Meditazioni di un brontolone/Pietro Cossa artista e poeta
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PIETRO COSSA ARTISTA E POETA[1]
Allorchè l’Associazione della Stampa, con un tratto di benevolenza verso di me, che tanto più mi onorò e mi commosse, quanto meno me ne sentivo meritevole, volle affidarmi il doloroso e pietoso compito di parlare qui, dinanzi a voi, del grande poeta che Roma e l’Italia hanno, di questi giorni, perduto; essa fu mossa a ciò, senza dubbio, da varie considerazioni, le quali soltanto possono scusarla dell’aver rivolto i suoi sguardi su me, quando tanti fra i suoi soci, di me più degni e per gagliardia d’ingegno e per chiarezza di nome e per lodati studi, avrebbero potuto e saputo maglio assai di me, trattare, qui, delle virtù artistiche e poetiche dell’illustre ed amato estinto. Ma la nobile Associazione, che, sotto le sue bandiere, raccoglie tutti i valenti ed operosi soldati di quella falange infaticata, che è la vera avanguardia del popolo italiano, sulle vie del patriottismo, della libertà, del sapere e d’ogni civile progresso, si è rivolta a me, spinta dal delicato pensiero - e io l’ho compreso - che a me, romano, come il povero Cossa, che a me, a lui legato da un profondo affetto, da una decenne dimestichezza, da una amicizia sincera, nudrita eli ammirazione e di .amore, non si disdicesse l’alto ed onorevole incarico: ed io l’ho accettato trepidante, ma sicuro che la vostra sagacia, avendo riguardo e all’accasciamento dell’animo mio, straziato per tanta perdita, e alla ristrettezza del tempo, e alla pochezza del mio ingegno, avrebbe saputo perdonarmi se inefficaci ed insufficienti all’elevatezza dell’argomento fossero per riuscire le parole mie.
Consentite dunque, o signori, che io vi ringrazi dal più profondo del cuore per la vostra benignità e che invochi, compagna al mio dire, la vostra affettuosa indulgenza.
Fin da quando io conobbi la prima volta Pietro Cossa - e fu nell’aprile del 1871 - io mi sentii attratto verso di lui da una specie di fascino irresistibile il quale venne, man mano, crescendo a misura die egli più mi si apriva e che più io mi addentravo nella benevolenza sua, e questa attrazione, che io provava verso di esso, si mutò addirittura in ammirazione all’apparire del Nerone, il più fortunato, se non il piu bello, fra i quattro o cinque suoi capolavori, perchè, diciamolo una volta per sempre e diciamolo francamente ora che, egli spento, non ci si può accusare di adulazione, non il solo Nerone è e resterà un capolavoro; ma e Messalina altresì e Cola di Rienzo e Giuliano l’Apostata e Cleopatra hanno in sè molti pregi imperituri, molte immarciscibili bellezze, assai di quella potenza d’inspirazione, e di quell’alito poderoso di poesia fascinatrice, onde, soltanto, può risultare il vero capolavoro. E ciò affermo, non ostante i lievi difetti che, qua e là, appariscono in quei drammi al microscopio indagatore del critico amoroso di sottigliezze; e ciò affermo quand’anche fosse vero che quei drammi non potessero restare a lungo sulla scena. Nè queste due obiezioni rendono necessario l’appoggio delle prove alle mie affermazioni: mancano forse di difetti il Coriolano, il Re Giovanni, l'Arrigo VIII, le Allegre Comari di Windsor dell’immortale Shakspeare? Hanno essi durato e durano sulla scena, nella stessa Inghilterra, con quella frequenza e continuità con cui vi durarono Otello, Macbeth, Amleto, Riccardo III, Re Lear e Giulietta e Romeo?... E cessarono o cessano forse, per questo, i quattro drammi, sopra citati, di essere quattro copolavori?...
Ma altri vi ha detto, con parole più autorevoli assai di quelle che potrei usare io, dell’altissimo e, fin qui, non giustamente stimato, valore del Cossa come drammaturgo: io torno al Nerone del quale, concedetemi, o signori, questa, che potrà forse sembrarvi una piccola vanità, del quale io fui, a quel tempo in Roma, uno dei pochi che ebbero la ventura di comprendere ed apprezzare, se non in tutto, almeno in gran parte, le potenti e straordinarie bellezze, prima del clamoroso e solenne trionfo di Milano, come risulta dal giudizio che ne dettai, in un giornaletto, che allora, io dirigevo, all’indomani della prima rappresentazione, datasene al nostro teatro Valle.
E questo ricordo, o signori, lio voluto evocare, non per vanità, ma per dimostrare che la mia ammirazionepel grande, di cui piangiamo .la fine immatura, non fu e non è di seconda mano, non fu e non è di riverbero, ma schietta, spontanea ed antica.
Dopo il Nerone, fosse affinità di studi, fosse unifor-mità completa di intendimenti e di vedute intorno a tutte le più importanti questioni d’arte, di storia e di letteratura, fosse, infine,
- «Amor che a nulla amato amor perdona»,
fra il povero Pietro e me si stabilì quell’affettuosa intimità, quella quotidiana corrispondenza di affetti che soltanto la morte inesorabile, con la sua scellerata rapina, doveva così atrocemente, così repentinamente, e inopinatamente, spezzare.
Dal maggio 1871 fino al luglio di questo anno sciagurato io mi volsi a lui sempre con quella riverenza,, con quella devozione, con quella tenerezza
- «Che più non dee a padre alcun figliuolo»
giacche io ben sentiva e comprendeva la distanza che me modesto e piccino da lui grande e fortissimo separava.
Ma, da quel giorno, egli mi aprì i tesori del suo ingegno, i tesori dell’animo suo ed è, con ambascia profonda e con un senso, al tempo stesso, di soave mestizia, che, ora, dopo la sua morte, io rammento i lunghi e fidati colloqui, le intere giornate trascorse insieme a lui, ragionando dell’antica Roma, della grandezza delle sue ruine, dello splendore della sua storia, e delle meraviglie del rinascimento; e dell’onnipotenza del pensiero italiano dal 1000 al 1400; e delle origini precipuamente italiche dell’odierna civiltà; e del divino poeta, e di architettura, e di scultura, e di pittura, e di musica, e del Giusti, e del Leopardi, e dell’aborrito convenzionalismo, e dei ridevoli banditori della nuova èra elzeviriana e di tutto ciò, infine, che è bello, che è buono, che è vero.... perchè il bello, il buono, il vero avevano radici profonde in quell’anima mite, dolce, eppur gagliarda della indulgente fortezza del leone; in quell’anima eminentemente ed assolutamente artistica tutto ciò che era nobile, tutto ciò che era elevato, tutto ciò che era generoso trovava pronta, immediata, efficacissima corrispondenza.
Quell’uomo forte di tempra, di aspetto quasi severo, di maschia bellezza adorno, procedente quasi maestoso per le vie; quell’uomo, in cui nulla v’era di studiato e di affettato, semplice nel vestire, ritroso al parlare, pieno di innata bontà, dotato di sincera modestia, schivo fin quasi alla rozzezza; quell’uomo, non insensibile al plauso e alla lode, ma che mai se ne lasciò ubbriacare, che non era inconsapevole ma era quasi non curante della potenza del suo ingegno, che sembrava indolente perchè melanconico e contemplativo, io l’ho visto molte volte mutare aspetto, trasfigurarsi, animarsi, divenire eloquente, entusiasmarsi e tuonare con parola calda, inspirata/potente, ora evocando le magnificenze del mondo antico, ora fustigando le sozzure del moderno... e ho potuto studiarne, con cura amorosa, l’intelletto e i sentimenti, e mirarne, quasi a nudo, l’indole, e lio avuto campo di apprezzare tutta la foga lirica, tutti gl’impeti passionati dell’anima sua d’artista e di poeta.
Come tutti gli alti intelletti, dediti agli studi, egli aveva una speciale predilezione per certi autori; Lucrezio, Virgilio, Orazio, Tacito fra gli antichi; Dante, l’Ariosto, il Leopardi, il Foscolo fra i moderni. È in questi autori specialmente che dovrebbe ricercarsi la prima scaturigine di quel suo stile nervoso, conciso, robusto, ognora semplice, tal fiata severo, più spesso sparso di una lieve tinta di dolce mestizia, sempre efficace, sempre bello e, quasi sempre originale.
Un attento studio sulle liriche del Cossa, sia su quelle raccolte in un volume e pubblicate insieme al poema drammatico Mario e i Cimbri dalla Libreria Editrice milanese nel 1876, sia su quelle che costituiscono la poesia dei suoi drammi, ci condurrebbe senza dubbio a trovare una grande affinità di intendimenti e di affetti fra lui e il grande Recanatese.
Ma si ingannerebbe a partito chi da questa affinità volesse dedurne che il Cossa abbia, anche alla lontana, imitato mai il Leopardi: neppure la critica più sottile, inforcando sul naso le più maligne fra le sue lenti ed aguzzando i suoi occhi itterici sulle liriche del poeta romano
- come vecchio sartor fa nella cruna,
potrebbe rinvenire in esse imitazione di quelle dell’infelice cantore della Ginestra.
Fra il Leopardi e il Cossa c’era una grande affinità e quindi una certa analogia d’indole e di mestizia e per conseguenza una certa rassomiglianza. I punti di contatto fra questi due poeti, sui quali in altri tempi io ho fatto uno studio speciale, mi Ira sempre indotto in una credenza, che a molti potrà sembrare arrischiata, ma che a me sembrò e sembra fondata sul vero, ed è questa: che se il Cossa fosse stato rachitico, infermo sempre, sofferente e sventurato come il Recanatese, egli ci avrebbe dato un canzoniere triste, sconsolato, tetro, inferiore, forse, ma somigliante a quello che spicciò dal corpo straziato e dall’anima contristata del Leopardi: come non è improbabile che, se questi avesse avuto la bella persona e la tempra gagliarda del Cossa, ora noi non avremmo le liriche mestissime e desolanti che han reso immortale il nome del poeta di Silvia, ma leggeremmo di lui capolavori di un altro genere.
Ed ora soffermiamoci un momento, o signori, ad esaminare la qualità del lirismo di Pietro Cossa: e per far questo cerchiamo l’origine della sua poesia in fondo al suo cuore di cittadino, di patriotta, di caldissino idoleggiatoli di libertà.
Sì, o signori, perchè Pietro Cossa, autore lirico e autore drammatico, è, sopra ogni altra cosa, prima di ogni altra cosa, ardente, coraggioso e vero poeta civile.
A lui non si possono rimproverare i postumi ardori per la patria e per la libertà, postumi e tiepidi ardori che si potrebbero rimproverare a molti altri dei poeti romani, usciti dalla scuola di Luigi Maria Rezzi, a lui che, imperando in questa sventuratissima Roma gli Antonelli e i Matteucci, fra il lucicchìo delle baionette francesi e l’imperversare forsennato delle masnade papaline, ebbe il coraggio di sbugiardare in piena chiesa un frate impostore, svillaneggiante il santo nome di Italia: onde egli soffrì dolori e prigionia: a lui il quale ebbe il coraggio di firmare il canto, tutto spirante ardenti sensi di pericoloso patriottismo, il Canto che egli dedicava al divino poeta, in occasione delle feste celebrate a Firenze, pel sesto centenario della nascita gloriosa di lui: e non seppe egli mai, nè io so ancora,, come e’ potesse sfuggire di nuovo alle persecuzioni ed al carcere. In quella occasione in cui Roma, per mezzo dei suoi poeti, doveva e poteva affermare solennemente la sua unione intellettuale e di affetti con la gran madre Italia, cementando e ratificando, con quel volume, la nazionale unità, Pietro Cossa e Federigo Napoli soli ebbero il civile ardimento di firmare le loro canzoni: le altre poesie, contenute nel libro, ascondevano pietosamente i nomi dei loro autori, oggi coraggiosi propugnatori di libertà quasi tutti, sotto il prudente velo delle timide iniziali.
Pietro Cossa, adunque non si curò mai di nascondere i suoi nobili intendimenti: il suo ardente amore di patria e di libertà data dal giorno in cui, per la prima volta, lesse le pagine immortali di Livio e di Polibio, di Sallustio e di Svetonio, di Plutarco e di Tacito, di Dante e del Machiavelli, e dal giorno in cui, ventitre anni fa, prendendo in mano la penna, quasi fosse una spada, scrisse negli sciolti intitolati: Il Monte Ernicino:
. . . . . . . . ancor la frode |
moderni, e parlando proprio dei sacerdoti di Roma, nella stessa poesia, scriveva ancora, ventitré anni fa, o signori:
Nè immemore degli avi allor sembrasti, |
Dove non so se maggiore sia la gagliardia del liberale intendimento, o la efficacia dello scorcio michelangiolesco, con cui il poeta mette in rilievo l’ipocrita e tirannica figura del despota spagnuolo.
Per questa inoppugnabile libertà di sensi, pel suo indiscutibile patriottismo fu, dunque, Pietro Cossa uno dei forti e valorosi poeti del nostro civile risorgimento. Ma egli fu poeta rivoluzionario non soltanto nel campo politico, ma poeta rivoluzionario altresì nel campo dell’arte.
Nei primi suoi versi e nel primo suo dramma, Mario e i Cimbri, si sente aleggiare fresco, baldo, giovanile il soffio del recente classicismo, onde si era imbevuta, e quasi satura, nei novissimi studi, l’anima sua sitibonda d’espansione nel fastigio delle nobili idee. Eppure il suo classicismo è temperato dal senso ingenito del vero, dalla sapiente intuizione del reale! Quanta avveduta sobrietà di rettorica, quanta sagace parsimonia di mitologia, quale profondo aborrimento da ogni manierismo, da ogni convenzionalismo, di forme viete ed accademiche!...
Udiamolo, signori, egli, il poeta della romanità per eccellenza, egli, approfondito nei classici studi, egli, pieno sempre la fantasia di romulee grandezze e di romulei giganti, udiamolo nei suoi versi intitolati: Sul Palatino. Quale subietto più adatto di questo, per un facitore di versi, alle ampollose e magniloquenti tirate, tutte frondi di viete frasi, tutte pampini di rimbombanti e vuote parole!... Eppure, udite il nostro lacrimato poeta!
. . . . . . . . . Una soave |
Il miglior Dio d’Italia; ed il superbo |
Nella quale stupenda poesia voi potete, a vostro agio, ammirare, o signori, e la concentrazione dei robusti pensieri, e la ricchezza semplicissima delle semplicissime immagini e la leggiadra venustà della forma, piana, modesta, vera, fino agli ultimi confini di quel sano e squisito verismo, cui possano giungere i poeti, che non a sollazzo di chiassose turbe di ignoranti ed altezzosi giovinastri, ma al conseguimento del vero bello che è uno solo, sempre vero quando è bello, e sempre bello quando è vero, mirano, incedendo affannosi, nell’aspro e silvestre cammino dell’arte.
Pietro Cossa, surto in questa epoca perigliosa di transizione, di trasformazione, dagli eccessi di un detestabile e ridicolo manierismo agli eccessi di uno sconclusionato e briaco naturalismo, seppe conservarsi, con la scorta del suo gusto squisito, adusato a tutte le finezze del divino verismo dantesco, a tutte le delicature del greco verismo leopardiano, in quella saggia via di mezzo, nella quale, in tempi di lotte, così escandescenti ed accanite, soltanto agli ingegni forti, originali e di seri e gagliardi studi nutricati, è dato, senza incespicare, attenersi.
Dalla più antica alla più recente delle sue poesie il nostro autore è sempre verista: ma verista che non eccede, che non sorpassa mai il segno fissato dal buon gusto, da quel sesto senso, che non è da tutti possedere; ma verista che, sorretto dall’ala dell’ingegno poderoso, cammina disinvolto sul filo del rasoio, senza iattanza e senza trepidazione e giunge, imperterrito, alla mèta accennata dal filosofo: il bello è lo splendore del vero.
Egli è verista nella creazione dei tipi, onde, a dovizia, ha arricchito i suoi drammi e alcuni dei quali resteranno immortali; egli è verista nella concezione dei più arditi pensieri dai quali il volo del lirismo non cancella la loro origine umana; verista quasi sempre nell’espressione degli affetti ai quali l’immagine poetica non toglie il sentimento reale, terreno, mortale; verista infine e potentissimo verista, nella nuda semplicità deliro forma, per cui egli, a studio, rifugge da tutto ciò che possa sembrare artificioso, ampolloso, vacuamente rimbombante; per cui egli, di sovente, è costretto a mozzar le penne alla effervescente fantasia, bisognosa spesso, desiosa sempre di spaziare in meno angusto e più sconfinato e azzurro campo di quello che ad essa, dalla fredda ragione di lui, dal senso della misura, in esso profondissimo, veniva imposto.
Ma questo verista, non solo mai non trascese alle temerarie stomachevoli sozzure dei bugiardi e schernevoli apostoli del laido naturalismo, ma, securo nella sua coscienza di artista, con la parola e con l’esempio, fra i naufraghi dell’evirata Arcadia bamboleggiante e gli uscocchi dello sgrammaticato baccanale del realismo, dimostrò come il verismo dovesse essere inteso.
E quante volte, difatti, non lo abbiamo udito noi folgoreggiare, con l’accesa parola, contro i farneticanti vociatori di ubbie siffatte! egli che, fin dal giorno in cui scrisse il primo verso, poneva speciale cura ad evitare ogni forma, ogni frase, ogni immagine, non dico antiquata, ma troppo usata; egli che aborriva dall’andâr per andarono, dal crudo per crudele, dalla spene, dai numi, dalle stelle, dal disnor e da altri cento simili modi, onde pure non vanno esenti i migliori del terzo risorgimento letterario in Italia come l’Alfieri stesso, e il Monti e il Pellico e il Niccolini e tanti altri; egli che preferiva fare un verso duro nell’accentazione anziché usare un modo, una frase che puzzasse di convenzionale e di accademico!....
Pietro Cossa è sobrio di immagini perchè è ricchissimo di idee: è parco di parole perchè sovrabbondantemente dotato di alti e vigorosi pensieri. Egli ha la facoltà, concessa a pochi, concessa soltanto ai potenti: egli è condensatore. Egli rumina, pesa, esamina, matura nella sua mente i varì pensieri che, figli tutti di un’idea, contemporaneamente vi germogliano, e li riassume e li dispone in bell’ordine e li compenetra in pochi versi nudi e pur bèllissimi, semplici e pur fiammeggianti della luce riflessa del concetto poderoso che essi esprimono.
Egli non è un suonatore girovago, il quale vi strimpelli sull’organino la dolce e melodica arietta, che vi solletica l’orecchio o lascia libera, nei suoi pensieri, la vostra mente; egli è un musicista pensatore che, nelle sapienti armonie del pianoforte, imprime le sue idee alte, profonde: al suono della sua lira voi non potete prestare orecchio soltanto: è d’uopo che il vostro intelletto, che tutti i sensi, che tutte le facoltà dell’anima vostra seguano le vibrazioni di quelle corde ognuna delle quali racchiude un concetto.... e guai a voi se una sola nota vi sfugge.... essa è siffattamente armonizzata e concatenata con le altre, elle con lei vi sfuggirà tutto il senso recondito, raccolto e condensato nelle dotte melodie del pensoso trovatore.
Ed è forse per ciò che il povero Cossa, di musica prelibatore intelligentissimo, era innamorato delle opere vaste, complesse, ricche di larga e profonda istrumentazione e prediligeva il Mosè, il Guglielmo Tell, gli Ugonotti, l’Africana, il Profeta, il Lohenghrin, l’Aida, il Mefistofele, opere delle quali egli gustava, intendeva, enumerava, ad una ad una, tutte le più delicate e riposte bellezze d’armonia e d’istrumentazione.
Nell’ingegno dei maestri autori di quegli spartiti egli ravvisava l’analogia, l’identità quasi dell’ingegno suo: vastità di idee, molteplicità di concetti, sobrietà di frase, di immagini, di colorito.
E perchè non si creda che io esageri e non si supponga che la passione, la quale mi affanna per la morte del dolce amico, non mi abbui l’intelletto, permettetemi, o signori, ch’io vi ponga sotto gli occhi una strofa del suo Inno a Dante e permettete ch’io vi preghi a considerare quale e quanta serie di elevati concetti vi spesseggi e come sia necessario seguirne, con tutta l’attenzione, il filo per non smarrirne l’ordine e le bellezze.
E, ne’ perversi tempi, |
che disposasti ai tuoi canti immortali, |
Voi ben vedete, o signori, come alla elevatezza incalzante degli alti pensieri corrisponda, in questi versi, la scrosciante rapidità della frase: voi sentite in questa poesia il soffio robusto ed impetuoso del! aquilone: altro che zeffiretti susurranti fra le molli erbette di Arcadia! Ora datemi, o signori, tutti i pensieri, raggruppati gli uni sopra gli altri, in questa strofa, quasi a modo di titani che dan la scalata al cielo, datemeli ad uno di quei tali pretenziosi e lambiccati poeti che m’intendo io, ed egli ve li stempererà, annacquerà e diluirà in quattro o cinque strofe, piene di luoghi comuni, di tirate rettoriche, di concettuzzi ben levigati, di luzze del trecento tutte morbidette ed agghindate... e alla fine, quando poi voi le aveste a leggere, esse vi darebbero somiglianza, poste al confronto dei poderosi versi di Pietro Cossa, del crocidar di quattro spennacchiate cornacchie incontro al ruggito impetuoso della pantera.
L’autore di Cleopatra e di Messalina condensa, adunque, come abbiamo veduto, la ricchezza delle sue idee; e da questa condensazione deriva la brevità, la concisione, la rapidità sua, che sa quasi sempre di Sallustio, spesso di Tacito, e che nulla toglie (cosa poco men che meravigliosa) alla chiarezza, alla precisione, alla lucidità della frase sua: onde egli poi riesce, e per la concisione e per la chiarezza, tutto nerbo, tutto forza e, perciò, pieno di evidenza ed efficacissimo nel colorito. Di che moltissimi squarci poetici e delle sue liriche e dei suoi drammi non sembrano soltanto dipinture egregie per purezza di linee, per splendore di tinte e per nettezza di penombre, ma sembrano addirittura figure, leggiadramente disegnate, piene di movenza e di vita, scolpite in rilievo.
Eppure, in mezzo a tutta questa sovrabbondanza di forza e di gagliardia, egli resta spesso mite, dolce, triste, quasi che in lui vi fossero due poeti: uno che tuona e scolpisce, sia che flagelli i tiranni, sia che gli ansi il petto per amor della libertà, della patria, del bello, del vero.... l’altro che dipinge col pennello di Guido e che pensa, contempla, sogna e si abbandona mollemente alle carezze lascive delle sue idee tristemente soavi.
E perchè, parlando di lui, fu spesso posto innanzi il paragone del leone, lasciatemi dire, o signori, che il primo Pietro Cossa è il leone ruggente, che infuria sulla preda; e che l’altro è il leone mansuefatto che lambisce il piede della sua domatrice.... la diva melanconia. Uditelo, o signori, il Cossa devoto alla tristezza. Negli sciolti, dettati per monacazione e intitolati: «Ad una giovinetta» scorre un’aura mite di inesprimibile stanchezza, un senso indefinibile di sconsolato abbandono, che ben bisognerebbe non sentimento per aver delicatezza di non comprenderne tutta la squisita leggiadria:
. . . . . . . . . . E già si leva |
Versi splendidi, nei quali la sola sapiente e delicata ripetizione della fanciulla che è
figura di pudico sogno
è tale bellezza da far chiamare onorato di averli scritti
qualunque più valoroso poeta di questo secolo.
E, a considerare come tutto qui sia pensato, studiato, maturato, basterà osservare come nel primo verso, quando cioè il tempio è adombrato appena dall’incenso, la fanciulla sia apparsa al poeta bianca figura e come nell’ultimo verso, allorché essa è nel sacro vapor vieppiù ravvolta, essa gli sia sembrata leve figura, cioè prima distinta e poscia indistinta, prima candida ed opaca, poscia diafana e vaporosa.
Ma uditelo, ancora, ve ne prego, o signori, il poeta della tenera mestizia, che parla ad una giovinetta, affetta di mal sottile, nella poesia intitolata «Maria», uditelo e ditemi se io ho perduto, ad un tratto, il senso del bello o se questa è veramente gentile, sentita, amorosa poesia:
Io sentiva tristezza |
segno a loquaci sguardi |
E che dire di quella straziante intitolata: «Ad una bambina morta»? Ne riferirò uno squarcio che mi sembra sovranamente affettuoso e pio. Dopo aver narrato, parlando alla fanciulletta, tutte le incomprese felicità che ella aveva goduto negli anni tenerelli della sua vita, e descritti i vezzeggiamenti ond’essa era l’obietto da parte della madre amorosissima e gli infantili trastulli di lei, il poeta soggiunge:
Lusinga di ogni bene indefinita |
Poi continua:
Poiché novellamente |
fra le piccole mani sorreggevi |
Or bene, o signori, dinanzi al delicato profumoche emana da questa castissima poesia, io confesso il vero, non sono soltanto commosso, ma meravigliato: avvegnaché io stimi questa canzone e per profonda intensità di affetto, e per dimessa naturalezza di movimento, e per schietta spontaneità di rima, e per vereconda avvenenza di stile, una delle quaranta o cinquanta più belle della italiana letteratura.
Da’ pochi fiori, che io sono venuto, qua e là, cogliendo nel giardino, riscaldato dalle scintille dell’alto ingegno di Pietro Cossa, voi avete rammentato, ove, per caso, la ricordanza di quelle liriche vi fosse uscita dalla mente, di qual forza e di qual soavità al tempo stesso fosse dotata la vigorosa musa dell’autore di Cecilia e basterà, ad ogni modo, che voi torniate a scorrere le poesie intitolate: Chiaro di luna, Tramonto di sole, In riva a un lago, La festa del villaggio, Al sole, Fuoco fatuo, per persuadervi quale poeta del vero e della natura, quale efficace paesista fosse Pietro Cossa.
Il quale, con apparente contraddizione, ma con reale ed evidente, quantunque quasi nascosto e non avvertito armonizzamento e con savio eclettismo, identificava in sè, nei suoi alti concetti, nella sua viva ed ardente poesia, il paganesimo ed il cristianesimo - quasi egli avesse fuso nella sua forte anima l’alito e il pensiero di quelle due gloriosissime civiltà e ne ripercuotesse l’eco e se ne fosse fatto il banditore in tutto ciò che quelle due civiltà avevano di più generoso, di più splendido, di più santo.
Pagano per la forma, che egli idolatrava nell’arte antica, in tutte le sue manifestazioni corrette, pure, maestose, elegantissime sempre, Pietro Cossa ha espress0, questo suo profondo sentimento d’ammirazione in molti luoghi delle sue liriche e, più ancora, dei suoi drammi; ma in nessun luogo più felicemente che nel Giuliano l’Apostata, dove, immedesimandosi nell’anima del protagonista, esclama, per la sua bocca:
. . . . . Oh patria, oh Roma! |
secoli avvezza ai voli della gloria |
E, poco dopo, sempre parlando, per le labbra di Giuliano:
. . . . . . .se d’ogni cittadino |
E, più tardi, imprecando agli incendi di gloriosi monumenti che, quotidianamente, si commettevano dai nazzareni, così il bello, giovane e valoroso imperatore filosofo grida:
Pure non v’è dovizia che ridoni |
Questo sentimento esclusivamente artistico, questa idolatria tutta estetica, gii fan dimenticare spesso gli obbrobri delle lotte gladiatorie, gli orrori spaventosi della schiavitù, la corruttela degli effemminati costumi, il lezzo delle imperiali meretrici, che si prostituiscono nei pubblici fornici, la cupidigia baldanzosa dei Pretoriani, che pongono all’incanto lo Imperio, barbarie e scelleratezze che egli stesso, sottratto al fascino del suo ideale artistico, ha, più volte e in più luoghi, stimmatizzato con tutta la foga devastatrice della nobile ira sua. Nondimeno la fantasia sua, innamorata della venustissima forma greco-romana, lo trascina fino al punto d’inneggiare a Giove, a Venere, all’Olimpo, non tanto per l’idea che in essi è simboleggiata, quanto perchè egli ammira in quelli la causa efficiente ed ispiratrice di tanti e così meravigliosi capolavori!
Ma quando la primitiva idea cristiana gli si affaccia alla fantasia in tutta la purezza del suo originario liberalismo, allora il poeta, che ne vagheggia la più illimitata, genuina ed efficace applicazione, non sa, non può sottrarsi al fascino che esercita su di lui quell’umanitario e sublime ideale, e, rapito fra i rosei veli di quel sogno di amore e di fratellanza, spaziando nell’estasi di quell’utopia rutilante dinanzi ai suoi occhi, in mezzo a un cielo del
dolce color d’oriental zaffiro,
egli parla con entusiasmo nelle liriche del
. . . . . . . . . . . . divino |
l’ombre, del vero contendendo il sole |
E, meglio ancora, egli pone in rilievo e a contrasta con la barbarie romana la carità cristiana, per bocca di Silvia, nella Messalina, quando le fa dire, con soavissimi versi, spiranti ambrosia davvero:
. . . . . . Il sole cadeva e la quiete |
Qui mi chiamano serva e là sorella,
parole che valgono quanto un inno alla nuova fede.
Ripeto che questa pare, ma non è contraddizione: son sempre il bello, il vero, che, o sotto la forma pagana ravvolti, o nell’idea cristiana identificati, son sempre il bello ed il vero che volteggiano, lusinghevoli, dinanzi agli occhi del poeta romano e lo attraggono e lo conquidono e s’insinuano nella sua mente e nel suo cuore, e ne inspirano le alte e innamorate melodie.
Anzi da questa sua duplicità, da questa sua rassomiglianza con l’antico e laziale iddio Giano bifronte, da questo suo impasto, dirò così, di paganesimo e di cristianesimo, armonizzati e fusi in tutto ciò che essi avevano di più bello, di più splendido, di più vero, noi potremo dedurre che Pietro Cossa, romano, riassunse in sè gli ideali delle due romane gloriose civiltà, e ne fu, sugli albori della terza, il vigoroso cantore.
E se io avessi potuto, o signori, se la ristrettezza del tempo non me lo avesse vietato, se lo stato dell’animo mio me lo avesse consentito, se io avessi potuto estendere a più largo campo le mie osservazioni sulla poesia, onde riboccano i fecondi volumi lasciatici dal Cossa, non materia ad un breve e disadorno ed affrettato discorso avrei avuto, ma ad un libro di gran mole, ed il quale, non ostante la insufficienza e mediocrità mia importante sarebbe riuscito per la grande importanza dell’argomento trattato.
Prendete in mano uno dei drammi del Cossa, o signori, anche uno di quelli che, sotto il rispetto scenico, parvero dei meno felicemente riusciti, il Monaldeschi, il Sordello, l’Ariosto e gli Estensi, e leggetelo. In mezzo a un’onda continua di poesia, che scorre limpida, ricca, vivida, scintillante, in quelle pagine, voi, di tratto in tratto, sarete abbagliati dal lampeggiare repentino di un pensiero poderoso, di una sentenza grandiosa, di un motto sublime, e sentirete aleggiare in quelle carte un soffio lieve ed invisibile, il fremito dell’alto ingegno del poeta.
Quante profonde sentenze sopra la morte! Quali maschi pensieri intorno al nostro essere o non essere! Quante gagliarde massime sulla virtù, sul vizio, sulla morale, sulla coscienza, sull’ambizione, sull’amore, sul coraggio, sulla viltà, sull’onore, sulla patria, sulla libertà, sul delitto, sul rimorso!... Fonte abbondevole di grandi idee è la mente di Pietro Cossa, ed egli ne semina da per tutto, quasi con prodigalità, presentandocele, per soprassello, vestite dei colori più smaglianti della sua ricca tovolozza di artista. Grande poeta e grande pensatore, egli ha sparso i suoi volumi dei sani principi della più umana e nobile filosofia.
Pietro Cossa, romano per eccellenza, trasse l’argomento di nove dei suoi quindici drammi dalle romane istorie, vuoi antiche, vuoi moderne, e trasfuse nei suoi personaggi il sangue delle sue vene, l’alito dei suoi affetti, la gagliardìa dei suoi pensieri così che più, e meglio assai che evocazioni di gente morta, i suoi drammi ci apparvero, spesso, ricostruzione prodigiosa di un mondo che fu.
Chiunque fosse dotato di un po’ di sentimento estetico e fornito di una mezzana istruzione, entrando al teatro Valle, nella sera in cui vi si rappresentava un dramma del Cossa, veniva ben presto e siffattamente assorbito nell’illusione creata dal poeta, che, a un dato punto, poteva benissimo credersi, per pitagorica trasmigrazione, passato nel corpo di un uomo vivente ai tempi di cui l’autore aveva, con potente soffio di magnetica magia, vivificata e resa presente la remota rimembranza.
Invano una parte delle platee italiane, invano una parte della critica paesana si ribellavano al dramma storico, insorgevano contro il lavoro in versi, protestavano contro la romanità... Il poeta, caldo idoleggiatore della storia, della lirica e di Roma, s’ostinava nel suo proposito, con la fede, propria soltanto degli uomini incrollabilmente convinti... e vinse e finì per trasfondere, anche nei più riluttanti, le sue credenze, i suoi affetti, le sue visioni, l’anima sua, imperciocché la ricostruzione era così completa, l’illusione era cosi perfetta, i costumi, il linguaggio dei personaggi, tutti i più minuti particolari dell’ambiente erano cosi all’evidenza rinnovellati di novella fronda, che l’entusiasmo, rumoreggiante dapprima in sordi fremiti d’approvazione, scoppiava ben presto nella sala in un subisso di plausi e di lodi... Il taumaturgo aveva operato il prodigio e conseguiva il trionfo.
Egli è ben vero che, all’indomani, sbucavan in frotte, dai loro ripostigli, situati fra le tegole dei tetti, i pipistrelli della critica da strapazzo e cominciavano a svolazzare, terra terra, in mezzo a quelTentusiasmo e procacciavano di raffreddarlo col viscido e gelido contatto delle loro aluzze cartilaginose!... Questi eunuchi impotenti all’amore, ed atti soltanto a impedire i celesti abbracciamenti degli amanti, fossero anche quelli di Giulietta e Romeo dal divino Shakspeare divinizzati, gridavano, strepitavano, e, con sofistiche sottigliezze, non soltanto criticavano amaramente l’opera grande intelletto, ma si affannavano altresì di quel ad attenuare, ad ammorzare, ad ottenebrare la grandezza del trionfo!... Diavolo!... Pietro Cossa... un uomo come loro!... un nato di donna che mangiava, che beveva, che passeggiava, che fumava come loro! Diavolo!... Doverlo riconoscere da più di loro! Doverne fare un grand’uomo... essi così piccini, così minuscoli, così impercettibili!... Ohibò!... mai!... mai!... E lo punzecchiavano, lo molestavano, essi, invide zanzarette. ed il leone scuoteva la criniera e procedeva maestoso per la sua via... la via della gloria!...[2]
Ora egli è sparito, egli è morto... egli non è più un uomo da impaurire il volgo letterato; egli può essere grande a sua posta, e anche le invide zanzarette gli concedono l’ingresso al Pantheon degli uomini illustri; esse pure lo piangono... ebbene tiriamo un velo sul passato e benediciamo, anche in nome di lui, questa loro pietosa resipiscenza!
Sì, o signori, egli è morto: purtroppo, ciò che la mente nostra, ancor percossa e spaurita, non può indursi a credere, è nuda e terribile realtà: egli è morto mentre la vita gli sorrideva ancora piena di vigore e di speranza; egli è morto mentre la fama lo carezzava da presso, coi suoi più lusinghieri sorrisi; è morto mentre la gloria gli intrecciava ghirlande di lauro e di quercia... alle quali, ora, noi, sventuratissimi, dobbiamo sostituire ghirlande di mirto e di cipresso; sì, è morto, ma la sua gran figura è là sul piedestallo che egli stesso si è eretto coi suoi quindici ammirati volumi, nei quali sono racchiusi tutti i preziosi tesori di pensieri e di affetti onde furono così ricchi il suo alto intelletto, il nobile suo cuore.
Ed io vi dico in verità, o signori, che la fama del Cossa grandirà sempre più, mano mano che anderà lontanando da noi; e quelli, fra quanti siamo qui accolti, che vivranno ancora fra trent’anni, comprenderanno allora, meglio forse che ora, di qual tempra fosse l’ingegno di lui che piangiamo perduto.
Il tributo di reverenza e di affetto che voi, qui, avete voluto, con gentile pensiero, rendere questa sera all’illustre e venerato estinto, è opra degna di voi, militi del pensiero, che, alla luce del sole, in nome del bello, del buono, del giusto, del vero, in nome dell’avvenire dell’umanità, combattete strenuamente incontro alla ignoranza, al dispotismo, all’errore, alla superstizione, le battaglie quotidiane e santissime della libertà.
. . . . . . . . . . . Celeste è questa |
Sì, o signori, Pietro Cossa vive e vivrà con noi ed in noi; vive e vivrà nella nostra tenerezza, nella nostra devozione, nella nostra ammirazione per lui, e il suo nome, benedetto, andrà ai nepoti intessuto con la storia dell’italico risorgimento e associato al nome glorioso della sua eterna ed amatissima Roma.
Note
- ↑ Otto giorni dopo la morte dell’amatissimo amico Pietro Cossa, l’Associazione generale della Stampa, residente in Roma, volle onorarne la memoria con una solenne commemorazione che fu affidata al marchese Francesco D’Arcais, al caro e valoroso amico mio, innanzi tempo rapito all’Italia, Alberto Mario ed a me. Ci dividemmo l’ufficio: il D’Arcais parlò del drammaturgo, il Mario dell’uomo e del cittadino, io dell’artista e del poeta.
Le tre orazioni, raccolte in un fascicolo, furono pubblicate per cura dell’Associazione della Stampa.
Oggi, nel ristampare le cose dette allora, io sento il bisogno di aggiungere qui, a piè di pagina, qualche parola sopra uno studio critico, da pochi giorni pubblicato dall’egregio marchese Cesare Trevisani, cultore amoroso della drammatica letteratura, intorno alle opere di Pietro Cossa.
Dico la verità: ho letto il libro del marchese Trevisani con viva sollecitudine e con profonda attenzione, ma non sono proprio riuscito a trovarmi sempre soddisfatte delle ragioni per lo quali il chiarissimo autore vorrebbe rimpicciolito di assai il merito e il valore del Cossa come drammaturgo.
Io non negherò che, per alcuni rispetti, la critica del marchese Trevisani, sempre, urbana e calma nella forma, non proceda ad un giusto indirizzo e per una giusta via, sebbene la mi sia apparsa, spesso, soverchiamente sottile e minuziosa. Anzi, son pronto a consentire con lui che, talvolta, l’irresistibile forza dell’effetto scenico - anche se ottenuto con mezzi convenzionali e con artificiosi congegni - e l’affetto grandissimo che noi amici nutrivamo pel Cossa, abbiano concorso a far sembrare meno difettosi di quel che, in realtà, fossero alcuni dei suoi drammi. E, fino ad un certo punto, sono anche presto a partecipare ad alcune delle osservazioni del critico marchegiano circa all’esame che egli fa dell’ambiente del Giuliano l’Apostata e dei Borgia e circa alle accuse da lui mosse al dolce e perduto amico mio sulla non esatta intuizione che egli ebbe di quei due ambienti.
Ma non soltanto non posso seguire il Marchese nella maggior parte delle critiche che egli muove al Nerone, al Plauto e il suo Secolo, alla Messalina e alla Cleopatra, ma le trovo tanto ingiuste che son convinto che potrei agevolmente ribatterle ed annullarle.
E ciò avviene perchè il Trevisani si diparte - a mio modesto avviso - da falsi presupposti, da regole arbitrarie che egli, per conto suo, prestabilisce, da intendimenti al tutto subiettivi e i quali - secondo lui - dovrebbero essere canoni infrangibili a cui si avrebbe ad attenere chiunque volesse trattare in un dramma certi dati argomenti, come, ad esempio, Nerone, Plauto, Cleopatra, Messalina, Giuliano, ecc. ecc. Ora è evidente che la critica esclusivamente subiettiva si fonda sopra una base sbagliata.
Precisamente, precisamente al Cossa piacque quel dato lato del Nerone che egli ha preso a svolgere e non quell’altro che era piaciuto di trattare all’Alfieri e che il marchese Trevisani avrebbe voluto che anche il Cossa avesse a trattare. Il Trevisani avrebbe voluto che Nerone, pure apparendo artista, dissoluto, sventato, indolente, si palesasse, contemporaneamente, anche crudele, anche sanguinario, anche agitato dai rimorsi, ecc...
O perchè?... Se all’autore piacque dipingere il figlio di Agrippina di profilo, o perchè vorrebbe egli, il marchese Trevisani, che e’ l’avesse dovuto delineare di fronte, ad ogni costo?...
La critica ha diritto di esaminare se l’autore riuscì o meno nel suo intento, se furono buoni, verosimili, naturali o meno i mezzi di cui egli si servì a raggiungere lo scopo che egli si avea prefisso. Il Nerone pazzo, artista, scialacquatore, libertino, tratteggiato dal Cossa, è conforme alla storia in questa parte e, sopra ogni altra cosa, è vero, è naturale, è umano?... Ecco su quale terreno debbe o può aggirarsi la critica: all’infuori di ciò essa fabbrica castelli di carta per avere poi la ingenua soddisfazione di sfondarli e di abbatterli.
E io, per me, dico di sì, dico che il Nerone del Cossa è vero, è umano e, mentre, nell’insieme, è storico, e un nuovo e più artistico Nerone che non sian quelli presentatici dall’Alfieri c dallo Sperduti. E ciò affermo non ostante i lievi difetti notati dal Trevisani, come sarebbero, ad esempio, le soverchie e inopportune prediche di Atte, la poca verosimiglianza della tirata di Nevio nella caupona della Suburra e via di seguito.
E lo stesso si dica a proposito del carattere di Messalina. O che le manca alla Messalina del Cossa per esser quella dipintaci, con sì foschi colori, da Tacito, da Svetonio c da Giovenale?...
Il marchese Trevisani vorrebbe che la mala femmina sentisse l’amore c facesse comprendere allo spettatore di qual fatta e di qual forza sia l’amore che ella prova: ma allora non sarebbe più Messalina. Quella donna non ama un uomo, brama il maschio; essa non può e non deve sentire affetti, ma solo gl’impulsi della libidine.
Anzi, se rimprovero si dovesse muovere al Cossa, sarebbe quello di aver procacciato, di nobilitare il fascino lascivo che attrae Messalina verso Silio, e di aver quasi riabilitato la moglie di Claudio quando, sul finire dell’Atto V, ce l’ha presentata alquanto commossa dall’affetto di madre. Ma di tali alterazioni della verità storica io non soltanto non biasimo, ma lodo anzi l’autore del Nerone; poichè per queste felici sfumature fu smorzata la crudezza dei contorni della fisonomia di Messalina, e questa fu resa anche più umana di quel che gli storici non ce l’abbian rappresentata: perchè, nel mondo della realtà, nel vero, non v’ha furfante che non abbia una qualche lieve parte di buono, come non v’ha uomo virtuoso e grande che vada esente da qualche, sia pur lieve, difetto.
Nè è buona ragione, proprio no, assolutamente no, quella addotta dal marchese Trevisani, per dimostrare come cause estranee al merito intrinseco dell’opera faccian reggere ancora alla prova della scena il Nerone e la Messalina, e che cioè questi drammi si rappresentino ancora perchè nell’uno c’è una stupenda parte pel primo attore, nell’altra per la prima attrice e che, perciò, gli artisti più valenti conservino queste opere nel repertorio delle principali Compagnie drammatiche italiane.
Oh bella!... E per chi dunque si scrivono le opere drammatiche se non per i valenti attori e per le grandi attrici?... Appunto, anzi, merito essenziale di un di anima, merito precipuo di un autore si è quello di saper creare personaggi, nelle cui passioni, nelle cui azioni, vi sia tanto di forza e di vitalità da poter esser campo perpetuo agli artisti presenti e futuri di mostrare, nella rappresentazione di quel dato personaggio, il proprio valore.
A questa stregua non il merito intrinseco dell’Otello, del Macbeth, del Re Lear, del Saul, della Maria Stuarda, della Fedra, sarebbe la ragione del riprodursi frequente di questi drammi sulle scene, ma soltanto il contenere queste opere una parte importantissima pel primo attore o per la prima attrice. La qual cosa - lo ripeto e me lo creda il marchese Trevisani - ha sempre costituito, da che mondo è mondo, un merito e non un demerito per l’autore.
Molte e molte altre cose potrei rispondere in difesa del Cossa al marchese Trevisani, se lo spazio e il tempo me lo consentissero. Ma il suo libro mi è pervenuto quando il presente volume era già sotto i torchi, onde, in gran fretta, ho buttato giù queste poche osservazioni.
Tanto... chi sa!... quod differtur non aufertur... chi sa che al marchese Trevisani non possa rispondere in altra occasione?... Ad ogni modo, al gentiluomo marchegiano, dopo questa prima e breve scaramuccia, invio il saluto che i bravi cavalieri del tempo antico si scambiavano, prima e dopo il combattimento, sul campo del torneo.
- ↑ Dal modo come sono delineati i malvagi e insipienti critici cui qui io alludeva ed alludo, mi pareva che cosi chiara emergesse la mia intenzione da rendere assolutamente inutile qualsiasi distinzione. Eppure ci fu qualche botolo maligno che volle vedere in queste parole un’allusione ai due chiari e valorosi critici, Ferdinando Martini e Pietro Ferrigni, più noto sotto il pseudonimo di Yorick, i quali si mostrarono talvolta severi, forse soverchiamente severi, verso taluno dei drammi del Cossa.
Ora, facendo astrazione dalla sincera e affettuosa amicizia che, da moltissimi anni, mi lega ai due illustri scrittori toscani che io, stimo, amo ed ammiro - ed io brutalmente franco, non so simulare affetti ed ammirazioni che non senta profondamente - una riflessione sola, semplice, naturale, di quelle che non richiedono proprio nessuno sforzo d’ingegno, avrebbe dovuto bastare a persuadere quei botoli maligni e impotenti seminatori di zizzanie che qui non si alludeva e non si poteva alludere nè al Martini, nè a Yorick: bastava riflettere di quale vigoroso ingegno, di quale ampia cultura, di quale squisito gusto di artisti e di critici l’uno e l’altro di quei due siano forniti e quale fama godano in Italia per capire, alla prima, che io - il quale, alla fin fine, un cretino non sono - di loro a quel modo non potevo nè parlare, nè pensare.
Diavolo!... Miserabili botolucci, anche nelle insinuazioncelle lojolesche ci vuole un po’ di verosimiglianza e un po’ di buon senso!...
- Testi in cui è citato William Shakespeare
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- Testi in cui è citato Ugo Foscolo
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