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Mafarka il futurista/5. Il ventre della balena

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5. Il ventre della balena

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Filippo Tommaso Marinetti - Mafarka il futurista (1909)
Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
5. Il ventre della balena
4. Il premio della vittoria 6. Uarabelli-Ciarciar e Magamal
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5.

Il Ventre della Balena.


Annottava, quando Mafarka giunse, a galoppo, alla stradicciuola che serpeggia su pel dorso del promontorio fino alla fortezza di Gazr-el-Husan, la cui candida mole giganteggiava lontano, sui rossori del crepuscolo, come una lumaca gigantesca che avesse per testa il faro, dalle agili corna di luce.

Gli ultimi raggi del sole si erano rifugiati nel cielo e sul mare, che avevano la profondità umida di un’immensa conchiglia, sonora poichè un negro, sdraiato su una roccia, suonava il flauto per cullare le fantasticherie degli echi sparsi.

Pareva ch’egli soffiasse dal suo strumento lagrime gonfie d’aria, che si staccavano a una a una e s’innalzavano, tutte iridate come bolle di sapone, su nello spazio. La melodia lamentevole vagolava così nell’azzurro, stendendosi a volte su letti di calura, o cullandosi sulle altalene della brezza.

Ma la soavità della sera non poteva snodare il cuore a Mafarka, che ritto in sella accelerava a colpi di sprone il galoppo del suo [p. 142 modifica]cavallo. Il selciato era tanto fangoso e sdrucciolevole, che egli doveva tenere alte le redini per evitare che l’animale scivolasse fra gli aspri gomiti delle casette cubiche.

Queste si appoggiavano l’una all’altra, coi piedi nell’onda schiumosa, inarcandosi come i pescatori quando estraggono la rete dall’acqua.

La viuzza nerastra sembrava vibrare, saltellando come una gomena tesa sotto i loro corpi tumultuosi.

E lo sforzo delle casette era instancabile, poichè esse sentivano forse, all’estremità della loro corda, qualche cosa di pesante, di vasto e d’opulento come il mare.

Mafarka s’inoltrava fra l’angosciosa attesa di cento misere porte, il cui ansare cresceva col guizzare delle prime stelle riflesse, che davano l’impressione di una pesca prodigiosa.

Frattanto, delle ombre umane si staccavano dai muri, strisciando verso di lui come tartarughe guardinghe, sulle quali Efrit per poco non incespicò, parecchie volte, tanto i loro gusci erano vischiosi di pesci, di squame e d’alghe putrefatte.

Il fetore acido e melato si mescolava orribilmente, nelle nari di Mafarka, con la brezza ideale che veniva dal mare. Così, l’alito catarroso d’un vecchio impotente corrompe quello di una vergine in fiore.

Un’inquietudine misteriosa vinceva a poco a poco il re, mentre egli s’inoltrava nell’ombra venerabile della fortezza di Gazr-el-Husan [p. 143 modifica]opera di suo padre, Ras-el-Kibir, re dei re africani.

Le basi formidabili delle mura sfidavano il mare con un eterno sghignazzare di schiume, sotto la volontà sovrana del faro notturno che lacerava le tenebre lontane con le sue cesoie luminose, attestando per sempre il genio del suo costruttore.

E Mafarka si sentì scorrere un fremito per le viscere, al guardare l’orma terrestre di quel semidio che gli aveva data la vita, forse la sera stessa della sua grande vittoria sui re alleati del deserto.

Suo padre, appunto, aveva concepita la pianta di quei sotterranei prodigiosi, scavati nel granito appiè del promontorio; ed egli stesso aveva diretta la costruzione di quell’antro fantastico che era stato chiamato il Ventre della Balena, per darvi convegno a tutti i suoi vassalli e per offrirvi lo spettacolo dell’agonia dei suoi nemici sotto i denti dei pesci affamati.

Ferocia radiosa di un’intelligenza dominatrice, che dosava la propria volontà fulminea con la precisione sempre uguale del Sole fecondatore!

E il figlio di quel grande non avrebbe forse potuto, un giorno, rinnovare sull’Africa l’equilibrio di un’anima tanto possente?... Quali presagi si leggevano ora nelle forme delle nuvole che navigavano là, in lontananza, sul mare?

Ma Mafarka non s’indugiò a questo pensiero, [p. 144 modifica]e, lasciandosi a destra la strada a spirale che saliva verso il faro, si slanciò a sinistra, senza aspettare la sua scorta di portatori di torcie, pel sentiero coperto che scendeva ripido verso il sotterraneo.

Egli e il suo cavallo, allora, si sentirono assorbiti dall’avida bocca di una fornace. Le crepitazioni di un incendio invisibile lo guidarono lungamente, per corridoi più intricati che le vene del corpo umano, verso un imbuto oscuro ove subitamente il cavallo s’arrestò, come preso per le zampe entro un pantano.

Mafarka non potè distinguer nulla, tra la penombra fumosa; ma braccia possenti s’impadronirono delle sue redini, ed egli dovette scendere di sella.

Il suolo respirava e cedeva morbidamente sotto i suoi piedi. Avevano dunque preparato pel trionfatore un tappeto regalmente improvvisato coi corpi dei prigionieri negri?... Una grande gioia gli gonfiava il petto, mentre egli passava sotto le stalattiti aguzze della vôlta, minacciose come la triplice fila dei denti di una balena. Ed egli entrò, fra l’eloquenza fiammeggiante delle torcie, che gesticolavano, altissime, come oratori all’aria aperta.

Si sentiva più leggiero di una foglia, sull’onda respirante dei corpi incatenati. Tutti i convitati lo aspettavano, in piedi, con le braccia alzate al cielo e la faccia rivolta verso l’ingresso. Al suo apparire sulla soglia, essi piegarono la schiena, tutti insieme, con la molle eleganza [p. 145 modifica]di una foresta d’alghe curvata da una corrente.

A Mafarka pareva ora, veramente, di camminare sulla sabbia liscia degli abissi marini. Una forza violenta e soave ad un tempo lo trascinava in avanti, con l’agilità di una barca leggiera. Egli sentiva galleggiare il proprio corpo nel fremitìo verdastro di quell’atmosfera calda e quasi liquida. Immaginò le masse enormi d’acqua che si cullavano flaccidamente al disopra del suo capo; e quell’impressione sarebbe stata allucinante, per lui, se egli non avesse udito tutt’intorno le lacerazioni delle arpe, i gridi dei flauti inconsolabili, le rapide corse dei tamburelli e i miagolii delle benjoh.

Il frastuono era centuplicato dalle vôlte, che inarcavano le loro costole marmoree formando il possente scheletro di un cetaceo mostruoso.

Qua e là, grandi fasci di bandiere, allineati, si gonfiavano come branchie colossali. A destra e a sinistra, le pareti curve della sala eran formate da lastre di cristallo, la cui limpida trasparenza dava su un acquario colossale che comunicava con le profondità del mare per mezzo di trappole ingegnose.

Quello strano bacino era tutto pieno di grandi pesci che si erano lasciati prendere alle esche, costeggiando il promontorio, e che si vedevano agitarsi furiosamente, affamati fin dal giorno antecedente.

Quasi tutti i Grandi adunati nella sala te[p. 146 modifica]nevan fissi gli occhi sull’acquario meraviglioso, che proiettava sulle mense sinistri riflessi di corazze, di lancie, di atleti lucenti d’olio che lottassero al sole.

Si vedevano a quando a quando le esche sanguinolente scivolare sulle sbarre davanti a ognuna delle aperture, e mute di enormi pesci avventarsi sulle prede appetitose, per addentarle e per inseguirle ingenuamente fin nell’interno dell’acquario. Subito, alcuni schiavi nascosti chiudevano bruscamente le trappole del bacino ed imprigionavano quei mostri.

Mafarka gridò:

— Voglio della musica! Presto! Dormivate, dunque?... Olà, suonatori di flauto, di liuto e di cetra!... Siano riempite di resina le gabbie di ferro! soggiunse, aprendosi un varco fra l’ondeggiare della folla fitta, le cui vesti sontuose, sovraccariche di gemme, scricchiolavano come il granoturco sotto la mola.

Mentre i musicanti invisibili cominciavano a palpare e a pizzicare le coscie e i seni melodiosi delle arpe, che si torcevano dalle risa o piangevano, sotto le loro ondeggianti tuniche d’accordi, Mafarka si rizzò su un mucchio di cuscini. Egli sorrideva, aperte le mani come per spargere doni intorno a sè, dicendo con graziose moine:

— Vi invito, figli miei amatissimi, a sedervi intorno all’acquario per ammirare la varietà sorprendente dei miei pesci velenosi!

E indicava con molti gesti solenni gli orta[p. 147 modifica]gorischi, i plettognati giganteschi e gli squali dal fegato pieno di tossico.

— Guardate: ecco il tetrodonte. Non vi consiglio di coitare con lui! — soggiunse sogghignando, — poichè secerne il suo veleno dagli organi di riproduzione. Ecco la femmina.... Bruttina, non è vero? Meglio così! I suoi baci, infatti, sono ancor più pericolosi di quelli del maschio!

In quel momento, si formò nell’acquario un gran gorgo giallo da cui balzarono fuori delle murene lunghe due metri. La loro pelle liscia era variegata e ricoperta d’un muco vischioso.

Dietro di esse, si avanzavano, minacciosi e sinistri, dei pesci dall’aspetto ripugnante che sembravano enormi forbici nerastre.

— Sono sinancea; i grandi topi del Mar Rosso.

Il branco dei sinancea si era già immerso nelle profondità dell’acquario, dove i più grossi si sforzavano di scavare la sabbia. Lentamente, essi scomparvero ad uno ad uno, non lasciando emergere che i pungiglioni di cui erano armati.

— Voi potete seguire le astuzie di quei bricconi, che non assaltano mai, nonostante la forza delle loro punte. Occorre una pressione esterna, perchè il veleno sia lanciato nel canale del pungiglione. I pescatori che vi si feriscono calpestandoli provano immediatamente un terribile dolore, che invade tutto il corpo e dà convulsioni deliranti. Io ne vidi uno che [p. 148 modifica]batteva il capo contro gli scogli della spiaggia, implorando i passanti perchè gli recidessero il membro avvelenato.

Si vide passare una varietà straordinaria di scorpœna. Avevano tutti la testa grossa, leggermente schiacciata, irta di punte, e molti pungiglioni anche sul dorso e intorno all’ano.

I convitati salutarono con grida d’ammirazione il corteo di quei mostri natanti, che andarono a formare, in fondo all’acquario, un mucchio trepidante. A poco a poco, la loro inquietudine crebbe; aggrovigliarono le loro pinne e i loro pungiglioni in forma di leve, di cordicelle e di corregge, con un’agitazione frenetica che li faceva assomigliare al meccanismo di un grande orologio o agl’ingranaggi di una catapulta.

Ma quando un enorme artemate dell’Oceano Pacifico si avanzò, con un’andatura imponente, puntando le pinne armate di pungiglioni smisurati, gli scorpœna si cacciarono tutti nella sabbia.

— Questo pesce somiglia a una galea. Ha degli alberi sul dorso e dei remi sui fianchi. Quella è la femmina! Guardate come agita intorno al suo ventre le lunghe pinne! Sembra nell’acqua una ballerina dalle molli vesti di velo.

Si udirono dei grugniti. Alcuni schiavi spingevano innanzi, a colpi di rampone, dei bathracus grunneus delle Antille. Si vedevano guizzare le loro pinne rosee, che battevano [p. 149 modifica]contro i pettorali cupi, contro il dorso bruno e contro i fianchi gialli chiazzati di nero.

— Ed ora, capisco dalle vostre fisonomie che voi cominciate ad essere distratti, per l’appetito! disse Mafarka. Avrete, più tardi, di che allietare ancora i vostri sguardi... Poichè quest’assemblea di pesci v’interessa, aspettate! Fra poco la vedrete all’opera!... Ecco, ora, delle vivande, per divertire il vostro palato e per rimpinzarvi il ventre....

Continuando a camminare a lunghi passi, ricco lo sguardo e prodigo il gesto, Mafarka andava enumerando i piatti ammirabili che erano stati allineati in mezzo alla sala.

— E non è tutto. C’è anche del pilau squisito... La sua cottura fu sorvegliata in modo particolare. Ci sono dei sorbetti al pistacchio e alla vaniglia, fatti con della neve che fu lungamente conservata in mezzo alle rose; e ci sono, infine, dei pasticci di riso e di miele, degli sciroppi, dell’hallahua, del karamendin, dei vini di Spagna e di Francia in anfore dal collo ingemmato, del cognac e del rhum!... Tutto questo vi sarà servito secondo la volontà vostra e senz’ordine, perchè ognuno possa secondare i capricci del proprio stomaco.

Tutti si accoccolarono, con le gambe incrociate, intorno alle tovaglie cosparse di narcisi e di gaggie.

Mangiavano golosamente, con un languido oscillar del corpo, pronunciando rare parole alternate con grugniti di piacere. [p. 150 modifica]

A quando a quando, le loro mani dalle unghie tinte di rosso s’immergevano tutte insieme nel piatto di mezzo, come galline che beccassero tutte in una sola scodella.

Poi essi si arrovesciavano all’indietro, per lasciarsi colare giù nella gola la musica soave e zuccherina, inaffiando i bocconi con sospiri succhiati e con moine di beatitudine che volevano far ridere Mafarka.

Questi, sorridendo, disse ad alta voce:

— Miei cari convitati! vi dispenso dal lodare il mio banchetto coi rutti tradizionali, poichè si finirebbe col soffocare, in questa sala priva di finestre....

Poi il re si rabbuiò, a poco a poco. La sua attenzione era attratta, senza che egli lo volesse, dai sussulti dei pesci, che sembravano fiammeggiare dietro ai vetri meravigliosi.

— Schiavi! Sfogliate rose nella sala!... Si sente nell’aria un odore piuttosto sgradevole; non è vero Abdalla?

E Mafarka chiamò a sè con un gesto giovane dal corpo flessuoso, chiuso in un una casacca di pelle d’ippopotamo. Era il suo primo capitano, che protendeva verso di lui un volto altero, di colorito olivastro, i cui grandi occhi vivaci sembravano accogliere tutta la luce, come due specchî.

— Sì, padrone, ci ho già pensato. Ora vengono.

E indicava le lastre di cristallo del soffitto, attraverso le quali si scorgevano le gambe [p. 151 modifica]nere degli schiavi che uscivano in fila dalle cucine superiori, portando ognuno un cesto appoggiato al fianco, e scendevano nella sala per la scalinata che era in fondo.

Si avanzarono lentamente, a destra e a sinistra dei convitati, spargendo sul pavimento rose e lilla. Erano stati scelti fra tutti per la bellezza dei loro corpi e per la flessuosità elegante della loro andatura.

Ma i convitati non si curavano di guardarli, tutti sdraiati su mucchi d’uva di Smirne spiaccicata, nei quali le loro mani diguazzavano. Altri si rimpinzavano di banani e di datteri canditi, seguendo con lo sguardo il passaggio delle anfore d’oro con rilievi d’argento e dei grandi vasi che, come i monti, portavano sui fianchi città dai tetti innumerevoli.

Ad un tratto, un gran vocìo fece scattare i convitati, che tutti, rossa la faccia e tondi gli occhi, si volsero verso l’ingresso della sala, dove un uomo si strappava violentemente dalle mani degli schiavi.

— È Sabattan, il giovane nipote di Bubassa, che vuole entrare! — gridò uno di questi.

— Ebbene: lascialo passare! — replicò Mafarka senza batter ciglio, mordendo un banano.

— È un nemico... Bada! Pretende di doverti dire cose importanti. Vuoi che io lo disarmi?

— No. Ch’egli sia il benvenuto, in nome di Allah, insieme col suo pugnale nascosto!... La mensa è imbandita.... Ch’egli si riempia lo stomaco finchè gli piaccia. [p. 152 modifica]

Poi, volgendosi lentamente verso il nuovo invitato, Mafarka soggiunse:

— Avevi un eccellente appetito, una volta, quando pranzavamo alla stessa tavola!

— Grazie, Mafarka. Volentieri mi seggo accanto a te, per festeggiare la tua incoronazione. Sono venuto tardi. Perdonami; ma mi sono smarrito nelle viscere di questa balena, prima di giungere a te.

Alcuni incantatori di serpenti cominciarono a estrarre dai loro sacchetti dei rettili pericolosi che destarono l’ammirazione degl’invitati. Ma furono mandati via, perchè i loro cenci puzzavano troppo, e, fra l’ilarità generale, venne introdotto nella sala un buffone negro, decrepito e rugoso, che sembrava accuratamente pieghettato dalle dita della Morte. Tuttavia egli mostrava un’inverosimile agilità nell’imitare i movimenti delle belve in caccia per le foreste, la ginnastica delle scimmie su pei rami e la corsa allungata delle giraffe.

Infine egli si sedette, con le gambe incrociate, e prendendosi i piedi fra le mani, mentre agitava il busto avanti e indietro, cominciò:

— Due spade che cozzano fra loro in un sotterraneo.... Che cosa vuol dire?...

I convitati, abbrutiti dall’ubbriachezza, si prestarono immediatamente al giuoco tradizionale, e protendendo volti di una idiozia interrogativa, aspettarono la risposta.

Allora il buffone, con grandi gesti solenni, rispose: [p. 153 modifica]

— Vuol dire che due fratelli sono andati a visitare la stessa donna.

Tutti si arrovesciarono all’indietro, con un lungo mormorio di soddisfazione.

— Un uomo porta ogni mattina nel suo palazzo delle ricchezze, che ammucchia sulla terrazza, e la notte un’aquila viene a rapirgliele.... Che cosa vuol dire?

E quando i convitati ebbero ripetuta la loro commedia di stupefazione attonita, il buffone soggiunse:

— Vuol dire.... una donna adultera.

Poi, venne la volta della farfalla fissata sulla pergamena con uno spillo, la quale somigliava al poeta, vittima della propria vanità....

Ma già la maggior parte degli invitati cominciava ad essere distratta, poichè quasi tutti erano avvinazzati o sonnolenti e semisdraiati sulle tovaglie, cosicchè il bizzarro buffone concluse annunciando, con gesti misteriosi da uccellatore, che stava per fare la domanda più difficile.

Allora, gran tramestìo intorno alle mense. Alcuni si svegliarono fra un rumore di vasi cozzanti uno contro l’altro e dai quali cadevano frutti e colavano conserve. Altri, atterrati dall’ubbriachezza, si lamentavano d’essere calpestati. Il circolo degli uditori si restrinse.

— Un giorno un lupacchiotto morente di fame fu preso da un pastore, che lo nutrì e lo curò per molto tempo. Infine, il lupo mangiò il suo benefattore.... Che cosa vuol dire? [p. 154 modifica]

Il silenzio s’aggravò nella sala. Tutti si guardavano negli occhi con crescente stupefazione, poichè, per quanto semplice fosse il quesito nessuno sapeva risolverlo. Poi, i più anziani cominciarono a susurrarsi delle parole all’orecchio, e una strana inquietudine si propagò fra gl’invitati seduti accanto a Sabattan, che si alzò lentamente, e, indicando Mafarka, all’altra estremità della mensa, disse:

— Io so il nome del pastore, e specialmente quello del lupo....

A queste parole, Mafarka balzò innanzi, e, rovesciando con la mano aperta le anfore e i vassoi che gli presentava uno schiavo, si drizzò come una colonna:

— Tu menti, cane rognoso!.. Io non ho mangiato il mio benefattore! Sono figlio di re, ed unico erede legittimo della corona di Tell-el-Kibir.... Tu dici che Bubassa mi amava? Oh! via!... Mi amava come il giogo ama il bue, come la fiocina ama il pesce! Ma, d’altronde, di che ti lamenti?... L’ho ucciso, forse?... In realtà la mia bontà fu troppo grande, e voi avete diritto di rimproverarmela.... voi, miei convitati, grandi cittadini di Tell-el-Kibir, poichè fu lui, Bubassa, che mise in pericolo la patria! Mi accontenterò di esiliarlo.

— Nel ventre dei tuoi pesci! — mormorò Sabattan, trattenuto pei fianchi da alcuni amici suoi.

— Sì, nel ventre dei miei pesci... E perchè no?... — Non fui, io stesso, esiliato nel ventre di Bu[p. 155 modifica]bassa per tutta la mia gioventù? Per fortuna, ne sono uscito, come un bel diamante inghiottito.... Ne sono uscito con gli escrementi notturni che sfuggono dal suo intestino rilassato.... Veramente, egli ne è rimasto un po’ tocco nella salute!... Ah! Ah!

E Mafarka proruppe in una violenta risata. Fu una raffica d’ilarità che squassò tutti i convitati, riscaldati dalle vivande e dai vini.

I più giovani s’arrovesciavano sul dorso, per ridere meglio, tenendosi a due mani il ventre sussultante.

Frattanto, intorno a Sabattan, si era formato un crocchio dai modi cerimoniosi e ufficiali, che guardava Mafarka con una deferenza ostile e minacciosa. Intanto il re stava occupandosi con disinvoltura delle evoluzioni dei piatti monumentali, pure ascoltando attentamente la conversazione saltellante e varia, della quale cercava di cogliere anche le mezze parole imbavagliate.

Ma la collera lo serrava alla gola tanto dolorosamente, ch’egli non potè conservare a lungo la sua impassibilità, e afferrando per un braccio Abdalla, il suo primo capitano, sputò:

— Trasmetti i miei ordini!

Poi, ricomponendosi sulle labbra un fresco sorriso, riprese con voce calmissima:

— Veramente m’accorgo che la gaiezza comincia a diminuire! Ma non sarà mai detto che alcuno possa annoiarsi alla mia mensa!... [p. 156 modifica]Vogliate dunque voltarvi tutti verso l’acquario, e spalancate gli occhi, poichè lo spettacolo sarà degno delle vostre illustri digestioni!... Sabattan! siediti qui, vicinissimo a me, e solleva bene le tue palpebre pesanti e frangiate come le vesti delle cortigiane.... Olà, portatori di torcie!... Schieratevi a destra e a sinistra, per illuminare i pesci.

In quel momento, tre mostruosi pescicani uscirono dalle profondità nere dell’acquario, e, senza agitare la coda, vennero a dar di cozzo contro il cristallo, col muso rivolto verso i convitati.

Tutti sussultarono sgomentati. Seguì un silenzio penoso, nel quale s’udì solo il rumore dei passi precipitati degli schiavi che si affaccendavano misteriosamente al piano superiore. Poi, s’udì anche un rantolo di petto umano, simile al gemito di una carrucola, e, ad un tratto, un gran fracasso nel bacino, ove l’acqua s’intorbidò tutta.

I convitati si erano chinati verso il cristallo, ma non si poteva distinguer nulla, attraverso i gorghi gazosi e le increspature rossastre dell’acqua, che ondeggiava elasticamente.

I musicanti ansavano dallo spavento, tenendo fra le mani i loro istrumenti morti. Ed ecco a poco a poco, sotto le fiamme delle torcie, l’acqua sembrò ridiventar limpida, lasciando scorgere, verso il fondo, una grande matassa di carni purpuree, intrecciate con dorsi scintillanti di pesci. Ad un tratto, due corpi umani ne bal[p. 157 modifica]zarono fuori, nuotando freneticamente verso la superficie. Erano veramente due uomini. Impossibile dubitarne.

Nudi tutti e due; uno pallido, snello, imberbe, e di una delicatezza femminea; l’altro, che lo seguiva lentamente, aveva grosso il ventre, e sulla sua faccia logora la barba s’incollava, aggrovigliata come un’erba marina. I loro piedi rossi si prolungavano in sciarpe di sangue.

Essi avevano già raggiunta la superficie, e restavano lassù, agitando febbrilmente le gambe e sforzandosi, con grandi scatti di reni e di braccia, di tener la testa fuori dall’acqua.

Ma lo spazio respirabile che rimaneva loro era appena di un quarto di cubito. Ed essi bevevano ad ogni istante grandi sorsate. Che mai potevano sperare ancora, quei poveri nuotatori?... Dove rifugiarsi?... Lontani dai loro nemici implacabili, avevano tuttavia un momento di quiete.

Certo i pescicani li avevano persi di vista, e cercavano ora nelle profondità dell’acquario, frugando negli angoli col loro muso puntuto e battendo le pareti con le loro code metalliche, che producevano un grande sciacquìo.

La loro agitazione cresceva di continuo, e l’acqua accelerava a poco a poco la sua tragica altalena, lanciando sempre più in alto i due corpi, contro il soffitto dell’acquario. Una terribile alternativa torceva d’angoscia la gola degli spettatori. [p. 158 modifica]

— Vedi Sabattan?... Morire annegati, o col cranio spaccato!... Li hai ravvisati, non è vero?... Uno, è Ibrahim-Gandakatale, il pio consigliere di Bubassa.... Bisognava pure che gli restituissi il banchetto ch’egli volle offrirmi l’anno scorso, con quel suo famoso pilau avvelenato che ebbi la fortuna di vomitargli sotto al naso!... L’altro, è suo figlio Aciaca, cretino e delinquente quanto il padre!... Ah! non dici nulla?... Abdalla, guarda, guarda Sabattan!... Trema tutto!... Senti, i suoi denti, come battono per la paura?...

Allora, Abdalla fu preso da un accesso di folle ilarità.

— Eh, sì!... Ha paura di finir là dentro, anche lui!... È una femminuccia!... Ah! ah!

E la sua larga risata echeggiava lugubre e si prolungava a balzi nella gioia simulata da tutti gli altri convitati.

In quel momento, i pescicani scoprirono improvvisamente le loro due vittime e si avventarono su di esse, con la bocca spalancata.

Il più forte dei tre si accaniva contro Gandakatale, a cui addentò il ventre enorme, con tanta violenza che per un momento fu sommerso dall’erompere delle viscere, fra le quali il suo muso restò impigliato come in una rete.

Il cadavere sgonfiato si piegò su sè stesso, e con la testa all’ingiù, piombò in fondo, guizzando come un’anguilla. [p. 159 modifica]

Mafarka lo seguì collo sguardo, mormorando:

— Ecco quel che meritano i traditori fradici d’invidia come te! Empiti d’acqua amara, o schifoso barile lordo di sterco!...

Aciaca seguì suo padre da vicino. Lo si vide stendersi sul fianco, affondando, con la bocca spalancata e con le gambe inghiottite dal secondo pescecane, il quale, agitando forte la coda, spinse contro una parete dell’acquario quella carriola fantastica e sanguinante. Senza rumore, il cranio di Aciaca si ruppe come un uovo contro il cristallo, e le braccia del morto si aprirono come per abbracciare gli astanti, mentre la sua destra sembrava abbozzare un fatidico gesto di saluto.

Mafarka, rabbrividendo, si frugò nella cintura, e non vi trovò più i suoi amuleti. Ma presto li dimenticò, per gridare a gran voce:

— Per Allah, miei cari invitati, questo spettacolo diventa noioso!... Ora vedremo delle danzatrici ammirabili!... Bisogna pure che il piccolo Sabattan si diverta un poco!... Infatti m’accorgo che egli non si interessa affatto alle battaglie di pescicani, e che i cadaveri non lo entusiasmano!... Nemmeno quelli dei suoi parenti!...

Abdalla comparve allora sulla soglia della porta di fondo.

— Bastano due.... Ma siano più belle che a luce della luna nel mio acquario!

— Padrone, eccole... La loro bellezza sovru[p. 160 modifica]mana basterebbe a profumare un paradiso!

— Come si chiamano?

— Libahbane e Babilli.

— Oh! le conosco!... Erano le danzatrici preferite da mio zio Bubassa!... Abdalla, fa che vengano innanzi.... e metti alla porta i musicanti. Voglio un silenzio assoluto. I canti decompongono le vivande e guastano il sapore della carne di donna.... C’è già troppo veleno, sulle labbra delle femmine, perchè s’abbia da aggiungervi della musica!...

Tutti i convitati si erano stesi bocconi, fra crollanti mucchi di frutti e fra il tintinnìo dei vassoi e dei vasi rovesciati. E lo stupore li aveva immobilizzati tutti coi gomiti puntati sulle stuoie e col mento fra le mani, poichè un brivido sovrumano era entrato nella sala.

— Per Allah! gridò Mafarka; si allontanino i lumi! Non voglio vedere intorno a mè dei visi convulsi dalla lussuria!... Bisogna coprire di tenebre la faccia dell’uomo, quando la brama carnale la gualcisce e la torce come un panno bagnato!

Le torcie e il braciere scomparvero. Ma ci si vedeva ancora abbastanza, perchè due gabbie piene di resina accesa erano state dimenticate, e i loro riflessi rossastri tremavano sui convitati come su flutti pietrificati.

A quell’ora, la luna doveva essere abbastanza alta sul mare, poichè spiegava la sua luce, entro l’acquario, come un velo verdognolo tempestato di berilli, così da produrre [p. 161 modifica]lungo il cristallo una zona di penombra inebbriante. E la presenza degli spettatori era rivelata soltanto dai sussulti e dai grugniti di piacere con cui essi salutavano i raggi lunari, che si spezzavano in gemme seriche sul dorso dei pesci, quando questi passavano mollemente, proiettando ombre grottesche sul pavimento.

I grugniti andarono crescendo a poco a poco, mentre le due almee si avanzavano scivolando col languore che ha la brezza tra il fogliame. Una stoffa intessuta di fili d’oro, di una morbidezza viva, inguainava loro il corpo, meno il ventre, le braccia e le mammelle, scoperte e spalmate di una pasta fosforosa che splendeva. Le loro dita, eran munite di ditali in forma di artigli d’oro.

Tutte e due avevano capelli neri e la fronte cinta da una benda scarlatta. Il loro volto ovale, di una purezza sorprendente, sembrava cesellato con cura dalle carezze del mare. Il pallore delle loro guancie era casto e ardente, ma i loro occhi burrascosi, pieni di pagliuzze turchine, avevano la freschezza elettrizzata d’angoscia delle campagne frequentate dai fulmini. Ed erano anche, di tanto in tanto, pozzi dall’acqua preziosa rilucenti sotto folti banani.

La più alta si chiamava Libahbane. Il suo sorriso dalle freddezze marmoree e beffarde sembrava enumerare dei morti tutt’intorno.

Babilli, la più bella e la più fragile delle [p. 162 modifica]due, allungava le mani per graffiare l’aria, come un gatto, con graziosi movimenti scherzevoli e terribili ad un tempo. Non stava ella per miagolare dal piacere, subitamente, nell’ebbrezza di mordere e di uccidere?

Esse passavano lente, scivolando a passi furtivi fra gli spettatori, sdraiati come in un accampamento notturno.

Ad un tratto Babilli venne a stendersi davanti a Mafarka, e languidamente, con lentezze infinite, si slacciò la veste e se ne liberò come di un’aurea buccia, così che il suo corpo ne sprizzò fuori collo splendore saporoso di un frutto, la cui polpa fresca doveva bruciare.

Libahbane si chinò su di lei simulando lente carezze. Le sue mani passavano e ripassavano sulle ànche e sul ventre tondo di Babilli, senza toccarlo... Poi, lentissime, le sue dita vagarono sulle mammelle puntute della compagna, tutte grondanti di bagliori di fosforo. E la pelle vellutata della piccola almea giacente vibrava sotto quella carezza come il mare sotto la brezza della sera.

Lungamente Babilli tremò di piacere, con la deliziosa monotonia di uno spasimo continuato... E infine Mafarka, sollevandosi sui gomiti, esclamò:

— Abdalla! Sia data della cantaride a queste fanciulle... Faremo un giuoco molto divertente. Ma ci vuole una oscurità assoluta! Spegnete anche quelle due fiaccole rosse!... [p. 163 modifica]

L’ordine fu eseguito. I tizzoni resinosi agonizzarono...

— Ora, tu, Libahbane, e tu pure, Babilli, venite in mezzo a noi, e scegliete i maschi più forti e più belli!

— Ma non ci vediamo!... rispose Libahbane, con una voce lieve come un fumo violaceo...

— È appunto questo, il giuoco!... Per scegliere, obbedirete alle vostre narici, o piuttosto all’istinto della vostra vulva, poichè gli occhi potrebbero ingannarvi, e voi vi lascereste adescare dai ricami della mia tunica...

Nelle tenebre, gli aliti dei convitati sibilavano irosi e profondi, con gorgoglii bavosi e con singulti di grondaie, mentre le danzatrici passavano, brancolando nel buio.

Ad un tratto, Mafarka si sentì scivolare fra le braccia un corpo di donna ardente e gelido a un tempo... Non era il ventre squamoso di uno dei pescicani dell’acquario, scomparsi al declinare della luna?

Ma la bocca ignota che si addormentava sulla sua era soave e sinuosa, ed egli si sentì sconvolte le viscere dalla delizia e dal terrore. D’un balzo si rizzò, e, respingendo la donna, urlò:

— Basta!... Vattene!... Vattene! Vattene!... Olà, schiavi! Accendete le torcie!... Poi, incatenate queste femmine, e gettatele ai pesci!

Gli rispose un terribile muggito. Tutti si erano alzati, nelle tenebre, stretti l’uno all’altro. [p. 164 modifica]e gridando in un gran tumulto, come gabbie d’uccelli in una stiva, durante una burrasca.

Mafarka si fece largo tra quella folla, a gomitate, scagliandosi come una belva or da una parte or dall’altra.

— Sì! Sì!... Gettatele ai pesci!... Le amerete di più quando saranno morte!... Ma vive, no! no!... Esse non possono passare vive in mezzo a noi!

Indi, volgendosi verso le almee, le apostrofò brutalmente:

— Maledizione! Maledizione!... Come le farfalle e le mosche, voi avete delle trombe, per pompare le forze e il profumo del maschio!... Come i ragni, voi vi colorite così da somigliare a bocciuoli di rose, ed esalate persino dei profumi inebbrianti per attirare insetti come noi, ghiotti di fiori!... Vi coprite di squame, per somigliare al mare imbrillantato dal sole, e la nostra sete di freschezza ci fa vostre vittime!... Vi coprite d’oggetti tintinnanti, perchè le tigri s’incantano col suono di una campanella!... Tutto il veleno dell’inferno è nei vostri sguardi, e la saliva, sulle vostre labbra, ha riflessi che uccidono... sì, che uccidono come pugnali!...

Molte voci, nelle tenebre, urlarono:

— No! No!... La loro vita ci appartiene!... Sono fanciulle pure e innocenti! Sono danzatrici sacre!...

— Eh, via! replicò Mafarka; gettate nell’acquario, quelle creature che collo sguardo mi decompongono il sangue! [p. 165 modifica]

E mentre si riaccendevano le fiaccole, Abdalla scomparve, trascinando via le due danzatrici, tra un parapiglia assordante...

In quel momento, uno schiavo si avvicinò a Mafarka e gli mormorò all’orecchio alcune parole.

Il re impallidì orribilmente, e uscì dalla sala come un turbine, scavalcando i convitati.