Meditazioni di un brontolone/Il «Duca d'Alba» di Gaetano Donizetti
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IL DUCA D’ALBA DI G. DONIZETTI
Sono le due dopo mezzanotte: rientro in casa dopo avere assistito alla prima rappresentazione del Duca d’Alba, e, con l’animo ancor pieno delle emozioni provate, sotto l’impressione ancor calda di quella musica fresca, voluttuosa, ricca di melodie affascinanti, scrivo queste linee, con le quali non ho certo la pretensione di dare un giudizio sull’opera, sì bene, e precipuamente, di discorrere brevemente e da semplice dilettante - profano quale io sono ai più segreti e dotti magisteri dell’arte musicale - del sommo maestro bergamasco e del posto che gli spetta nel presente periodo di rivoluzione artistica.
Prendiamo adunque le mosse dal Duca d’Alba e, brontolando brontolando, non ci sarà difficile giungere al punto in cui potremo apprezzare, meglio assai di quanto fin qui non siasi fatto, il valore inestimabile del genio di colui che scrisse la Favorita e l’ascendente decisivo che esso esercitò nel movimento sussultorio e ondulatorio, onde alle vecchie forme musicali, dopo trent’anni di lotta, se ne sono sostituite delle nuove.
Cominciamo per notare subito il pieno e incontrastato successo del Duca d’Alba, opera destinata, probabilmente, a fare il giro di tutti i teatri del mondo civile. L’apparizione di quest’opera è una risurrezione opportuna; essa costituì ieri sera e costituirà ancora, in molte altre citta, un proprio e vero avvenimento artistico.
L’eccellente riuscita del Duca d’Alba è dovuta principalmente ad una sapiente ed amorosa cospirazione di sforzi, mercè i quali l’esecuzione di essa nulla lasciò a desiderare. La intonata fusione dei cori, il colorito sempre mantenuto nell’orchestra, l’abile ed appassionata direzione del maestro Marino Mancinelli, la rimarchevole valentia artistica del Girardoni, della Bruschi-Chiatti e del Silvestri, e l’eccezionale potenza di voce, di sentimento e di grazia del tenore Gayarre ne resero inappuntabile la rappresentazione e assicurarono, fin dal primo terzetto per soprano, baritono e basso, la completa vittoria, dello spartito.
Nel quale l’impronta donizettiana c’è, specialmente nella parte melodica, e se gli scettici, i quali ammiccano, con sorriso di scherno saccente, sollevando dubbio sulla legittimità di quest’opera, pensassero che il grande maestro la scrisse sul finire del 1840 quando appunto, spiccando a nuovi e più alti orizzonti il volo poderosissimo, dalle pagine del Poliuto, rivelatrici di nuove forme e di nuovi ardimenti, egli si stava sollevando a quelle più gloriose dell’Angelo di Nisida ossia Favorito, che egli scriveva proprio di quel tempo, gii scettici, confrontando la maniera che prevale nei canti di questo Duca d’Alba, la troverebbero non solo simile ma presso che eguale a quella terza ed ultima maniera donizettiana, che dette al mondo, meravigliato, la Favorita appunto e Maria Padilla, Maria di Rohan e Don Sebastiano.
Oltre questa caratteristica principale che palesa di subito la legittima discendenza del Duca d’Alba, fratello genuino tanto di Anna Bolena come di Marin Faliero, così di Lucia di Lammermoor come di Belisario, oltre questa caratteristica generale, alcuni pezzi stessi di strumentale hanno fìsonomia quasi identica a quella dello strumentale della Favorita e del Don Sebastiano e reminiscenze non lievi, e spesso non casuali, della Borgia, della Bolena, della Lucia.
Non parlo dei pezzi principali, alcuni dei quali recano insita quella spontaneità, quella freschezza, quella soavissima e lieve tinta di melanconia onde andarono sempre contraddistinte le melodie infinite di quell’inesauribile creatore di divine melodie e credo, in buona fede, che non faccia d’uopo d’aver consumato la vita nello studio indefesso delle fughe del Bach e del Raimondi, per riconoscere subito come canti di puro getto donizettiano l’aria del soprano e il duetto fra tenore e baritono del primo atto, la romanza del soprano e il successivo duetto fra tenore e soprano nel secondo, la romanza del baritono del terzo e la stupenda e celestiale romanza del tenore e il duetto susseguente fra soprano e tenore dell’ultimo atto.
Certamente una parte dell’istrumentale, checché ne dicano e ne possano dire i maestri Ponchielli, Bazzini, Salvi e Dominiceti, è stata adattata da essi allo scheletro che, nell’opera originale, ne aveva lasciato l’immortale autore della Linda. Io oserei affermare, per esempio, che lo stupendo accompagnamento della ronda del terzetto del secondo atto fra soprano, tenore e basso, non soltanto è opera di uno di loro, ma oserei perfino dire chi fu che lo dettò. E, se voi siete curiosi proprio di saperlo, ve lo dirò, in tutta confidenza: io giurerei che quell’accompagnamento bellissimo l’ha scritto il Ponchielli.
Posso sbagliarmi veli!.... mi sbaglierò.... ma.... non so.... c’è qualche cosa in quel pezzo gagliardo di musica descrittiva, c’è qualche cosa che ricorda, così.... alla lontana.... certi accompagnamenti della Gioconda e dei Lituani, che.... basta, se il mio giudizio parrà temerario si voglia perdonarlo alla mia ignoranza, e non se ne parli più.
Ieri sera, mentre il pubblico dell’Apollo, tratto più volte all’entusiasmo, acclamava furiosamente gli esecutori del Duca d’Alba, il mio pensiero volava al grande compositore, il quale, nato e cresciuto in mezzo a due giganti, quali furono il Rossini e il Bellini, costretto a lottare per la fama con loro e con altri grandi maestri quali il Mercadante, il Verdi, il Pacini, sospinto, da prima dal bisogno, poi dall’indole sua febbrilmente attiva, dall’ottimo cuore, dalla sovrabbondanza superlativa, fenomenale di immaginativa, a scrivere in fretta e furia sessantasei opere teatrali e duecento pezzi di musica religiosa, drammatica, descrittiva, allegra, melanconica, astrusa e facile, dotta e popolare, riuscì a conquistare uno dei più elevati seggi nel consesso dei grandi musicisti di tutti i tempi e di tutte le nazioni e stampò, non ostante ostacoli di ogni maniera e tali che avrebbero atterrito .l’animo il più impavido, e accasciato l’ingegno il più gagliardo, un’orma gloriosa e incancellabile nella storia dell’arte dei canti e dei suoni.
Pensai agli istanti di scoraggiamento a’ quali spesso soggiacque nella breve, agitata e laboriosa sua vita; ai gravi e dolorosi disinganni; alle difficoltà quasi insuperabili in cui si abbattè nell’aspro e diletto cammino; pensai alle guerricciuole sotterranee, alle mene tenebrose onde amareggiarono l’animo suo sensibilissimo e gli invidiosi e impotenti serpentelli dei bassi .strati del mondo e della critica teatrale e gli emuluzzi suoi, sguaiati laceratoli di ben costrutti orecchi; e, mentre un fremito di ammirazione m’invadeva l’animo, mentre un senso indefinibile di devota tenerezza verso quel genio mi riempiva gli occhi di lacrime, mi corsero alla memoria le parole che egli scriveva al maestro Dolci, il 2 novembre 1841, da Milano:
«..... Eccoci al novembre, il tempo vola, ed io non fui che due giorni alla campagna di D. Gaetano Melzi. Fra giorni libero alla copia Padilla e penso a’ Viennesi... e così, di agitazione in agitazione, finché bien usés les pauvres compositeurs arrivent à la fin de cette existence... esperant toujours de plus bons jours, qui n’arrivent jamais... Allons, non diamo in sentimento, andiamo e tiriamo avanti».
Parole nelle quali l’uomo si palesa tutto intero, nelle quali scorre un brivido di mestizia, quasi un presentimento del tetro avvenire che lo incalzava e che doveva spegnere a quarantasette anni quel luminoso e sublime intelletto, e tre anni dopo disfare le membra leggiadre e gagliarde nelle quali, come splendida perla in splendida conchiglia, quel grande intelletto s’era annidato!
Questi ed altri simili pensieri mi occupavano, a quando a quando, la mente ieri sera, e mille volte un folle desiderio si impadronì di me e mi augurai Donizetti presente a quella festa del pubblico, acciocché vecchio, laudato, onorato, potesse vedere che aupauvre compositeur, morto sulla breccia, divorato, consunto dalla santa fiamma dell’arte, qualche cosa era sopravvissuto, qualche cosa sopravviveva, la fama, la gloria, il riconoscente affetto dei posteri... magra ricompensa, ma la più ambita dalle anime privilegiate, le quali, come quella di lui, a quel solo premio, a quel solo obiettivo tennero fisso, per tutta la vita, l’occhio sfolgorante delia mente divina!
Del Duca d’Alba, dei suoi pregi, del suo valore, delle sue bellezze e dei suoi difetti, assai più competentemente e più dottamente di me, parleranno i critici nell’arte musicale.
A me basterà rilevare qui che quest’opera, scritta quarantanni fa, e nella quale molti ieri sera avrebbero desiderato riscontrare maggior dottrina nell’istrumentale, maggior copia di astruserie metafisiche, apparve, nondimeno, a tutti, fresca, efficace, rigogliosa di vita drammatica, e tale da sembrare più consona al gusto presente del pubblico che a quello dei tempi nei quali fu dettata.
Potenza del genio donizettiano!...
Pensate voi che sarebbe avvenuto se il Duca d’Alba fosse stato rappresentato quarantanni fa, quando tanto differenti erano gli intendimenti musicali dei nostri padri da quelli di noi figliuoli e nipoti loro, scettici, rivoluzionarli ed anarchici?...
Il pubblico d’allora, alla presenza di questo spartito senza cabalette, senza rondò, senza gorgheggi, senza fioriture, alla presenza di questo spartito in cui, contrariamente a tutti gli usi inveterati, a tutte le secolari tradizioni, la musica si permetteva di rispondere all’idea drammatica, facendosi riflesso continuo dell’azione, avrebbe gridato, come gridò pel Don Sebastiano, al sacrilegio, alla profanazione!... apriti, o cielo!...
Oh potenza del genio donizettiano, il quale non fu soltanto precursore, ma divinatore altresì dell’arte nuova: Martino Lutero della riforma musicale, egli attaccò le sue tesi alla chiesa di Wittemberg, quando tutto il mondo venerava ancora come santi del suo paradiso il Cimarosa e il Paesiello, e giurava nel nome del Sommo Pontefice Gioacchino Rossini, e quelle tesi si intitolavano: Favorita, Maria di Rohan, Don Sebastiano!
Perchè - ormai... tanto già... son sulla via del bestemmiare, lasciatemi, dunque, lettori miei, bestemmiare a modo mio... Pasqua è vicina e, se ne sarà il caso, faro allora onorevole ammenda dei miei errori - perchè la verità e questa: e mi pare anche che sia giunto il momento di dirla a tutti i barbassori, a tutti i pedanti, a tutti i critici, i quali van fastosamente per la maggiore, perchè noi si va tutti, rimessamente, per la minore, perchè la verità è questa: che, cioè, in barba a tutti quei messeri, onde si compongono le Accademie, i Licei, i Conservatorii ed altri Tribunali presuntuosi ed inappellabili della scienza musicale, in barba a tutti quei messeri e ai loro decreti, non è punto vero che il Rossini sia stato tanto di sopra del Donizetti, non è vero: questi fu più eclettico, più comprensivo, più universale di quello e, per conseguenza, se non più grande di lui, almeno grande quanto lui.
Vorrei avere tanti marenghi in tasca quanti saran coloro che, leggendo questa mia coraggiosa eresia, sotto la quale poi sta la verità vera, si sentiran presi dal capogiro e invocheranno gli esorcizzatori perchè mi liberino dallo spirito malo, e quanti saran coloro che, per la più spiccia, mi daranno del matto, implorando dal Questore l’immediata applicazione della camicia di forza contro me, povero dissennato furioso!...
E perchè?...
Perchè è assioma ricevuto la sentenza contraria: perchè ci son cinquanta milioni di europei che asseriscono il contrario di ciò che asserisco io: e sapete voi perchè quei cinquanta milioni di valentuomini la pensino così?...
— Per profonde convinzioni, per studii profondi?...
— Macché! per profonda apatia, per desiderio di risparmiarsi la fatica di pensare col loro cervello; perchè così han sempre udito dire, perchè così la pensavano i loro padri, i loro nonni... ecco perchè.
Diavolo!... vivono tanto bene essi nella dolce e indole rate abitudine di credere, per fede, che il Rossini è assai più grande del Donizetti, che non vogliono neppur discutere la tesi contraria!
Badiamo veh!... non mi si attribuiscano opinioni che non ho espresso, non mi si faccia dire ciò che non ho detto: che sarei da tenere per pazzo da catena se negassi il genio del Rossini, se negassi l’importanza incalcolabile della sua grand’opera di rivoluzionario contro le vecchie forme, se negassi lo splendore e la sapienza della sua arte musicale!
Ma il Rossini è, per me, simile a Vittorio Alfieri; rivoluzionario finché vi furono i tiranni e finché la rivoluzione esisteva soltanto, come idea astratta, nel campo dei sogni e, come aspirazione irrequieta, in un cantuccio degli animi generosi; poi codino e spaventato dell’opera, alla quale egli stesso aveva lavorato, quando la rivoluzione apparve terribile e sanguinosa sul terreno dei fatti compiuti!
Il Donizetti, invece, fu il Danton di questa ribellione contro le vecchie scuole, contro i vieti ritornelli, contro l’Arcadia musicale: il Pesarese, come Domeneddio, dopo sette giorni, si riposò nella maestà dei suoi trionfi; il Bergamasco, invece, incalzato dall’ala poderosa della sua instancabile fantasia, incalzato dall’intuizione profonda del suo genio drammatico, comprese la legge del progresso continuo e, seguendo la voce della sua coscienza d’artista, che gli gridava, senza posa: cammina, cammina, dopo aver rivaleggiato col Rossini e col Bellini, mostrando di possedere, in grado uguale all’uno e all’altro, e la fiorita ed efficace sapienza del primo e la soave e melanconica inspirazione del secondo, sdegnoso di superstiziosi ritegni e di ceppi convenzionali, anelante continuamente a quell’ideale drammatico che aveva sempre veduto volteggiante, nell’aria, dinanzi ai suoi ocelli, come Macbeth il pugnale omicida, ma che mai aveva creduto di aver raggiunto nel grado invocato, nella misura desiderata, - e aveva scritto già Anna Balena, Parisina, Marin Faliero, Lucrezia Borgia e Lucia di Lammemnoor - si slanciò per una via nuova, per la quale, in Italia, si può dire che nessuno, ove se ne tolga lo Spontini, lo aveva preceduto e dal Poliuto, giunse al Don Sebastiano e al Duca d’Alba.
Rossini morì agli Invalidi, Donizetti cadde combattendo; quegli a sedere, questi camminando.
Come il vecchio Quinto Ennio che, per la profonda conoscenza delle tre lingue osca, greca e latina asseriva di possedere tre anime e si potrebbe aggiungere che le possedeva anche per avere dotato i Romani della epica, della tragedia e della satira, così Gaetano Donizetti mostro luminosamente di possedere tre anime musicali: la comica con l’Elixir d’Amore e col Don Pasquale, l’idillica con la Linda di Chamounix, la drammatica con la Lucrezia, col Faliero, con la Lucia, con la Bolena, con il Poliuto, con la Padilla con la Rohan, con la Favorita e col Don Sebastiano.
Niuno più di lui, soltanto il dolcissimo Bellini come lui, ebbe da natura viva e perpetuamente ricca la vena delle meste, fresche, affascinanti melodie, nelle quali l’anima sembra parlare un linguaggio che non è di questo mondo. Non v’ha opera sua, per quanto deficiente ed obliata, nella quale non vi sia qualche baleno luminoso di questa sua inspirazione divina, e dalla romanza del Furioso, Raggio d’amor parea, così riboccante di un indefinibile e mestissimo repetìo, all’altra Spirto gentil della Favorita, egli ha tale una collana preziosissima di siffatti diamanti, che non basterebbero tutti i tesori di Creso a pagarla adeguatamente.
Ma questo maestro, che è stato appellato e vien chiamato ancora dai predetti barbassori che van per la maggiore, un grande assimilatore perchè rivaleggiò col Rossini e col Bellini; ma questo maestro, che era così ricco di vena creatrice di melodie irresistibili; ma questo maestro, Teocrito nella Linda, Terenzio nell’Elixir e nel Don Pasquale, aveva annunciato, fin dal 1828, col famoso terzetto dell’Esule di Roma, del quale il Rossini stesso aveva detto che esso solo bastava a costituire la fama di un maestro, come in lui ruggisse l’anima drammatica di Schiller e questo maestro scrisse dieci opere in cui la filosofia della musica, per la prima volta in Italia - se se ne tolgano la Vestale e il Fernando Cortez dello Spontini, il Guglielmo Tell e il Mosè del Rossini - apparve drappeggiata nella sua veste umana, in tutto lo splendore della sua efficacia.
E, prima che le dottrine Wagneriane apparissero di qua dalle Alpi a insegnarci il dramma musicale, Gaetano Donizetti aveva scritto infinite pagine drammatiche la cui potenza non potrà essere diminuita per tempo che passi o per novità che si introducano nell’arte. Il solo stupendo e terribile terzo atto della Maria di Rohan, la sola romanza, La mère et l’enfant, basterebbero a dimostrare l’incontrastabile verità di questa asserzione.
A provare poi come la bestemmia, da me proferita, sia meno bestemmia di quel che, alla prima, possa sembrare, si dica, in verità quanti sono coloro che si divertono, in buona fede, oggi, alla rappresentazione dell’Otello, della Semiramide e dello stesso Guglielmo Tell, opere nelle quali, tranne qualche squarcio sublime, il gusto odierno del pubblico non trova più attrattive sufficienti a sottrarlo da quel grande pesatore delle produzioni musicali che si chiama la noia? All’infuori del Mosè - il vero capolavoro, per me, del Rossini - all’infuori del Barbiere, quante altre opere del Pesarese figurano presentemente nei repertori dei teatri italiani?
L’Anna, la Lucrezia, la Lucia, la Linda, la Rohan, il Poliuto, la Favorita e il Don Sebastiano e - meno spesso - altre ancora delle opere di Donizetti appaiono ognora sui cartelloni dei nostri teatri e attraggono, dilettano, appassionano sempre.... anche coi progressi vertiginosi fatti dalla musica ai giorni nostri.
Dunque?...
Dunque se vogliamo dire, tanto per dire, come di¬ cevano i nostri nonni e perchè lo dicevano i nostri nonni, che il Donizetti è un eclettico, un assimilatore, facile, spontaneo, fresco sempre, ma che non è un genio, diciamolo pure.... ma vi avverto che continueremo a dire delle grosse e imperdonabili corbellerie!...
- Roma, 21 marzo 1883.
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