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Mafarka il futurista/6. Uarabelli-Ciarciar e Magamal

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6. Uarabelli-Ciarciar e Magamal

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Filippo Tommaso Marinetti - Mafarka il futurista (1909)
Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
6. Uarabelli-Ciarciar e Magamal
5. Il ventre della balena 7. Il viaggio notturno
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6.

Uarabelli-Ciarciar e Magamal.


Nel momento in cui uscivano dal sentiero coperto, Mafarka si fermò per riprender fiato; poi, come se fosse stato punto da un’idea velenosa, gridò al messaggero:

— Non ho capito bene!... Ripeti! Ripetimi le parole che hai udite!...

Lo aveva afferrato per la gola e lo scuoteva come un sacco pieno di bestie immonde, pur continuando a parlare con una precipitazione convulsiva.

— Oh! padrone!... Mi stràngoli!... sono innocente!

Mafarka lasciò lo schiavo, che crollò a terra.

— Lo so, lo so, che sei innocente!... Ma la verità.... Voglio sapere la verità!... Tu me la nascondi!

— No, padrone.... Non ti ho nascosto nulla!...

E lo schiavo, singhiozzando, ripetè il suo racconto:

— C’era molta gente nel cortile.... Era buio, perchè nessuno aveva pensato ad accendere i lumi.... Tutte le donne urlavano come lupe.... Io m’aggiravo qua e là, domandando che cosa [p. 170 modifica]fosse accaduto... Nessuno mi rispondeva! Ad un tratto, Fatma mi si avvicinò, e mi disse: «Corri subito alla fortezza di Gazr-el-Husam, e di’ a Mafarka che venga qui immediatamente, perchè suo fratello Magamal è molto ammalato!»

— Ammalato?... Che cosa vuol dire? Ammalato!... È impossibile!... Stava tanto bene, ieri!...

E Mafarka, morso al cuore dal delirio dell’angoscia, si agitava collericamente, apostrofando lo schiavo:

— Che fai lì, a bocca aperta?... Non hai un cavallo?... Mi occorre un cavallo.... un cavallo.... un cavallo!... Altrimenti non arriverò laggiù prima di domani!... È tanto lontano!... All’altra estremità della città!... Chiama, chiama anche tu!... Bussa a quelle porte, e domanda un cavallo pel Re!...

Ma le case non rispondevano, mute come sepolcri vuoti, sotto le stelle che agonizzavano nel crescente fulgore della luna!

Mafarka tese il pugno contro di esse, rabbiosamente, e subito vide con terrore il faro, che imitava il suo gesto, drizzandosi come un immenso braccio e spargendo intorno a manciate le sue gemme luminose.

Ma non era che un’allucinazione, e il re si stropicciò gli occhi violentemente, per liberarsi dalle ombre che gli offuscavano il cervello.

— Andiamo! Presto! gridò infine. Vieni! Bisogna correre!

Mafarka e il suo schiavo attraversavano ora il quartiere dei pescatori. Nel dedalo di quelle [p. 171 modifica]viuzze che si contorcevano e si snodavano capricciosamente, il selciato melmoso li obbligò a rallentare la loro corsa. Di tanto, in tanto lo schiavo bussava a una porta; ma nessuno dava segno di vita. Tutti gli uomini erano in mare, per la pesca.

Si vedevano le loro barche nere, sobbalzanti in groppa al mare, fra l’agilità dei lampi, che correvano sulle cupe macerie delle onde con tutta la velocità delle loro gambe ignude e fosforose sotto la tunica rialzata.

— Notte di burrasca, pesce abbondante! disse lo schiavo.

— Il naufragio li inghiotta tutti quanti! gridò Mafarka, che si sentiva indurire il cuore, come un nodo, mentre a quando a quando gli s’inondava di lagrime il petto.

Il cocente dolore che provava gli liquefaceva la volontà, e questo lo irritava.

— Sono dunque fradicio fin dalla nascita, poichè una semplice notizia, tutt’altro che grave, basta a ridurmi come un fazzoletto intriso di lagrime?

Si fermava di tanto in tanto, dopo corse pazze, e, subito, tutta l’amarezza del mare gli gonfiava il petto. Lo spavento notturno lo inseguiva da presso, sferzandogli il cuore, che gli s’impigliava fra le rovine della tristezza, come le grandi nubi dalle groppe tumultuose che vedeva crollare, ora, e abbiosciarsi sotto i colpi di randello del vento, la cui violenza andava crescendo. [p. 172 modifica]

Bisognò arrestarsi, e aggrapparsi ai muri, per non essere gettati a terra agli svolti delle viuzze che precipitavano verso il porto, laggiù, dove, a distanze incalcolabili sulle tolde dei velieri, arrossate dalle lanterne, si agitavano ombre nere e puntute di marinai, simili a falene affascinate.

Intanto, tenendosi per mano e strisciando lungo i muri, sotto i balconi sporgenti e finemente traforati, i due uomini ascoltavano il rumore del vento, che talora si sedeva a terra come un operaio, e, con tutti i suoi arnesi sparsi intorno a sè, si sforzava di scardinare le porte.

Ma un lungo abbaìo doloroso agghiacciò loro le reni... Erano giunti al quartiere dei tessitori. La matassa delle viuzze diveniva inestricabile come i fili di un telaio. Lo schiavo si procurò una torcia, ma il vento la spense.

Nel cortile di una caserma, trovarono finalmente un cavallo e una fiaccola da machallah. Era una piccola gabbia di ferro, che aveva per manico un lungo bastone. Quando essa fu piena di resina accesa, Mafarka balzò in sella e spronò violentemente la propria cavalcatura. E lo schiavo gli correva presso la staffa, con la sua criniera di fiamme, portando una riserva di legna nella galabieh, che gli si gonfiava, sul dorso, come una gobba.

I latrati ricominciarono, ad intervalli, con riprese furiose e vendicative che desolavano le tenebre. [p. 173 modifica]

— Sono cani arrabbiati.... disse lo schiavo.

Mafarka si fermò, col cuore sospeso.

— Sono entrati a centinaia, per le brecce dei bastioni, e hanno morsicato donne e fanciulli.

— Ma bisogna esterminarli tutti.... Cani e morsicati! esclamò Mafarka....

Egli aveva appena pronunciate queste parole, quando una ventata di voci rauche e di grida acute li assalì, allo svolto della via degli Armaiuoli. Al disotto, in una viuzza che metteva capo a una piazza profonda come un imbuto, si vedeva agitarsi una folla di donne scarmigliate, un mostruoso groviglio di braccia che ruzzolava sotto le zampe bianche e imbottite della luna.

— Vedi, padrone?... Dànno la caccia ai cani!

Mafarka spronò ancora il suo cavallo, che cambiava andatura ad ogni istante, come se fosse preso da un’angoscia misteriosa. A quando a quando esso drizzava le orecchie, vedendo correre sui muri spalmati di latte lunare la propria ombra divenuta fantastica, e quella dello schiavo che sembrava morderlo ai garretti, come un cane....

Non era la bava di un cane arrabbiato, quella luce argentea e viscida sui muri?....

A Mafarka, parve di sentirsi attaccato per sempre alla sella; egli ebbe, esatta, la sensazione di ferire la propria viltà, immergendo gli sproni nel ventre dell’animale.

Questo accelerò il suo galoppo, passando [p. 174 modifica]davanti agli sbocchi delle viuzze del porto. Giù, a profondità infinite, il mare schiumoso si torceva, irto il pelo, mugolando come un cane!... Come un cane! Come un cane, Mafarka subiva il terrore di quella lugubre notte, che lo scacciava brutalmente, vomitandogli alle spalle le sue gelide raffiche!

Egli aveva orrore della propria anima miserevole, e ad ogni latrato lontano si sentiva sfuggire il cuore dal petto, come l’acqua sfugge da un vaso incrinato.

E le stelle, non avevano anch’esse musi puntuti e occhi acuti di cani arrabbiati, sul mare turbolento e ferito a morte, inseguito da ogni parte, schiacciato contro le roccie dai venti galoppanti?

Il cavallo piegò ad un tratto le zampe posteriori, inarcandosi per evitare un morso, col fremito stesso che hanno i muli quando fiutano i felini del deserto.

E l’allucinazione di Mafarka cresceva ancora. Non stava egli per essere morsicato improvvisamente dalla luna, la cui bianca testa canina grondava, fra le nubi, di una orrenda bava vischiosa?... E quello schiavo, non stava per morderlo, egli pure come un cane?... Certo, era la sete, la sete implacabile, che accendeva le pupille spettrali di quell’uomo e bagnava di schiuma i suoi denti, nella bocca ansimante!... Infatti, perchè quello schiavo correva così, affondando tra corpi flosci come carogne di cani schiacciati? Perchè gli stava [p. 175 modifica]sempre sì presso alla gamba destra, che a poco a poco s’agghiacciava?...

E, ad ogni momento, l’immagine del fratello balzava sotto gli occhi e fra le braccia del re.... E questi ansava sotto il peso prezioso e benedetto... e si sentiva contro il viso, il viso del fratello, coi suoi grandi occhi assopiti all’ombra delle palpebre, che s’aprivano soltanto per piangere....

Oh! perchè piangeva così?... Oh lagrime, lagrime adorate, lagrime affascinanti come gemme ammirabili e sacre, scoperte nelle profondità della terra, dopo aver sradicato cento montagne!... Lagrime che egli avrebbe voluto raccogliere nel cavo delle mani, e che cadevano senza fine sul suo cuore e giù per la criniera del suo cavallo, inondando il mondo!...

Ma come fare, per arrestar quelle lagrime?... Come chiuderle quelle palpebre?... Mafarka sentiva infatti che tutto il sangue, tutta la vita del fratello, e la sua insieme, se ne andavano, irreparabilmente, con quelle lagrime!...

E ora, con una terribile attenzione, egli protendeva il viso, per toccar colle labbra le labbra del fratello.... E gli offriva baci, e le sue mani s’incavavano, divenivano leggiere, per accarezzare meglio le guancie dilette.... E sbarrava gli occhi, intanto, nei quali lo sguardo e le lagrime del fratello entravano come un torrente di dolore!...

— Sei ammalato, Magamal.... fratello mio adorato?... E dove, dove hai male? Dimmelo!... [p. 176 modifica]Ti senti mancare?... No! Non è vero!.. Ma chi, chi ti ha fatto male?... Ed è impossibile — non è vero? — che tu debba morire!...

Ad un tratto, un lontano ricordo di gioventù gli strappò l’anima. Si rivide in una capanna di mattoni, sul greto dell’estuario del Menzabù.... e assaporò i profumi vanigliati, acidi e pepati che venivano dai frutteti.... Magamal fanciullo era con lui, e conduceva, sulla spiaggia, una vita di piccolo selvaggio, trastullandosi coi pastori, ai quali rubava il burro e il latte....

Talvolta, spiavano insieme le pastorelle mentre si bagnavano, per nascondere le loro galabieh.... E Mafarka vedeva ancora il fratello, aggrappato a una roccia, smascellarsi dal ridere alle grida miagolanti delle donne nude....

Una sera, un sole di zafferano orlato di pimento rosso s’allungava sul mare.... Magamal si era slanciato a nuoto ad inseguire una grossa tartaruga, senza darsi pensiero dei caimani che pullulavano in quei paraggi, dove l’acqua dolce si mescola con quella salata.... Mafarka guardava il fratello, il cui corpo luccicava, passando rapido sotto portici di verzura...

Ad un tratto, qualche cosa sussultò fra i giunchi: una massa grigia e molle che rimbalzava su zampe brevi, e che, vlan!, piombò bruscamente nell’acqua, offuscando i liquidi gioielli della superficie trasparente.... Magamal non se ne curò, tutto immerso nella beatitudine di agitarsi entro la turchina fre[p. 177 modifica]schezza dell’acqua profonda. Mafarka gli gridò di guardarsi, ma egli continuò a nuotare, indifferente, con lunghi e pigri movimenti di braccia... Vi fu un momento, in cui per poco il caimano non addentò il fanciullo. E Mafarka rivisse quel tragico istante così distintamente, che gridò:

— Magamal! Magamal!...

Il re ed il suo schiavo entravano ora nel quartiere dei ricchi. A destra e a sinistra botteghe, nelle quali sonnecchiava un mercante seduto in terra, con le gambe incrociate e col corpo tutto abbagliato da una confusa quantità di lampade accese. Di lontano, quelle botteghe parevano bocche di giocolieri negri mangiatori di fuoco.

Una folla di commercianti dalle vesti ricamate s’aggirava nei caffè greci, sotto le lampade basse, fitte, acute come denti, semivelate da fronde rivolte all’insù che somigliavano a grossi baffi. E Mafarka pensò a mostruosi bocconi di carne triturati da mascelle possenti... Fuori, la luna aveva unti i visi delle case con un olio di tristezza estatica, mentre in mezzo alle vie, dei gozzovigliatori instancabili mangiavano seduti in circolo o stesi sul ventre intorno a grandi fuochi sui quali s’arrostivano degli agnelli. Essi s’alzavano senza ravvisare il re, con le guancie arrossate dal riverbero delle fiamme e con le labbra gocciolanti di salse biancastre, e si burlavano di lui con voci rauche e stridule prolunganti i latrati lontani... [p. 178 modifica]

Sì! Sì! Erano le stesse voci!... E Mafarka osservava le contorsioni degli agnelli che sussultavano sugli spiedi, osservava le facce di coloro che mangiavano... e l’atroce, la spaventosa ossessione dei cani gli entrava per gli occhi allargati dall’orrore, inondandogli l’anima di schifosi veleni.

Ma a poco a poco le botteghe traboccanti di luci cessarono. Qua e là, sbadigliavano misere taverne, cupe, semispente come bocche di vecchi, con una sola lampada, simile a un ultimo dente giallo e funebre, e con davanti alla porta dei mucchî di frutta fradicie, — bava e saliva a grumi.

Mafarka spronò il cavallo, per fuggire il loro alito di bitume e di pelo abbruciato...

Poi, costeggiò un cespuglio di cactus giganteschi, il cui intreccio tenebroso faceva pensare a dei negri suppliziati, con la testa sepolta nella calce viva, che agitassero in aria i larghi e grossi piedi...

Infine, tra un gran vocìo e una grande marea di schiene, il re, col suo schiavo, entrò nel cortile della casa di Uarabelli-Ciarciar.

Egli si sentì subitamente torcere le viscere da un vago terrore, mentre fendeva la turba dei servitori affaccendati sotto l’occhio dorato della luna, appollaiata sull’orlo della terrazza.

Davanti a lui, fluttuava una folla nerastra di donne gementi. In fila, le une dietro alle altre, esse avevano formato un circolo girante che attraversava la casa da una porta all’altra... [p. 179 modifica]Tendevano le mani, tutte, e dalle loro bocche uscivano preghiere lamentevoli e ululati monotoni:

          Uh! Uh! piangete!...
          Piangete, voi, bianche vele,
          non così belle come
          la sua galabïeh spiegata al vento
          della sua corsa veloce!...
          Piangete, uccelli,
          meno veloci, voi, del suo pensiero!...
          Piangete, fiori, voi, meno odorosi
          del suo dolce alito!...
          E voi anche piangete, fanciulle
          che perduti avete i baci
          di Magamal!...

          Dove l’hanno portato?
          Ritornerà?... Ma quando?...
          Sulla sua tomba, noi,
          pianteremo un rosaio
          che metterà radice nel suo cuore!...
          E il Sole, quando al tramonto
          poserà le ardenti labbra
          sulle rose sbocciate,
          s’inebbrierà del sangue
          di Magamal!

In mezzo al circolo delle lamentatrici, una donna di statura maestosa, agitava a quando a quando, con una rapida giravolta su sè stessa, i lembi sventolanti della sua galabieh nera e lacera. Alzando una verghetta d’avorio, ella segnava il ritmo del giro delle altre donne, che si accelerava, entrando nella casa, come un vento di burrasca, ed usciva a stento dalla parte op[p. 180 modifica]posta, strisciando come un fumo grasso... certo per alimentare un fuoco di stregoneria.

          Ti obbedimmo sempre!...
          Non ti tradimmo mai!...
          Non lasciare, non lasciare chi ti adora!
          Perchè vuoi vagare così,
          alla ventura?
          Ritorna nella tua casa!
          L’abbiam ripulita con cura,
          e siamo qui,
          riuniti per accoglierti fra noi!...

          Ti abbiamo preparato il buon pilau!
          E, se lo vuoi, anche il karamendin...
          E l’anfore son piene
          di un vin dolce di Siria, che ha il profumo
          del gelsomino,
          perchè la tua sete amara
          si muti in voluttà!

Sulla soglia, un gran negro. Era Hassan, il domestico fedele di Magamal. Egli scandeva con urli di sciacallo irritato la melopea delle lamentatrici, ingiuriando quelle che si accalcavano troppo violentemente per entrare nella casa. Di tanto in tanto, sembrava preso da una frenesia, e scuoteva il capo, sgolandosi, spalancata la bocca alla precipitazione della lingua, che gli si agitava convulsa fra le labbra, come un rettile velenoso.

— Urlate, urlate più forte!... Su! più forte!... più forte!... Siete stanche, dunque, bestiacce pigre!... Puah!... Volete forse ch’io vi svegli battendovi col mio nervo d’ippopotamo?... No! [p. 181 modifica]no! no!... Non così! Che cosa cantate? Non è vero! Non è vero, quel che dite!... No! Magamal non è morto!... Tacete!... Tacete, sterco di cani!... E finitela di agitarvi così, in cadenza, come lucertole!... Ferme tutte!....

Hassan correva qua e là, minacciando le donne e sputando loro in viso. Alcune tacevano per un momento, accovacciandosi davanti a lui e celandosi il volto, poi ricominciavano paurosamente la loro melopea, non appena egli si allontanava, per avventarsi contro le altre.

          Sulla tua tomba pianteremo
          il rosaio più bello fra tutti i rosai
          della primavera più bella...

Ad un tratto, Hassan afferrò un incensiere, che agitò in aria tre volte... Poi lo gettò in un angolo e corse a prendere una grande scimitarra.

Drizzandosi, allora, quanto era alto e brandendo l’arma terribile, si avvicinò al più grosso degli alberi che ombreggiavano il cortile, e cominciò a tagliarne il tronco con grandi fendenti.

Un odore acutissimo di droghe si sprigionò dalla ferita vegetale. Hassan gridava:

— Sappi, genio malefico, che io voglio insanguinare la tua faccia rugosa con la lama vergine della mia bella scimitarra!... Via!... Esci da questa casa!... T’impongo di entrare nel tronco di quest’albero!... [p. 182 modifica]

Subito, per prodigio, l’albero si animò, si contorse, come in preda a uno strano isterismo, e cadde al suolo con gran rumore.

— Correte, correte con me!... Ecco il demonio!... Il demonio ha ucciso l’albero, e si dibatte ora dentro la vasca!...

Tutti si precipitarono intorno all’acqua lugubre piena di gemme lunari. E le donne urlavano spaventosamente:

— Hassan! Hassan!... Colpiscilo!... Uccidilo! Uccidilo!...

Hassan aveva impugnata una pertica, con la quale battè l’acqua con tutta la propria forza.

Poi s’arrestò bruscamente, urlando:

— Per Allah! L’ho ammazzato, quel maledetto demonio!

E, volgendosi, fissò Mafarka senza ravvisarlo. La sua testa oscillava ancora in un vomito d’ingiurie contro il demonio malefico che egli aveva accoppato.

Non si fermò se non quando si sentì sulla faccia la bocca e la voce del re, il quale lo trascinò violentemente verso la casa.

Sotto la vôlta altissima, la luce azzurra della notte si ritirava a poco a poco, come una mendicante cerimoniosa che esce dalla terrazza indietreggiando, inchinandosi profondamente ed abbassando in cadenza le braccia da cui pendono cenci.

Ma dov’era dunque Uarabelli, la giovanissima fidanzata di Magamal? [p. 183 modifica]

Mafarka si avanzò nell’oscurità della camera nuziale. Tutt’intorno, sulle colonne, sfingi e chimere di granito s’accanivano immobili, impigliate nelle loro barbe intrecciate. E al re parve d’udire l’ansimare formidabile dei loro polmoni dilatati dallo sforzo, poichè quei mostri scolpiti si sollevavano sulle leve delle loro zampe adunche, tentando di liberarsi, a scatti di reni, dai loro vincoli, per balzare in avanti.

Egli scivolò su una specie di poltiglia molliccia, e non comprese. Ma un odore caldo e dolce di seme umano e di putrefazione lo morse alle narici, e i suoi occhi, abituati a poco a poco alla penombra, indovinarono i lembi di un cadavere femminile, sparsi dappertutto, intorno a lui, sinistramente, come dopo una flagellazione.

Allora, trasalendo per l’angoscia, egli chiamò con alte grida lo schiavo, che s’avanzò recando la sua fiaccola di resina fiammeggiante.

Il letto era tutto imbrattato di una specie di fango scarlatto, e pareva sfondato da una lotta diabolica. Fra i cuscini intrisi di sangue, si scorgevano ciuffi di capelli, vertebre e ossa che sembravano esser state masticate dai denti di una tigre in foia.

E Mafarka, col cuore oscillante, e come in sogno, fissò lungamente quei resti miserevoli, da cui trasudava un nero odore di lussuria.

Null’altro, null’altro rimaneva, della divina Uarabelli-Ciarciar!...

Ma una grande macchia bruna attirò i suoi [p. 184 modifica]occhi pieni d’orrore. Lassù, sotto la vôlta, si scorgeva una strana forma accosciata, aderente al capitello di una colonna: un mostro nerastro che somigliava a un tempo a una lumaca gigantesca e ad un colossale uccello notturno. Ma quel mostro aveva le contorsioni di un gorilla appeso ad un ramo, col corpo rattratto e con la testa affondata tra le spalle.

Un rivo di bava biancastra colava giù lungo la colonna e gocciava sulle pietre del pavimento, scandendo la melopea delle lamentatrici che languiva nostalgicamente, come presa dal sonno. Un latrato lontano, rosso e insistente la interruppe ad un tratto.

Allora Mafarka riconobbe subitamente, sul capitello, il corpo rattratto di Magamal, e crollò a terra, torcendosi le braccia per la disperazione.

Singhiozzi profondi, lontani, gli si strappavano penosamente dal petto e gli balzavan fuori dalla gola, tra i denti che battevano con violenza. E il cuore gli pulsava, gli pulsava perdutamente fra le costole, a destra, a sinistra, impiccolendosi per cercare un’uscita, come un prigioniero tra le sbarre di una cancellata.

— Ah! fratello mio! Fratello mio dilettissimo! Tu non mi riconosci più, e stai per morire!... Il tuo sangue fu avvelenato dal morso del cane, e tu hai sbranato l’oggetto del tuo amore, la povera Uarabelli, la tua fidanzata che adoravi!... Oh! no!... Non accanirti così [p. 185 modifica]contro tè stesso come la statua del rimorso!... Oh! voglio morire anch’io!... Vòltati! Abbracciami ancora!... E mordimi, se questo può darti un po’ di sollievo!... Io ti tendo le braccia, per stringerti qui, sul mio cuore!... Che ne farò, della vita, senza il tuo sorriso?... Come potrò sopportare il ricordo della tua agonia disperata?... Oh! le tue mani! Le tue povere mani bianche!... Non te le morsicare così!... E non ti straziare il petto, contorcendoti come un serpente!... Io sono qui per darti riposo, per saziare la tua fame e la tua sete!... Eccoti le mie guancie, pel rancore dei tuoi denti!... Che m’importa della gloria e della corona, poichè volevo conquistarle soltanto per dartele, come trastulli?... E tu stai per morire, senza rivolgermi il tuo ultimo sguardo... senza versarmi tutta la tua tristezza in un ultimo bacio... senza confidarmi le tue ultime lagrime come un tesoro!...

Ad un tratto, il corpo di Magamal si staccò dal capitello, e si schiacciò sul pavimento, appiè della colonna...

Mafarka fuggì via, urlando.

Tutte le donne sedute lungo il muro del cortile dormivano, ora, colla testa celata fra le braccia conserte e sorrette dalle ginocchia simmetriche. Tutto era morto, tutto era abolito... La città, le mura, gli eserciti erano stati spazzati via, lungi da Mafarka. Non s’udiva più, ormai, che quel gorgoglio di sangue terrestre che cantava in mezzo al cortile!... [p. 186 modifica]

A quando a quando, le donne riprendevano nel sonno i loro funebri ululati, per abitudine e per mestiere, come i cani dormenti inseguono, guaiolando, la selvaggina che vedono in sogno.

Mafarka si slanciò fuori dal cortile, per precipitarsi verso la campagna. Correva ansando in mezzo alle tombe abbandonate e fra cumoli di rovine, come inseguito da fantasmi, e di tanto in tanto si soffermava... Allora, voltolandosi a terra, si copriva di polvere la testa e la barba, si lacerava le vesti e si batteva le guancie, tanto forte da farne sprizzare il sangue.

La fatica lo abbattè su di un poggio, appiè d’un palmizio. Si liberò allora dai sandali e immerse i piedi brucianti nella freschezza della sabbia, lentamente, con uno sforzo automatico, senza poter alzare gli occhi fino alle palme verdi, le cui ombre tenui gli strisciavano intorno.

Laggiù, all’infinito, pianure smeraldine, velate di polvere, che a poco a poco divenivano color di rosa. E più lontano il giallo deserto sconfinato, nella sua ardente siccità, sembrava iridarsi sotto piume di luci azzurre appassite e malate.

Mafarka fantasticò di mordere nella dolce pomata dei banani molto maturi, e un odore strano di terriccio, di vaniglia, di muschio e di lana calda insieme, lo assopì.