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Meditazioni di un brontolone/L'odalisca della laguna

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L'odalisca della laguna (Rimembranze veneziane)

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L'odalisca della laguna (Rimembranze veneziane)
L'umanità di Beatrice Raffaello da Urbino
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L’ODALISCA DELLA LAGUNA

(Rimembranze Veneziane)

[p. 57 modifica]Immagine dal testo cartaceo

L’ODALISCA DELLA LAGUNA

(rimembranze veneziane)


C’è poeta, c’è romanziere, c’è scrittore di grido, nato di là delle Alpi, il quale, visitando questa terra dalle glorie immortali e dalle secolari sventure, questa terra dell’arte e dei carmi, questa terra dalla eterna verzura e dai tepenti profumi, questa terra dei morti... ormai resuscitati, non abbia cantato, scritto, parlato di Venezia, della bella Venezia, della melanconica, della languida, della voluttuosa Venezia?... E non soltanto hanno favellato di lei e della sua laguna e delle sue notti incantate coloro che la videro, ma anche quelli fra i grandi scrittori stranieri, i quali non poterono mirarla che attraverso alle altrui descrizioni. Lo Shakspeare, l’Ottavy, il Cooper, il Byron, lo Schiller, il Goethe, l’Hugo, il De Musset, il Gauthier, la Sand, la Staël e cento altri espressero la loro ammirazione per questa regina del mare, e consacrarono pagine immortali alle glorie e alle bellezze di questa Venere fra le città, secondo la frase [p. 58 modifica]di Marco Antonio Sabellio, ripetuta poi dal Byron, nota dalle schiume e dalle onde del mare.

E appresso ai grandi si assieparono i piccoli poeti, 1 rachitici scrittori, l’infinita turba dei servili e convenzionali imitatori che cantarono, su per giù, tutti sullo stesso tono, il raggio della luna, che guizzando nella laguna, illumina la gondoletta bruna: con abbominevole manierismo di ideuzze, di frasuccie, di concettali da costringere a sbattezzarsi qualunque fedel cristiano, che detesti le frasi fatte, le rime obbligate e le puerili imitazioni.

Figuratevi dunque con che cuore, con che desiderii, con che palpiti, il giorno 11 ottobre 1877, io salissi in un vagone del treno delle Romane che, dalla capitale, doveva condurmi a Venezia!

Per una strana combinazione, io che, militando nelle file dell’esercito e in quelle dei volontari!, avevo corso, da un capo all altro, tutta l’Italia, una sola delle grandi città italiane non avevo veduta mai, e questa città era Venezia.

Nel 1866, la divisione alla quale io appartenevo era giunta fino a Mestre per investire Marghera, quando sopravvenne l’armistizio: indi la mia divisione retrocedette a Brescia e neppure allora potei vedere e ammirare Venezia.

Per cui, piena la testa delle descrizioni senza numero che avevo letto intorno a questa città, potete immaginare se accettassi, con lieto animo, la nomina di professore di lettere italiane colà, nel Liceo Marco Foscarini.

E, chiuso in me stesso, ravvolgendomi nei miei [p. 59 modifica]pensieri, io mi accostavo alla laguna col cuore trepidante del giovine che va all’atteso, all’invocato primo colloquio colla donna lungamente vagheggiata.

Alle sei antimeridiane del giorno 12 - c’era una nebbia che si poteva tagliare col coltello - il treno passava sul ponte della laguna e pochi minuti dopo io scendevo alla stazione di Venezia.

Un facchino mi condusse, pel grandioso ponte di Canarreggio e per la nuova via Vittorio Emanuele e quindi per le straduccie della Merceria, all’albergo della Pension Suisse, dove mi cambiai d’abito e donde ammirai il Canal Grande, ancora immerso nella nebbia che, col sorger del sole, cominciava a divenire rosata, e attraverso la quale io scorsi il grandioso tempio della Salute, che si eleva di mezzo all’onde, di fronte allo albergo.

Quella colossale chiesa di stile barocco acquistava una certa leggerezza, una tal quale eleganza di linee in mezzo alla nebbia e all’acqua che non rendevano per nulla pesante e odioso il suo barocchismo. Più in là vidi disegnarsi, confusamente, la Giudecca, l’isola di S. Giorgio e, in fondo alla riva degli Schiavoni, la cupa verzura del Lido.

Il sole era ormai sorto e cominciava a dissipare la nebbia. Uscii coll’animo in sussulto, in preda a nuove e strane emozioni per la piazza di S. Moisè - dove provai un senso di terrore alla vista di quella chiesa orrendamente barocca - entrai nella stupenda, nell’ammirabile piazza di S. Marco e un grido di entusiasmo mi sfuggì, mio malgrado, dalle labbra, e un torrente di esclamazioni, emesse, senza accorgermene, ad alta [p. 60 modifica]voce, esprimeva l’indicibile meraviglia onde io ero compreso dinanzi a quello spettacolo sublime, che vinceva qualunque potente e poetica descrizione.

La stupenda armonia delle linee di quei tre splendidissimi edifici che sono S. Marco, le Procuratie Vecchie e le Nuove, dal cui stile, così differente e opposto, risulta un insieme architettonico così imponente e leggiadro ad un tempo, così elegante e così maestoso, fece provare all’anima mia un diletto che mi sarebbe assolutamente impossibile definire e descrivere.

Rimasi estatico, immobile, stupefatto, fuori di me, fuori del mondo, sì... fuori del mondo, perchè io mi credevo trasportato in Oriente, nelle regioni delle fate, e non m’ero menomamente avveduto dei sette od otto ciceroni, che mi avevano contornato e mi offrivano i loro servigi, per spiegarmi, automaticamente ed erroneamente, la storia di tutti quei tesori dell’arte, dei quali le loro anime volgari non potevano sentire, come io profondamente ne sentivo, tutte le squisite bellezze.

Scacciai, con parole ferocemente romanesche, quegli importuni profanatori del culto che, in quel momento, io tributavo alle più stupende manifestazioni della divina arte italo-greca e rimasi solo, immerso in quella muta ed estatica contemplazione.

Ho detto muta: ma ho detto male, perchè, di tanto in tanto, le parole: Quale bellezza!... Quale grandezza!... Quale splendore!... pronunciate ad alta voce, da qualcuno vicino a me, mi percuotevano l’orecchio, senza distrarmi, anzi tuffandomi di più in quella ammirazione; e il qualcuno, che pronunciava quelle parole, era proprio io!

La leggiadra serenità, la elegante irregolarità, la [p. 61 modifica]capricciosa varietà di quella miracolosa facciata di San Marco, mista di nere colonne e di dorati mosaici, resi più sfolgoranti dalla luce del sole: gli enei e maestosi cavalli, le snelle e graziosissime aguglie dei piccoli campanili, le cupole ricordanti gli orientali minareti, tutta quella meravigliosa profusione di linee affascinanti e di lussureggianti colori, offrono all’occhio uno spettacolo così imponente, così straordinario, onde si prova un diletto, una emozione, un’ammirazione che si sente profondamente, perennemente, ma che è impossibile ridire.

E tutti questi pregi inenarrabili della stupenda facciata della basilica sono messi maggiormente in rilievo dalla austera e maestosa bellezza del Palazzo reale, a linee regolari, limpide e finite di stile romano purissimo; e dalla eleganza insuperabile, dalla leggerezza indescrivibile del Palazzo dello Procuratie, saggio supremo di ciò che potesse la leggiadra fra tutte le architetture, la lombardesca del cinquecento. Confrontando la imponente, eppure avvenente gravità dell’architettura del Sansovino, colla facciata delle Vecchie Procuratie di Pietro Lombardo, le cui linee, le cui colonne, le cui finestre sono talmente leggiere, che sembrano, non edificate in un muro, ma intagliate nella carta, così che si può temere, per un momento, che un buffo di vento s’abbia a portar via quell’aereo edifìcio, confrontando, dico, quei due miracoli d’arte architettonica, meglio è dato apprezzar le grazie e le bellezze dell’uno e dell’altro stile.

Ma io ero destinato a passare di meraviglia in meraviglia. Dopo di essermi inebriato lungamente nella contemplazione di quei portenti, lasciai alla mia [p. 62 modifica]destra il forte e snello campanile, mi accorsi appena della eleganza della loggietta, e dei bronzi, e dei bassorilievi bellissimi del Sansovino, ed entrai nella piazzetta dove la loggia di quest’architetto, detta la Biblioteca, essendo dello stesso stile del palazzo reale sulla piazza San Marco, ma essendo a un ordine solo, mentre l’altro è a doppio ordine, apparisce più elegante, più leggiera, più pura ancora dell’altro edificio e fa mirabile contrasto col palazzo dei Dogi, altra gloria, altro portento dell’arte architettonica, costrutto senza stile preciso e senza regole prefisse, misto d’arabo e di bizantino, eppure elegantissimo e superbo edificio, l’arditezza delle linee del quale supera ogni umano concepimento e fa rimanere assolutamente estatico e stordito chi lo osservi per la prima volta.

Quella specie di mosaico bianco e rosso onde sono intarsiate le due facciate del palazzo, quella specie di festoni a merletto che incorniciano goticamente la cima dell’edificio, danno a questo singolare palagio un’impronta così bizzarra, così originale, così nuova, che incancellabile è la impressione che se ne riceve, e profonda la venerazione che desta il nome di Filippo Calendario, ideatore di questo prodigio di architettura, il cui cortile, la cui scala e la cui terza facciata, dalla parte del ponte dei Sospiri, costrutta sullo stile del rinascimento, sono esse pure altrettante straordinarie e non mai abbastanza lodate bellezze.

E poi, a tutte queste meraviglie dell’arte, ecco aggiungersi quelle della natura, e, dal molo e dalla riva degli Schiavoni, ecco presentarsi al mio occhio stupito il panorama della laguna, illuminata dai raggi di un [p. 63 modifica]fulgido sole, e circondante, colle sue acque calme e verdastre, le isole della Giudecca, di S. Giorgio, degli Armeni, e protendentesi fino ai murazzi da un lato e fino al gradevole e verdeggiante sfondo del Lido dall’altro.

Io ero stordito, stupefatto, intontito addirittura, e disceso in una gondola gridai al barcaiuolo: - Conducimi pel Canal Grande.

E allora uno spettacolo più meraviglioso - se pure è possibile - di quelli offertisi fin lì ai miei occhi, mi si para dinanzi.

Io mi trovo in mezzo alla più grande, alla più singolare, alla più bella strada del mondo.

E una strada sulla quale non si pammina a piedi o in carrozza, come su tutte le altre strade: è una strada d’acqua, sulla quale si scivola con una gondola silenziosa, una strada fiancheggiata da una sequela di palazzi o severi e melanconici, o superbi e maestosi, o elegantemente snelli e ridenti, che, come per incanto, come nei racconti delle Mille e una notte, sembrano sorgere, anzi sorgono fuori dall’acqua verdognola.

Qui tutti gli stili architettonici sono rappresen dato convegno tutte le scuole a far mostra di quanto possa ciascuna di esse.

Dal bizantino al barocco, dall’arabo al rinascimento, dal romano al lombardo, dall’archi-acuto all’ogivale, tutte le grazie e le movenze dell’architettura qui sono rappresentate; ogni stile ha qui il suo modello; ogni scuola ha il suo esemplare; è il più splendido trattato di architettura che, da Vitruvio a Palladio, sia stato immaginato; un trattato vivo, parlante, lucente di marmi, [p. 64 modifica]di colonne, di linee, di fregi, di colori, elio costringe chiunque abbia un briciolo di senso estetico nell’anima, a gridare, a urlare di meraviglia, a sentirsi commosso fino alle lacrime, a provare tutto l’orgoglio dell’esser nato italiano....

Dal palagio squisitamente leggiadro dei Contarini-Foscari a quello Giustinian, disegno del Longhena, stile della decadenza, dal superbo palazzo Grimani, del Sanmicheli, a quel miracolo di sveltezza, di eleganza, di ricami, che è la Cà d’oro; dal barocco eppur magnifico e grandioso palazzo Pesaro all’ondeggiante e delicato arabo bizantino del Fondaco dei Turchi, io passai di bellezza in bellezza, di meraviglia in meraviglia, di esclamazione in esclamazione,‘gridando:

— O Venezia, sei pur grande; sei pur bella, o Venezia ! O voluttuosa, o leggiadra, o affascinante odalisca orientale, mollemente sdraiata sul lito italico, io ti saluto, ti ammiro, ti benedico!...


Quante volte io, nei primi giorni di mia dimora a Venezia, solcassi e risolcassi, sulla gondola, quell’incantevole Canal Grande, io non saprei davvero ridire; come passai, tutti i giorni, ore ed ore su quella stupenda piazza San Marco, su quella divina piazzetta, osservando tutti quegli splendidi monumenti al levare e al cadere del sole, sul meriggio e sotto i pallidi raggi della luna, provandone sempre nuovo diletto, sempre indicibili sensazioni di arcana e incomprensibile voluttà, non starò qui a riferire.

[p. 65 modifica]E, in mezzo all’entusiasmo, onde era compreso l’animo mio per quelle sovrane e non mai viste bellezze, io era, nondimeno, riserbato a nuove e maggiori meraviglie, dinanzi a tutti gli altri prodigi di architettura moderna, onde è ricca, a profusione, la regina della laguna.

E ora mi era necessario fermarmi a lungo, estatico, dinanzi a quella ammirevole perfezione e semplicità elegantissima di linee, del più puro rinascimento, che è la facciata della chiesa di San Zaccaria; ora io ero costretto starmene ore ed ore contemplando quel trionfale sepolcreto che è l’interno della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, nella quale diecisette o dieciotto monumenti, alcuni veri modelli di rara bellezza, tutti poi pregevoli, qualunque sia la scuola e lo stile che rappresentano, attraggono gli sguardi attoniti di ogni spettatore cui il cinico putridume del secolo scettico e beffardo non abbia sradicato il senso del bello dall’anima.

In quei mausolei, in quei monumenti non è scolpita soltanto la storia dell’arte scultoria e dell’architettura dal rinascimento alla decadenza del secolo xvm, ma, a brani salienti, anche la storia callida, e gloriosa della Repubblica veneziana, quattordici dogi della quale, dal Morosini (1382) al Valier (1665), dormono sotto quei storiati e leggiadri marmi.

A me piacquero, fra tutti quei mausolei, e continuarono ad attrarmi, ad intervalli, entro quel piccolo Panteon, colla rimembranza, ognor calda, della purezza del loro disegno, della delicatezza delle loro linee, della elegante leggerezza del loro insieme, quelli del doge [p. 66 modifica]Piero Mocenigo, opera squisita di Pietro e Tulio Lombardo, del doge Andrea Vendramin, ricca e maestosa opera di Alessandro Leopardo - se pure è vero che quel monumento di tanta finitezza sia del Leopardo e non dei fratelli Lombardi - e l’altro, fine, puro e di squisita morbidezza del doge Niccolò Marcello, attribuito anch’esso a quel valoroso e delicato artista che fu il Leopardo suddetto.

Ma queste bellezze, queste attrattive dell’interno della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo impallidivano agli occhi miei, dinanzi alla fantastica serenità delle linee che presenta la incompleta facciata di quel tempio, altro modello incantevole dello stile lombardesco.

Quale vaghezza!... quale semplicità!... quale volatilità in quelle linee, che sembrano sfumate colla matita anziché solide di mattoni e incrostate di marmi!... E come è stupendamente completa quella meravigliosa facciata incompleta!...

E, vicino ai SS. Giovanni e Paolo, quel miracolo di chiesuola, che è la chiesa della Madonna dei Miracoli; snella, limpida, sfolgorante, le cui pareti esterne sono ricche, nella loro aurea semplicità di linee, di splendidi marmi, quale ammirazione non mi destava nell’anima?

Non so perchè, ma tutte le volte che io passava dinanzi a quella chiesa veramente portentosa - e vi passavo due volte al giorno, per andare a dar lezione dall’Istituto tecnico al Liceo Marco Foscarini - mi correvano, quasi mio malgrado, alla memoria quei versi del divino:

Il secol primo come oro fu bello:
Fe’ savorose, per fame, le ghiande
E nettare, con sete, ogni ruscello!

[p. 67 modifica]Evidentemente, la massima semplicità di linee di quella cliiesetta mi riportava, per associazione di idee, all’aurea semplicità di vita dei primitivi cristiani!

Se dalle nostre sensazioni, se dalie nostre impressioni, si potesse dedurre la verità di una teoria, io mi sarei, in quei momenti, più che mai confermato in quella che, da lungo tempo, mi son creata fra me e me, per mio uso e consumo, che il sublime, cioè, sta 7iel semplice; teoria che, così, a prima vista, potrà sembrare a tutti i maestri di rettorica e di estetica, seguaci devoti di Quintiliano e di Longino, una pretta e mera eresia, o, tutt’al più, un assurdo, o, almeno almeno, una contraddizione in termini, e che io nondimeno mi assumerei il carico di dimostrare non, essere altro che una semplice, pura e modesta verità, di quelle di cui, come dell’uovo di Colombo, dopo che sono state dimostrate, si comprende come non fosse punto necessaria la dimostrazione.

Ma a che dilungarmi nel riferire le impressioni di meraviglia, le sensazioni di stupore che chiunque abbia animo gentile dovrà prova.re e che io provai continuamente, per quindici giorni, per un mese, per due, per sei, dinanzi agli infiniti portenti di linee, di curve, di colonnine, di fogliami, di arabeschi, di archi acuti, di ogivali onde è così ricca, ad ogni angolo, ad ogni svolto di via, ad ogni cantonata, la lussureggiante, .caratteristica, insuperabile architettura veneziana, dalle caste e finissime linee lombardesche dello splendido coro della umile facciata e di S. Giobbe, al disegno puro, delicato del rinascimento della chiesa dei Greci, dalla severa e, ad un tempo, leggiadra scuola di S. Rocco [p. 68 modifica]alla greca ed elegante mistura degli stili dorico, ionico e composito del magnifico palazzo Tiepolo?

Dalla opulenta dimora del vecchio patrizio all’umile casipola dell’oscura calletta, da per tutto, a Venezia, si scorge una linea perfetta, una finestra fatta con garbo artistico, un arco di una porta disegnato con buon gusto; si scorge, da per tutto, quella che io, per intelligenza mia, dei miei amici e dei miei discepoli, chiamavo la linea artistica: e assai maggior spazio di quello consentito a questo breve riassunto di modeste rimembranze, buttate giù, in fretta e furia e alla buona, occorrerebbe per discorrere partitamente e convenientemente di tutte le meraviglie architettoniche di Venezia: occorrerebbe un grosso volume, nel quale, fra le altre belle cose, io potrei provare la verità della teoria, per suo uso e consumo, messa fuori da quel diletto amico e quasi fratello mio, da quel vero e gentile artista che fu Alberto Mario, teoria della verità della quale io sono profondamente persuaso, e che è questa: lo sporco a Venezia è colore!

E qui, poiché la parola colore mi è venuta sotto la penna, dovrei narrare, per filo e per segno, tutti gli empiti di lirismo provati, per mesi e mesi di seguito, in quelle chiese veneziane, per la maggior parte così belle per la loro architettura - e nell’interno della scuola di S. Rocco, e nelle sale del Gran Consiglio, dello Scrutinio, del Senato, del Collegio, delle quattro porte e nelle altre molte di quel portentoso ritrovo di Fate, che è il palazzo dei Dogi, e nelle numerose sale dell’Accademia di Belle Arti, dove l’onnipotente colorito della famosa scuola veneziana mi si parò innanzi in [p. 69 modifica]tutto lo splendore della sua iride infinita, con tutti i fascini della sua tavolozza multiforme e inesauribile.

I tesori di pittura elle accolgonsi in quelle sale, in quelle chiese, e che, a descriverli non dico, ma ad accennarli, ad uno ad uno, richiederebbero anche essi un grosso volume, sono cosi abbondevoli e cosi stupendi che non so proprio come si potrebbe fare a non restarne commossi ed ammaliati.

È vero che tutti quei codini della scuola veneta non dipingevano che santi, madonne, risurrezioni, passioni, crocifissioni, assunzioni ed altre simili favolette e leggende religiose e cattoliche, ed è vero altresì, per conseguenza, che gli occhi e l’intelletto d’un moderno il quale, per giunta, la pretenda a progressista - non dovrebbero lasciarsi prendere all’esca di simili fanfaluche, comecliè le appaiono felici nel disegno, larghe nella composizione, addirittura stupende e meravigliose - sarà doloroso per alcuni, ma bisogna confessarlo nel colorito.

Ma tant’è: io - che appartengo, e non da oggi e non a chiacchiere soltanto, al partito del progresso - in certe cose, lo confesso e non me ne vergogno, sono codino.

Fino a che certi novatori moderni, naturalisti, avveniristi e che so io, non sapranno offrirmi altro saggio della loro sapienza artistica che imprecare beffardamente ed asinescamente, pei caffè o su pei giornali sgrammaticati della critica petroliera, contro l’idealismo e il manierismo di Raffaello, di Michelangelo, di Guido Reni, di Masaccio, di Leonardo, del Tintoretto e del Tiziano, e fino a che non sapranno offrirmi, per prova della loro valentìa - giacche non basta strepitare: [p. 70 modifica]gli antichi han fatto male: bisogna far meglio di loro — altro che sgorbi biasimevoli per la scorrettezza del disegno o per le tinte indefinibili, impossibili del colorito, di nuova e privilegiata loro invenzione, io resterò in arte codino, e rimarrò sempre estatico e commosso dinanzi a’ prodigi del Tiziano, del Tintoretto, di Leonardo, di Masaccio, di Guido, di Michelangelo e di Raffaello.

E quando codesti novatori, naturalisti, avveniristi e che so io, avran fatto essi pure delle cose stupende in arte, nelle quali il vero sia vero e non contorsione del vero, nelle quali gli uomini siano uomini, coi muscoli, con le vertebre, con le membra che loro ha dato madre natura, e nelle quali i colori sieno tali quali emanano dalla luce sulla terra, quando, insomma, avran fatto dei quadri come la Tentazione di S. Antonio del Morelli e delle statue come lo Jenner del Monteverde, allora io farò loro tanto di cappello e resterò ammirato dinnanzi alle opere loro; ma continuerò ad essere ammiratore entusiasta di Raffaello e di Michelangelo, di Masaccio, di Guido Reni, di Leonardo, di Tiziano e del Tintoretto.... ma allora avrò anche il piacere di aver al mio fianco, ammiratori entusiasti di quei grandi, anche i signori novatori, naturalisti, avveniristi, i quali avran studiato e si saranno convinti che fra il dire.... grosse buscherate e il fare.... capo-lavori, c’è di mezzo il mare.... pieno di scogli, di vortici, di sirti, oltre il quale pochissimi giungono, e nei gorghi del quale i più miserabilmente affogano.

Io invece, che ho il debole del codino, me la godevo un mondo ad aggirarmi continuamente per quelle sale, [p. 71 modifica]a sedermi, per esempio, dinanzi all’Assunta del Tiziano, e dinanzi alla Crocifissione del Tintoretto, due quadri giganteschi, due capolavori, due potenti drammi della vita reale, espressi coi colori più iridescenti onde sia mai stata ricca la natura, e a starmene lì a contemplarmeli, a gustarmeli, ad assaporarmeli.

Si tratta di un vero tesoro o raccolto e classificato a diademi, a monili, a collane, o disperso e sparpagliato, un gioiello qua, un diamante là, una perla da un’altra parte; si tratta di una propria e vera fantasmagoria, di un barbaglìo continuo, di un lucicchìo perenne, die vi fan passare dinanzi tutte quelle figure smaglianti, tutti quel quadri animati, tutti quei veri capo-lavori, dalla severa vigoria di Giorgione alle delicate Madonne dei due Bellini, dalla pompa sontuosa del Veronese alla viva freschezza del Tiziano, dalle tremolanti marine del Canaletto ai gloriosi ardimenti del Tintoretto, di questo vero gigante della scuola veneziana

Che sovra tutti come aquila vola.

Là, l’uno appresso all’altro, sfilano dinanzi allo stupefatto ammiratore i quattro Bassano, Cima da Conegliano, il Padovanino, i due Palma, il Pordenone, il Tiepolo, lo Schiavone, Bonato Veneziano, Giovanni e Martino da Udine, e venti altri valenti discepoli di questa vittoriosa ed immortale scuola veneta.

È una inestimabile mostra retrospettiva che ci presenta la storia pittorica di questi tre secoli di arte in mezzo alla più variata profusione di tinte, in mezzo alla più sfrenata orgia di colori, in mezzo ad un oceano scintillante di luce....

[p. 72 modifica]Felice chi può vedere questa stupenda epopea pittorica, comprenderne tutta la grandezza, ammirarne tutto lo splendore!...


Ma, oltre questa Venezia monumentale, artistica, orientale, io vidi, per le piccole calli, per i frequenti sotto-porteghi, per le numerose salizzade, per gli infiniti campieli, la Venezia tradizionale, viva, parlante, vera e palpitante di anima e di moto: la Venezia di Pantalone dei Bisognosi e di Sior Todaro Brontolon, di Rosaura e di Fiorindo, delle Donne curiose e delle Donne morbinose, la Venezia dei negozianti e delle ore piccole, delle caratteristiche baruffe e degli infiniti pettegolezzi; la Venezia insomma, che, tale quale ce la lasciò ritratta, nei suoi molteplici e variopinti aspetti, la mano maestra di quell’immortale pittore di genere che fu Carlo Goldoni, oggi ancora, dopo un secolo, precisamente uguale si conserva. E ciò prova, fra le altre belle cose, quale piccolo, sciocco e povero verista fosse quel meschinello di Carlo Goldoni suddetto, in tempi in cui l’America... cioè il verismo, non era ancora stata scoperta dai Cristofori Colombi in ritardo, onde cosi abbonda l’età nostra, in un’epoca, in cui, nondimeno, i grandi artisti sapevano ritrarre il vero e lo introducevano nei loro capo-lavori, ai quali quel sapiente verismo appunto, non spampanato idiotamente su pei boccali di Montelupo e su pei giornali sgrammaticati della critica petroliera, ma sapientemente svolto ed applicato, assicurava l’immortalità.

[p. 73 modifica]Appena io cominciai ad aggirarmi per quella intricata e stretta rete di calli, die estendesi da S. Giovanni Grisostomo a S. Luca; appena cominciai a trovarmi in contatto con la minuta borghesia e col popolino, che formicola, da mane a sera, per quelle viuzze; appena ebbi stretta relazione col sior Bepo el Spizier in campo San Bartolomio, ed ebbi chiacchierato con Nane el gondolier e con Zaneto el frutariol e con siora Marineta e con so neza e con Marietta e Liseta sua rispettiva cameriera e serva, io mi raccapezzai subito e mi parve di essere in città a me non nuova e in mezzo a gente di mia conoscenza.

Il silenzio che regna in quelle strette, tortuose straduzze, mai rotto dal fragore delle ruote di una carrozza o di un calessino scorrente, quella specie di mestizia che emana da quel silenzio e dalla vista continua di quell’acqua bruna e verdastra, apparentemente immobile, nei canali; la singolarità del contrasto che risulta da quella mesta quiete e dal sapersi vivente in una grande e popolosa città; la caratteristica disposizione delle botteghe per la quale accanto ad un orefice, le cui vetrine brillano d’oro e d’argento, tu trovi il friggitore che ti ammorba con l’odore poco gradito del suo olio soffritto, e vicino al grosso negozio di stoffe vedi il piccolo venditore di rape e verze, tutto ciò, dico, potrebbe concorrere a rendere poco gradito o triste e oppressivo il soggiorno di Venezia per chi va ad abitarvi da Torino, da Milano, da Roma.

Ma quel silenzio è allegrato dal continuo cinguettio, dalla parlantina perpetua delle comari, che numerose o graziose, e spesso anche vezzose, ingombrano le calli [p. 74 modifica]e i campielli; e sulle labbra delle quali, come eco lontana di musica orientale, risuonano le dolci e soavi cadenze del molle dialetto veneziano; ma quella melanconia, che spira dai canali, è spesso rotta dal gradevole canto o dalle vivacissime contese dei barcaiuoli e dei gondolieri e tutta quella svariata, curiosa e caratteristica amalgana di illustre città e di piccolo villaggio, di cose grandiose e di cose meschine, di comodi cittadini e di inconvenienti da paesetto, dà a Venezia una impronta così singolare, una fisonomia così speciale, un aspetto così nuovo e meraviglioso da rendere quella città piena di gradite sorprese pel forestiero e ricca di inattesi allettamenti.

Il progresso è penetrato a Venezia di sbieco e non è riuscito a cambiare radicalmente la fisionomia, i costumi della città, e guai al giorno in cui questi usi, queste tradizioni, questa fisionomia potessero essere dal progresso mutate: - Venezia diverrebbe forse più ampia nelle via, più comoda nelle comunicazioni, più modernamente fastosa nei negozii, nei caffè, nelle esteriori civetterie... ma non sarebbe più Venezia; sarebbe una città piena di lusso e di così detta civiltà, come tante altre, ma non sarebbe più la città singolare nelle sue bellezze e nei suoi difetti, originale nei suoi canali e nelle sue calli, speciale nella sua architettura e nelle sue costumanze, unica insomma nella sua mezzo greca e mezzo orientale, mezzo medioevale e mezzo moderna, mezzo mercantile e mezzo signorile, eppure tanto attraente e tanto ammirabile fisonomia.

Per conseguenza, aH’infuori di piazza S. Marco, della Frezzeria, della Merceria e della nuova via Vittorio [p. 75 modifica]Emanuele e di poche altre località, dove la civiltà ha portato una eleganza e un fasto che non esistevano certamente, nella misura di oggi, ai tempi descritti dal Goldoni, in tutto il resto della città, l’aspetto degli uomini e delle cose è ancora, su per giù, tale quale ce lo ha lasciato ritratto, negli immortali suoi quadri, l’immortale commediografo veneziano.

E io ho potuto conoscere fra i mercanti di quella città vari Pancrazii e vari Pantaloni, un po’ burberi, ma in fondo buoni, assai economici nell’azienda domestica, laudatori dei tempi passati e padri di Fiorindi e di Lelii, un po’ scapati, un po’ leggeri, un po’ vacui, un po’ cascamorti, e magari un po’ giuocatori: ovvero padri di Po saure e di Beatrici, più o meno belle, oneste e bene educate, un po’ vanerelle, talvolta un po’ civettuole e tutte, indistintamente, in perpetuo, alla caccia di uno straccetto di marito.

E ho conosciuto più di un Todaro Brontolone e moltissime donne morbinose e moltissime Coralline, cameriere vispe, assestate, aggraziate e furbe... furbe maestre di ogni malizia... e ho conosciuto pure qualche Tof folo Marmottina... insomma, io ho spesso, nella mia dimora di due anni in quella città, e in molte parti di essa, rinvenuto tale quale il Goldoni ce l’ha descritta la gentuccia di quel popolo svegliato, complimentoso, chiacchierone, un po’ indolente, un po’ molle, un po’ curioso, ma tutt’insieme cordiale, servizievole, giovialone e buono, buono poi... perchè - senza far torto a nessuna fra le popolazioni delle varie regioni della penisola è giusto dirlo altamente, il popolo veneziano è il più mite e dolce, per indole, di tutta Italia. [p. 76 modifica]Certo, le innumerevoli attrattive che offre il soggiorno di Venezia ai suoi visitatori debbono essere talvolta pagate a caro prezzo: perchè non è tutto oro quello che luce nella vita veneziana e, in mezzo allo svago ed al diletto che la speciale costruzione e le speciali costumanze della città offrono al forastiero, vi sono delle noie inevitabili che mon possono non riuscire, di quando in quando, in un lungo soggiorno, gravi ed affannose per chi non nacque in riva alla laguna.

Quel clima tepido e dolce riesce talvolta soffocante e sfibrante... specialmente quando spira il famoso scirocco... il nemico più temuto e più detestato dei veneziani e contro il quale essi, generalmente, adottano un solo rimedio: raddoppiano, triplicano le loro già abbondanti e quotidiane libazioni di ottimo caffè... perchè Venezia è la sola città d’Italia dove si beva caffè eccellente da per tutto e a prezzo assai mite.

Oltre lo scirocco, che talvolta eccita proprio l’umor nero e melanconico, si stendono nell’inverno su Venezia e nella laguna certi nebbioni, che i veneziani, alla latina, chiamano caligo, e che esercitano sui nervi un certo effetto così sfibrante e deleterio da prostrare le forze fìsiche e morali anche del gigante Golia... prima che ricevesse in fronte la sassata dell’ebraico Balilla.

A Venezia si vive in piazza S. Marco; tutta la vita commerciale, industriale, politica, amorosa e sociale si fa in piassa; nei sette o otto piccoli elegantissimi e frequentati caffè che la fiancheggiano, negli splendidi e ricchi negozi di oreficeria, di ceramica, di beile arti, di mosaici, di tessuti che adornano i portici delle vecchie [p. 77 modifica]e delle Nuove Procuratie, e sui lastroni eli quella stupenda e meravigliosissima piazza.

Quando piove, i veneziani e le veneziane i spasegia, sotto i porteghi delle Procuratie; e si affastellano gli uni su gli altri, entro i caffè Florian, Quadri, Aurora, Specchi, ecc.; quando fa bel tempo, uomini e donne i spasegia per la piazza e i se spenze fino alla piazzetta, e i più audaci fino al molo; poi, dopo aver girato su e giù trenta o quaranta volte, i se asseta sulle sedie infinite che, dinanzi a infiniti tavolinetti, rigurgitano fuori dai caffè suddetti, lunghesso i portici delle due Procuratie.

Avete un affare con un commerciante, con un banchiere?...

I se vedaremo in piassa, ciò.

Incontrate un amico che v’invita a una cenetta?...

Vedemose stasera in piassa,, ciò.

C’è una riunione politica, una dimostrazione?...

Se trovaremo in piassa, ciò.

I giornali? le notizie? i dispacci politici? quelli della Borsa?...

In piassa, ciò.

Volete vedere la fanciulla dei vostri pensieri? O la diletta d’altrui sposa a voi cara, di cui non avete, da ventiquattr’ore, notizia?...

Andè in piassa e la vedarè de seguro.

Però la vita di piazza S. Marco si distende anche ne’ suoi dintorni, cioè a dire nelle birrerie Bauer e Breher e nelle trattorie del Cavalletto, di S. Moisè e di S. Gallo e nel caffè dal Giardinetto Beale in primavera e in estate: in questi luoghi adiacenti alla piazza, [p. 78 modifica]rifluisce, a certe date ore, parte della vita veneziana; dalle dieci o dieci e mezzo di sera fino alle due dopo mezzanotte, là riparano molti veneziani, in specie gli uomini, a bere dell’ottima birra o a bere dell’aspro e acidulo vino, più o meno Polesella, più o meno Verona, e a mangiare una dozzina di ostriche o un risotto coi peoci.

Perchè non c’è forse paese in Italia in cui più numerose e allegre si formino le comitive e nel quale più facilmente protraggami le serate e le nottate facendo giungere, in quella specie di infingarda beatitudine, le ore che i veneziani chiamano piccole, cioè le due, le tre del mattino; al che, dal maggio all’ottobre, concorrono in special modo le bellissime notti lagunari con certi effetti prodigiosi di luna per i quali si è costretti, quasi senza volerlo, a rimanere immobili, sulle seggiole dei caffè, che sono tutti aperti, continuamente, giorno e notte, immersi nella contemplazione di tutte quelle bellezze d’arte incorniciate in un fondo azzurro cupo di cielo orientale e illuminate fantasticamente dalla scialba luce della luna biancastra...

Si è, insomma, trasportati in un mondo immaginario; si sogna ad occhi aperti, si è in preda a un continuo rêve, dal quale si desidererebbe di non scuotersi mai!... e si mormora, quasi indistintamente, quasi inconsciamente:

— O Venezia, sei pur grande, sei pur bella, o Venezia! 0 voluttuosa, o leggiadra, o affascinante odalisca orientale, mollemente sdraiata sul lito italico, io ti saluto, ti ammiro, ti benedico!...