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Marco Visconti/Vita

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Marco Visconti Capitolo I.
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VITA DI TOMASO GROSSI


Non c’è persona d’animo gentile, che al nome di Tomaso Groossi non corra colla mente alla Fuggitiva Isabella, ad Ildegonda, a Bice del Balzo, a Giselda, a Lida; le cinque fanciulle diversamente infelici, che nacquero nella mente del lombardo poeta e oggi, come allora, parlano sempre teneramente al cuore.

Vissuto, il Grossi, nel caldo della battaglia fra la letteratura classica e la letteratura romantica e uno dei primi a schierarsi fra i seguaci di quest’ultima, ebbe nella sua vita letteraria dei fieri nemici e detrattori; i quali, forse, gli resero meno duro l’abbandono, che fece di poi di questo campo, sul quale aveva raccolta tanta gloria.

Sono molti gli uomini di lettere, che rifecero la vita del cantore d’Ildegonda; il Cesare e l’Ignazio Cantù, il Rossari, il Giulio Carcano, il d’Azeglio, il Tenca, il Rovani, per non citare che i migliori, o quelli che lo conobbero da vicino e vissero con lui in invidiata intrinsechezza, e tutti trovarono nel cittadino la mente e l’animo del poeta; nel marito, nel padre e nell’amico, il cuore del romanziero. Natura semplice e schietta; carattere d’antica tempra e interezza; affabilità e nobiltà di modi; tenacità d’affezioni; [p. viii modifica]scioltezza d’atti senza affettazione e, se non molta e profonda erudizione, coltura chiara, non accatastata e a prestito ma ordinata e sciente di sè. Tutti poi trovarono in lui la temperanza, la castigatezza dei costumi, non facili e frequenti virtù negli uomini di lettere.

Tomaso-Grossi nacque il 23 gennaio del 1790 a Bellano, terra sul lago di Como, e su quel ramo di esso che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti. Suo padre, Francesco, fu povero ed onesto uomo che lo dotò della migliore delle ricchezze: la virtù e l’amore alla famiglia. Ancor fanciulletto, fu chiamato da un suo zio, pur di nome Tomaso, parroco nel grosso borgo di Treviglio, che, vestito il futuro poeta dell’abito talare, lo collocò nel Seminario arcivescovile di Castello, sopra Lecco, a impararvi le lettere latine.

La vita, però, del seminarista e del collegiale, non era fatta per quel fanciullo vivo, d’indole subitanea, generosa e insofferente dei legami di un convitto e di quel convitto; e poichè il buon zio di Treviglio non aveva dato orecchio alle di lui lagnanze, una notte scalò le mura del seminario e fuggì, con un amico, sino a Gallarate, percorrendo in un giorno cinquanta miglia, senza mezzi, sotto una pioggia torrenziale, colle strade d’allora, superando gravi ostacoli e correndo non lievi pericoli.

È, questa fuga, già un tratto del carattere di chi doveva dipingere di poi Marco Visconti e descrivere gli stenti dei Crociati sotto Gerusalemme.

Ammalatosi di febbre in Gallarate e risaputasi dal buon zio la scappata del fanciullo seminarista, fu ricondotto a Castello e rimesso in collegio; dove rimase sino a metà circa del 1804, senza grande profitto negli studii e intollerante sempre di quella vita piena di legami fisici e morali, della quale mostrava l’avversione con isgorbii sulle muraglie e con satire pungenti contro i professori e gli scolari troppo sommessi alle leggi di quell’Istituto. Ne fu licenziato, per sua fortuna e per fortuna delle lettere italiane, e fu messo a studiare presso di un povero maestro in Rezzonico, villaggio sul lago di Como ma poco di poi, venne inviato [p. ix modifica]a Milano, al ginnasio di Brera, dove percorse tutte le classi senza distinguersi; quindi passò alla Università di Pavia a fare gli studi legali. E fu là che scrisse le sue prime Ottave tosco-veneto-bresciane per servire di supplemento alla Lezione IV del professore Piccioli, satira all’indirizzo di un suo professore.

L’estro del poeta spuntato, dunque, sin d’allora, metteva radici nelle opere dei migliori e specialmente nella Gerusalemme liberata, che il giovinetto sapeva interamente a memoria e recitava e declamava con molto amore.

S’ebbe la laurea di dottore in leggi nel 1810, a soli vent’anni, e imprese il suo tirocinio per l’avvocatura nello studio dell’avvocato Lodovico Capretti, uomo insigne e di schietti modi, ch’ebbe quindi per amico ed ammiratore.

Esercitava, dal 1815, la nobile missione di tutore della legge, quando, nel 1819, un’ordinanza del Governo austriaco, limitava il numero degli avvocati e il futuro poeta veniva addetto ad una Pretura suburbana; ma egli per non lasciare quella città, che doveva poi avere per seconda patria, illustrandola col suo soggiorno e coll’opere sue, rinunciò all’avvocatura e si diede interamente alle lettere.

Già sin da quando compiva gli studii all’Università di Pavia, erano corse fra gli amici e conoscenti suoi altre poesie vernacole, piene di spirito e fatte con notevole facilità. A Milano, allora, era sulle bocche e nel cuore di ognuno il nome di Carlo Porta, il maggiore dei poeti vernacoli vissuti, e il Grossi prese ad imitarlo con tanta potenza e fortuna che molte delle sue poesie furono credute del grande maestro. Sin qui, però, il giovane poeta aveva imitato e non fu che colla pubblicazione della Prineide, apparsa poco dopo l’orrendo eccidio del ministro Novarese, accaduto il 20 aprile 1814, che si palesò anche poeta di suo; e fu allora, anche, che la nobiltà ed interezza di carattere del futuro cantore d’Ildegonda, apparvero in tutto il loro splendore.

La polizia austriaca aveva sospettato il Porta autore della Prineide e già stava minacciosa contro di lui, quando il [p. x modifica]Grossi si presentava al governatore Saurau dichiarandola sua; e fortunatamente trovò anche nel Saurau chi seppe apprezzare l’atto leale e generoso e rimandarne l’autore con pochi giorni di prigionia.

Pubblicò poco dopo la Pioggia d’oro (1817); poemetto in sestine, ugualmente in vernacolo, e ch’ebbe allora un’accoglienza entusiastica; dovuta, forse, più. all’animo nobile del vendicatore di Prina, che ai meriti intrinsici dell’opera, ricca, per altro, di amenità, ma meno salda d’altre fatte prima e di poi. Fra queste porremo la Fuggitiva, altro poemetto in vernacolo, pieno di cuore e che fece bagnar di lagrime gli occhi di ognuno, che avesse cuor gentile e commosse e commuove anche oggidì, chi appena sa comprendere il nostro dialetto. Fu tradotto in italiano e in castigliano e il Cherubini ammise, d’allora, il poeta e il poema fra i classici milanesi.

Dal giorno che il Grossi aveva conquistato il cuore delle donne, salì a maggiori fortune.

Pubblicò l’Ildegonda nel 1820, poema in ottave, in lingua, la migliore fra le opere sue e quella che stabilì la sua nomea e che non morrà per volger d’anni e di gusti. L’Ildegonda, novella in versi, come egli l’intitolò, unisce ai pregi di cuore, di chiarezza, di condotta, di verità, quelli della lingua e del verso: facile, spesso elegante, talvolta sublime e temprato come i migliori.

L’accoglienza che ebbe in Milano e in Italia questa toccantissima istoria fu superiore anche a’ suoi meriti, che sono pur molti! Tutto si tolse e si foggiò alla Ildegonda e la moda stessa se ne servì pe’ suoi capricci di un giorno.

Come la Prineide aveva amicato il Grossi al principe dei poeti vernacoli, Carlo Porta; l’Ildegonda l’amicò con chi doveva divenire il principe della letteratura romantica in Italia, Alessandro Manzoni. Fu circa in quel tempo che il Grossi andò ad abitare in casa del futuro autore dei Promessi Sposi ed è là, vicino a quel grande, che ideò e compose il suo secondo poema: I Lombardi alla prima Crociata, il quale apparve nel 1826, annunciato già dal Manzoni stesso, aspettato e criticato prima della sua com[p. xi modifica]parsa, e che suscitò di poi acerbe critiche, belle difese e armò pro e contro gli uomini di lettere di quel tempo.

Opera di lunga lena, con larghi e potenti sprazzi di vera poesia, I Lombardi alla prima Crociata, è piuttosto un romanzo in versi, che un poema epico. Le ragioni della lingua sono meno osservate che nell’Ildegonda, il verso ne è spesso meno robusto, meno temprato; gli episodii, alcuni dei quali dipinti con bellissimi colori ed efficacia grandissima, non sono sempre così ben connessi ed uscenti dall’azione, che non appaiano piuttosto appiccicati, che parte di un tutto omogeneo; ciò non pertanto è opera che i nemici del Grossi hanno con troppa acrimonia assalita e cacciata troppo presto in un obblìo; che non è giusto, nè meritato e dal quale è saggezza toglierla oggi e ridarle quel posto nell’estimazione del pubblico e delle lettere, che le si compete davvero.

Anche I Lombardi alla prima Crociata ebbero una accoglienza d’entusiamo. La prima edizione fu esaurita appena comparsa; ma l’autore non ne raccolse che gloria ed ammirazione, al contrario di quanto asserirono alcuni de’ suoi biografi[1].

Erano stati pubblicati, in quel tempo, i due migliori romanzi che vanti sinora la letteratura italiana: I Promessi Sposi, e, qualche gradino più in basso, l’Ettore Fieramosca di Massimo d’Azeglio; il Grossi si accinse a scrivere anch’esso un romanzo e nel 1834 diede alle stampe il Marco Visconti, storia del secolo decimoquarto, da lui dedicata colla riverenza di un discepolo e coll’amore di un fratello ad Alessandro Manzoni.

Doveva il Grossi star ligio alla storia e, seguendo il Corio, dipingere nell’eroina sua, Bice del Balzo, la druda di Marco Visconti, da lui stesso tradito, fatta annegare colla cameriera nella fossa del castello di Rosate; o doveva farne una innocente e cara fanciulla, come è la Bice [p. xii modifica]Pagina:Grossi - Marco Visconti, 1875.pdf/16 [p. xiii modifica]Pagina:Grossi - Marco Visconti, 1875.pdf/17 [p. xiv modifica]di serena pace, di franca gentilezza, di pronta bontà; famiglia nella quale così ben campeggiava quella schietta indole di lui, che, quanto naturalmente dimentico del proprio merito, aveva altrettanto spontanea la lode pel merito altrui, di lui così benevolo, così sincero, così misurato, così cortese!

Però, quando le cure della professione e della famiglia gli lasciavano un’ora di riposo, egli soleva dedicarla alla lettura dei classici e in ispecial modo Ai Commentarii di Giulio Cesare; e quando il Massimo d’Azeglio, con fraterna deferenza, gli inviava le prove di stampa del suo Niccolò de’ Lapi, il Grossi sentì rinascere la volontà di tornare alle lettere e si accinse a studiare e raccogliere notizie intorno a Francesco Sforza, nel pensiero di farne un nuovo romanzo storico; studio che le assidue occupazioni non gli permisero di compiere.

La nobiltà del carattere di questo egregio uomo di lettere e incomparabile marito, padre ed amico, rifulse di chiarissima luce allora che, osteggiato da bassi nemici, quando attendeva la nomina di notaro, risaputi i nomi di costoro, li dimenticò e nessuna vendetta ne trasse, potendolo in molte occasioni.

Lode altissima a lui, onor suo grandissimo; ma che pur perpetua e lascia impunita sempre la stirpe dei vili!

Richiesto a membro, o socio, di molte Accademie, ne accettò gli onori senza dar loro molta importanza, ma senza dispregio; fu socio corrispondente dell’Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Lombardia e nei pochi mesi di Governo Provvisorio, nel 1848, fu direttore dei Ginnasii in Milano. L’atto di fusione della Lombardia coi Regii Stati Sardi, fu da lui rogato allora e rivisse nel 1859 e rivive oggi di vita, che non verrà mai spenta. Fu membro della Camera di Disciplina notarile; notaio del Municipio di Milano e di molte Congregazioni ed Istituti pubblici e privati e finalmente sindaco cancelliere del Collegio della Guastalla.

In tutte le sue mansioni portò quella scrupolosa onestà, che gli era natura, quella calma e serenità di giudizio e quel fino accorgimento, che gli avevano schierata d’at[p. xv modifica]torno una eletta coorte d’amici e d’ammiratori e una clientela numerosa e distinta.

Morì il dieci dicembre 1853, alle tre ore pomeridiane, di anni 62, e mesi 10, per una meningite. Fu sepolto il 12 nel Cimitero di Porta Orientale e, doloroso a dirsi! a’ suoi funebri non intervenne che il fido stuolo de’ suoi intimi amici. La polizia austriaca, temendo forse l’affollamento del popolo intorno al feretro del poeta, volle che si anticipassero le cerimonie, senza dare avviso del mutamento e respinse le rimostranze, che fecero allora gli amici e la famiglia. Sulla sua fossa leggeva belle e commoventi parole il professore Luigi Rossari. Ma tutti gli occhi che avevano pianto ai casi d’Ildegonda, di Bice, di Lia, non versarono lagrime sulla fossa del poeta! Quel popolo, che guardava riverente l’autore del Marco Visconti se lo scontrava per via, non potè rendergli l’ultimo tributo d’amore e di stima nel camposanto, dove il poeta avrebbe riposato per sempre!

Nel cortile d’onore del Palazzo delle Belle Arti, volgarmente detto di Brera, sorge ora un monumento a gloria del cantore d’Ildegonda; è dovuto allo scalpello di Vincenzo Vela, che lo ritrasse e nel viso e nella persona come vivente; il Giulio Carcano, altro di quei giovani fondatori della scuola romantica in Italia, che si chiamò dal nome del suo massimo maestro, Manzoniana, lesse alla inaugurazione del monumento uno splendido elogio del poeta; così fu, tardi è vero, ma in qualche modo riparato allo abbandono incolpevole di quel giorno malaugurato.

Bellano, una lapide ricorda oggi che là nacque Tomaso Grossi, il poeta del cuore.

Le ossa di questo illustre scrittore riposano oggi nel Cimitero Monumentale, accanto a quelle del Manzoni e del Rossari, suoi fidatissimi amici e presso a quelle del generale Sirtori, che nato come il Grossi fra i colli della nostra Lombardia, legò singolarmente a Milano il nome suo immacolato; e un giorno verranno tutte collocate nel Famedio, oggetto di venerazione pei nostri nepoti, che forse saranno più prestamente grati di noi. [p. xvi modifica]

Tomaso Grossi fu persona elegante, snella e piuttosto alta; ebbe le fattezze del volto, se non belle, regolari; all’infuori del naso, ch’era piuttosto sporgente; di incarnato bruno, aveva gli occhi vivi e pieni d’intelligenza; non portava barba al mento, nè mustacchi; aveva portamento modesto e semplice; nella conversazione famigliare argutissimo, non trascendeva mai ed era castigato e di forme e di parola; vestiva con proprietà, ma senza ricercatezza; fu come uomo più stimabile ancora che come poeta e lo è pur tanto anche come tale!

RODOLFO PARAVICINI.     


  1. Debbo alla gentilezza della signora Elisa Grossi, figlia del poeta, tutte le notizie che rettificano quanto fu scritto già dai molti biografi di Tomaso Grossi; e sono lieto, perciò, di ringraziare pubblicamente la gentile signora; chè non fu una cortesia usata a me solo, ma alle lettere ed ai molti ammiratori dell’illustre autore del Marco Visconti.