Mafarka il futurista/7. Il viaggio notturno
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Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
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7.
Il viaggio notturno.
Dall’alto della cittadella, Mafarka, affacciato al parapetto, spiava con occhio inquieto il tramonto tumultuoso di porpora e di fiele, nel quale il Sole, come una brenna arrembata, andava gemendo sotto un carico di nuvole. La terrazza era deserta. V’era, in un angolo, una cosa cupa e voluminosa che somigliava a un sacco che contenesse un corpo umano.
A quando a quando, Mafarka affondava lo sguardo fra le intricate alberature del porto, che gli ricordavano il grande affastellamento dei cavalli dei negri e la sua foresta di zampe.
L’illusione era perfetta, poichè le voci degli ubbriachi squarciavano l’aria, come grida di moribondi su un campo di battaglia. Il magnifico banchetto del giorno antecedente prolungava ancora il suo frastuono di baldoria. L’allegria dei bevitori che si erano ubbriacati per ore ed ore sotto il coperchio dei tetti, si spandeva ora sulle banchine e sulle piazze, ed era bello assistere a quella liberazione delle gole intorpidite da una giornata torrida, imbottita di caldo e insabbiata dal simun. Il vento del deserto aveva soffiato fin dall’alba, ed era veramente l’anima roteante e gialla della città che allargava ora nel cielo pallido quell’aureola di polvere volata in alto...
Per un momento, Mafarka abbracciò col suo desiderio tutta l’immensa corona di merli aguzzi e cupi che cingeva le pance opulente delle moschee e le terrazze simili a bacheche sontuose.
Ma le verghe magiche del sole stregone se ne staccavano, diminuendone il valore, ed egli ne soffriva... Sentì che anche il suo cuore si scolorava, come il cielo, e il suo sguardo, affondando di nuovo nella città bassa, strisciò fra gli abbaglianti tesori delle acque, lungo le gettate, frugando nelle viuzze che la cittadella lascia cadere sul porto come lunghi nastri.
Ad un tratto, egli sussultò al vedere davanti alla banchina d’approdo un gran veliero nero e forcuto, le cui vele ammainate per metà sembravano intrise di porpora. Poichè il Sole, laggiù, schiacciato da nuvoloni di piombo, le bagnava copiosamente coi suoi grandi getti di sangue, che ricadevano a fiotti sulla riva.
Poi il cielo cadaverico inverdì e si putrefece miserevolmente.... Allora, Mafarka afferrò il misterioso sacco nero e se lo gettò sulle spalle. Era una pesante pelle d’ippopotamo che conteneva un cadavere, al quale aderiva.
Mafarka cominciò a scendere verso i bastioni. Nonostante il gran peso del suo carico, accelerava il passo, gettando sguardi furtivi a destra e a sinistra, con angoscia, e voltandosi di tanto in tanto come se temesse di essere seguito. Bisognava che egli si affrettasse a raggiungere le viuzze in pendio, approfittando dell’ubbriachezza generale, che imprimeva le sue oscillazioni alle folle formicolanti nelle piazze e scagliava le voci, come pietre, contro lo zenit.
Ma nessuno lo ravvisava, poichè il suo volto e le sue vesti erano imbrattati di polvere. Ad un tratto, egli sentì il selciato inclinarglisi sotto ai piedi, ed ebbe al cuore una contrazione d’angoscia, poichè gli parve che il sacco gli si muovesse sulle spalle!...
Cercò, ma non riuscì a trovarsi idea alcuna nel cervello. Era tutto in sudore, tanto aveva corso, ma le sue mani erano gelate... E sputò violentemente, per liberarsi dalla nausea che gli empiva la gola.
— Ah, se potessi fare altrettanto col mio cuore... con questo mio fetido cuore, che mi ballonzola nel petto, come un barile slegato in una stiva.
La riva era deserta.
Egli costeggiò casupole di pescatori, sì basse che le galline potevano saltar nella via dall’alto delle terrazze. Da una porta aperta, vide immobile su una stuoia, come una tavola carbonizzata, una vecchia tutta gialla, addormentata per sempre tra due lampade che le fumigavano ai lati, all’altezza delle orecchie, e le mettevano un po’ d’ombra sotto al naso.
Ad un tratto, il veliero s’aderse davanti a lui, coi pugni tesi verso il cielo. Tre ombre nere, ritte sulla gettata, si disegnarono sugli ori elastici dell’acqua.
La più alta delle tre si avanzò verso Mafarka, inchinandosi. Era Massabenara, il padrone del veliero: un negro gigantesco dal largo ridere bianco.
— Che la luna benedica le mie vele e favorisca col suo alito il tuo viaggio, signore!...
Mafarka rispose:
— Che Allah ti renda in felicità lo sforzo del tuo occhio vigilante di pilota e l’ansare del tuo petto di rematore.
Poi soggiunse sottovoce:
— Sono i tuoi uomini, quei due?...
— Sì, padrone.
I due marinai, s’inchinarono, mentre Mafarka saliva a bordo col suo sacco sulle spalle.
Egli attraversò il ponte, depose il sacco sulla prua e si sedette accanto ad esso.
La manovra della partenza cominciò immediatamente, faticosa e sinistra.
Il pesante bastimento, intorpidito dal sonno, sembrava non voler lasciare il suo strame. Che mai poteva aspettarsi dall’orizzonte, quel povero animale, se non bastonate, e fors’anche il macello?...
I due marinai erano scesi in una barchetta, che si staccò dalla prua correndo via sui suoi lunghi remi, insetto dalle zampe mostruose. Aveva a poppa una gomena arrotolata, un capo della quale era legato al bompresso del veliero. La gomena si tese, e subito i due uomini s’inarcarono atletici sui remi, per trarre al largo il pesante bastimento.
Mafarka stava osservandoli, quando una dolce frescura lo avvertì della partenza.
Egli era steso accanto a dei barili d’acqua dolce e a delle a ceste piene di frutta. Il suo sguardo si perdeva fra i sinistri rossori del tramonto, sui quali si agitavano confusamente le forme dei due rematori alacri e ansimanti.
Ma Massabenara non era soddisfatto degli sforzi che essi facevano, e gridò loro con la sua voce rauca:
— Dormite dunque sul vostro aratro? Ganda, Raleh! sozzi bifolchi!... Remate più forte!...
Poi il capitano scomparve sotto coperta, dove le tenebre si coagulavano sinistramente...
E allora Mafarka si volse, per seguire la propria anima spiegante il volo verso Tell-el-Kibir, che s’inabissava a poco a poco nella lontananza.
L’anfiteatro multicolore delle case alte e basse si chiudeva come un libro da cui lo sguardo del Sole si era staccato con indifferenza. Per un momento la città apparve tutta eretta sulle colonne tôrte e sulle scalee mirifiche formate nell’acqua dai riflessi verticali delle sue lanterne.
Egli udì sul proprio capo lo sbatter delle vele e il loro gorgogliare di mostruose mammelle. I suoi occhi fissavano i contorni frastagliati della loro ombra enorme, trascinata a poppa, nella scìa, come un mantello lacero.
Non era il suo passato, che si sfrangiava così, miseramente?...
E, come si chinava sul bompresso, egli vide che la prua ricurva formava con la propria ombra una forbice nera che intaccava a stento lo scintillante acciaio delle acque. Oh! povera volontà che s’affaticava sul duro metallo del destino!...
Ma un rumore lo fece sussultare. Voltandosi, vide salire dalla stiva un fanciullo nero che recava sotto al braccio una benjoh e fra le dita un piccolo flauto.
Senza aprir bocca, il ragazzo venne a sdraiarsi a prua, accanto al re, su un mucchio di cordami, e cominciò a soffiare nella fragile canna, che alitò un’arietta tenue, dolcissima...
E Mafarka si ricordò allora di aver già udita quella melodia freddolosa, in un pomeriggio d’estate, in una piazza deserta, senile e fulminata dal sole, a Derbich, il giorno degli sponsali di Magamal.
Il suo cuore seguiva il trotterellare dell’armonia che esalava dal flauto, crepitìo armonioso in uno splendore di metalli in fusione entro la sonorità del golfo che la notte serrava da ogni parte e del quale si sentivano stridere i chiavistelli. Ma non era che un rumore di remi, che veniva dalla barca, strisciante sul pallore metallico delle onde.
Le due forme nere continuavano a piegarsi con un gesto largo ed isocrono, ansimando sul nero incrociarsi dei remi, come in atto di raccogliere i tesori del tramonto. Le carrucole sonnecchianti sulle antenne si lagnavano in sogno, e i loro singhiozzi si fondevano con le voci soffocate dei flutti che complottavano sotto la chiglia.
Il veliero seguiva docilmente gli striduli e bruschi strappi della corda che lo legava alla sua barca devota, e s’avanzava lento fra le insidie delle onde, levando al cielo i suoi occhi di tela bianca, simile a un mendicante cieco guidato da un cane fedele.
E il fanciullo riprese la sua melodia, sotto le vele, che, molle la carne, e tutte floscie lungo i paranchi, fremevano di tanto in tanto nell’ansietà amara del crepuscolo. Talora, anche, si torcevano l’una sull’altra sforzandosi di abbracciarsi, cercandosi perdutamente la bocca, in un nero desiderio di tenerezza disperata....
Stanche e febbrili a un tempo, le vele si annoiavano nell’attesa della brutale stretta dei venti; ma si offrivano, invano, con lo slancio delle donne avvizzite che i maschî non si degnano più di guardare...
Alcune sembravano già rassegnate; altre avevano brividi disperati verso il cielo, e le loro braccia, come ali spezzate, ricadevano giù nel torpore stagnante della sera.
Una pace sinistra e un sonno mortale piovevano dai loro lugubri gesti.
E il cuore di Mafarka diceva:
— Ho abbandonata la lotta!... O vele del mio desiderio, vampiri miei, volete dunque addormentarmi per sempre?....
Veramente, egli sentiva a poco a poco crollare il proprio corpo sotto la pioggia di quella sabbia melodiosa, e sì fine, che saliva dal flauto e ricadeva furtivamente per seppellirlo.
La bonaccia della sera era dolcemente dissolvente. Il veliero costeggiava ora le alte rocce del faro, passando rasente i fanali, calme e luminose fronti di savii, chine sui loro riflessi miti come discepoli attenti e sottomessi.
E Mafarka, pur tacendo, domandava loro:
— Che cosa ascoltate? Perchè tremate?... Sottomettersi?... A chi?... A che cosa?... E il destino?... Bisogna costruirlo?... Ma che fare, quando i materiali sono cattivi?... Distruggersi?...
Laggiù, la città, lungo il mare, pareva ora una sbarra di ferro arrugginita, la quale cresceva man mano che la luce s’annientava.
Ma il flauto del negro riaccese i fuochi fatui delle sue lugubri note, che trassero ancora l’anima di Mafarka verso i riflessi delle onde.
Egli si sentiva scivolare dolcemente, con quei bagliori rosei, nella trasparenza delle acque. Entrava in quelle casette di liquido cristallo, nel cerchio limpido di quelle lampade familiari, tra la fantasticheria dei volti calmi, prudenti e religiosi, per fuggir l’uragano che sconvolgeva, al di fuori, i fogliami del suo pensiero!
Ed ascoltava così una sorridente e mite lezione di suicidio. Le onde lo chiamavano con un gesto agile e continuo, profondamente persuasivo.
— Laggiù, — dicevano, — non vedi tu i barbagli affascinanti di quei gorghi?... Vi troverai una morte soave e lenta!... Vieni! Tu puoi inabissarti fra le nostre braccia, e svanire come un riflesso!
Ma, bruscamente, il suo pensiero balzò innanzi abbaiando:
— Perchè, perchè, Mafarka, lasci strisciare queste forme e queste immagini sognanti e lamentevoli, sulla rigidezza implacabile della tua lucida volontà?... Tu non devi già coltivare l’amore e il suicidio, ma piuttosto il dolore, che è virile e fecondo!... Accetta la tristezza e l’amarezza di cui la sera abbevera lo spazio! Nutri il tuo cuore di nostalgia! Dàgli da mangiare tutte le nubi e tutte le stelle!... Ch’egli le mastichi e rimastichi, ma con la durezza delle roccie che mordono i riflessi desolanti del cielo! Guàrdati dall’obbedire al crepuscolo!.. Tu sei e sarai schiavo di codesto morto che ami, schiavo del tuo lutto!... Tu sei vittima della vittima dei cani del Sole!... Bisogna, bisogna che tu perpetui nell’anima tua l’eco dei loro urli funebri, cementando i macigni del tuo avvenire con la loro bava argentea e fetida!...
Ma il flauto malinconico rispondeva:
— Oh! vieni, vieni, povera anima, sull’altalena dei venti loquaci, che sanno spazzar via tutte le verità inutili!...
Quando il veliero ebbe oltrepassata la punta estrema del promontorio, una lieve brezza empì le vele, che schioccarono dalla gioia, gonfiando le loro pance e le loro gote grasse di tenebre.
La barca abbordò immediatamente, e i due marinai s’arrampicarono a bordo e la issarono sul ponte.
Il piccolo mozzo negro stava ritto, ora, sul bompresso. Egli era nudo; aveva soltanto, intorno ai fianchi, una cintura di conchiglie pendule. La sua figurina snella saliva e scendeva sull’orizzonte, secondo il capriccio del veliero, che si cullava sulle onde, provando le proprie forze, mentre fendava facilmente l’ampio alito bianco dello spazio.
Si vedeva, in lontananza una gran luce naufragata, sepolta per sempre sotto la notte crollante....
Il mozzo aveva lasciato il suo flauto, e teneva ora fra le braccia una piccola benjoh, il cui dolcissimo miagolìo faceva piangere d’amore, nella vasta sera dei mari.
Ad un tratto, egli si rizzò sulla punta dei piedi e appoggiandosi alla spalla lo strumento, prese ad accarezzarne lentissimamente, con le dita piccole e secche, le corde moribonde di tenerezza.
Poi, reclinando la testa crespa, egli sembrò spiare quella piccola musica lamentevole e come spaventata, che mostrava di tanto in tanto un musetto fine, e poi si rincantucciava come una gattina ferita.
Il vento disperdeva quella triste voce in lagrime, insieme con la nebbia marina.... E frattanto le stelle cominciavano a spuntare, e la benjoh singhiozzò su ognuna di esse, man mano che nascevano. Pareva che sprizzassero come soavi e volubili scintille, dalle corde tempestose dello strumento, fra le dita del ragazzo.
Il suo viso era d’ebano, e il sorriso vi formava un bell’intaglio bianco. Seduto ora in mezzo a un mucchio di corde, egli fissava tristemente i suoi occhi di notte amara sulle corde della benjoh, come per spiarne i dolci lamenti.
E Mafarka l’ascoltava, pur sentendo che il proprio spirito, aggravato dalle idee ereditarie di malattia e di morte, si staccava a poco a poco dalla carne e saliva, saliva in alto, su quei lenti soffi melodiosi, in un’atmosfera di libertà e di leggerezza ideale.
Questa sensazione divenne tanto inebbriante, ch’egli si alzò subitamente, gridando:
— O pensiero mio!... Cessa, cessa di vegliare sul mio corpo come una sentinella!... Non vedi che esso non si cura più affatto nè delle sofferenze, nè dei rimorsi?... Non vedi che disprezza e sorpassa il dolore, galleggiando in regioni sublimi di felice incoscienza?... E tu, anima mia in vacanza, cùllati come una nube sulle cime aeree ed azzurre della musica!
«Presto sarò simile agli uccelli... poichè dal mio cuore covato dal Sole nascerà il mio figliuolo dalle ali melodiose!
«Quando scendo dalla dimora aerea in cui sogna la mia divina amante, la Musica, rientro senza tristezza nel tugurio della mia coscienza inferiore, contento di trovarlo tutto purificato... Nel mio viaggio celeste, ho scoperto che la sofferenza e il male non hanno un potere assoluto su di noi. La facoltà di elevarmi così al disopra dei dolori distrugge in mè la fede che avevo nella loro potenza dominatrice... E mi sento orgoglioso di poterli vincere! Ho acquistata una provvista d’azzurro, che serbo presso di me, nella mia casa corporea, per le ore delle disarmonie intruse.... Suona ancora, fanciullo mio, perchè credo nella virtù terapeutica di un tòno musicale.... La ripetizione del periodo vibratorio agisce sul disordine dello spirito come l’olio sulle acque.... La salute è un canale di musica dalle onde regolari e periodiche; la malattia è un burrone in cui scorre il torrente del frastuono, coi suoi gorghi singhiozzanti....
Quando Mafarka tacque, il mozzo si alzò, girò su sè stesso, e sollevò la benjoh al disopra del proprio capo, pur continuando a pizzicarne le corde febbrili, indi l’abbassò fino alle assi del ponte, e subito dopo la brandì di nuovo verso lo zenit, per salutare la luna, che scoppiò improvvisamente, grondante di latte, come una noce di cocco.
Il piccolo mozzo la fissava amorosamente, dimenandosi sui fianchi con grazia leziosa, semichiusi gli occhi, estatica e cerimoniosa la fisonomia....
Allora, i tre negri lo imitarono, e tutti, con le braccia intrecciate, intonarono un canto, battendo forte sulla tolda coi talloni, poi languidamente si dimenarono senza mutar posto, a piedi giunti. La musica rallentava e diveniva febbrile, a volta a volta, come una carezza lussuriosa, gonfia di assassinio e d’amore. Mafarka, mentre l’ascoltava, si sentiva scoppiar nel cuore una rissa sanguinosa, come in una taverna angusta ed oscura...
In lontananza, un altro veliero passò come un fantasma gigantesco.... Una voce sconsolata si elevava da prua:
...E da un azzurro all’altro, mi porta la Follia...
Smarrita ho la mia rotta; oh! non me la insegnate!...
Ho perduto il mio carico, le mie vele son lacere...
Non amo più che l’acre soffio dell’avventura
E queste enormi stelle che scoppian di paura...
Smarrita ho la mia rotta, oh! non me la insegnate!...
Era un pilota ebbro o pazzo, che cantava così, a squarciagola, per sapere quanta disperazione possa contenere la più vasta di tutte le notti stellate....
La voce sfiorò voluttuosamente le onde, poi si scagliò nel silenzio notturno, e il silenzio ne pianse....
I marinai si erano accoccolati sul ponte, immobili e gravi, con le ginocchia fra le mani, fissando la benjoh. Essa tacque, per lasciar miagolare le stelle violente, che graffiavano le groppe delle onde.
Ad un tratto una campanella soave tintinnò nella solitudine senza confini. La piccola nota metallica si cullò sulla brezza e s’avanzò direttamente verso babordo.
Mafarka appoggiato al parapetto, l’ascoltava obliosamente.
Veniva da uno di quei dischi di sughero che galleggiano lungo le reti, muniti di una campanella che tintinna ad ogni minimo strappo dei pesci, rivelandone la presenza. E quella tenue voce si lagnava, così, di essere sola, sola, in mezzo all’immensa mandra delle onde...
Il suo tintinnio scandeva i grandi movimenti stanchi dell’alberatura del veliero, che descriveva molli ellissi intorno alle stelle... E un dolce torpore pioveva su Mafarka, e Mafarka si sentiva fluttuare il cuore nel petto, secondo le oscillazioni dei fanali rossi tra i cordami.
A poco a poco, la sua testa fluttuò ugualmente, nel sonno, e piombò infine in un oceano d’oblio... E subito, tutte le Notti della terra accorsero, per accanirsi sulla sua carne spossata... Egli dormiva, con la testa sul suo sacco, funebre guanciale, e le sue reni sussultavano, come sotto il calpestìo d’una folla.
Frattanto, mentre l’albero di trinchetto si ostinava a volere infilzare la noce di cocco lunare, Massabenara e i due marinai, strisciando sordamente, si avanzavano verso Mafarka, arrestandosi a quando a quando per sorvegliare il suo sonno inquietante.
Mafarka sognava, in quel momento, d’essere straziato dalle zanne d’un leone... Doveva svegliarsi?... Oh, via!... Bisogna pure lasciarsi mangiare dall’Invisibile la propria carne!...
Il dolore e il terrore non devono forse scorrere, sempre, per le vene degli uomini forti, insieme col fuoco del coraggio?...
Ed egli s’immergeva sempre più nel sonno, volontariamente... Pensò: «Non è la prima volta che dormo colla testa affondata nella criniera di un leone!... Davvero non sapevo che le notti avessero delle criniere!...»
Il ponte era buio, poichè il veliero navigava ora in uno stretto, fra due isolotti rocciosi che lo coprivano tutto con le loro ombre.
Massabenara ne approfittò per avvicinarsi maggiormente alle gambe di Mafarka.
Egli strisciava carponi, con un pugnale fra i denti e una corda tra le mani.
Raleh lo seguiva a sinistra. Il terzo marinaio teneva la barra del timone, in agguato ascoltando i rumori delle onde per distinguere, dal loro gorgoglìo, gli scogli invisibili, intento come un musicante che accordi una derbukah. Il mozzo dormiva nel cavo delle corde arrotolate.
Frattanto la luna versava tra i bianchi denti di Mafarka un latte che aveva il sapore rancido e vuoto dei sepolcri!... Puah!... Egli si contorse violentemente, sussultando, e ad un tratto si trovò seduto, con gli occhi sbarrati.
— Ah! ecco! ecco la spiegazione del mio sogno!... Vigliacchi! Traditori! Cani rognosi!...
Si era già alzato, d’un balzo, e, afferrato il sacco, se lo fece roteare intorno al capo e lo lasciò piombare sul capitano, che crollò giù, supino.
Allora, lasciando quella sua funebre mazza, Mafarka si gettò in ginocchio sul torace del nemico atterrato e gli fracassò il naso con un pugno, mentre con la destra gli strappava il pugnale.
Poi, voluttuosamente, con la punta di quell’arma, gli frugò nella gola, cercandovi il filo della vita, come si sventrano i polli... Quando sentì immobile fra i propri garretti il corpo di quell’uomo, si rialzò, ratto, per affrontare il secondo marinaio.
Dapprima, finse di scagliargli contro il sacco pesantissimo, che invece lasciò cadere immediatamente... Poi, con una rapidità fulminea s’avventò sulle gambe del negro — così che questi ruzzolò alla sua volta sul ponte, — e subito gli fu addosso. Lo strangolò lentamente, pestandogli forte il culo con le ginocchia, per stordirlo...
Rialzatosi, vide, a dieci passi di distanza, accanto al timone, un uomo alto e robusto che lo aspettava ritto, sotto la luna.
— Oh guarda!... Sabattan!
E Mafarka sghignazzò dalla gioia. Era Sabattan, dunque, che gli aveva preparata quell’insidia, in alto mare!
— Non sei fortunato, amico mio! Tu seguirai i tuoi due compagni! Ah! Ah!... Se già non ti senti gelar le midolle, sei davvero molto coraggioso, e degno di sfidarmi!... La mia forza e la mia destrezza dànno buoni risultati... Lo vedi!...
E gl’indicava i due cadaveri, stesi sulla tolda, in piena luce.
— Animo!... Vieni avanti!...
E come Sabattan esitava:
— Su! Finiamola!... Guarda! Voglio farti sentire il sapore di questa pelle d’ippopotamo!
Mafarka sollevò ancora il corpo di suo fratello, divenuto più compatto d’un macigno, e riprese:
— È Magamal, è Magamal, che ti fracasserà il grugno!... Magamal! fratello mio dilettissimo! Perdonami, se vado sbatacchiando così la tua povera carne macerata nel dolore!... Ma bisogna pure che io li schiacci, i nostri nemici! Aiutami, dunque!... combattiamo ancora, a fianco a fianco, come sulle mura!... E tu mi soccorri con tutto il peso del tuo corpo!... Oh! la tua rabbia!... Io la sento crescere con la mia!... Grazie, grazie, fratello!...
Mentre pronunciava queste parole, Mafarka incespicò in una corda invisibile, e cadde sul ponte... Fu un momento terribile. Sabattan si precipitò sul re.
Ma, con uno scatto di reni, facendo dei propri garretti tesi una leva esplosiva, quest’ultimo respinse lontano da sè l’avversario, indi gli piombò addosso, lo afferrò alla gola e lo tenne fermo contro il parapetto.
Allora Sabattan si diede, insensibilmente, a cercar di trascinare con sè Mafarka, approfittando di una inclinazione del veliero.
Egli era meno stanco del re, e raccogliendo tutte le proprie forze, si preparava a gettarlo in mare con una spallata.
In quel momento, il mozzo, che si era avvicinato, gridò a Mafarka:
— Bada, padrone!... Vuol farti cadere nell’acqua!...
— Ci cadrò con lui! rispose il re, morsicando la faccia al suo avversario. — Prendi, animale!...
Capitombolarono entrambi da bordo, allacciati.... Ma Mafarka si svincolò immediatamente dalle braccia di Sabattan e si sollevò sopra di lui, premendogli le spalle col proprio peso.
Sabattan si lasciò colare a fondo rapidamente; ma il re lo seguì, in mezzo a un gran ribollire di schiuma.
Il mozzo negro lo vide affondare, tutto indiasprato di raggi argentei e progressivamente glauco e nerastro, man mano che scendeva sempre più, con la disinvoltura di un delfino.
Poi, la curva descritta ricondusse Mafarka, solo, verso la superficie, dove la sua testa spuntò, finalmente, coi capelli appiccicati e lisci sulla fronte, come frangie.
Sabattan non ricomparve.
Quando si fu arrampicato sul ponte, Mafarka si disimpacciò dalle proprie vesti, e, a calci, spinse in mare i due cadaveri...
Tutt’intorno, s’estendeva all’infinito il gran sollievo delle onde, felici d’esser liberate alfine dalla notte opprimente. E una gioia enorme gonfiava il petto all’eroe, mentre tutto nudo, ritto sulla prua, egli fissava il lontano oriente, che s’imbiancava a poco a poco.
Le braccia conserte facevano risaltare i suoi pettorali possenti, fra i quali il solco villoso dello sterno era ancora pettinato e invischiato dall’acqua; e tutti i suoi muscoli, ugualmente, si disegnavano con precisione sotto la fine peluria che lo copriva dalla testa ai piedi.