Meditazioni di un brontolone/Goldoni a fronte di Molière
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GOLDONI A FRONTE DI MOLIÈRE
Questo parallelo potrebbe servire di argomento ad un grosso volume per chi intendesse studiare, con sincero amore del vero, con desiderio profondo di imparzialità, i due grandi commediografi, non soltanto nel valore intrinseco delle opere loro, ma, più ancora, nelle epoche in cui l’uno e l’altro vissero, nelle condizioni speciali di luoghi, di tempi, di costumi in cui si svolsero le rispettive attitudini di quei due potenti ingegni, per chi intendesse, infine, indagare la verità obiettivamente.
Io non penso, per fermo, e non ho mai pensato - quantunque fin dalla infanzia sia stato e tuttora mi conservi adoratore addirittura del Goldoni - io non penso che egli possa in tutto pareggiarsi all’autore del Tartufo, no; anzi credo, con i più, che il figlio del tappezziere Poquelin, e per la smagliante leggiadria della forma e per la profonda intuizione del vero e per la perfetta umanità, per la viva realtà, per la salita - dirò così - dei suoi caratteri, stia e resti di sopra all’autore dell’Avaro fastoso. Ma mi ribello assolutamente contro la sentenza portata, in questi ultimi tempi, da varii letterati e valentuomini italiani, affermanti solennemente che la distanza fra il parigino ed il veneziano è enorme, e quale suole essere fra un uomo di genio ed un uomo d’ingegno.
Questa sentenza è - a mio avviso - ingiusta e non vera e a tutti, a quegli stessi che la proferirono, apparirebbe tale se il paragone fra i due autori comici si istituisse nel modo da me sopra accennato.
Allorché, da siffatto esame, risultasse chiara e lampante, tutta la grande differenza esistente fra le condizioni morali e intellettuali della Francia ai tempi del Molière e dell’Italia ai tempi del Goldoni, e la grande disparità - per conseguenza - dei due ambienti e tutti gli elementi che di là dalle Alpi favorivano l’opera del Parigino, e tutti quelli che, di qua, traversavano e rendevano arduissima quella del Veneziano, si vedrebbe di leggieri raccorciarsi d’assai la distanza che, a prima vista, sembrò a taluni di ravvisare fra i due grandi artisti, e divenir vicinanza così da parer quasi di vederli ormai proceder del paro sul sentiero della gloria e dell’immortalità.
Il parallelo, intessuto a quel modo, porrebbe in rilievo, meglio che le somiglianze, le numerose e importanti dissomiglianze esistenti fra i due autori.
E si scorgerebbe la grandissima differenza dei principii onde mossero e l’uno e l’altro riformatore; e la via larga, piana ed aperta, che si parò innanzi al francese, e l’erta aspra, assiepata e scoscesa per la quale l’italiano si ebbe a inerpicare, e i sussidii che quegli trovò lungo la strada e gli ostacoli che questi ebbe a superare; e perchè l’uno agevolmente e trionfalmente, l’altro con maggior lentezza, con minore efficacia, più incompletamente attingesser la mèta.
Là un uomo di genio che si accinge a donare alla Francia la commedia vera ed umana, in un momento in cui la nazione è surta ad unità di lingua e ad unità politica, in un momento in cui il cuore della Francia batte regolarmente a Parigi.
Già Marot e Ronsard, pur cosi potenti nei loro tentativi per dare un indirizzo e un carattere alla letteratura nazionale, son decaduti dal loro prestigio; già Malherbe ha gettato le fondamenta regolari del nuovo edificio della lingua, che, ampliato dalle riunioni della sala Rambouillet, sta trovando un assetto definitivo nell’opera della nascente accademia; già Rabelais, questo satirico vigorosissimo, questo sapiente analizzatore dell’aspetto comico della natura umana, ha iniziato il profondo studio del vero, e già Montaigne ha completato i suoi studi con i suoi Saggi imperituri, già Corneille ha tratto all’ammirazione l’Europa con le sue tragedie, e Pascal e Descartes grandeggiano nella storia del pensiero, quando Giambattista Poquelin, protetto dal Re e da una parte della Corte, imprende a studiare i difetti e i vizi di una società in mezzo a cui egli vive e della quale gli è concesso di porre in ridicolo i peccati e le debolezze. Il Molière scrive per la Francia, in una lingua che è da tutti intesa, ritraendo costumi che sono nazionali, studiando un vero che, sotto gli occhi di ciascuno, passeggia per le vie della grande metropoli.
Il Molière offre i suoi capo-lavori al giudizio di un pubblico sceltissimo, preparato a comprenderli, al giudizio di un pubblico spiritoso, colto, intelligente. Egli inizia e compie l’opera sua in mezzo allo splendore di un luminoso periodo di risorgimento politico e intellettuale, nel quale Re e popolo, costumi e lettere, pensiero ed arte, cospirano concordi al trionfo di quell’opera.
E qua invece?...
Carlo Goldoni, solo, povero, ignoto, che sorge per mandare ad effetto una universale riforma del gusto corrotto di una intera e divisa popolazione.
Egli appare in un’epoca di completo decadimento politico, morale, intellettuale; in mezzo ad una nazione, separata in tanti piccoli e fiacchi staterelli e la quale non ha più nè coscienza, nè carattere, nè intelligenza nazionale.
Nella penisola non v’ha più neppure il senso della lingua natia; in ogni provincia imperanti i dialetti; nel campo letterario la vacua e convenzionale gonfiezza dell’arcadia, non intesa dai volghi. Il gusto del pubblico pervertito dovunque e anelante o dietro le turgide fantasie di drammacci indigesti, o dietro le svenevolezze sentimentali di piagnolose commedie, o dietro i lazzi scurrili e le invereconde pagliacciate di maschere, improvvisanti la sceneggiatura della così detta commedia dell’arte.
Il Goldoni, solo, povero, ignoto, deve lottare contro tutti e contro tutto; contro il gusto del pubblico, contro le tradizioni artistiche, contro gli usi e gli abusi inveterati, contro l’interesse dei comici, contro quello dei suoi confratelli scrittori, alcuni dei quali - il Chiari e Carlo Gozzi - stimati, acclamati, protetti, potentissimi.
E, contro tutti questi ostacoli formidabili, contro questi formidabili nemici, quali ausilii, quali sostegni?....
Quello solo derivante dal pubblico: dal pubblico che l’intrepido riformatore fu costretto a dirozzare poco a poco, con grandi e lunghe fatiche, riconducendolo, pian piano, sul cammino del vero e del reale, correggendone il gusto un po’ per volta, spesso forzato a fargli concessioni contrarie allo squisito senso artistico onde eran dotati il suo animo eletto, il suo genio innovatore.
E, mentre il Molière aveva dinanzi a sè un’intera società viva, vera, vigorosa, potente da ritrarre, al Goldoni dalla sospettosa e snervata Repubblica era vietato assolutamente lo studio e l’analisi dei vizi dell’aristocrazia lagunare e altro campo non si offriva, per ritrarre il vero, che il popolino veneziano, dall analisi del quale egli tolse dieci o dodici capo-lavori che resteranno eterni.
Ma in quale società borghese, in quale società aristocratica, poteva il povero commediografo veneziano studiare caratteri ed affetti, poiché in Italia una società che avesse indole, impronta, usanze, vitalità proprie non esisteva?... E se in mezzo a un popolo evirato, sfiaccolato, assopito, delirante fra le ariette melodrammatiche e i ninnoli del cicibeismo, gli venne fatto di cogliere, qua e la, parecchi caratteri viventi, parecchie figure veramente umane, ciò avvenne, appunto, perchè egli era, davvero, quel che si dice un uomo di genio[1].
E mi soffermo e conchiudo, ripetendo che, a chi volesse fare un largo studio sul parallelo, del quale, brevemente e in gran fretta, ho accennato, qui, il sommario, apparirebbe manifesto non esser vero che il Goldoni disti molto dal grande commediografo francese; esser vero anzi che, tutto ben ponderato, esso merita di sedergli assai da vicino, nel glorioso consesso degli otto o dieci immortali dipintori dei caratteri umani e delle umane debolezze.
- ↑ M. De Cailhava stesso, ammiratore entusiasta del Molière, nel suo libro De l’Art de la Comédie, così conclude l’opera sua: «Mille circonstances ont trop bien concouru a developper Molière tout entier.
«Moliere a trouvé dans tous les ordres et dans tous les états, des suiets riches et fertiles: la société avoit encore des originaux, une éducations trop uniforme ne donnoit pas le même masque à tous les hommes, et un vernis d’agrément à tous les vices.«On moissonnoit jadis où l’on glane aujord’hui.
«Molière ètoit chef de troupe: sans l’autorité qu’il avoit sur ses Comédiens, anroit-il fait jouer le Misanthrope qu’ils trouvoient détestable? Quand l'Avare, les Femmes savantes et presque toutes ses meilleures pièces sont tombées aux premières représentations, auroit-il età le maitre de les faire reprendre?
«Molière avoit les protecteurs les plus puissants: quel autre que Molière, aurait obtenu trois ordres consécutifs pour faire jouer le Tartufe, malgré les personnes qu’il y démasquait? Enfin, le génie de Molière fut secondé par le génie de Louis XIV.» (De l’Art de la Comèdie, Paris, Ph-D. Pierres, 1786, vol. II, pagine 426-27).
E ripeto che il De Cailhava è idolatra del suo Molière; onde mi sembra che più valido e meno sospetto ausilio delle sue parole io non avrei potuto trovare a confortare e ad avvalorare le modeste, ma sincere e giuste mie riflessioni.
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