sotto l’azzurro imbevuto di frescure violette... Oh! lo splendore di quella sera, meravigliata di essere tanto bella e condannata a morire!

Mafarka contemplava quella città galleggiante in balìa dei capricci della luce, e se la sentiva deliziosamente entrar nel cuore con oscillazioni di culla, scricchiolii lamentevoli di timone e gemiti acuti di carrucola...

In alto, nell’aperto cielo, voci erranti battevan l’ali col folle slancio degli aironi color di fuoco, o mollemente come colombe lanciate a volo con una rosa nel becco.

Ad un tratto, Mafarka soffrì profondamente, sentendosi tremare sotto la mano il volto del fratello. [p. 133 modifica]

— Magamal! che hai?... Perchè rabbrividisci?

— Non preoccupartene, fratello... Il vento della sera m’agghiaccia le reni... È cosa da nulla... Il canto di queste donne mi dà piacere...

— Ma perchè sei tanto pallido, adesso?... Magamal! mio Magamal amatissimo!... L’ora della tua gioia è ormai suonata... Va a raggiungere la tua sposa, e riposati lungamente sul suo cuore!... Eccoti il bacio augurale che ti dà Mafarka in nome di Allah!

Magamal si lasciò baciare senza rispondere. Lentamente, posò le labbra sulla guancia del fratello. Mafarka fremette, all’ardore di quel bacio lugubre, e seguì con uno sguardo triste il ragazzo adorato che si allontanava, e che presto impallidì, presto svanì come un’ombra lieve...

Poi, gli sguardi del re indugiarono sulle groppe mostruose delle Giraffe da guerra, spiccanti sul rame del tramonto, che assumeva a poco a poco il colore, più cupo, del bronzo.

Lo zenit pareva duro e convesso come un enorme scudo metallico, mentre ad oriente, al limite estremo delle sabbie, i monti si ammantavano di una luminosa polverulenza: anima bellicosa e volante del deserto.

Mafarka fissava, davanti a sè, tutte le proprie ambizioni, disegnate con precisione come quelle cime di color bruno che s’incidevano sul pallore del cielo occidentale. A poco a poco [p. 134 modifica]il cielo si ammorbidiva in ogni sua parte, passando dalla tinta della latta al carneo giallore dei banani che oscillavano sulla testa del re in grappoli pesanti, incensieri nei quali bruciava uno zucchero squisito.

Allora la bramosa sensualità della sera, toccandogli a volta a volta le narici e le labbra, gli richiamò alla memoria le fanciulle appetitose... Con un gesto dolce, le pregò d’avvicinarglisi; ma esse cantavano a voce spiegata, obliosamente, con la testa arrovesciata all’indietro, con gli occhi socchiusi per sorbire meglio il selvaggio odore di quel maschio trionfante e dominatore.

— Avvicinatevi e venitemi fra le braccia, perchè io possa assaporare la vostra profumata verginità!...

In quel momento, secondo la magia delle sere africane, il cielo si riaccese come se il Sole fingesse di ritornare. Una ricolorazione furtiva, rosea ed azzurrina animò il paesaggio, che ebbe grida di gioia ingenua.

Le fanciulle tacquero subito, per ascoltare la voce della luce, offrendo i loro denti bianchi e minuti come pignoli; e allora Mafarka parlò con una voce insinuante e vellutata che pareva intrisa ancora nell’ideale dolcezza del latte materno. Sembrava, a quando a quando, che la brezza volante strappasse melodiosi petali alle sue labbra rudi.

Intorno a lui le fanciulle, chinandosi tutte insieme, accalcando i loro corpi snelli e inar[p. 135 modifica]cati, e le ultime sforzandosi di alzare il capo al disopra della prima fila, parvero sospese, come banani, al gambo saporoso della sua voce.

— Oh! io vi prendo tutte!... Sì! Ed accarezzo in mille modi sapienti e gentili i vostri corpi, dopo averli liberati dalle loro seriche bucce. Li indovino ardenti, sugosi e formati per le destrezze e per le violente lotte dell’amore. E anch’io, ad onta di tanti colpi di spada dati e ricevuti, ad onta di tante notti schiacciate piuttosto che dormite sulla pietra, anch’io so come si vezzeggia e come si addomestica la gattina furba che vi si cela fra le coscie, col suo musetto roseo, e il suo pelo vellutato, e il suo ronron sotto la carezza....

Parlando, egli camminava. La cadenza ampia ed agile dei suoi passi incantava le fanciulle, che tubavano dal piacere seguendo i gesti immaginosi coi quali egli precisava il contorno delle sue idee. Esse vedevano veramente un ineffabile paradiso fiorire sulle labbra del Re, tra lo sfolgorìo dei suoi sguardi, e sognavano di stendersi sotto le ombre intime delle sue lunghe ciglia.

— Io so quel che ci vuole per farvi contorcere nella voluttà solleticandovi dappertutto, dappertutto.... sulla pianta dei piedi e nei ciuffetti odorosi delle ascelle, che gridano d’amore come cani alla luna d’aprile!... E so anche delle celie! Ne so a centinaia... E delle storielle allegre, da farvi arrovesciar la testa sui cuscini!... Sì! Sì! quando ve le racconterò, [p. 136 modifica]vi terrete a due mani la bella pancina rotonda, aprendo le gambe che s’agitano come per gli addii della partenza e si serrano sulla loro preda come le chele di un granchio....

«Nel mese di agosto, quando dalle finestre entrano il colore giallo e l’odore acido della noia; quando il caldo vi ronza nelle orecchie con la sua voce di mosca: — Non basta non basta, esser nude! Bisogna che vi liberiate anche della seta scottante e della lana che avete nei vostri seni imbottiti di pruriti! — oh! io so bene, allora, mettermi all’opera, strofinando forte tra le coscie delle donne e battendo nella loro bucherella gentile, per uccidervi coi forti colpi della mia verga la gattina irritata che si stira, miagola, sbadiglia, si lecca il pelo e arde col suo alito tutti i dintorni!...

«Come vedete, non vi disprezzo affatto.... Vi amo e vi comprendo, con tutta la sete intelligente della mia carne, nella quale la vita scavò pozzi profondi, aridi e bui.... Ma, dopo, sarete infelici!... Infatti, ciò che gusto maggiormente, in voi, è il desiderio di uccidervi?.. Che mai potete pretendere da un pugnale vivente quale io sono? Ah! perdervi prima della prima carezza, prima del primo abbandono delle vostre pupille liquefatte dalla passione!... Ah! perdervi oggi, quali siete, tutte chiuse nella vostra corteccia di pudore!... Ma io penso, purtroppo, al piacere inevitabile di strapparvela fra poco, a strisce lunghe, come [p. 137 modifica]si sveste un gran frutto tropicale.... Fermarsi a quel punto: ecco l’ebbrezza cocente! Ecco il miele del mio desiderio!... Ma è destino che voi siate straziate dalla ruvidezza della mia forza, scorticate e squarciate dalla ruota dentata di fuoco della mia lussuria egoista e rapace!...

«Io vi voglio tutte, o figlie succose della mia vittoria! Vergini dagli occhi di mèsse felice! Vergini dagli occhi di battaglia vinta!... Premio del sangue sparso!... Dono magnifico della mia diletta città!

In quel momento, un vegliardo barcollante si avanzò a stento fra il rumoroso agitarsi della folla che faceva largo al suo passaggio. Egli aveva l’andatura dei grandi mammiferi. Il suo naso sormontato da un corno violaceo e la sua ampia veste color marrone sovraccarica di gemme lo facevano assomigliare a un rinoceronte.

Senza fremere, Mafarka ravvisò subito, in quel vecchio, Biobudana, lo sceicco supremo e il sinistro consigliere di Bubassa. Che poteva egli temere da un cortigiano sì vile e strisciante?

Con lunghi passi vellutati di giaguaro, Mafarka gli mosse incontro, fra l’inebbriante fioritura delle vergini; poi, inchinandosi con una eleganza disinvolta, prese senza aprir bocca lo scettro che il vecchio gli porgeva tremando.

Allora, ritto in mezzo alla terrazza, incrociò sul petto ignudo le braccia possenti, la cui [p. 138 modifica]pressione fece risaltare i pettorali, scudi sonori, e cantò:

— Allah! Allah! Allah!... Io ringrazio il gran popolo di Tell-el-Kibir, per lo scettro che mi ha offerto e pei fiori vivi e profumati delle sue figliuole!

«La gloria del Sole che muore, rinasce nella mia aurora trionfale. Voi sarete le ombre proiettate dalla mia volontà di bronzo ritta davanti alla faccia incandescente del Sole! Voi m’obbedirete ormai senza fremere, come al Sole obbediscono le ombre! In nome di Allah, invito tutti i grandi della città al banchetto dell’incoronazione, nel Ventre della Balena!... Tutto il popolo mangerà, questa sera, alla mia tavola, che si prolungherà fuori dalla sala in cui io presiederò, fin sulle mura e dappertutto, nelle vie della città!

Le case bianche si tingevano di viola, sotto un cielo color di rosa tea, nel quale i muezzin tacquero, lasciandovi dei fori azzurri. E intanto i palmizî, immersi per metà nella penombra dei cortili, agitavano in alto i loro pennacchi abbagliati, che nuotavano in una serena felicità.