Mafarka il futurista/8. Gl'ipogei
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Traduzione dal francese di Decio Cinti (1910)
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8.
Gl’Ipogei.
Mafarka non potè trattenere un grido di gioia, al veder sorgere in lontananza, dal fondo dell’abisso, i primi raggi del Sole, che si riabbassavano sul suo capo, per benedirlo, e tingevano di rosa lo zenit.
Facevano pensare, quei raggi, alle braccia tatuate d’ocra, di porpora e d’indaco, di un idolo immenso dal ventre di fuoco turbinante, che si liberasse lentamente dalle nuvole forcute, come dai tetti di una pagoda.
Subito Mafarka s’inginocchiò, e alzando il capo verso il cielo, con le mani sui fianchi, lasciò che il suo sangue pregasse dolcemente il Sole, come un getto d’acqua in una vasca di porfido ombreggiata da oleandri.
Il piccolo mozzo aveva preso la sbarra del timone, e il bastimento, cullato dal garrire delle sue vele, costeggiava ora l’isola di Balambala, le cui colline, bitorzolute di verzura, erano coronate da cupe foreste dai contorni frastagliati che si disegnavano nitidamente sul cielo pallido.
Dei giardini pensili si chinavano mollemente, dalle terrazze, per toccare le onde con la estremità dei loro rami sporgenti, come donne che stese sulla poppa d’una barca abbandonassero al filo dell’acqua le loro mani inanellate.
Mafarka si sentì avvolto nell’alito balsamico e dolce di quell’isola, il profilo enorme della quale si rifletteva bizzarramente nel mare, producendo l’illusione d’un tempio dalla facciata nerastra che danzasse, elastico, sull’acqua, con la sua agile flora di marmo e coi suoi pilastri febbrili....
Scivolando su quelle immagini effimere, il re si sentì invaso subitamente da un orgoglio infantile di giovane artista ingenuo. Non era forse per dargli gioia, che le voci dei villaggi invisibili zampillavano come sorgenti canore e d’una freschezza acidula?
Una luce nuova gli entrava negli occhi a getti agili e chiari, che gli lavavano l’anima e disponevano a poco a poco il suo corpo affranto in un bagno di sonno ineffabilmente gelato, puro e azzurrino.
Egli vi si abbandonò, come morto. Ma le sue gambe camminavano ancora, in sogno, portando il suo cuore da una valle all’altra sotto un magnifico sole pesante e basso, sì basso che bisognava curvarsi per non dar del capo contro le sue punte d’oro.
Giunse così ad un campo di frumento, tutto vellutato di bagliori acidi e verdi, e subito fu preso dal desiderio di sdraiarvisi come un asino, con le gambe all’aria. Così fece con delizia, poichè la stanchezza e la nausea gli avevano appestato la gola, i polmoni e gl’intestini.
Steso supino, col petto ignudo, egli guardava senza sgomento il rapido abbassarsi del Sole, che pareva dovesse cadergli addosso. E la velocità dell’astro fu tale, che egli ebbe appena il tempo di veder mutare la forma del suo disco. Questo pareva, ora, una colossale chioccia di rame massiccio che allargasse sull’orizzonte ali di luce. Quando gli fu vicinissima, la chioccia illusoria s’agitò tutta, gli empì gli occhi del suo caldo fimo e gli piombò sul cuore.
Mafarka gridò d’ebbrezza sotto la soffocazione violenta:
— O Sole! o gallina dalle grandi e magiche uova d’oro!... Ecco l’uovo del mio cuore!... Scaldalo! Cóvalo! Abbrucialo!...
E, come dormiva ancora, egli sognò di assopirsi... tra il frumento profondo... Un dolore al petto lo fece sussultare....
Non sentiva colpi di becco accaniti, di sotto in su, contro il guscio del suo cuore?...
— Figlio mio! Figlio mio! gridò. Sei tu, che domandi di nascere!... Tu, figlio mio, sublime uccello del cielo, dalle ali melodiose!...
Quando Mafarka si destò, il Sole era scomparso, e la frescura della sera s’apriva come una immensa rosa umida. Egli si alzò, e la sua bocca desiderò l’opulento carico d’aranci che le nuvole, carri incandescenti, trasportavano pei sontuosi sentieri del tramonto, con grandi sobbalzi di ruote abbaglianti....
Il veliero scivolava ora fra barche nere, tutte villose e incatramate di tenebre, che s’avanzavano lentamente, spinte da rematori invisibili. Le loro pesanti prore si muovevano ostili e burbere sull’argento delle acque. Uno stretto canale s’apriva davanti al bompresso, e il veliero serpeggiava attraverso terre acquitrinose, molli e imbottite d’erbe fradicie, da cui si levavano grandi uccelli azzurri dal volo crepitante e ingemmato. Il loro splendore era tale, che il mozzo li contemplò lungamente in estasi, dimentico del timone.... Il veliero si arenò.
Mafarka afferrò immediatamente la barra, poichè aveva riconosciuto il pericoloso canale di Gandaborrù. Tutt’intorno, le acque, irte d’ombre mobili e di scogli, erano indecifrabili. Il piccolo mozzo, sgomentato dalle tenebre invadenti, si mise a piangere.... Allora Mafarka fece scendere lentamente il canotto lungo il fianco del veliero e vi s’introdusse agilmente. Poi, tagliate le corde prese a remare, fiutando gli scogli invisibili, sbarrati gli occhi verso le fumose lontananze del canale.
Sul suo capo, il cielo azzurro-cupo, infinitamente lontano, s’ornava di miriadi di stelle.... Quando si volse, egli non vide più il veliero.
Ad occidente non si scorgeva ormai che una sottile nuvola di velluto giallo, resa tutta flessibile dalle dita della brezza e che pareva un canarino intento a lisciarsi le ali con un bel becco d’oro.
Mafarka riprese i remi inabissando sempre più la sua anima in una tristezza illimitata. Le alte scogliere ingigantivano davanti a lui, e la loro facciata di tempio favoloso era scavata, dall’alto al basso, da profonde ombre paurose, separate l’una dall’altra da pilastri grigi che sorreggevano il frontone di una montagna di basalto.
Là erano gl’Ipogei di Kataletoro. Mentre Mafarka vi si avvicinava, i suoi occhi videro agitarsi lentamente fra i pilastri una moltitudine di forme ondeggianti e floscie, la quale faceva pensare a una folla che s’inchinasse in cadenza nella preghiera, Ma il petto gli si dilatò di benessere dopo un momento di soffocazione angosciosa. Egli distingueva ora dei boschetti di palmizî tarchiati e di banani, che celavano per metà l’ingresso degl’Ipogei.
Ad un tratto si arrestò, attanagliato alla gola da un singhiozzo straziante che gli saliva dal fondo delle viscere, scorticandogli le pareti dei polmoni.
Avrebbe voluto gridare, ma il terrore lo imbavagliava, violento.... Frattanto i suoi occhi si sforzavano di distinguere qualche cosa nei grandi vuoti tenebrosi che s’aprivano nell’immensa e venerabile facciata.
Sì, sì.... non era una illusione dei suoi sensi!... In quei due nuclei d’ombra, due profili soavissimi nonostante la loro nerezza spiccavano, più intensamente cupi sulle tenebre circostanti, come scolpiti nella midolla compatta di una notte d’ebano.
Erano le immagini più adorate, più sacre, per lui, fra tutte le immagini della terra e del cielo!... Le immagini di suo padre e di sua madre, trasfigurate dall’eterna attesa, incastrate nel cuore stesso di Dio: immagini che egli avrebbe voluto bagnare e lavare con un diluvio di lagrime!...
Ah! perchè la barca non obbediva ai suoi muscoli irrigiditi?... Perchè tanta lentezza e tanta prudenza fra le erbe grasse e le pietre taglienti?... Egli avrebbe voluto slanciarsi sulla riva, e correre a perdifiato, e gettarsi ai piedi dei suoi genitori, per baciar le tracce dei loro passi e per celare il viso nella polvere sollevata dalle loro vesti....
Finalmente, incapace di resistere più a lungo, egli balzò dalla barca e, nell’acqua fino alla cintola, afferrò la pelle d’ippopotamo e se la caricò sulle spalle.
Nonostante l’amorosa perfidia delle sabbie sfuggenti, egli s’avanzò a lunghi passi.... La voce gli si avventava fuori dalla bocca; parole confuse gli si precipitavano tra i denti, come donne impaurite da un incendio che s’accalcassero tra i battenti d’una porta.
— Padre mio! Madre! Eccomi! Eccomi!... Non mi scacciate, ve ne supplico!... Io vengo a voi!... Vengo, recando sulle spalle mio fratello, morto nella lotta, accanto a me! Oh! non mi accusate di fratricidio!... Lo sapete, che avrei data mille volte la mia vita per difenderlo contro la morte un giorno di più, un’ora di più!... Oh! nulla, mai, potrà consolarmi! Nulla potrà consolarmi!... Ebbene: vedete?... È una fatalità!... Perchè fu morsicato al piede?... Ed io sono stato impotente, contro il veleno dei cani funerei!... Forse, non avrei dovuto condurre meco mio fratello sugli spalti!... E odo già i tuoi rimproveri, madre mia.... odo già la tua voce lacerata dai singhiozzi!... Oh! il tuo povero petto addolorato! Come deve soffrire, mentre parli, madre mia!... È forse il vento, che piange così, con questa tristezza affranta e zoppicante di vecchia mendica?... No! No! Sei tu, madre mia!...
«Oh! perchè piangi?... Ora, non osi nemmeno gridarmi contro, per non addolorarmi!... E questo aumenta la tua pena!... Perchè? Perchè?... Sì, sono io, il colpevole!... Gridalo! Gridami delle ingiurie, per averne sollievo!... Ma, per pietà, non piangere così senza parlarmi!... Ecco! Ecco!... Sono venuto, col mio povero fratello sulle spalle, per portarlo a voi, ed anche, sappiatelo, per espiare.... per espiare il mio delitto!... Quale delitto?... Di che cosa sono io dunque colpevole?... No!... No!... Non mi ascoltate!... Non credete che io l’abbia ucciso! Non è colpa mia, se egli è morto!... Il mio orgoglio? la mia grandezza, la brama della dominazione?... No! Non per me, non per me, egli combatteva sulle mura!... Oh! madre!... Non lo credi? Tu sai, infatti, la ferocia dei miei voleri ambiziosi!... Ed ecco.... io sento i tuoi rimproveri! Li sento, e non li odo!... Oh! cuore mio! Càlmati, dunque!... Tu mi soffochi!... Tu mi ti laceri fra i denti!... Vuoi morire? Ardi dal desiderio di fuggirmi?... No! No!... Lascia che io spieghi tutto a mia madre, perchè ella non mi maledica!...
Si fermò spossato, cadde in ginocchio, e sentì cedere la sabbia sotto il duplice peso del suo corpo e del fratello morto! Poi si raddrizzò di scatto, e avanzandosi nell’immenso ventaglio d’ombra che gl’Ipogei aprivano sulla spiaggia, riprese la sua lugubre preghiera:
— Madre! Madre mia! e tu padre, che fai pesare su di me il tuo sguardo come una pietra sepolcrale, ascoltatemi!... Vi dirò... Sappiate che era lui, lui, che voleva ad ogni istante la morte!... Il vostro sangue, sì, il vostro, il mio sangue.... Ecco il colpevole!... Era il vostro sangue, che lo spingeva a trastullarsi con la morte, come giocava a rimpiattino con me, nel passato!... Eppure, ho paura, ho paura, madre mia.... di udirti gridare ad un tratto: — Che ne hai fatto, di tuo fratello?... Non ti avevo raccomandata la sua vita, con l’ultimo soffio della mia agonia?... Non ti avevo detto: «Mafarka! abbi cura di Magamal, e portalo sempre, come il tuo cuore, entro il riparo delle tue costole e tra i bastioni terribili delle tue braccia!» Sì! Sì! mi ricordo!... E l’amavo con tutto l’immenso amore che tu avevi per lui, madre mia venerata!... L’amavo perchè era buono, debole e audace.... Ma la morte lo aspettava come un cacciatore, appunto fra i cespugli del suo coraggio!...
«Voi avete ragione, però.... Avrei dovuto rinchiuderlo, a faccia a faccia con la sua ambizione, con la sua temerità, perchè si sgozzassero l’un l’altro, in un sotterraneo!... Oh! non mi maledite!... Per pietà, per pietà, prendete fra le vostre braccia il suo cadavere!...
La Voce di Langurama. — Te l’avevo dato vivo e bello.... ed eccolo morto e putrefatto!... Che vuoi ch’io ne faccia, ora?... Riprendilo! portalo via! Non lo voglio!... (La voce si affievolisce, gemendo) Ah! povero figliuolo mio adorato.... Magamal! Magamal!... Le tue mani non accarezzeranno più, teneramente, le mie guancie rugose, e sulla terra umida che circonda la mia capanna, i tuoi piedi non verranno più ad imprimere le loro piccole orme!... (Vaneggiando) Magamal! Magamal!... Senti! Non correre così!... Nel paese dove vai, ci sono due strade: l’una è fiancheggiata da lilla e da gaggie, e conduce alla terra felice del sud, al di là del ventre sussultante del mare.... È laggiù, laggiù, che mi ritroverai!... L’altra strada è tutta ingombra di cespugli spinosi, e conduce verso un labirinto oscuro, coperto di tappeti che furono formati con serpenti spaventevoli e piante velenose intrecciate!... Se seguirai questa via, ti smarrirai, andrai errando senza fine, e i tuoi singhiozzi saranno più numerosi delle onde del mare!...
Mafarka. — Io non ti odo più!... Madre! Madre mia!... Parla più forte!... Ah! che io possa udirti!... Chinati, perchè la tua dolce voce possa giungere a me!... Fa ancora uno sforzo!... Oh! mammina! Quanto sei debole!... Come durante la tua agonia!... Sì! Sì! mi ricordo che sollevavi a volta a volta il petto e il ventre, per spingere fino alla gola la tua voce stanca.... E con la mano scarna ti graffiavi le tue povere mamelle esauste per strapparne la parola pesante che non potevi pronunciare!... Avresti voluto dirmi il tuo male, la tua sofferenza e il punto preciso in cui l’orribile scorpione nero si era nascosto, perchè io potessi afferrarlo!... Ed ora non puoi, non vuoi trarre dal fondo delle tue viscere l’atroce dolore, per scagliarlo contro di me!... Parla! Parla! Parla!... Libera il tuo petto.... Le tue labbra si muovono.... Lo vedo.... Ma la tua voce è sì lontana e sì pallida!... (Mafarka si getta, singhiozzando, con la faccia contro terra.) No! No!... Tu mi spezzi il cuore!... Non l’ho meritato, questo rimprovero! (Poi, rizzandosi di scatto, alta la testa.) Ma se tu non vuoi questo, madre, madre mia... ho altro da offrirti!... Sì! Per consolare il tuo cuore e per distrarre la tua solitudine, io ti porto un figlio... Capisci?... Il figlio di tuo figlio!... Il figlio delle mie viscere!...
La Voce di Langurama. — Dov’è?... Dov’è?...
Mafarka. — Sei tu, che mi domandi: «Dov’è?» Non hai dunque più fiducia in tuo figlio?... Ahimè! tu non ami più che Magamal! Ma foss’anche una parola sola... avresti potuto dirmela!... Ora non impazientarti, madre mia! Lo vedrai, lo vedrai fra poco!... Egli è qui, fra le mie braccia!... La sua voce risuona nella mia!... Oh! non sono parole, non sono simboli!... Un figlio nascerà da me.... un figlio di carne e d’ossa!... Ma sarà immortale, sai?... Immortale, o madre mia!... E dal fondo dell’eternità, tu potrai contemplarlo sempre vivo davanti a te, e sempre raggiante di giovinezza!... Tergi dunque il tuo pianto!... Non devi più piangere! Serba le tue tagrime pel giorno della mia morte, che si avvicina!...
Langurama. — Che dici, che dici, figlio mio?...
Mafarka. — Oh, madre!... Grazie!... La tua angoscia consola la mia agonia!... Non l’ho perso, dunque, il tuo cuore!...
Langurama. — Oh! il mio cuore vegliò sempre su di te!... Di lontano, purtroppo!... E ti ero accanto!... La notte, mi svegliavo ad un tratto, al fiammeggiare della tua spada, laggiù, fra la polvere dei bastioni!... E quanto tardavo ad addomentarmi, in fondo al mio sarcofago squassato dal tuo soffio guerriero!... Ogni mattina, prima di svegliarmi completamente, dicevo a mè stessa: «Ritornerà oggi?... Ritornerà?...» Poi, pregavo.... Ho tanto pregato, che bisognava che tu ritornassi!...
Mafarka. — Ma ahimè!... Io ritorno per morire ai tuoi piedi!...
Langurama. — Mostrami il tuo figliuolo, Mafarka!... Vuoi dunque trastullarti col povero cuore di tua madre?...
Mafarka — No! non mi trastullo.... non so trastullarmi!... Sono umile, e reclino la testa sui tuoi piedi.... sui tuoi piedi!... Presto morirò, per rinascere nel corpo di mio figlio!... Ricomincerò la mia vita nelle sue membra possenti, la cui splendida giovinezza ucciderà dallo stupore e dal piacere tutti quelli che la contempleranno!... Rivivrò in lui, senza i rimorsi, senza gli errori pesanti, senza le ferite delle prime sconfitte!... Nelle sue vene, ritroverò la speranza dei miei vent’anni!... Rivivrò nel suo cuore nuovo.... Mio figlio avrà ali melodiose per volare sulla curva della terra!... Come li disprezzo, i vascelli che strisciano sul mare!... E voglio che egli voli, sfiorando gli alberi dei velieri e cantando come gli uccelli!... Come i capi si riuniscono sotto la tenda del comandante supremo, al mattino di una battaglia decisiva, così i venti del cielo si aduneranno sotto le grandi ali di mio figlio!...
«Quanto a me, ho abbandonato per sempre la lotta!... Ma, madre mia, non credermi indegno delle tue viscere!... Tu mi hai visto sulle mura!... In cinque giorni, mi sono impadronito del mio destino ed ho innalzato il mio nome fino alle stelle!... Ma avevo perduto dieci anni, ad agitarmi nel ventre di Bubassa.... E ora porto il mio corpo come una vecchia galabieh già troppo sdruscita ai gomiti e alle ginocchia.... Sono il Re dell’Africa!... Ma che importa?... Volevo altro, altro ancora!... Vedi? ho qui, davanti a me, in questa pelle d’ippopotamo, mio fratello, cuore del mio cuore, sangue del sangue mio.... mio fratello contratto dall’ira, tutto esulcerato e già putrefatto!... E le lagrime hanno attenuata la forza dei miei occhi sfolgoranti, di questi occhi che i miei nemici, un tempo, non potevano fissare!...
Fu allora che Mafarka si sentì ad un tratto sollevato da una raffica tenebrosa, e trasportato in avanti...
Irruppe nella galleria degl’Ipogei. La violenza del vento era tale, che egli doveva irrigidirsi per non essere capovolto.... E correva, così, sull’indomabile soffio che s’ingolfava nelle viscere della montagna... La spinta della burrasca lo fece turbinare ripetutamente sotto le vôlte gigantesche, che muggivano come una stalla immensa quando gli uragani primaverili sferzano coi loro lampi gli armenti in amore...
Cacciato innanzi da colpi illusorii di corna e di groppe, Mafarka cozzava or qua or là contro le creste e le punte delle pareti, scivolando sul suolo infeltrato e viscido, che si elevava e si abbassava con frane continue, spalancandogli ai piedi voragini senza fondo...
A quando a quando, i passi dell’eroe traevano dal suolo gemiti e sibili, come se egli camminasse su stuoie formate con serpenti intrecciati.
— Oh! padre mio!... Oh! madre dagli occhi di pioggia benefica!... Risparmiatemi!... Volete uccidermi?... Fatelo, se volete!... Ma risparmiate il sacro fardello che io porto!....
Bruscamente, mani invisibili s’impossessarono del funebre sacco. Mafarka se lo lasciò scivolare giù dalle spalle, così che esso cadde sulle larghe pietre del selciato.... E questo ribombò, profondamente, come se fosse il petto vivo della terra.
Di nuovo, una cupa raffica sollevò il re e lo spinse ancora in avanti, con una velocità spaventevole, in una oscurità bituminosa che la sua bocca percepiva meglio che non i suoi occhi acciecati.
Laggiù, davanti al turbine della sua pazza corsa, le tenebre si rischiaravano disgregandosi.... Esse formarono, a poco a poco, un disco fumido, il cui spessore si assottigliò tanto da diventar diafano.
Veli grigi si dissiparono, gradatamente, sotto un getto di frescura rosea e verde.... Era il mare, sferzato dal più giovane, dal più violento di tutti i Soli.
Gl’Ipogei, infatti, attraversavano da una parte all’altra le montagne di Tum-Tum, che s’allungavano su un promontorio, e le due estremità dell’immensa galleria di tombe davano entrambe sul mare.
Mafarka si trovò infine in un anfiteatro di alte rupi accatastate, in fondo al gran golfo di Agagaroh, del quale egli assaporò, con uno sguardo avido la verde superficie spalmata d’un burro di raggi gialli ed incessantemente inzuccherata dalla brezza. — Torta seducentissima, offerta alla sua fame selvaggia.