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Meditazioni di un brontolone/Raffaello da Urbino

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Raffaello da Urbino

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L'odalisca della laguna Roma nella mente e nel cuore di Dante

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Immagine dal testo cartaceo

RAFFAELLO DA URBINO[1]


Molti volumi sono stati scritti e molti altri se ne scriveranno intorno a questo sommo maestro dell’arte; di che non c’è punto a fare le meraviglie se anche io, nella intimità di queste nostre conversazioni, esprimo la mia opinione in proposito.

Son tutte birbonate ci metto anche la vostra,


direbbe il marchese Colombi: e sia; fra le tante che ne sono state dette, specialmente di questi giorni, a [p. 82 modifica]riguardo del gran capo della scuola romana, mettia¬ moci anche quelle che dirò io e.... viviamo certi che il mondo non andrà in mina per questo.


Sono scorsi quattro secoli dal giorno che, in Urbino, nasceva il figlio di Giovanni dei Santi, e la fama sua, ogni dì più grandeggiando, non soltanto non è mai stata un sol momento oscurata, ma, anziché diminuire, si è sempre accresciuta.

Non ostante la foia di naturalismo, onde è invasa l’età nostra, la quale palesa la sua sdegnosa superiorità sulle passate, ridendo di tutto e specialmente di ciò che dai vecchi e dagli antichi nostri era tenuto in onore; non ostante i turpi vaniloquii di certi fogliacci di carta, imbrattati con sudicerie di ogni maniera, da giovinastri svogliati, presuntuosi, impotenti,

Frollati per canizie anticipata,


fogliacci, i quali pretendono di essere organi del sapere e dell’arte e missionarii della civiltà, e non sono invece - i poveretti! - che raccolte di. aborti di cervelli briachi; non ostante la fregola rabbiosa del nuovo ad ogni costo, onde oggi ha il prurito la metà del genere umano, la quale, per frenesia di godimenti materiali, è pronta

A bestemmiar sull’arti, e di Mercato
Maledicendo il porco e chi lo fece
Desiderar che ve ne fosse invece

Uno salato:

[p. 83 modifica]non ostante questa nuova invasione di Ostrogoti artistici e di Unni letterarii, e l’imperversare di questa bufera devastatrice, la fama dell’Urbinate non fu menomata e la sua grandezza non fu, apertamente, posta in dubbio ed oppugnata.

Non dico che nei lieti ritrovi e nelle combriccole di scapestrati e nelle orgie notturne, dove, a far pompa di maggiore spirito, si fa a chi le dice più grosse e dove, per conseguenza, si motteggia, da spiriti forti, anche sulla virtù della propria madre, non si sia detto e non si dica ogni vituperio anche sulla maniera convenzionale di Raffaello....; ma, ecco.... le son cose che si dicono, quasi sotto voce, fra un bicchiere di sciampagna e un bacio di Taide.... e delle quali la memoria svanisce coi fumi della sbornia.

Insomma, son cose che si dicono, ma non si scrivono.

Io conosco, per esempio, un pittore, uomo d’ingegno ma sconclusionato e stravagante, il quale, invecchiato ormai sopra certe tele che egli chiama esemplari di realismo e che io chiamo scarabocchi e porcherie - e il pubblico sta dalla mia, perchè, il poveretto, non ne vende di quelle tele - per rifarsi, nei suoi discorsi, da profeta andato a male, con qualcuno, dell’indifferenza del mondo pel suo genio incompreso, se la prende con Raffaello e non v’ha improperio o dileggio che esso gli risparmi.

E conosco pure un criticuzzo tisicuzzo e sfiancato, miope di pupilla come d’intelletto, il quale, arrabbiato avvenirista, anzi anarchico indiavolato, stempera il suo cervellino da cappone a gettar giù sguaiati ed insulsi paradossi su per le colonne di un paio di diarii romani, trinciando, a dritta e a sinistra, con piglio da [p. 84 modifica]maestro di villaggio e che, con la voce garrula e petulante, non con la penna sgrammaticata, dice del divino Urbinate.... roba da chiodi.

Poveretto!... fa bene: a lodare il sole tutti son buoni, ed è a dirne male che ci faremo notare, non foss’altro, per la nostra oltracotanza....

Come diceva, adunque, non ostante tutto ciò e, in barba al gracidare del pittore e del critico, nemici di Raffaello, questi resta ancora tale che il mondo gli può gridare e gii grida:

0 luce, o gloria della gente umana.


Come?... Perchè?... Onde avviene che, in mezzo all’infuriare degli aquiloni distruttori di ogni vecchia gloria, la fama del Sanzio resista all’urto degli arieti demolitori ed anzi si palesi ancora tale che questi arieti non trovino chi loro dia impulso contro il piedistallo granitico sul quale quella fama è stabilita?...

Le ragioni di questo fenomeno ci sono e non sono estrinseche e dell’ambiente, ma tutte intrinseche al genio del pittore.

Se non vi dispiace, cortesi lettori, vogliamo esaminarle insieme?...


Allorché Raffaello venne a Roma, secondo alcuni sugli ultimi del 1507, secondo altri su’ primi del 1508, [2] [p. 85 modifica]la città eterna, che non conteneva più di 80,000 abitanti; che nascondeva, sotto il fasto apparente riverberato su lei dallo splendore e dalle ricchezze della Corte Pontificia, il deperimento suo morale e materiale e, simile a donna imbellettata e colorita di minio, sembrava, ma non era realmente florida e formosa; la città eterna, la quale accoglieva nel suo seno gran numero di artisti, di poeti, di filologi, di archeologi, di scienziati, trovavasi in pieno rinascimento, in pieno umanesimo.

Il genio nazionale italiano si era spastoiato dall’aristotelismo arido e stringato e dall’ascetismo sfibrante ed oppressivo e, tornando ad attingere cultura e filosofia nelle tradizioni gloriosissime del paganesimo, ritrovava il sentimento dell’umanità nelle dottrine di Platone e nell’idolatria della forma dei Greci e dei Latini.

La lotta contro la rigidità stecchita ed antiestetica di un troppo fervido ed anti-umano cattolicesimo si era già iniziata verso la metà del secolo xiv; e chi voglia rinvenirne chiaramente le traccie, le cerchi nelle opere, e specialmente nel Decamerone di Giovanni Boccaccio.

Là, in quelle novelle, stupendi esemplari di quel verismo artistico che pretendono di avere scoperto, ai giorni nostri, certi ridicoli messeri, desiosi di levar rumore ad ogni costo, là, in quelle novelle, vere fotografie della vita del tempo, l’immortale pittore di Certaldo ritrae, con una evidenza parlante di colorito, assai superiore a quello dello Zola, le condizioni morali e materiali di una società che si trasforma e la quale da credente diventa scettica.

[p. 86 modifica]La battaglia fra il timore dell’inferno e il desiderio della vita, fra le sentimentali aspirazioni al cielo e le potenti attrattive della terra, fra le contemplazioni infingarde dello spirito e l’energica operosità dell’intelletto, fra il dogma e la ragione, questa battaglia, che diverrebbe vittoria due secoli dopo con Lutero, con Zuinglio, con Calvino al settentrione, era già cominciata qui in Italia con Arnaldo, col divino Dante, con tutti gli scrittori del quattrocento, con le tre Accademie a Napoli, a Doma, a Firenze, con Caterina da Siena, con Girolamo Savonarola; qui ideale di calde fantasie, per mutarsi là in fatto coi tenaci propositi di fortissime genti; qui scintilla generatrice, là sviluppo d’irresistibile incendio.

Perchè - diciamolo di passaggio - la grande opera della riforma prosperò in Germania, ma era nata in Italia, ed era stata, fra noi, aspirazione più artistica che filosofica di ingegni elettissimi, per la più parte, increduli, mentre fra i Tedeschi divenne studio solenne del vero per parte di genti vergini e credenti; e mentre, fra noi, il concetto che informava la Diforma era sorriso di scettici, in Germania diveniva solenne affermazione della coscienza di una stirpe di pensatori.


Ma, per tornare all’operosissimo quattrocento e per vederne le origini nei costumi, nelle idee, nelle aspirazioni del popolo italiano - a quei tempi, quando l’Europa era ancora tutta quasi barbara, il popolo più colto, più sapiente, più civile del mondo - leggete il [p. 87 modifica]Decamerone e confrontatelo con lo Specchio della vera penitenza del padre Passavanti; leggete le Poesie di Agnolo Poliziano e confrontatele con le Lettere di Caterina da Siena: là le due correnti che dividevano l’Italia, e che si insinuavano in tutta la sua vita pubblica e privata, appariscono evidentissime ed alle prese fra loro: da un lato c’è il popolo, arricchito dai commerci, e il quale vuol godere il ben di Dio messo da parte e comincia a ridere degli spauracchi, per tanti secoli usati ed abusati, della prossima fine del mondo, delle pene eterne dell’inferno, eco., ecc.; dall’altra la vera fede, cieca, ardente, che vagheggia ancora ed insegue i fantasmi dorati di un puro e santo idealismo.

Tali erano le condizioni morali e psicologiche del popolo italiano, quando l’amore dei Greci e dei Latini, la febbre classica ed archeologica suscitavano, da un capo all’altro della penisola, la universale crociata dell’erudizione alla conquista della sapienza antica.

E con la sapienza ritornò in campo e in onore la forma pagana ai danni dell’idea cristiana.

Questa idea, tutta astratta, che usciva dalla cerchia del mondo, per aspirare al cielo, che aveva in dispregio le voluttà terrene, beandosi anticipatamente dei futuri gaudii del paradiso, che abbandonava il finito per slanciarsi verso l’infinito, che considerava caduco e di niun valore il presente temporaneo ed incerto e faceva unicamente stima dell’eterno avvenire, era stata espressa o si esprimeva tuttora in scultura e in pittura con quanto meno di forma all’artista fosse possibile.

Lo scultore, il pittore, costretti pure, dalla limitazione dei mezzi tecnici di cui dispone l’arte, a servirsi [p. 88 modifica]della forma, costretti a parlare ai sensi, fecero sforzi sovrumani, fecero d’ogni loro possibile per semplificare, assottigliare, idealizzare la forma; d’onde tutte quelle pitture e sculture secche, dure, stecchite, ischeletrite, così abbondanti nei due secoli del primo rinascimento: perchè lo studio dell’artista consisteva in ciò principalmente, eterizzare - se così mi si conceda di esprimermi - la carne, i muscoli, le ossa e spiritualizzare l’espressione dei volti: nei visi dei santi, delle sante, dei beati, delle vergini, dei martiri, degli angeli, dei cherubini, delle madonne doveva fiammeggiare l’ardore compunto delle anime loro, doveva alitare lo spirito.

Questo, dirò così, spiritualismo della forma nell’arte, si spinge dai primi e rozzi scultori greci del 950 e del 1000 fino ai Cosmati di Roma, a Niccola d’Angelo, a Pietro Fassa, ai contemporanei di Niccola e di Giovanni Pisani e fino alla scuola di Mino da Fiesole, e nelle sculture di questi stessi grandi, i quali già rincarnano, dirò così, le persone delle loro statuette nei bassorilievi, facendo più di un passo di ritorno verso il culto della forma, pur tuttavia appar manifesta quella tale tendenza spiritualizzatrice dell’arte cristiana di cui stiamo favellando.

La quale è più rimarchevole ancora in pittura; onde la vediamo profilarsi nelle larve, nelle fantasime di Giunta Pisano, di Bartolomeo dei Servi, di Fra Margheritone d’Arezzo, di Guido da Siena, di Bonaventura Berlinghieri, e poi apparire ancora nella forma migliorata di Cimabue, di Buffalmacco, e poi nelle novazioni - audaci, per quei tempi - di Giotto e [p. 89 modifica]dell’Orgagna, e poi in Jacopo da Turrita e in Paolo Cavallini, e poi protrarsi, più pura e sentimentale, nel Beato Angelico, in Simone Memmi e in Fra Giovanni da Fiesole; meno rimarchevole, ma pure evidente, in Timoteo da Urbino e in Pietro Vannucci da Perugia.


Ora la lotta fra la fede e la ragione, fra il cielo e la terra, che serpeggiava di già in tutta la vita italiana, dal principio alla metà del secolo decimoquarto, finì con la vittoria completa della forma pagana durante il periodo dell’umanesimo, alla fine del quale si produsse il secondo rinascimento.

Dal tenero e melanconico Petrarca, dal gioviale e acuto Boccaccio, dall’elegante Lorenzo Valla, da Ambrogio Traversari, da Leonardo Aretino, da Bracciolini, via via, fino al Poliziano, al Poggio Filelfo, al Platina, a Pico della Mirandola, al Panormita, al Ficino, al Bessarione, al Pontano, al Di Costanzo, al Guarino passando pel filologo Aldo Manuzio, per l’antiquario Pomponio Leto, per Flavio Biondo, padre dell’archeologia, per oltre un secolo, in tutta Italia, non si attese ad altro che a disotterrare, a pubblicare, a commentare, a illustrare, ad adorare i volumi e i monumenti dell antica sapienza greco-latina. Allora la bellezza della forma tornò a risplendere ed ebbe nuovamente culto ed onori e, dal campo della critica e delle lettere, passò ad irradiare quello dell’arte.

Fu una moda generale e furiosa che invase tutto un popolo e che, per un secolo e mezzo, lo trasse verso [p. 90 modifica]le proprie origini, verso l’oriente della propria grandezza.

L’amore della vita reale e l’ammirazione della portentosa natura, lo studio del vero, il desiderio della carne, la febbre dei sensi ricondussero l’impero del naturalismo nell’arte e trasformarono, quasi compietamente, la fisonomia cristiana dell’Italia, dandole sembianze ed atteggiamenti pagani: onde derivò quello scetticismo che, unito alla corruttela invadente dei costumi, produsse quella specie di anfibologismo morale per cui si ebbe un popolo osservatore dei riti della sua fede ma senza ombra di sentimento religioso, cristiano nelle forme e scettico nella sostanza, simulatore ostentato di affetti non sentiti, zelante delle magnifiche pompe del culto esteriore, e il quale, avvezzandosi a transigere continuamente con la propria coscienza, preparava generazioni senza dignità e senza carattere.

Così l’Italia, per colpa specialmente degli sfrenati epicurei della Corte papale e dei frati impostori e dei corrottissimi preti, quali ci appaiono nei comici e nei novellieri del cinquecento, si apparecchiava alla lunga servitù civile, morale e politica in cui, fra breve, ignominiosamente l’assopirebbero l’ambizione dei Papi, i terrori del Sant’Ufficio, le melliflue ipocrisie del gesuitismo e la neghittosa vigliaccheria dei suoi figli.

Così la riforma religiosa, che richiamava i forti e credenti popoli nordici alla rigida osservanza della pura morale evangelica e, rialzandone il sentimento religioso, ne fortificava la dignità, ne nobilitava il carattere e, sulla scorta del libero esame, li avviava all’operosa attività dell’intelligenza, alla prosperità, alla [p. 91 modifica]grandezza, trovava l’Italia prostrata, avvilita, scettica, impotente a sentire, a comprendere, ad apprezzare, a seguire quel moto formidabile dallo spirito umano e la lasciava delirante, fra le nenie accademiche, le borie spagnolesche e le feroci superstizioni cattoliche.


Tale, adunque, quale di sopra, brevemente, lo tracciammo, era l’ambiente nel quale si era sviluppata la scuola artistica del verismo, sotto gli auspicii di Maso da S. Giovanni, al quale terrebbero dietro, fra breve, Leonardo da Vinci e Andrea del Sarto, onde si costituirà quel triumvirato gloriosissimo che presiede, per lo spazio di un secolo, a tutta quella schiera di minori, eppur così grandi artisti del secondo rinascimento, quali il Perugino, il Pinturicchio, il Lippi, il Mantegna, il Ghirlandaio, il Botticelli, il Signorelli, il Francia, ecc. ecc.

E tale essendo l’ambiente nel quale l’arte nuova si svolgeva per nuove vie, è evidente e naturale che ne seguisse quel che ne seguì.

Pure staccandosi dall’ascetismo del concetto cristiano primitivo, pur dando forme umane, vere, naturali e poi, man mano, anche voluttuose e lascive, alle Madonne, alle sante, ai beati, ai martiri, agli angeli, gli artisti continuavano a credersi, per il genere degli argomenti trattati, artisti cristiani, senza accorgersi quasi che l’ideale religioso si veniva paganizzando rapidamente, completamente e svaniva.

[p. 92 modifica] In somma, era quello un periodo di trasformazione di quel colore descritto dal divino poeta:

Che non è nero ancora e il bianco muore;


e mentre Giusto de’ Conti, non al tutto infelicemente petrarcheggiando, vaneggia dietro la Bella Mano della dama bolognese e mentre Giovanni da Fiesole, il Lippi e il Perugino, pure umanizzandole, dipingevano Madonne e vergini, nelle quali fulgeva ancora l’idea sovrumana e celeste, il Poliziano vagheggiava lascivamente le forme procaci della bella Simonetta e il Pinturicchio dava ad una delle sue Madonne le fattezze precise della lussuriosa Giulia Farnese e il Filarete univa Giove a Cristo e Marte a San Pietro nelle porte di bronzo del Vaticano e Antonio Pollaiulo ritraeva la Teologia sotto le forme di Diana cacciatrice e molti altri artisti effigiavano in Apostoli e in martiri i volti dei cardinali loro protettori.

E fu allora che apparve il divino Urbinate.


Dotato di fantasia immaginosa e potentissima, di gusto squisito che direi quasi innato in lui se non sapessi che tale prerogativa, concessagli dalla natura in parte, aveva in lui raggiunto l’apice dell’eccellenza con lo studio amorosissimo e non mai interrotto dell’arte, dotato di animo femminilmente gentile, Raffaello recava con sè nel campo della pittura tutte le qualità che occorrevano a far grande un uomo, quando anche sulla sua fronte non alitasse l’ala del genio.

[p. 93 modifica]Allievo in principio di suo padre Giovanni,[3] pittore eminentemente cristiano, poi del Perugino, non meno di suo padre, leggiadro e sereno coloritore di scene religiose, Raffaello, con il lampo sublime della sua limpida pupilla, a venti anni, addentratosi di già in tutti i misteri e i lenocinii dell’arte sua e avendo già compiuto opere tali da procacciar fama non peritura a qualsiasi pittore, vide la lotta che, quasi a insaputa di essa, agitava l’età sua; comprese come l’idealismo e il naturalismo fossero venuti, quasi insensibilmente, alle prese fra loro e

Ei fe’ silenzio; ed arbitro
Si assise in mezzo a lor.

E, nelle sue divine concezioni, si propose di fondere le due scuole, di armonizzare le opportune tendenze del suo tempo, di naturalizzare l’idea - se così mi si consente di esprimermi - di idealizzare la natura nelle opere sue che egli, forse, presentiva destinate all’immortalità.

E riuscì completamente nell’arduissimo intento.

Nessun pittore, difatti, nè prima, nè dopo di lui, fu più molteplice, più multiforme, più poderosamente e più felicemente universale di esso.

Nell’anima candida, nobile, poetica di Raffaello si agitava continuamente, a guisa di arcana e irresistibile visione, quella idea della quale egli stesso favella, [p. 94 modifica]della quale gli sfuggono i contorni, ma di cui egli sente e intende l’insieme; della quale ha perfetta la coscienza, quantunque gli riesca talvolta difficile il renderla completamente a quel grado di perfezione in cui egli la vede rutilare dinanzi alla sua innamorata fantasia.

Nondimeno Raffaello ha compreso perfettamente la importanza dell’umanesimo, la necessità che le figure create dall’artista abbiano carne, ossa, nervi; che si muovano, che vivano, che alitino; che possiedan sembianze, espressioni, atteggiamenti di creature vere e reali.

E di qui la verità che rifulge in tutte le sue pitture, sulle quali, pur tuttavia, aleggia un soffio fresco, giovanile, incantevole di santità, di candore da innamorare, da trascinare, da entusiasmare, da far mormorare all’attonito osservatore: queste sono, senza dubbio, creature umane, son di carne, son di ossa come noi, ma.... pure hanno un non so che in loro stesse che.... le sembrano cose umane, ma piu perfette che non soglia, per solito, produrle, in questa terra, l’umana natura.


Ciò che domina permanentemente in tutte le cose di questo prediletto della natura e dell’arte, è il sentimento, è la grazia, è un certo misto di indicibile avvenenza, di melanconica tenerezza che mi fa sembrar giusto il concetto da me espresso intorno a lui, in certi miei poveri versi, dettati di questi giorni: nell’anima dell’Urbinate essersi fusi in meraviglioso accordo il [p. 95 modifica]sentimento che aveva agitato l’anima del Petrarca e quello che commuoverebhe l’anima del Bellini; tanto prodigiosamente sembrano tremolare negli occhi delle sue Madonne divine le lacrime che scorrono nelle rime così soavi del cantore di Laura, quelle che fremono nelle note così tristemente melodiose del creatore di Norma.

Si ha un bell’essere scettici, beffardi, sghignazzatori o in buona fede od a disegno: dinanzi ad una Sacra Famiglia di questo insuperabile genio, non si resiste: si è attratti a pensare, si rimane commossi in modo indefinibile, non si discute più, non si motteggia... si ammira: e la fisonomia di quella Madonna, di quel bambino, quel piccolo paesaggio che, quasi sempre, appare in un lato dello sfondo, non vi escono più dalla mente, dagli occhi, dal cuore; son lì, ognora dinanzi a voi, nè, per distanza di tempo o di luogo, vi è dato sottrarvi al fascino che esercita su di voi la loro cara, dolcissima, incancellabile rimembranza.

E se si pensi che ascendono a circa trenta le Madonne, dipinte, in quadretti, da Raffaello, quella del pesce, del prato, del cardellino, della seggiola, dell’impannata, di Foligno, della palma, del velo, di Loreto, del baldacchino, del giardino, dei Canigiani, dei Carpi, dell’agnello, dell’aurora, di S. Sisto, della cupola, dei Tempi, del cuscino, del melogranato, del garofano, del diadema, ecc. ecc.; e se si pensi che, quantunque figlie della stessa fantasia, dello stesso pennello, benché simili fra di loro, come tante sorelle gemelle, tutte quelle Madonne non sono e non appaiono noiose e stucchevoli riproduzioni l’una dell’altra, ma appaiono, e sono realmente, soavi e caratteristiche variazioni di uno stesso [p. 96 modifica]incantevole motivo, di una identica freschissima frase musicale, non si può fare a meno di non restare stupefatti considerando di quale ricca vena, di quale copiosa inesauribile potenza natura avesse dotato quel divino intelletto.


Che se poi si abbia riguardo alla brevità della vita sua e alla quantità portentosa di opere che egli produsse e allo svariato ed opposto genere delle sue composizioni, non è più possibile negare che in lui splendessero tutte le doti del vero uomo di genio.

Dall’idillio delle Sacre famiglie e della Galatea, ai drammi della Deposizione della Croce e della Trasfigurazione, dalle eschiliane concezioni dei Profeti e delle Sibille ai poemi del Miracolo di Bolsena, dell’Attila, dell’Eliodoro, del Parnaso, dell’Incendio di Borgo, tutte le attitudini, tutte le espressioni, tutti gli aspetti di cui è suscettibile l’arte pittorica egli trattò e svolse in modo sublime, in guisa da potere essere da qualche altro genio privilegiato uguagliato in seguito, ma da nessuno superato giammai.

In lui purezza ineffabile di linee e finezza inarrivabile di disegno; in lui gentilezza melodica e armonica efficacia di colorito; in lui vitalità sconfinata d’invenzione in ogni maniera di dipinti; in lui sapientissimo magistero di composizione.

Per entro i suoi affreschi e le sue tele scintilla sempre il lume del genio e palpita il sentimento dolcissimo di tenerezza dell’anima santa onde esse scaturivano.

[p. 97 modifica]Si ha un bel gridare che oggi non si fa più all’amore, a mezzo di sonetti, di canzoni e di madrigali come ha fatto il Petrarca; è vero, non si fa più all’ amore cosi; ma il Canzoniere resta e resterà sempre fino a che duri ombra di gentilezza negli animi umani, fino a che il sentimento dell’amore, in qualunque si voglia forma più selvaggia, agiti le fibre dei nati di donna, monumento ammirato di soavità indicibile di affetti, e Messer Francesco resta e resterà sempre lo inimitabile padre di tutti coloro che

rime d’amore usar dolci e leggiadre.

Si ha un bel farneticare sulla insufficienza tecnica degli spartiti del Bellini e sulla soverchia facilità delle sue melodie e sulla lamentata assenza nelle opere sue della parte istrumentale o sulla superficialità di quel poco che ve ne è; sta benissimo, ora non si scrive più a quella maniera, ora l’arte musicale vuol essere più aristocratica e perciò più larga, più ardua, più dotta, e l’effetto drammatico delle armonie deve predominare sulle dolcezze melodiche: sta bene: ma per quanti Niebilungen si scrivano, finché gli uomini saranno uomini e finché le loro passioni saranno tali quali furono ab origine fin qui, la Sonnambula, i Puritani, la Norma non saranno mai dimenticati e, per cangiamenti di gusto che possa subire il pubblico, le celesti melodie in essi contenute trarran sempre gemiti e lacrime dai petti umani.

Così e piu ampiamente assai di così avviene ed avverrà per le opere immortali deH’immortale Urbinate, il quale, con mezzi più ristretti di quelli onde [p. 98 modifica]nevano il Petrarca ed il Bellini, e parlando soltanto al senso della nostra vista il linguaggio muto del pen¬ nello, riuscì e riesce e riescirà sempre ad affascinare, ad ammaliare gli osservatori delle sue dipinture, tra¬ sportandoli in un mondo, nel quale, col divino poeta, è forza gridare:

 Ciò che io vedeva mi sembrava un riso
Dell’universo, per che mia ebbrezza
Entrava per l’udire e per lo viso.
 O gioia! o ineffabile allegrezza!
O vita intera d’amore e di pace!
O sanza brama sicura ricchezza !

Egli, l’Urbinate, è riuscito a riprodurre e a rendere sensibili tutte le bellezze del paradiso che Dante, altro artista sublime, anzi padre e Dio di tutti gli artisti, aveva, con dodici versi, descritte, dipinte, scolpite in modo da far disperare di uguagliarlo chiunque osasse provarsi all’arduo cimento dopo di lui.

 La bellezza che io vidi si trasmoda
Non pur di là da noi, ma certo credo
Che solo il suo Fattor tutta la goda.


 E vidi lume in forma di riviera
Fulvido di fulgori, intra due rive
Dipinte di mirabil primavera.
 Di tal fiumana uscian faville vive
E d’ogni parte si mescean ne’ fiori
Quasi rubini ch’oro circoscrive.
 Poi come inebriate dagli odori
Riprofondevan se nel miro gurge;
E s’una entrava, un’altra ne uscìa fuori.

Sta bene che oggi le Madonne non si dipingono piu, ma non restano perciò meno archetipi di bellezza [p. 99 modifica]sovrumana quelle che Raffaello ha create; sta bene che il paradiso è giù di moda, che nessuno più ci crede e che resta quindi relegato fra i sogni idealistici di poeti, di pittori e di musicisti, dai quali rifugge sdegnosa e nauseata la moderna critica; sta bene: ma fa poi proprio tanto male agli umani un po’ d’ideale bello, mentre il reale è tanto brutto, e un quarto d’ora di sogno ad occhi aperti per distrarre lo sguardo da tanti dolori e da tante schifezze che ci attorniano?





Note

  1. Allorché io dettava questo articolo, che fu, prima, pubblicato nella parte letteraria del Corriere del Mattino di Napoli, anno xi, n. 98, del 10 aprile 1883, non potevo aver cognizione della importantissima pubblicazione, ultimamente data alla luce dallo Zanichelli di Bologna e dovuta alle cure e all’ingegno dell’illustre Marco Minghetti e intitolata appunto «Raffaello».
    L’opera dell’insigne uomo di Stato bolognese è una nuova riprova non soltanto dell’acutezza dell’alto suo intelletto, ma della sua vasta cultura altresi e del suo squisito gusto di artista. Il libro del Minghetti, e per accuratezza di ricerche e per lucidità di italiano dettato e per sottigliezza di critica e per esattezza di giudizi, onora l’uomo che lo scrisse e il paese in cui fu pubblicato.
    E dopo letto quel libro, io mi sono sentito lieto ed orgoglioso, vedendo che i modesti miei apprezzamenti sul valore del divino Urbinate e sull’importanza dell’opera sua nella storia dell’arte fossero pienamente concordi con quelli, con tanta autorità e con assai maggiore competenza di me, dal Minghetti nel suo «Raffaello» espressi.
  2. L’illustre Minghetti, sulla scorta di indagini critiche seriissime, esclude che Raffaello venisse in Roma nel 1507 e prova invece come egli vi giungesse fra l’aprile e il settembre del 1508.
  3. Il Minghetti dimostra luminosamente, nel suo libro, come gli ammaestramenti del padre non potessero oltrepassare i primi rudimenti, essendo egli morto nel 1494 quando il figliuolo aveva appena 11 anni e come fino ai suoi 16 anni Raffaello avesse, secondo ogni verisimiglianza, a maestro, prima del Perugino, Timoteo da Urbino.