Meditazioni di un brontolone/Carlo Goldoni e i suoi tempi
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CARLO GOLDONI E I SUOI TEMPI
Oggi, centosettantasei anni dopo che Carlo Goldoni nacque e novanta dall’anno in che egli morì, Venezia, coll’innalzare al poeta una statua, consacra solennemente la gloria del suo grande cittadino, del nostro grande commediografo.
Quanta crescente e tumultuosa vicenda di casi, di progressi, di scoperte, non si è venuta accumulando nella storia dei centosettantasei anni corsi fin qui da quello in cui nasceva Carlo Goldoni!...
Anzi, mentre, dal giorno della sua nascita a quello della sua morte, non corsero che ottantasei anni, dal 1793 al 1883 non ne sono passati soltanto novanta, ma, per il vertiginoso incalzare e per l’importanza degli avvenimenti, si potrebbe bene affermare che sono trascorsi tre secoli.
Tanta diversità di intendimenti, di opere, di studi, tanto progredimento di scienze, di arti, di industrie, tanta potente e veloce trasformazione di istituzioni, di costumi, di gusti, si son venuti verificando da allora ad oggi!
Nato l’anno in cui la superstiziosa ed eviratrice dominazione spagnuola declinava, dopo due secoli, in Italia e in cui Vittorio Amedeo II cominciava ad allargare la sua possanza nel Monferrato e nella Lomellina, Carlo Goldoni visse durante tutto quel lungo periodo di risveglio e di preparazione, nel quale la nazione nostra, uscendo dal secolare torpore in cui lo spagnolesimo e il gesuitesimo l’avevan cullata, si avviava, rapidamente, verso il periodo di azione a cui la trarrebbe la grande rivoluzione francese, scoppiata appunto negli ultimi anni vissuti dal Goldoni.
Il movimento intellettuale di quegli ottantanni fu generale in Italia, ma sembrò individuale, tendeva ad un solo scopo, risveglio e avanzamento dello spirito umano sulla via della civiltà; ma questo scopo non era, nell’animo della maggior parte degli operosi che vi partecipavano, nettamente definito; la maggior parte di essi lavoravano per conto loro, inconsci della cooperazione degli altri e senza avere neppure il più lontano sospetto ilei legami che congiungevano l’azione individuale in una vasta azione generale: ma, nondimeno, tendevano tutti - molti senza nemmeno immaginarlo - allo stesso fìne~ ed erano come tanti agricoltori, intenti a scavare altrettanti piccoli rigagnoli, pei quali le acque dei monti andavano poi a sboccare nel medesimo fiume.
A chi giudica oggi, alla distanza di circa cento anni, quel fecondo e incessante lavorio del secolo decimottavo, appare chiaro che scarsi furono quelli i quali mirassero direttamente e che nitidamente scorgessero lo scopo finale dell’opera rinnovatrice del tempo loro.
E, pur tuttavia, di leggieri si vede come tutta quella svariata, molteplice e contemporanea espansione di studio e di idee preparasse il suolo della penisola alla fecondazione dei germi che su di esso diffonderebbe il soffio della grande rivoluzione. Da quella operosità continua l’affinarsi del gusto, il rinnovarsi delle idee, la cultura addoppiata, l’amor degli studi suscitato e diffuso; di là il risorgimento intellettuale e morale, condizione necessaria alla effettuazione del risorgimento politico e civile.
A siffatto risveglio concorsero, in quasi ugual proporzione, così la molle ed enciclopedica leggerezza dell’Algarotti, come la pedantesca e dotta burbanza del Bettinelli, tanto la rumorosa vacuità del Frugoni quanto la dura sostenutezza del Varano. E del pari vi concorsero le nuove dottrine del Vico - poco intese e poco apprezzate dal suo secolo - e gli studi storici del Muratori, le opere musicali del Jomelli e del Pergolese, e le scientifiche elucubrazioni del Vallisnieri e dello Spallanzani.
Dagli scritti d’arte di Francesco Milizia alle ricerche archeologiche del Ficoroni, dalle fiabe scorrette di Carlo Gozzi alla correttezza architettonica del Vanvitelli, dalle invenzioni fisiche del Volta alle indagni astronomiche di Cesare Francesco Cassini, dalle teorie del Morgagni alle innovazioni letterarie del Cesarotti, tutte le manifestazioni dell’ingegno italiano, dal 1700 al 1789, cospirarono al risveglio e alla resurrezione della patria neghittosa ed assopita.
Così Giambattista Vico, resuscitando la filosofia della storia, già creata dal Macchiavelli e riducendola nei rigorosi termini del metodo scientifico, inizia la critica s lorica, di cui oggi si fa tanto bella la pazienza germanica, il Muratori, il Maffei ed il Bianchini preparano il nuovo sistema degli studi storici, il Quadrio e il Tiraboschi aprono la via delle storie letterarie, mentre l’implacabile e non sempre giusto Baretti getta nella sua Frusta letteraria i germi d’onde scaturirà più tardi, e, con sempre crescente e spaventosa espansione, l’alluvione degli odierni Saggi critici.
Il Beccaria e il Filangeri, il Giannone ed i Verri affermano solennemente i principii del diritto nuovo e della sociologia, il P. Martini ed il Piccini danno più ampio sviluppo alla scienza delle armonie, il Metastasio adduce ad altezza inarrivabile il melodramma, l’Alfieri, come ruggente leone, eleva la tragedia a palestra di libertà, il Gozzi ristora la satira, e il Parini la trasforma e la sublima, mentre, sugli sconci raffazzonamenti della commedia dell’arte, sulle ridicole svenevolezze di un sentimentalismo mentito, sugli affastellamenti incoerenti del dramma spagnolesco, Carlo Goldoni crea la commedia nazionale.
A ben comprendere, a ben giudicare tutta l’importanza morale e civile dell’opera di Gasparo Gozzi e del Parini e quella assai maggiore dell’opera del Goldoni e dell’Alfieri, è necessario riportarsi con la mente, ai tempi in cui quei grandi vissero, e ripensare i costumi della generazione in mezzo alla quale essi svolsero le magnificenze dell’arte loro, nel duplice intento di raffinare il gusto estetico e di correggere e rialzare gli animi fiacchi e pervertiti.
Fra l’iniqua immobilità dei maggioraschi e la gonfia boria che si lasciava dietro, in Italia, la potenza spagnuola che tramontava e i ridicoli formalismi dell’invadente cicibeismo francese, fra le sbiadite moine dei cavalieri serventi, vegetava, per tutta la penisola, una nobilea oziosa, ignorante, impotente, ipocritamente ligia alle superstizioni del gesuitismo, fatuamente dedita alla spensieratezza delle gozzoviglie e del giuoco.
Decaduta la potenza marittima dei Veneziani e dei Genovesi, e con quella decaduti i grandi commerci, che avean fatto ricca l’Italia dal xiii al xv secolo, la gagliarda borghesia delle repubbliche e dei principati era sparita per far luogo a un ceto di poveri mercanti, rivenduglioli di seconda e di terza mano dei prodotti dell’India, dell’Oriente, dell’America.
Attorno a questo principale elemento della borghesia di quel tempo si raggruppavano avvocati e medici mediocri, abati vanesi e buontemponi e torme di altezzosi e miseri impiegati.
Numerosissimi i parassiti incipriati, aspiranti al pranzo e alla cena del signore a prezzo di scipiti sonetti adulatori! e di insulse anacreontiche, laudanti la cagnetta della dama e il gattino del prelato.
Insomma la società civile - clero, nobiltà, borghesia inconscia del passato, sonnecchiante nel presente, non curante dell’avvenire, viveva di una vita effimera, sentimentale, gaudente, fra gli sbadigli dell’inerzia e le nenie arcadiche, fra il cioccolatte del mattino e la cena al ridotto, fra le ore trascorse malignando al caffè e quelle consacrate, a notte, alle cadenze misurate del minuetto.
E di sotto a questo edifìcio tarlato e crollante, e del quale si vedevano i crepacci, a traverso alla vernice sfarzosa dell’oro falso e del falso argento, una popolazione di operai e di agricoltori, poveri, ignoranti, istupiditi fra le pratiche del terrorismo religioso, le angherie delle ineguaglianze giuridiche e la gravezza degli smodati balzelli.
Sanità pomposa, sfarzo artificiale, pigrizia universale, languore perpetuo, tedio evidente, vanità sonora in letteratura, ghirigori appariscenti in arte, assoluta deficienza di sentimento, assoluta mancanza di obiettivo, assoluta assenza d’ideali.... ecco i segni caratteristici della società italiana all’entrare del secolo xvm.
Chi fosse che la governasse, in qual modo la governasse quella società non si curava punto di sapere; quali miglioramenti si potessero conseguire nella vita politica e sociale quella società non pensava punto di indagare: dell’unità della lingua, dell’unità della patria, della dignità del carattere, dell’avanzamento della civiltà, dello sviluppo dell’agricoltura, dell’incremento dei commerci quella società non voleva neppure udir parlare, perchè non ne comprendeva sillaba di tutte queste belle cose. Pareva che il moto della vita delle nazioni si fosse arrestato: a quella gente sembrava che si fosse raggiunto l’apice della perfettibilità, sembrava che più in là di quel punto non si potesse, nè si dovesse andare; a quella gente pareva naturalissimo che l’umanità fosse stata creata apposta per far ciò che essa faceva, per vivere come essa viveva, per levarsi alle dieci, impiastricciarsi il volto di nei, incipriarsi, agghindarsi, imbellettarsi, andare a rinfocolare i pettegolezzi nei salotti delle dame, assistere alle tornate dell’Arcadia, scroccar pranzi, danzare e giuocare alla bassetta. Tale era la generazione che il Gozzi venne ad ammonire argutamente, il Parini a fustigare virilmente, l’Alfieri a scuotere, a squassare formidabilmente, il Goldoni a correggere giocondamente e a fedelmente ritrarre.
Alfieri!... Goldoni!... due uomini che rappresentano due rinnovamenti in un rinnovamento solo; il risorgere del teatro tragico e del comico in Italia nel rinnovamento delle idee e dei costumi degli italiani. L’uno, per l’indole sua gagliarda ed altera, tutto intento a servirsi dell’arte come mezzo a risvegliare la coscienza di un popolo; l’altro, per l’indole sua pacifica, tutto intento a correggerne e a rifarne, per mezzo dell’arte, i costumi. Questi, già noto, già grande, quando l’Astigiano nasceva, aveva sortito da natura tutti i requisiti opportuni, tutte le attitudini necessarie ad imprendere e a svolgere una riforma che si proponesse un duplice scopo: rigenerazione del teatro comico italiano; rigenerazione dei costumi nella famiglia e nel consorzio civile.
Quegli, surto a vita attiva, quando il Metastasio e il Goldoni avevan già quasi portato a termine la loro respettiva riforma artistica, quando il gusto depravato del pubblico cominciava a purificarsi, quando le satire, i sermoni e le scritture morali del Gozzi e la potentissima irrisione del Parini e le quotidiane e festevoli mordacità del comico veneziano, avevano sparso il ridicolo sui ridicoli costumi della società civile della penisola, mirò pertinacemente a ridestare, nell’animo dei suoi compatrioti, la dignità del carattere civile, il sentimento dell’indipendenza e della libertà della patria.
Il Goldoni profondo osservatore di uomini e di cose, mansueto cittadino, festevole ritrattista, fedele fotografo, ristretto nei suoi studii, fra i costumi casalinghi d’Italia, non volle e non presunse altro che fustigare amorevolmente e correggere e migliorare l’individuo e la famiglia; l’Alfieri, fiero della sua nascita, impetuoso per natura, idoleggiatore dell’antica nobiltà e dell’antica grandezza degli italiani, più assuefatto dai viaggi e dalle letture a’ contatti delle nazioni estere, più ingolfato nelle letture classiche e perciò, per riverbero, più repubblicano, egli, nato in regno assoluto, che non l’avvocato veneziano nato in antica repubblica, desiderò ed ebbe efficacemente di mira la resurrezione politica e civile della propria nazione.
Il conte Alfieri, selvatico e bisbetico per temperamento, schivò gli uomini per spaziare nei campi dell’ideale; l’avvocato Goldoni, socievole e pacifico, si stropicciò in mezzo alla società del tempo suo e la ritrasse, trasportando sul terreno dell’arte il vero; l’uno creò enti immaginarli, dando loro sembianza d’uomini, quali egli li avrebbe desiderati e quali essi avrebbero, secondo il suo intendimento, dovuto essere; l’altro dipinse i suoi compatrioti tali quali erano realmente, tali quali si offrivano al suo sguardo; quegli, coi suoi fantasmi, fece ribollire il sangue nelle vene di tre generazioni di italiani e li suscitò a battaglia contro i tirannelli nostrani e stranieri a conquista di indipendenza e di libertà; l’altro ci lasciò quadri pieni del più sano verismo, prezioso documento umano per lo studio della storia intima de’ tempi suoi.
L’uno e l’altro altamente benemeriti dell’arte e della civiltà nazionale.
A chi, dunque, si riporti, per poco, ai tempi nei quali l’insigne commediografo veneziano si accinse alla sua grande impresa della riforma del teatro e dei costumi, si parrà agevolmente tutta l’importanza di tale impresa e facilmente si faran palesi tutti gli ostacoli, tutte le difficoltà in cui il Goldoni si ebbe ad incontrare, prima di poter raggiungere il suo scopo.
Egli ebbe, di fatto, a lottare contro il gusto corrotto del pubblico, incaponito a sollazzarsi nei lazzi scurrili delle maschere e nelle turpi improvvisazioni dei comici; contro l’interesse di questi artisti, desiderosi di conservare la loro importanza, autonomia e indipendenza dagli autori, minacciate dalla riforma goldoniana; contro la gelosia degli autori contemporanei, fra’ quali potentissimi il convenzionale e svenevole Chiari e l’arruffato e fantastico Gozzi.
E, solo, povero, oscuro, il Goldoni lottò coraggiosamente, con perseveranza, con audacia, con accorgimento contro tutti questi ostacoli e si servì abilmente di una parte dei suoi avversari un giorno per vincere 1 altra parte; valendosi un altro giorno di questa per abbattere quella; procedendo con cautela, pian piano, egli seppe fare oggi una concessione al pubblico per strappargliene una maggiore domani; accennò a retrocedere mentre avanzava; fece le carezze a Pantalone per sopprimere Arlecchino; corteggiò Colombina per far sparire Brighella; e così sguisciando, per quarantanni, fra le mille sirti e i mille scogli del mare infido, riuscì ad abolire la commedia dell’arte, a sopraffare i cattivi autori, a disgustare il pubblico dalle maschere e a dare all’Italia un teatro comico vero, paesano e razionale.
Povero e santo vecchio che, dopo aver quest’opera grandiosa, con il più profondo compito convincimento del bene, con la secura coscienza di aver fatta cosa mirabile, più che per i suoi contemporanei per i proprii nipoti, detta a Parigi quelle sue così semplici e così vereconde memorie nelle quali la sua modestia singolare non solo non gli consente di accorgersi di quanto egli ha fatto, ma non gli permette nemmeno di lasciarlo scorgere al lettore.
A’ nostri giorni un gran da fare hanno avuto i critici grossi e piccini per vedere di sminuire un poco, e piu di un poco, il concetto che il popolo italiano continua ad avere del Goldoni.... a sminuirlo almeno, poiché demolire completamente non si potevano la memoria e la venerazione verso questo vecchio commediografo.... pregiudizio nazionale, come tanti altri!
Il popolo però, col suo grosso e universale buon senso, non bada gran fatto ai critici e persevera in quel suo pregiudizio - nel quale vissi sempre e persevero ancb’io; - e, in questo giorno stesso, Venezia, erigendo, con la cooperazione della parte più eletta della nazione, una statua in onore del suo glorioso figliuolo, mostra di comprendere e di apprezzare ancora tutta l’importanza dell’opera riformatrice iniziata e compita dal Goldoni.
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