Meditazioni di un brontolone/Mario e i Cimbri - Silla
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MARIO E I CIMBRI - SILLA
(IL PRIMO E L’ULTIMO DRAMMA DI P. COSSA)
Fin dal 1858 Pietro Cossa, nel cui petto si agitava, fino da allora, quasi inavvertito, il sentimento ingenito dell’arte, aveva condotto a termine una tragedia, che egli intitolò poema drammatico; Mario e i Cimbri. Fu il primo suo lavoro teatrale e, guardate destino, l’uomo che aveva principiato con Mario doveva finire con Silla; quasi che, percorso un ciclo glorioso, scritti quattordici drammi, e tornato al punto donde era partito, la morte, invidiosa della sua fama, strappandolo alla terra, innanzi tempo, avesse pensato, come le serpi amiche al divino poeta nel canto xxv dell’Inferno:
. . . . . .i’ non vo’ che più diche.
Ad ogni modo resta il fatto che il poeta romano ebbe sempre dinanzi agli occhi le ombre gigantesche di quei due grandi, che incarnarono, in sè, i due principi oligarchico e democratico, sempre in lotta, fra loro, nell’ultimo secolo della repubblica. Li ebbe sempre dinanzi agli occhi e li carezzò con la sua fantasia e li vagheggiò come tipi ideali, riassumenti in se stessi, la forza, la gagliardia d’animo, gli ardimenti generosi, l’astuta politica, i vizi, le virtù, la grandezza e lo splendore di quel popolo poderosissimo onde essi furono grandi e avventurati capitani, onde noi siamo, un po’ degni e un po’ degeneri nipoti.
Dopo avere ritratto Mario, il rude ma audacissimo parlatore, il povero figlio della plebe, non per virtù delle immagini dei maggiori, ma pel suo valore, per la adamantina sua tempra, per l’altissimo suo militare ingegno assunto all’onore di sette consolati, onore che, solo, ei conseguì, fra tutti i romani dell’epoca repubblicana; dopo avercelo mostrato rintuzzatore dell’invidia di Lutazio Catulo e dei patrizi, sapiente e fortunato vendicatore delle tante sconfitte toccate dai Romani per opera dei Cimbri e dei Teutoni sulle rive del Rodano; dopo avercelo delineato rigidissimo, di ferrea disciplina osservatore, del proprio valore baldanzosamente altero, dalla tormentosa cupidigia degli onori agitato, Pietro Cossa cede all’impeto che lo sospingeva, da gran tempo, a presentarci Silla, l’emulo profondamente callido, sottilmente avveduto, gagliardamente fiero, del vincitore di Giugurta e dei Cimbri, Silla, di cui è difficile dire se maggiore fosse la irremovibile ferocia dell’animo o l’altezza della mente, la sfrenata dissolutezza o l’insaziata ambizione.
Dire di questi due grandi qual fosse più grande sarebbe ardua cosa: e un tale parallelo richiederebbe, ad ogni modo, un volume: forse, come il povero Cossa pensava e come pensa chi scrive queste linee, il villano di Arpino più largamente del vincitore di Mitridate fu dotato di tutte le qualità elle formano il grande capitano, ma a Silla, che, forse, a ben studiarne le imprese, fu anch’egli duce valente, ma, più specialmente, duce fortunatissimo, ma a Silla cedette nell’ampiezza dei concetti politici e nell’acutezza dei pensamenti nel governo della repubblica; poiché è indubitato che l’amante della cortigiana Nicopoli vide più profondo del terzo fondatore di Roma nelle due grandi quistioni che agitavano, a quei giorni, la penisola; le leggi agrarie e la cittadinanza degli italiani. Silla, rappresentante dell’elemento esclusivamente romano e propugnatore della causa patrizia vide nell’aggregamento dei soci italici alle trentacinque tribù cittadine il completo assorbimento della romanità per parte dell’elemento italiano: e lo temette e lo oppugnò: vide nell’emancipazione dei plebei l’abbassamento dell’onnipotenza patrizia e la temette e la oppugnò. E che egli vedesse bene lo dimostrarono gli avvenimenti compiutisi più tardi; che, concessa la cittadinanza agli italiani e, per opera del dispotismo alleatosi alla demagogia, lenite le miserie e carezzate le passioni della plebe, ambidue questi fatti affrettarono la caduta della repubblica.
Mario, italiano e plebeo, sostenitore, con Saturnino e con Sulpizio, di quelle due cause, in se stesse giustissime, attrae di più le nostre simpatie, ma ciò non ci deve impedire di riconoscere che, nel propugnarle, egli non fu abbastanza cauto, nè abbastanza risoluto, per mancanza di quell’elevatezza di vedute, di quello sguardo aquilino, onde era, ad esuberanza, fornito il suo avvedutissimo nemico.
Quel lampo della mente intuitrice, che l’Arpinate possedeva così scrutatore, così limpido e securo sul campo di battaglia, gli si abbacinava nel foro; onde le sue titubanze e le sue incertezze, quando bandito Metello e ucciso Cajo Memmio, Saturnino e Glaucia scesero alle armi, per le vie di Roma, contro l’armi, i clienti e l’oro di Scauro, di Scevola, di Catulo e del patriziato. L’oscitanza di Caio Mario in quel giorno fu il primo indizio che la sua stella si avviava al tramonto: l’audacia sua così sagacemente meravigliosa nelle pugne, e dalla quale aveva tratto così portentose vittorie, incespicò allora nelle blandizie oligarchiche e s’impigliò nelle fragili reti di un’apparente legalità e, mutata in biasimevole esitazione, infranse i più vigorosi suoi sostenitori e fece cadere miseramente tutte le speranze della parte popolare.
Chi potrebbe dire che cosa sarebbe avvenuto quel giorno se Mario, con atto risoluto, si fosse impadronito del movimento e avesse fatto trionfare la causa democratica?... Chi potrebbe assicurarci se sarebbe, indi a poco, scoppiata la guerra marsica?... Chi potrebbe oggi affermare quale indirizzo avrebbero potuto prendere gli affari della repubblica?...
Forse Mario esitò per un nobile impulso dell’animo suo, riluttante dalle infrazioni della legge, dalle violenze e dal sangue, cui avevano avuto ricorso Saturnino e i compagni suoi, ma, se egli avesse potuto prevedere quanto sangue sarebbe egli stesso, di lì a pochi anni, trascinato a versare e quanto più ne verserebbe, senza esitazioni, senza scrupoli, senza rimorsi, il ferocissimo Silla, oli, si può asseverare, senza tema di essere contraddetti, die esso non avrebbe ondeggiato in imperdonabili dubbii il giorno della sommossa!
Mario e i Cimbri è un dramma nel quale Pietro Cossa, fresco ancora de’ classici studii, si attiene più alla via seguita dall’indomito Astigiano che a quella battuta dall’immortale poeta di Stratford e nella quale, pur tuttavia, egli si getterebbe, più tardi, con tanto slancio e con tanta lena.
Non già che nel Mario si scorga quella ristrettezza di linee, quell’angustia di spazio, quella secchezza di contorni alla quale, spontaneamente, s’immolò, nella quale, per un malinteso ardore di classico grecismo, si racchiuse inesorabile l’autore del Saul, tarpando le ali poderose del proprio genio e vietando così a se stesso i voli più sublimi a cui avrebbe potuto elevarsi, no: in questa tragedia, trattata sulle orme dell’Alfieri, spira nondimeno un anelito poderoso di vita e campeggia una gagliarda aura di libertà e di indipendenza da certe regole, da certi ceppi, da certe tradizioni, da far presagire che, non a lungo, l’autore di essa si sarebbe rimasto impastoiato nelle grettezze aristoteliche. Il Mario e i Cimbri del Cossa si accosta più alla larghezza e disinvoltura della Virginia che alla magrezza ossuta dell’Ottavia e dell’Agamennone e, più ancora che alla Virginia dell’Astigiano, si accosta al Caio Gracco del Monti.
V’è arditezza di concepimento nell’azione, quantunque essa appaia soverchiamente esile per potersi avvolgere e svolgere legittimamente nelle pieghe rettoriche dell’ampia toga dei cinque atti tessutele attorno dall’autore; vi sono lampi d’ardimenti anti-classici nei tocchi che delineano le figure dei personaggi e nella stessa verseggiatura, frondosa e ridondante, in questo Cossa della prima maniera, più che non siamo avvezzi a trovarla nel secondo Cossa, nel Cossa del Nerone, del Giuliano, della Messalina, dei Borgia e della Cleopatra; nella verseggiatura stessa non fan difetto, or qua, or là, le studiate sprezzature, i tratti di verismo, le apparenti e volute trascuratezze.
Undici sono i personaggi principali della tragedia, ma oltre questi undici vi sono legionari, soci italiani, duci cimbri che favellano, si muovono, strepitano e, non come comparse, ma, a modo di personaggi, prendono una certa parte all’azione.
In tutto il dramma, che si svolge per tre atti nel vallo romano, per un atto nel campo dei Cimbri e per l’ultimo atto presso il campo di battaglia sull’Adige, in tutto il dramma c’è la ricostruzione quasi perfetta dell’ambiente, dei costumi, dell’epoca. Quei romani, tranne che, forse, talvolta, sono un po’ troppo verbosi, e tal’altra un po’ ampollosi, o blagueurs - come direbbero i vincitori dei Krumiri, - quei romani sono veri soldati romani e parlano il linguaggio che loro si addice in ogni circostanza dell’azione e rappresentano allo spettatore la vera vita di un latino accampamento.
I tratti della fìsonomia di Lutazio Catulo sono un poco indecisi ed incerti, ma non mancano di una certa nobiltà; lo stesso può dirsi delle due persone di Beorice, Re, e di Arminio, uno dei duci dei Cimbri, nei quali, nondimeno, è posto in evidenza il feroce sprezzo die quei barbari avevan della vita. Forse Beorice appare troppo colto delle cose di Roma e forse non appare abbastanza giustificata la soverchia mestizia a cui vive in preda Kilda, figlia del Re dei Cimbri, la quale è pur tuttavia riuscita una gentile e pallida figura dai contorni delicati e rammenta, alla lontana alla lontana, l’Ermengarda dell’Adelchi del Manzoni. Tipo più risoluto, ma meno simpatico, è riuscito al poeta quello della madre di lei, Olgida, la quale, fiera assai nelle parole, e, all’ultimo, meno risoluta della figlia nell’uccidersi.
Le tre figure veramente riuscite di questo quadro sono quella di Silla, tribuno nelle legioni di Catulo, quella di Marta, la indovina sira, che, come narra Plutarco, il vincitor di Giugurta, si traeva dietro negli accampamenti, ad ottenerne misteriosi presagi, onde reverenti quasi d’intervento divino, tremavano i suoi soldati, e finalmente quella del protagonista Caio Mario.
Nel Silla di questa tragedia covano già i germi dell’altiero e feroce protagonista dell’ultimo dramma del Cossa.
Egli, che poscia s’intitolerebbe Felice, già predice a Mario, in sè solo fidente, e nel suo genio:
E tu rimembra che beato o invitto
anzi il dì funeral non può vantarsi
un morituro; i nostri casi, figli
son di fortuna, ebe temuta Iddia,
locaro in cielo i disinganni umani.
della casta patrizia contro a Mario, contro
. . . . . . . . . . a questo
consol plebeo, rude, inquieto e intento
a inceder sull’altrui fama e a spregiarla,
e alla domanda di Catulo
E chi potrà lottar con Mario?
risponde:
. . . . . . . . . ogn’uomo
che non sia volgo... — io, forse.
E quando il console patrizio gli rammenta l’ossequio dovuto alle leggi e al primo magistrato della repubblica, Silla, nella sua risposta, palesa come egli intenderà e praticherà la legalità a suo tempo.
E qui Silla arde d’invidia e d’odio contro Mario e medita la mina di lui; egli attinge nel suo sdegno i presagi del futuro:
. . . . . . . . . . e non andrai
cura agli sguardi e agli inni della plebe
solitario sdegnoso in Campidoglio. —
All’odio mio, al senato, ai tempi, il resto.
Marta, che prende sul serio la sua parte d’indovina e, a un certo punto, vorrebbe prono ai suoi vaticini anche Mario, il quale non manca di ricordarle che essi non possono da lei essere profetati che per il volgo, Marta è avvolta, durante il dramma, in un velo fatidico che le dà una certa impronta di energia e di originalità.
. . . . . . . . Indifferente
io passo su le gioie de’ mortali
e su i loro sepolcri
inspirate ad alti e vigorosi pensieri. Essa considera che
. . . . . . . . . . . misterioso è questo
esister per morire, ed ove i numi
frenassero col nulla il miserando
succedersi di gente e di battaglie,
su le reliquie umane, insultatrice
lampa risplenderebbe eterno il sole,
immemore del tutto e in se beato:
e, con gagliardo concetto, osserva che
. . . . . . . . . . . antico
popolo giganteo visse, ed oscuro
perla: sfidò l’Olimpo e restò grande
perchè la man d’un Dio l’ha fulminato;
e domanda se all’uccidersi per non servire, non debba preporsi il vivere per vendicarsi:
. . . . . . . . . . . . il sepolcro ridona
una patria perduta? Il senno eterno
arbitra in terra delegò la forza;
e usarla o soggiacervi è umano. Io piansi,
non obliai: dal pianto l’odio, e vissi
e or più non gemo su la mia sventura.
Mario, comecchè forse la rusticana alterezza e il soldatesco orgoglio che Sallustio gli attribuisce nel Giugurtino abbia talvolta il poeta esagerato, cangiandoli quasi in iattanza e spavalderia, è tratteggiato a colpi di scalpello vigorosi, con austerità, con rigidezza, con gagliardia. Quando egli rimprovera i soldati tumultuanti per invocar la battaglia, quando contende con Lutazio e con Silla, quando discute con Marta e con Beorice, è sempre, quantunque più rettorico che non si convenisse, dignitoso, orgoglioso, audace, fierissimo e sdegnosissimo
. . . . . . dell’ira de’ patrizi a’ quali incresce
l’operante virtù nova, superbi
di quella morta co’ lor padri, e avvezzi
il brutt’ozio a celar con la gloriosa
ombra de’ monumenti e de’ sepolcri.
Egli impreca ai corrottissimi suoi tempi in cui
. . . . . . . . . . .
dall’oro il lusso, e all’oro
la fe si vende ed il pudor, cui deve
ogni umana virtù quella bellezza
cbe affascina talvolta anco l’iniquo:
e prevede - nè so io davvero se egli realmente lo prevedesse - che
. . . . . . . . . . .
.dalla sua grandezza
ornai .Roma precipita, e già forse
nato è colui cbe su la gran rovina
arditamente s’ergerà tiranno.
Egli, come già Manlio Torquato al figlio disobbediente, fa mozzare il capo al legionario Trebonio, che contro il divieto consolare, ha accettato la sfida d’un Cimbro e lo ha vinto. Brevissimo e commovente è il dialogo che chiude la scena fra Mario e Trebonio:
Mario. - All’intimo tuo sdegno e non a Roma
ubbidisti. Littori è vostro: ei s’abbia
morte al cospetto de’ plaudenti.
Trebonio -. . . . . . È bella
la colpa mia, bello è il morir per essa;
nè la tua scure infamerà il mio nome.
Mario (restato solo). - Mi duol spegnerlo; e il debbo.
E bellissima è, a mio avviso, l’ultima pennellata, con la quale, il poeta ha compiuto il ritratto dell’eroe arpinate e con la quale si chiude la tragedia. I soldati gridano, dopo la battaglia e la vittoria:
E a te dia lauri Italia, a te il più grande
fra i consoli di Roma.
E Marta soggiunge:
. . . . . . . . . . . Egli è di Roma
il terzo fondatore.
E Mario rudemente esclama:
. . . . . . . . . . . Io sono Mario!
e cala la tela.
Da questi rapidi cenni sarà lieve rilevare come e perchè questa tragedia del poeta romano non fosse mai rappresentata: l’abbondanza delle tirate rettoriche,. la languidezza dell’azione, la mancanza di una passione amorosa che possa commuovere l’animo degli spettatori - giacche non appare tale l’amore di Kilda e di Arminio la moltiplicità dei personaggi, la difficoltà di un adeguato allestimento scenico, furono le cause che vietarono al Mabio e i Cimbri l’accesso della scena. Non ostante ciò è certo che nel primo lavoro del Cossa splendono non comuni bellezze, e in mezzo a quelle scene e a quei versi, comincia a spuntare l’unghia del lioncello.
Nel Silla invece, benché rimastoci incompleto, non soltanto l’unghia del lioncello è divenuto aguzzo e poderosissimo artiglio, ma vi si scorge altresì lo squassar della criniera, e vi si ode il potente ruggito dell’adulto leone.
Nel primo atto, che - nella primitiva intenzione del compianto autore - doveva essere un Prologo, tanto che si vede segnato nel manoscritto: Prologo; poi è cassata quella parola e vi si notano sostituite le altre: Atto Primo - nel primo atto, vigoroso di azione e di fatti e di pietà e di terrore e d’ogni maniera di emozioni e di affetti, il Cossa ha tracciato, con sicurezza leonardesca, e con efficacia di colorito tizianesco, le condizioni spaventose di Roma ai giorni della proscrizione Sillana.
Anzi, meglio che tracciare, il poeta ha, con sintesi felicissima, condensato e riassunto, in quell’atto meraviglioso, tutti gli orrori e le nefandezze della proscrizione.
In poche ore passano dinanzi allo spettatore e si urtano e si incalzano e si intrecciano uomini e fatti; Catilina e suo fratello, il senatore Aurelio Cotta e Lucio Cornelio Silla, e attorno a questi il beffardo maledico ostiario e il morente soldato Sannite fuggito, a prodigio, alla carneficina dei prigionieri italici, incatenati a Preneste e ammazzati, inermi, nel Circo, d’ordine del dittatore - e una gagliarda e bellissima donna, Telesina destinata a una parte importantissima del dramma - e le spie sillane, e i sicarii che vanno a caccia di proscritti e i cittadini spauriti, annientati da tante scelleraggini.
E tutta questa massa di personaggi è mossa e maneggiata con somma rapidità e con abilità straordinaria. Catilina, il quale va, a notte, a caccia di adulteri matronali amori, che gli riempiano il grinzoso marsupio trova invece contesa con suo fratello e lo ammazza, qualificandolo mariano, allo scopo di ottenerne dal feroce dittatore, in guiderdone, gli averi.
A detta di Caino
Abele era un codino
proverbio antico e pur moderno ai tempi sillani e ancora moderno, ai tempi nostri civilissimi. La giovane Telesina, che tenta di salvare il soldato Sannite, se lo vede morire fra le braccia e deve alla sua rara bellezza se, invece di esser fatta a pezzi, è fatta schiava.
Il senatore Aurelio nota il suo nome segnato sulle tabelle dei proscritti ed osserva che deve la proscrizione alla sua splendida villa tusculana e, stoicamente, si palesa ai bracchi che van fiutando le vittime e li invita a bere il suo falerno e a saccheggiare la sua casa, intanto che l’uccidono. Insomma c’è una vita, in questo atto, c’è un movimento, un avvicendarsi concitatissimo d’eventi che - questa è la mia opinione, questa è la convinzione che dalla lettura, ne ho dedotto io - esso deve lasciare e giurerei che lascerà, una profonda impressione nel pubblico, specialmente quando, a chiusura del gran quadro, esso vedrà apparire, senza far motto, in mezzo a tanta carneficina, la bieca e pure grandiosa figura del dittatore.
Per me questo primo atto, il quale è collegato mediocremente al resto, al nodo, al grosso dell’azione e che potrebbe stare anche staccato, da sè, per me è uno dei più belli, forse il più bello, fra gli atti scritti dal diletto amico perduto e si potrebbe benissimo intitolare: La Proscrizione Sillana, dramma in un atto di Pietro Cossa.
Anzi allorché, fra gli amici dell’estinto si discussesul da farsi intorno ai due atti e alle tre scene del Silla, lasciati dall’autore del Nerone, io ed un altro, fra i più cari e colti amici di lui, opinammo che miglior partito sarebbe stato di fare rappresentare il solo primo atto del Silla, e di stamparlo dopo, più tardi, insieme al secondo e alle tre scene del terzo. La maggioranza tenne diverso parere e noi due di gran cuore ci siamo adattati alla deliberazione degli amici, giacché se sostenemmo un diverso avviso, non si fu già per poca fiducia che noi nutrissimo nelle bellezze del secondo atto e delle altre tre scene, no, tutt’altro. Io e l’amico mio trovavamo che il colloquio fra le cortigiane onde si inizia il secondo atto, la scena fra Silla e Catilina, quella fra il dittatore e Telesina, erano bellissime per se stesse, ma trovavamo che, a causa principalmente della mancanza degli altri due atti e mezzo, esse non avevano un nesso intimo ed immediato con l’atto primo; trovavamo che, di fronte alle inestimabili e complete bellezze di questo, l’atto successivo e il mezzo atto terzo rimasti staccati, per la immatura fine dell’autore, tanto dall’atto precedente quanto dai susseguenti, potessero, per avventura, apparire agli ocelli degli spettatori, abbarbagliati dalla luce meravigliosa proiettata su loro dallo splendidissimo atto primo, meno belli di quello che e’ sono realmente.
Queste e non altre furono le considerazioni che ci spinsero a palesare quella opinione. Io del resto sono, persuasissimo che anche l’altro atto e mezzo del dramma postumo di Pietro Cossa piaceranno senza dubbio, perchè effettivamente ricchi aneli’essi di peregrine e fulgenti bellezze.
Non parlo del vigore della poesia, nè della robustezza dei pensieri altissimi, che lampeggiano frequenti in questo mezzo dramma e che illuminano di vividi bagliori la fosca e insanguinata scena.
Nel leggere quelle pagine, nelle quali scorre caldo e rubicondo il sangue di una vita rigogliosa e virile, quasi ad ogni verso ricorre alla mente l’angoscioso e straziante pensiero - che la coscienza è riluttante ad accettare - che il nobile intelletto il quale stava dettando quelle pagine è spento.
Spento però sul campo della pugna e della gloria, come Epaminonda; spento, come Molière, in mezzo alle scene del suo teatro; spento, aggiungendo con questo Silla, benché incompleto, una nuova fronda di alloro alla sua laudata corona d’artista e di poeta.
- Testi in cui è citato Pietro Cossa
- Testi in cui è citato il testo Mario e i Cimbri
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
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- Testi in cui è citato Quinto Lutazio Catulo
- Testi in cui è citato Vittorio Alfieri
- Testi in cui è citato Vincenzo Monti
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- Testi in cui è citato Alessandro Manzoni
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- Testi in cui è citato Molière
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