Meditazioni di un brontolone/Caratteri goldoniani
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CARATTERI GOLDONIANI
Si è detto e ridetto, in questi ultimi anni, che le 150 commedie del teatro goldoniano sono vecchiumi, non reggenti alla analisi di una critica severa ed imparziale; che, in fondo in fondo, v’è, qua e là, nelle opere dell’avvocato veneziano, una certa vis comica, una felice disposizione di intreccio, una qualche festività di dialogo; che, per i suoi tempi, paragonate alle scurrili puerilità del Chiari e alle sfrenate fantasticherie del Gozzi, le commedie del Goldoni potevano anche apparire capolavori.... ma — si è detto e ripetuto — che ora, cambiato l’ambiente, mutati completamente i costumi, le pallide e sgualcite fotografie di lui non possono e non debbono essere relegate che fra i vecchiumi.
E, se tutto ciò ha detto e ripete quotidianamente una turba di criticuzzi che non lesse neppure una decima parte delle commedie del Goldoni e non ne vide rappresentare nemmeno una trentesima, fin qui, dirò, poco male: ma egli è che tutto ciò ha detto, e io ripete altresi, qualche critico autorevole, il quale, sul teatro del grande artista veneziano, ha fatto larghi studii, e raffronti accurati ne ha fatto col teatro del Molière, dello Scribe, del Dumas figlio e del Sardou, per trarne la conseguenza che le opere del nostro grande commediografo divengono insostenibili davanti alle indagini rigorose della critica, perchè in esse manca, più specialmente, quella profonda analisi delle passioni, quella minuta anatomia del cuore umano donde scaturiscono il rilievo dei profili, fi evidenza delle fìsonomie, l’efficacia e la verità dei caratteri.
Eppure, non ostante questa afférmazione di critici autorevoli, pei quali professo stima e riverenza, io non mi sono mai potuto adattare a trovar giusta ed assennata una sentenza così fatta, e tanto meno oggi, che l’erezione di un monumento a Carlo Goldoni sembra ravvivare di nuovi impeti di tenerezza l’affetto degli italiani verso il riformatore del loro teatro.
Se l’amore vivo e sincero che ho nutrito, fino dall’infanzia, pel grande veneziano; se lo studio continuo fatto sulle opere sue me ne faranno consentire dai lettori il diritto, io intendo di ribellarmi a cotesta opinione che - lo ripeto - non panni nè vera, nè equa.
In oltre centocinquanta commedie, che egli ha scritto, l’autore del Burbero benefico ci ha lasciato quindici o venti caratteri, scolpiti con mano maestra, studiati ed analizzati nelle più riposte pieghe della loro natura, rappresentati vivi, veri, parlanti sotto tutti gli aspetti, in guisa da porre in evidenza la loro passione predominante - senza perderla mai di vista, anzi tenendola sempre presente - in tutte le evenienze della vita umana, in tutte le contingenze dell’azione drammatica da lui immaginata.
Egli, questo ricco signore, la cui feconda fantasia, il cui perpetuo spirito di osservazione erano inesauribili, ha in quelle 150 commedie, anche nella meno felicemente riuscita, anche nella più sollecitamente invecchiata, egli, questo prodigo e inarrivabile pittore del vero, ha infiltrato una, due, talora tre macchiette, palpitanti di freschezza, rigogliose di vita immortale, perchè con sintesi poderosa ritratte di profilo, ma colte dal vero, ritratte dalla realità.
E l’efficacia e la verità di queste macchiette, dal grande artista gettate giù alla buona, era ed è ancora tale e tanta e siffatta, che esse han servito di base ad otto o dieci commedie di cui quelle figurine, messe là, di sbieco, nelle vecchie opere goldoniane, sono divenute i protagonisti.
Così abbondante era ed è la mèsse dei caratteri, che rigogliosa, biondeggia nel campo drammatico del ricchissimo veneziano!
Volete vedere se e come il nostro poeta studiasse 4al vero e sul vero - che è uguale sempre e da per tutto - non soltanto le apparenze, le manifestazioni esterne, ma le cause interne, le ragioni psicologiche mediate ed immediate di un carattere?...
Ebbene: prendete La Donna di maneggio, e studiate lo stravagante carattere di Don Properzio, non esagerato nelle linee, non caricato di colorito, non alterato nei naturali tratti della sua fisonomia: eccolo: esso è umano, è reale, è comico nella esacerbatone delle sue parole, nella irrequietezza dei suoi moti, nella fastidiosa, eppur piacevole, stravaganza delle sue idee. È un uomo che, per la nervosa mobilità e per la biliosa irascibilità del carattere, sembra siasi prefisso un obiettivo solo nella vita: importunare e fare andare in bestia gli altri: e vi riesce a meraviglia. E chi di noi non ha conosciuto e non conosce un Don Properzio, oggi, come allora, guidato unicamente dallo scopo di molestare ed affannare gli altri con le proprie stravaganze ?...
Prendete la quasi obliata, eppur così viva e così bella commedia I Malcontenti, ed esaminate il carattere del pacifico, sciocco e neghittoso Don Policarpio; egli è vero, egli è umano. Eccolo, sempre a zonzo per la casa, detestatore delle brighe e dei pensieri, amante della quiete, dei comodi, degli agi, rispettoso, quasi timoroso, di suo fratello, che è quegli che amministra e governa gl’interessi della famiglia. Lasciatelo andare posatamente a passeggio, con un cartoccio di datteri in saccoccia, lasciatelo pranzare tranquillamente alla sua ora consueta; non gli interrompete il beato dormiveglia della digestione, con reclami angustianti, con osservazioni fastidiose, neppure con l’ombra della più lieve cura domestica;.... ditegli di venire in villeggiatura al teatro, ad una allegra cenetta.... egli ci verrà; ci verrà pro bono pacis, anche a danno delle sue abitudini.... purché tutto ciò non abbia da costargli il menomo pensiero, la più piccola preoccupazione.... perchè egli è un egoista, un poltrone, la cui sola e vera felicità consiste nel potersi raggomitolare fra le molli piume della sua pacifica vegetazione.
E quanto palpito di nervi, quanta vigoria di vita in questa fibra inerte e sonnacchiosa!
La scaltra e scapigliata Mirandolina nella Locandiera; il maligno, arguto e maldicente Don Marzio nella Bottega del caffè; il cupo e sospettoso Don Roberto nella Dama prudente, il quale non vuole apparire ed è sommamente geloso e rende infelice sè e la moglie; il gaio, sereno e pacifico Filiberto, e, a fronte di lui, a contrasto, il bilioso e impetuoso Riccardo nel Curioso accidente; l’astuta, interessata e malvagia Valentina, nella Donna di governo; vera incarnazione delle lusinghe, delle arti, degli intrighi che le cameriere giovani usarono, usano ed useranno sempre attorno ai padroni vecchi, e nella stessa commedia, lo stupendo carattere di Baldissero, eterno tipo del cialtrone che ozia e gavazza sui simulati amori per la serva, alla quale toglie ciò che essa ruba al padrone; la ridicola, eppur vera, eppur umana, eppur moderna zitellona Silvestra, desiosa d’amori ed ansiosa di marito, nelle Donne di buon’umore: il bisbetico e iracondo Sior Todaro Brontolon, nella commedia dello stesso titolo; l’antitesi veramente sapiente e meravigliosa del fasto e dell’avarizia, cosi stupendamente delineata e sintetizzata nel Conte di Casteldoro dell’Avaro fastoso; l’altra antitesi, stupendamente vera e profondamente rivelata, della semplicità e della malizia, della melensaggine e della furberia - altro che Sulpizio nella Serafina la Devota, altro che Bebè! - personificata nel Nicoletto della Buona Madre; l’irascibile e generoso Geronte, impasto mirabile di bontà d’animo e di carattere impetuosissimo, nel Burbero benefico; la arrogante e presuntuosa Cecilia della Casa nova; l’avida e sottile speculatrice Lucrezia delle Donne gelose, la quale non tende che ad accumulare danaro, e trae, perciò, profitto da ogni circostanza propizia che se le presenti; quel simpatico amoroso - non il solito lezioso, svenevole, convenzionale Florindo - ma quel sano e robusto amoroso della vita reale che è Milord Bonfil nella Pamela nubile, nell’animo e nella persona del quale si insinuano con armonica fusione, e con potente umanesimo, l’orgoglio di casta, l’indole bisbetica, un principio di gelosia, un tesoro di tenerezza; ecco diciassette caratteri, anzi diciassette creature umane che vivono, che mangiano, che bevono, che vestono panni, e le cui passioni, analizzate pazientemente, vengono rappresentate al pubblico, identificate in quei personaggi, con sagace misura, con vera filosofia, con arte così squisita che la mano dell’artista,, in quelle riproduzioni del vero, quasi per nulla si scopre.
E questi diciassette personaggi, tredici dei quali appartengono alle commedie italiane non alle veneziane del Goldoni; sono uomini, sono donne di tutti i tempi e di tutti i paesi; non hanno fìsonomia veneziana, nè tampoco italiana, ma umana; e sarebbero ugualmente veri, ugualmente reali, tanto se fossero presentati in lingua spagnuola dinanzi ad un pubblico spagnuolo, quanto se, vestiti alla russa, fossero messi in mostra in mezzo al popolo russo.
E ho citato questi, a memoria; ben rovistando nelle numerose produzioni del grande commediografo veneziano, mi sarebbe facile rinvenire un’altra serqua di caratteri veri, spiccati, gagliardemente delineati, stupendamente coloriti e tali da trarre ad ammirazione la gente, benché avvezza ad applaudire, al giorno d’oggi, molte, ugualmente felicissime, creazioni - e più consone ai presenti costumi, più conformi all’indole moderna - del ricco, fecondo e potente teatro francese.
Ma, ai nostri giorni, si suole andare in sdilinquimenti avanti alle macchiette delle quali molti autori, specialmente francesi - e fra questi, in modo più speciale, il Sardou - arricchiscono e abbelliscono le loro rappresentanze.
E il pubblico ha perfettamente ragione.
Ma il nostro Veneziano dunque?... Non è egli delineatore abbondante, fino alla prodigalità, di siffatti schizzi comici, figure tracciate di profilo, con quattro tocchi, buttati quasi spensieratamente in un angolo del quadro, senza apparenti pretensioni artistiche, con una studiata negligenza, che rivela, sempre più, l’inesauribile ricchezza della vena comica onde la natura e l’arte, mirabilmente congiunte insieme, avevan dotato il glorioso autore dei Quattro Rusteghi?...
Egli esagera spesso - e questo è vero - le tinte delle sue macchiette e, allora, gli riescono caricature. Ma, anche mettendo da banda tutte le figurine, uscite dal suo pennello affette da questo vizio genetico di esagerazione, non v’ha commedia sua nella quale, come dissi di sopra, non vi siano una, due, talvolta fino tre caratteri, sbozzati appena, accennati appena, messi lì, di fianco, in seconda linea, senza attribuir loro nè una gran parte nell’intrigo drammatico, nè una speciale importanza, e i quali, pur ti riescono propri e veri caratteri, palpitanti di vita, rigogliosi di sangue e con la indelebile impronta sul volto della comica festività, accoppiata alla verità di una vita naturale e reale.
E ciò non soltanto nelle commedie sue veneziane, ma nelle italiane ugualmente ed altresì.
Cito a caso.
Che cosa si può immaginare di più comico e di più vero delle quattro figurine del sordo speziale Agabito, maniaco per le gazzette e per le novità politiche, dello zotico e abietto Dottor Merlino, del presuntuoso, ampolloso e ignorante Dottor Buonatesta e del chirurgo Tarquinio, il quale non sogna che levate di sangue e le vuole applicate a tutte le malattie, figurine che splendono nella Finta ammalata e che han costretto all’entusiasmo il francese De Cailhava il quale, tuttoché idolatra del solo Molière, nella sua Art de la Comèdie, leva a cielo l’ingegno comico del Goldoni a proposito di quelle quattro figurine?...[1]
Che si può immaginare di più comico e di più vivo di Paron Fortunato, di Toffolo Marmottina, di Titanane, di Lucietta e di Orsetta nelle Baruffe Chiozotte?... Che dell’imbroglione Ludro nell’Uomo di mondo, carattere dal quale Francesco Augusto Bon trasse la sua rinomata Trilogia dei Ladri?... Che della pettegola, linguacciuta, audacissima Catte, nei Pettegolezzi delle Donne, d’onde il carissimo amico mio Giacinto Gallina, potente ingegno di vero autor comico, ricavò lo stupendo carattere della sua fruttaioìa nella Famegia in rovina, come dal Campielo e dalle Massere del suo immortale concittadino, aveva ricavato l’idea generatrice delle sue Serve al pozzo?... Che del sordo Don Luca e dell’insolente Mariuccia nelle Donne di buon umore?... Che della vanesia e civetta Beatrice del Tutore e del favellante a balzi e sconclusionato Marchese del Bosco nell‘Avaro fastoso?... Che della irascibile e rozza Dorotea - progenitrice della Madame Guichard nel Monsieur Alphonse del Dumas - nella Donna di governo, commedia dalla quale il Castelvecchio tolse caratteri, intreccio e andamento della sua Cameriera astuta?... Che dell’Oliveta, tipo eterno della ballerina spensierata, dissipata e perversa, e che del padre di lei, Brighella, prototipo del più comico e interessato procolismo, personaggi che abbelliscono e vivificano la Figlia ubbidiente e dai quali scaturì la bella commedia del succitato amico Gallina, intitolata: Mia fia?...
E mi fermo: perchè, continuando, potrei proseguire nelle mie citazioni per quattro intere pagine: mi fermo e domando: ed è questo eterno riproduttore del vero, questo accurato indagatore delle umane passioni, questo giocondo derisore degli umani difetti, ed è quest’uomo, che ha creato tutto un mondo, un intero mondo di uomini e di donne viventi del vero e nel vero, ed è un tale uomo che si accusa di convenzionalismo, d’artificio, di osservazione superficiale?... Ed è il teatro di un tale uomo che si vuole collocato, disopra sì, ma nella ristretta e povera cerchia di un mondo di larve umane, non di uomini, quale è quello animato dal Nota, dall’Albergati, dal Gherardi Del Testa e da altri minori?...
A dimostrare anzi, assai oltre all’evidenza, come il Goldoni non scrivesse commedie e non dipingesse caratteri se l’argomento ed il soggetto non gliene veniva di fuori, dall’osservazione del vero, basterà leggere nelle sue Memorie per ritrovare nella realtà la genesi della maggior parte delle sue rappresentanze e della maggior parte dei tipi, più che immaginati, da lui ritratti.
Ed io, nei ristretti limiti di questo scritterello - che temo già non sia per riuscire soverchiamente lungo ne citerò un solo esempio.
Nel capitolo xxxvii della parte seconda delle sue Memorie l’autore del Ventaglio scrive, parlando della sua dimora in Roma, presso l’Abate ***:
«Bisogna che in questa occasione io faccia conoscere al mio lettore quest’uomo che, a dir vero, aveva alcune singolarità, ma era di cuore eccellente e di una sincerità senza pari. Era l’Abate ***, corrispondente di parecchi vescovi di Germania riguardo gli affari della Dateria. Mi aveva allogato un quartierino di quattro stanze, con otto finestre di fronte alla più bella strada di Roma, detta il Corso, ove tutti si adunavano per vedere le corse dei barberi e le maschere del Carnevale.
«L’Abate *** aveva una moglie ed una figlia assai belle, non era ricco, ma si trattava bene, ed io stava a dozzina con lui. Ogni giorno veniva in tavola un piatto fatto di sua mano, nè mai lasciava di avvisare i commensali, cbe quello era un piatto pel signor avvocato Goldoni, cucinato dal suo servo *** e soggiungeva, che nessuno osasse toccarlo senza il permesso del signor avvocato. Dava talvolta accademia in casa sua: la signorina cantava a meraviglia ed era accompagnata dai cantanti e suonatori di prim’ordine che si trovano a Roma copiosissimi in ogni classe e in ogni ceto. A dire del mio caro Abate ***, tutti questi divertimenti si davano sempre in riguardo del signor avvocato Goldoni, ond’io non potevo fargli maggior dispiacere che andare a pranzo fuori, e passar la sera in qualche altro luogo. Entrando un giorno in casa e sentendo dire che non desinavo quella mattina con lui, andò fortemente in collera e ne rimproverò mia moglie. - Ebbene, nessuno mangerà - andava dicendo - la pietanza da me fatta per l’avvocato Goldoni. - Indi passando in cucina, dà un’occhiata malinconica alle vivande deliziose da lui stesso fatte con tanto studio e piacere e, vinto dalla collera, getta furiosamente nel cortile la cazzeruola. La sera torno e l’Abate era a letto, nè volle vedermi; tutti gli altri ridevano, ed io, all’opposto, ne provavo sommo rincrescimento.»
Tutto ciò accadeva nell’ultimo scorcio del 1758 e nel primo trimestre del 1759.
Tornato a Venezia, nell’autunno dello stesso 1759, egli dà alle scene i suoi Innamorati, commedia cosi semplice, così vera, così spigliata, nella quale, da futili cagioni, scaturisco quella sequela di scene così scoppiettanti di brio e di naturalezza, nella quale le ambascie così comicamente vere, i dispettucci, i ripicchi di Fulgenzio e di Eugenia, diffondono tanto sapore di lepidezza. L’autore - come egli stesso confessa nel capitolo xli delle sue Memorie - aveva studiato il soggetto sul vero a Roma, dove aveva veduto e conosciuto gli originali dei due caratteri, protagonisti di questa rappresentanza in cui Goldoni dice che esiste molto più di realtà che di verosimiglianza.
Or bene, in quella commedia l’autore innesta subito il comicissimo carattere dell’ossequioso, officioso e, in buona fede, ampolloso Abate***, tutto intento a preparare squisiti manicaretti per coloro che onorano la sua casa di loro presenza.
A chi voglia rileggere gli Innamorati, tenendo presente il brano delle Memorie goldoniane da me sopra riportato, apparrà chiarissimo come il carattere dello ameno laudatore e gastronomo Fabrizio, altro non sia che la fedele riproduzione del carattere, studiato dal vero, dell’Abate*** padrone di casa del Goldoni in Roma.
Ora l’accusa di studio superficiale, leggiero, fatto a fior di pelle, delle umane passioni, che ancora si continua a lanciare contro il Goldoni, a me sembra sempre piu, e specialmente dopo ciò che son venuto esponendo, avventata, erronea ed ingiusta.
Carlo Goldoni - è bene non dimenticarlo - ad altro non mirava che ad effettuare il castigat ridendo mores, e, perciò, studiava ed analizzava in singoiar modo il lato comico delle passioni umane. Egli lasciava che altri ne ponesse in rilievo il lato drammatico; egli si proponeva di far ridere, non di far fremere, di far piangere, di far pensare: e il pretendere da lui l’analisi profonda dell’ambizione o della gelosia nei loro effetti drammatici, equivarrebbe a domandare al molle e melodioso Metastasio la vigorìa onnipotente della poesia Dantesca, a Bernardino di Saint-Pierre l’aculeo dell’ironia Volteriana, a un giovine studente di medicina lo svolgimento di una tesi di diritto romano.
Ma lo studio del lato comico delle umane passioni, fu, per parte del Goldoni, così sottile e profondo da permettergli un vero lusso di riproduzioni dello stesso carattere, ma sempre sotto una forma nuova, sotto un aspetto diverso, in guisa che ogni tipo rassomiglia, ma non è uguale all’altro.
Esaminate quale e quanta ricchezza di figure quella stupenda antitesi dell’indole collerica e della bontà di cuore abbia suggerito alla feconda immaginazione del Goldoni. E una collana che dal proverbiale Todaro Brontolone passando, via via, attraverso al Leonardo dei Quattro Rusteghi, al Filiberto del Curioso Accidente, al Bonfil della Pamela e, ad altre minori manifestazioni, in varie commedie, del medesimo carattere, finisce in quella sapiente creazione che è il Geronte del Burbero benefico.
Anzi, è da osservare che nei Quattro Rusteghi il protagonista è il temperamento collerico e che il grande commediografo ha avuto l’audacia e l’abilità di presentarvi questo difetto dell’animo umano personificato in quattro diverse figure e in quattro diverse gradazioni, sotto quattro diversi aspetti, senza ingenerare noia, senza cadere in ripetizioni, anzi producendo negli spettatori tutto il diletto che deriva dalle briose variazioni, suonate da un’agile mano, sulla tastiera di un pianoforte, sopra lo stesso tema musicale.
Dunque la piena conoscenza che il Goldoni aveva delle molteplici esplicazioni onde era suscettibile la collera in un animo buono, lo ha posto in grado di presentarcela rusticana e popolana nei Quattro Rusteghi; brontolona e mercantile nel Todoro Brontolon; più acre ma civile nel Riccardo del Curioso Accidente; più impetuosa ma più affettuosa ancora nel Burbero benefico; ed, infine, giovanile elegante, signorile in Milord Bonfil - in fondo è un po’ burbero e un po’ benefico anche lui - nel quale l’indole collerica è ingentilita dall’amore.
Esaminiamo quante variazioni egli abbia saputo trarre da un solo motivo: la gelosia? Ma badiamo - lo ripeto a non pretendere da lui ciò che egli non voleva e non poteva darci: badiamo a non domandare a lui gli effetti drammaticamente e sanguinosamente finali della gelosia quali ce li ha dati il sommo Shakespeare, tanto più grande del Goldoni, nel suo meraviglioso Otello: egli non ce ne dà e non ce ne può dare che i lati comici e gli effetti dolci, festevoli e ameni.
Guardiamo adunque sotto quanti aspetti egli abbia studiata la gelosia. Egli ce la mostra in lotta con l’avarizia nell’Avaro geloso; ce la presenta cupa e vergognosa di comparire nella Dama prudente; ce la palesa nutrentesi di nonnulla, vaporosa nelle sue cause e nondimeno comicamente terribile nei suoi effetti, nelle Gelosie di Lindoro; tenera, affettuosa, commovente nelle Inquietudini di Zelinda; poi, in quaranta, in cinquanta delle sue commedie, dagli Innamorati al Ventaglio, dalle Donne gelose alla Pamela maritata, egli ce ne accenna tutti gli ondeggiamenti, ce ne rivela tutti gli aspetti, ce ne dipinge tutte le sfumature.
E se anche qui volessi abusare del vantaggio che mi dà la mia abbondanza di munizioni, potrei dimostrare, ad esuberanza, verità che dovrebbero, ornai, essere per tutti assiomatiche: ma me ne astengo.
Dico soltanto ed affermo che il Goldoni è talmente dovizioso di studi e di osservazioni; talmente straricco di analitiche riflessioni che può concedersi e si concede lo sfarzo - permesso ai soli veri grandi - di duplicare, di triplicare, di decuplicare, alcune volte, la riproduzione dello stesso tipo, sempre sotto forme e sembianze diverse, in guisa da poter presentare ognora al pubblico un lato nuovo dello stesso carattere, senza ingenerare sazietà, senza poter essere onestamente accusato neppure di plagio verso sè stesso.
- ↑ De Chailhava, De l’Art de la Comédie, II, 13.
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