Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale/Proemio

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Proemio

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Capitolo I


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Proemio

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Il presente manuale ha per scopo di esporre, in un volume di piccola mole, i principii della scienza economica; e solo col fine di mostrare per via d’esempio, meglio che con una semplice dichiarazione, in quale relazione stanno i fenomeni economici cogli altri fenomeni sociali, si principia col dare di questi un ristrettissimo cenno.

La materia è qui esposta in modo alquanto diverso da quello usato nel Cours che pubblicai anni or sono; e di tale differenza a me conviene rendere ragione al lettore; il che farò liberamente, senza lasciarmi trattenere da alcun riguardo, e come se il Cours fosse stato scritto da altro autore.

Da prima, la parte della teoria pura, più che nel Cours, nel presente manuale si discosta dai metodi detti classici. Nel Cours rimane fondamentale la partizione del fenomeno economico nel baratto e nella produzione; la quale partizione, per dir vero, è forse quanto di meglio si può avere empiricamente, ma non è forse egualmente buona per investigare [p. vi modifica]scientificamente le relazioni intrinseche dei fenomeni. Per conseguire tale scopo, meglio parmi giovare la via seguìta nel presente manuale, col considerare il fenomeno economico come nascente dal contrasto tra i gusti degli uomini e gli ostacoli incontrati per soddisfarli; la quale via altresì conduce subito a porre in luce il concetto dell’equilibrio economico.

Nel Cours rimane pure fondamentale, come lo era nell’economia detta classica ed anche nella nuova economia matematica, il concetto del capitale. Ed anche qui ripeteremo che sarebbe difficile di considerare empiricamente i fenomeni in modo molto diverso. Ma scientificamente, il concetto poco rigoroso del capitale deve dare luogo a quello molto più preciso delle trasformazioni dei beni economici. Con ciò non si rinunzia all’utile che si può avere dalle dottrine empiriche; ma ad esse si fa ritorno dopo di avere dato precisione e rigore ai concetti che adoperano. È comodo discorrere di capitali, ma ciò si deve solo fare dopo che si è definito chiaramente a quali cose reali corrisponde quel termine; ed inoltre è utilissimo il mostrare come tutta la teoria dei fenomeni economici possa essere instituita senza avere bisogno di ricorrere al termine ed al concetto di capitale.

Similmente, il concetto del prezzo non è essenziale, e se ne può, sebbene più difficilmente, fare a meno. Ciò è posto assai meglio in luce qui che nel Cours.

[p. vii modifica]Nel concreto, i fenomeni economici accadono quasi sempre con prezzi costanti per le successive porzioni barattate; i prezzi variabili si osservano molto meno spesso. Perciò nel Cours si considerarono quasi esclusivamente i primi; e se ciò può essere sufficiente per uno studio empirico, in uno studio scientifico si deve invece considerare i prezzi variabili; non solo perchè così meglio appare l’indole dei fenomeni, ma anche perchè la stessa materia empirica, mercè tali considerazioni, più chiara diventa e meglio s’intende. Qui abbiamo dunque dato ampia sede, per quanto lo consentiva la ristrettezza dello spazio, allo studio dei prezzi variabili.

Tacio di altre minori divergenze, che il discreto lettore subito vedrà quando voglia paragonare il presente manuale col Cours.

Poscia, lo studio dei fenomeni concreti è pure diverso nelle due opere; e non troviamo solo, come nella teoria, modi vari di considerare una stessa cosa, ma vi sono, in qualche luogo, nel Cours, modi erronei.

Sgorgano tali errori da due fonti principali. La prima è una sintesi incompleta, per tornare dall’analisi scientifica alla dottrina concreta. L’autore ha notato la necessità di quella sintesi completa, ma poi, senza avvedersene, in parte l’ha trascurata qualche volta, se non esplicitamente, almeno implicitamente. Valga per ogni altro esempio quello del libero cambio [p. viii modifica]e della protezione. Scientificamente si può dimostrare che la produzione solitamente reca una distruzione di ricchezza. Lo studio dei fatti passati e presenti dimostra che la protezione è conseguita, in gran parte, mercè l’opera di coloro che ne traggono vantaggio per appropriarsi le cose altrui. Ma basta ciò per condannare, nel concreto, la protezione? No davvero; occorre badare alle altre conseguenze sociali di tale ordinamento, e decidersi solo dopo di avere compiuto questo studio.

Credo che tale risposta sarebbe pure stata data dall’autore del Cours; onde l’errore non è propriamente esplicito, ma l’autore si esprime spesso come se, nel concreto, il libero cambio fosse in ogni caso buono, la protezione, in ogni caso cattiva, e tali asserzioni suppongono che si muova da qualche proposizione macchiata dell’errore accennato.

Appare pure il difetto di sintesi in altri casi, per esempio nella nota del § 221, in cui si dà colpa dell’incremento del debito pubblico inglese a guerre dannate senza altro come inutili e capricciose. Nè varrebbe, per scusare l’autore, l’osservare che quella nota riproduce uno scritto di altra persona; poichè l’autore, col non riprovare le opinioni contenute in quello scritto, mostra di farle proprie, almeno in parte.

Del resto non è solo peccato di ommissione, poichè, in tutto il Cours, qua e là si vede che l’autore ritiene essere la pace, la libertà [p. ix modifica]economica e la libertà politica, i migliori mezzi per conseguire il bene dei popoli. Ma di tale proposizione egli non dà, nè può dare, dimostrazione scientifica, cioè movente solo dai fatti; onde quella credenza trascende, almeno per ora, dalla realtà oggettiva, ed in gran parte pare avere sua origine nel sentimento. Perciò appunto era da escludersi assolutamente da un’opera che mirava solo a studiare scientificamente i fatti; e l’autore non doveva lasciare che vi si introducesse, sia pure di straforo e casualmente.

L’altra fonte di errori è meno palese, e dai più, anzi da quasi tutti, è stimata fonte non di errori ma di verità. Essa sta nello avere considerato in modo quasi esclusivamente oggettivo, le proposizioni enunciate senza tenere il debito conto del fenomeno soggettivo.

Sia una proposizione qualsiasi, e per lasciarla indeterminata la esprimeremo dicendo A è B. Sogliono i teorici, mentre gli empirici per istinto spesso scansano tale errore, ritenere che l’effetto di tale proposizione su una società dipende solo dall’essere vera, o falsa, oggettivamente, e dall’essere nota, od ignota, al maggior numero degli uomini che fanno parte di questa società. Quindi, quando si è trovato ciò che si crede essere la verità, non rimane da avere altra cura se non di divulgare questa dottrina. Tale opinione, oltremodo generale, spicca assai bene negli scritti dei filosofi [p. x modifica]francesi della fine del secolo XVIII, ed in molti degli scritti degli economisti detti classici. Essa si confà ottimamente coi sentimenti di umanità e di filantropia, e sarebbe proprio da desiderare che fosse vera; ma disgraziatamente non c’è forse, in tutta la scienza sociale, opinione che maggiormente ripugni ai fatti e ad essi contrasti. In molti e molti casi, la fede o la credenza degli uomini, per virtù propria ed indipendentemente dal suo contenuto oggettivo, li spinge ad operare in certo modo. Alle due indagini di cui si è fatto cenno, occorre dunque aggiungere una terza, e ricercare quale effetto abbiano sugli uomini certe credenze. Poscia gioverà studiare i modi come nascono e si divulgano queste credenze; le quali due operazioni stanno da sè, e senza essere necessariamente congiunte colla realtà oggettiva della proposizione A è B a cui prestano fede quegli uomini.

Tutto ciò fu inteso dall’autore dei Systèmes socialistes, ma non sempre tenuto presente dallo stesso autore, mentre scriveva il Cours: il quale perciò, da quella parte, appare manchevole.

Nel presente volume, mi sono adoperato come meglio ho saputo e potuto per scansare simili errori.

Nessuno dei fatti citati nel Cours è stato mostrato falso, per quanto io sappia, dall’altrui critica1, nè tale mi è stato palesato da una [p. xi modifica]severa revisione a cui ho sottoposto l’opera. Se avessi trovato che qualcuno di quei fatti non sussistesse, non avrei il menomo ritegno di aggiungere la confessione di quest’errore a quella ora fatta di altri errori.

I fatti dai quali si deduce qualche teoria si possono scegliere nel passato o nel presente. Ciascuno di quei modi ha i propri pregi e i propri difetti. I fatti del presente sono spesso meglio noti, specialmente nei particolari, onde, oggettivamente, sono talvolta da preferirsi ai fatti del passato. D’altra parte, essi feriscono maggiormente le passioni, onde, soggettivamente, meno giovano; ed i fatti del passato utilmente li sostituiscono.

Chi mira a persuadere altrui che A è B deve scansare con somma cura ogni contrasto non necessario. A lui conviene necessariamente pugnare contro colui che asserisce A non essere B; ma non lo preme eguale necessità per contradire chi crede che X è Y, o che T è U. Perciò se, per dimostrare che A è B, egli può recare tanto questa come quella proposizione, a lui gioverà scegliere la proposizione ripugnante [p. xii modifica]al minor numero di persone che vuole persuadere. Supponiamo che la proposizione A è B sia oggettivamente dimostrata molto meglio ricorrendo alla proposizione X è Y, che alla proposizione T è U; e supponiamo altresì che la prima proposizione ripugni assolutamente ai sentimenti degli uomini che si vogliono persuadere, mentre la seconda riesca a loro indifferente. Chi mira solo a ricercare le relazioni delle cose, per dimostrare che A è B, preferisce di movere dalla proposizione X è Y; chi invece mira a persuadere altrui, a divulgare la scienza, moverà di preferenza dalla proposizione T è U.

In questo scritto si ha per unico intento di ricercare le relazioni dei fatti, le uniformità e leggi che in quelle relazioni si osservano; perciò si è sempre preferito il primo genere di dimostrazione; e solo quando le due dimostrazioni sono egualmente buone oggettivamente, si è scelto quella che meno può offendere i sentimenti del maggior numero.

Per dimostrare certe proposizioni della scienza economica è necessario di ricorrere alla matematica. Le dimostrazioni di tale qualità sono state raccolte nell’Appendice, e tutto il rimanente del volume può esser letto anche da coloro che non hanno pratica delle discipline matematiche.





Note

  1. Ci furono brave persone, ed anche qualche ipocrita, qualche lupo colla pelle d’agnello, che, senza in alcun modo contestare la verità dei fatti, mi biasimarono per averli riferiti. Perchè dissi il vero dei policanti che straziavano l’Italia, mi si diede taccia di aver detto male dell’Italia. Questa miseria non mi tange, e ne rido, ripetendo i versi del Boileau:

    «Qui méprise Cotin n’estime point son roi,
    Et n’a, selon Cotin, ni Dieu, ni foi, ni loi!».