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Meditazioni di un brontolone/Roma nella mente e nel cuore di Dante

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Roma nella mente e nel cuore di Dante

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Raffaello da Urbino Pietro Cossa artista e poeta

[p. 103 modifica] Immagine dal testo cartaceo

ROMA NELLA MENTE E NEL CUORE DI DANTE[1]


Si narra, nobili dame, che il glorioso Buonarroti, interrogato un dì chi egli stimasse primo fra i pittori, rispondesse: Dante; e interrogato chi reputasse secondo e chi terzo, sempre: Dante, rispondesse.

Il che, conoscendosi a puntino, quanto alto fosse l’intelletto e quanto squisito il gusto di Michelangiolo, e quale l’ammirazione sua pel divino poeta, e sapendosi come profondamente e lungamente egli ne avesse studiato la Commedia, ci dà il diritto di supporre che, ove taluno gli avesse chiesto chi egli credesse il primo fra gli scultori, desso avrebbe, senza più, risposto: Dante; e se interrogato qual’uomo egli tenesse pel [p. 104 modifica]primo degli architetti, avrebbe più che mai risposto: Dante.

Così potentemente artistico è il divino poema in ogni suo quadro, così severamente concepito, e così meravigliosamente tratteggiato ne è tutto l’edificio, tanta è la purezza delle sue linee, tanta la leggiadria dei suoi contorni, tanta la efficace ed armoniosa simmetria di ogni più lieve e più riposta sua parte!

Che gentile e ad ogni più tenero sentimento accessibile il sommo poeta avesse l’animo, più che dalla concorde testimonianza dei suoi contemporanei, dalle opere tutte che di lui ci son rimaste, dalla così vereconda, così semplice e così soave storia del suo amore castissimo per Beatrice Portinari possiamo, con certezza, desumerlo.

E là, in quell’aureo libretto, in cui con verginale candore si riflette tutta l’anima del poeta, è là che noi possiamo analizzare tutti i delicati sentimenti che fanno palpitare il cuore di lui.

L’amore, questa prima, questa onnipotente, questa eterna fra le umane passioni, che, a’ tempi di Dante, ondeggiava fra il mistico e l’incontinente, agitandosi nelle poesie dei suoi predecessori e dei suoi coetanei, fra le rimembranze della cavalleria che moriva e gli aneliti dell’ascetismo che invadeva, fra Guido delle Colonne e Dante da Majano da una parte e il Beato Jacopone e S. Francesco d’Assisi dall’altra, l’amore, sulla scorta del maestro suo Guido Guinicelli, e, con l’appoggio dei suoi amici Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia, Dante solleva dagli arzigogoli volgari e dalle leziosaggini provenzali, e lo ritrae al vero e lo scruta nelle sue [p. 105 modifica]manifestazioni, e nelle gioie, e nei dolori die da esso emanano, onde spesso, fra le rime purissime della Vita Nuova, anche là dove la cappa plumbea della scolastica sembra voler smorzare ogni concitamento di passione, l’amore balza fuori vigoroso di colorito, scintillante di luce, vero, umano, commovente.

L’indole melanconica e meditativa del poeta sembra rendere più efficace l’irruzione del sentimento suo cosi profondo, e gli impeti dell’ardore pudico che tremolano e scattano nelle pagine della Vita Nuova, mentre preannunciano la tendenza di Dante alla visione e al misticismo, pongono a nudo tutte le più nascoste pieghe dell’anima sua nobilissima.

E da quell’anima, nella quale i sentimenti della rettitudine e della probità, il culto della virtù e della giustizia sembravano essersi dato convegno, neppure nei momenti in cui le inique persecuzioni, le vergogne immeritate, lo sdegno legittimo avrebbero potuto giustificare qualsiasi esagerazione od eccesso, non eromperà giammai la sentenza irosa o la voce parziale del risentimento.

Dopo le tante sventure onde fu amareggiata la vita burrascosa del santissimo cittadino, ben più grave iattura era scritto dovesse pesare sull’opera miracolosa sua di apostolo e di poeta.

Vo’ dire dell’infinita falange d’interpreti, come mosche fastidiose calate, a nugoli, sopra un paniere di frutta, gettatisi sul poema a farne strazio miserando: avvegnaché tutti sospinti dal commendevole sentimento di renderne più chiaro il senso, più agevole la comprensione ai lettori.

[p. 106 modifica]E, non ostante siffatta pietosa intenzione, ne avvenne che - pochissimi eccettuati - la maggior parte dei commentatori riuscisse a creare tenebre ove era nebbia soltanto, e ad alterare, a guastare, a deturpare, sempre a fin di bene, la fisonomia del poeta, e gli alti intendimenti dell’apostolo, e a travisare la pura coscienza dell’integro cittadino.

Onde a costoro si potrebbero applicare i versi che Dante applica ai cattivi predicatori (Par.: xxix.)

Non ha Firenze tanti Lapi o Bindi
Quante sì fatte favole per anno
In pergamo si gridan quinci e quindi;
Si che le pecorelle che non sanno
Tornan dal pasco pasciute di vento,
E non le scusa non veder lor danno.

E cosi, per la maggior parte dei commentatori, Dante è intollerante, o iroso, o ingiusto, o partigiano, e chi lo dice sottoposto all’ascendente delle passioni, e chi soggetto agli impulsi della bile, o dell’indignazione ghibellina.

E pure, insieme con Socrate e con Marco Aurelio, Dante Alighieri fa parte di quella triade di uomini giusti pei quali fu culto in tutta la vita

La verità che tanto ci sublima.[2]


E sarebbe bastato che coloro, i quali le sentenze surriferite pronunciavano, avessero ricordato gli esempli numerosi di rigida imparzialità onde è pieno il poema, perchè e’ si fossero potuti persuadere come i giudizi [p. 107 modifica]di quel grande fossero tutti inspirati dalla reverenza del vero.

Francesca, la figlia del protettore, dell’amico di Dante, è fra i dannati cui travolge

La bufera infernal che mai non resta.

Ser Brunetto, il diletto maestro del poeta, è fra i peccatori sui quali

Piovean di fuoco dilatate falde
Come di neve in Alpe senza vento.

Tegghiaio degli Aldobrandi, il Rusticucci, Arrigo de’ Fifanti e Farinata e Mosca degli Uberti e

Gli altri che al ben far poser gli ingegni,


uomini pei quali Dante professa ossequio e simpatia profonda, son tutti inchiodati nelle bolge di Inferno, ove li trassero i loro vizi. Fra i seminatori di discordie stassi, invendicato ancora della morte violenta, Geri del Bello, per vincoli di sangue legato al poeta, il quale incontra spiriti a lui stati carissimi in vita, Casella, Buonconte, Forese, Guido Guinicelli, puniti tutti nei cerchi del Purgatorio.

E, dinanzi alle percosse e agli oltraggi inflitti dagli sgherri di Filippo il Bello dentro le mura di Anagni a Bonifacio VIII, Dante, che aveva già fissato il posto nell’Inferno al successore di Celestino V fra coloro

Cbe precedetter lui simoneggiando;

Dante, che, in più luoghi del poema, ha riprovato, con parole di santa indignazione, le opere di lui, dimentica [p. 108 modifica]il suo persecutore, le colpe dell’uomo, per rimembrare unicamente l’altissimo ufficio onde l’uomo è insignito e impreca contro i percussori di Bonifacio:

Per che men paia il mal futuro e il fatto
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso
E nel Vicario suo Cristo esser catto;
Veggiolo un’altra volta esser deriso,
Veggio rinnovellar l’aceto e il fiele,
E fra vivi ladroni essere anciso.

Insomma, nobili dame, con cento esempli tratti dal poema e dalle opere minori - troppo spesso dimenticate dai commentatori - del divino cantore di Beatrice, si potrebbe dimostrare quale e quanta fosse la rettitudine, quale e quanta la gentilezza del cuore di lui. In Dante, così, con mirabile armonia, con felice equilibrio, alla magnitudine dell’animo rispondeva perfettamente la potenza straordinaria dell’intelletto.

Afferma l’Alighieri nel suo Convito che bellezza può dirsi quella simmetrica armonia in cui le parti debitamente rispondono fra loro, d’onde deriva il compiacimento. Se questa matematica definizione della bellezza si ha ad avere in conto di esatta - e per me lo è, anzi è la più esatta di quante io ne conosca - in nessuna umana creatura, meglio che in Dante stesso può dirsi che Dio facesse più laudabil prova di ciò che possa la simmetrica armonia, il giusto equilibrio delle doti dell’animo e dell’ingegno.

Nell’intelletto del pronipote di Cacciaguida, con pari proporzione operavano e si aiutavano e si fondevano il più sottile acume e la più profonda meditazione, il più freddo raziocinio e la più fervida fantasia.

[p. 109 modifica]Non è quindi a far le meraviglie, gentili ascoltatrici, se da quella mente e da quel cuore emanasse l’edificio grandioso, severo, imponente - sublime appunto per la universale simmetria onde tutto è governato, e che Divina Commedia si appella.

Divina, sì; nè, soltanto, per la santità dell’argomento che ne è la base, nè soltanto per il consenso universale degli italici volghi, ma e per la luce quasi soprannaturale onde risplende altresì e per la insuperabile altezza dei concepimenti e per le infinite e quasi sovrumane bellezze onde sfolgora in ogni suo più minuto particolare tutto il poema.

Edificio portentoso

Al quale han posto mano e cielo e terra,


e in cui le delicate finezze dell’arte greca si fondono mirabilmente con l’austera semplicità della latina, e all’abbellimento del quale concorrono, del pari, il plasticamo pagano e io spiritualismo cristiano, lo splendore della forma e l’altezza dell’idea, l’Eneide di Virgilio e l’Apocalissi di S. Giovanni, la Politica di Aristotele e la Somma di S. Tommaso.

Si è detto e si è ripetuto, signore cortesi, che la Divina Commedia è il poema cristiano e, fino ad un certo punto, ciò è vero: ma mi si consenta di affermare che la Divina Commedia più che poema cristiano è poema umano, il più umano, anzi il più complessivamente umano fra quanti poemi noverino le antiche e le moderne letterature.

Con lo sguardo suo onniveggente, l’immortale [p. 110 modifica]fiorentino abbraccia tutto il passato della storia dell’umanità, ne esamina il presente, ne intuisce l’avvenire. L’uomo, con le eterne sue passioni, con le sue virtù, con i suoi vizi, con le miserie che sono inseparabili dalla sua natura, con le debolezze che sono insite nei suoi nervi, passa, in tutte le fasi della propria vita selvatica, patriarcale, civile, sotto gli occhi del poeta; questi vede succedersi dinanzi alla pensosa memoria tutte le vicende dei periodi di barbarie e di coltura: la superbia, l’invidia, l’avarizia, l’amore, la gelosia, l’ambizione svolgono rapidamente gli infiniti loro drammi al cospetto di lui.... ed egli ritraggo, con sintesi portentosa, tutta la storia degli umani dolori, delle umane grandezze, delle umane sventure in cento canti.... si potrebbe dire in cento drammi o meglio in cento atti del più poderoso e completo dramma che mente umana giungesse mai ad immaginare.

Da Lucifero a Capaneo, da Caino a frate Alberigo, da Sinone a Giuda, da Caco a Vanni Fucci, da Minosse a Catone, dall’imperadrice Semiramide all’imperadrice Costanza, da Arianna a Pia de’ Tolomei, da Diana a Cunizza da Domano, da Taide a Piccarda, da Cesare a Costantino, da Trajano a Carlo Magno, da Ulisse a Guido da Montefeltro, da Rifeo a Guglielmo il Buono, la storia umana, senza soluzione di continuità, somministra al poeta duplicità di esempli pagani e cristiani, per scrutare i bronchi e i dumi fra i quali procede, sanguinolenta e affannosa, la stirpe umana nel cammino della vita, non sempre intenta, con la mente e con le opere, a quel sublime ideale di perfezione al quale soltanto, pei lumi della fede cristiana, [p. 111 modifica]dovrebbero più specialmente esser rivolti gli sguardi di coloro ohe anelano di giungere al punto ove

. . . . è perfetta, matura ed intera
Ciascuna disianza.

Così, descrivendo il mondo visibile e l’invisibile, le cose reali e le ideali, il concepibile e l’inconcepibile, le lotte umane e le aspirazioni divine, con arte sublime, che non fu più uguagliata e che non sarà uguagliata più mai, il poeta ci fa assistere ai terribili e angosciosi drammi dei dannati, alle meste e soavi elegie delle anime preganti, agii inni gaudiosi dei celesti, onde ciò che vediamo ci sembra

. . . . . . . . . . . . . un riso
Dell’universo perchè nostra ebbrezza
Entra per lo udire e per lo viso.

E quando io rileggo la terza cantica e penso di quanta insufficienza fossero e come limitati e in qual guisa ristretti i mezzi che una favella nascente forniva all’artista; quando rifletto quanto poveri e scarsi fossero i colori che l’umana potenza offrisse alla sovrumana immaginazione di lui, costretto a descrivere cose assai superiori al sensibile e oltre ogni umano intendimento, con il ristretto e picciolo linguaggio delle cose sensibili; quando vedo come Dante con gli odori, gli olezzi, e le fragranze, con i chiarori, gli splendori e i fulgori, con i canti, le armonie, le melodie abbia descritto, con un crescendo meraviglioso per vigoria e per freschezza di colorito, i casti tripudii delle anime benedette, io sono tentato di gridare che [p. 112 modifica]la terza cantica, in quanto a perfezione suprema e a ultima raffinatezza d’arte, è più bella, se pure ciò è possibile, del Purgatorio e dell’Inferno.

Ma qui, dinanzi a voi, o donne gentili, che non potete non essere studiose e tenere del divino poema, non ho io a tessere le lodi di questo: noi dobbiamo oggi esaminare quale fosse il concetto che il somma poeta avesse di Roma e quale il posto che questa città eterna e fatale occupasse nel cuore di lui.

Ebbene: quantunque, forse, non a tutti, possa sembrar vero alla prima, io affermo al vostro cospetto, che Roma è l’astro che illumina la mente del poeta e accende ai più alti sensi l’animo suo, che Roma è il sole il quale riscalda tutta la Divina Commedia.

Abbiate, o signore, la cortesia di seguirmi nel mia ragionamento e io nutro lusinga di dimostrarvi tutta la esattezza di questa mia affermazione.

Dante Alighieri, dottissimo in tutto lo scibile dei suoi tempi, godeva nel 1302 già fama di grande poeta, anzi di primo fra tutti i poeti italiani di quei giorni, come quegli che, con le fresche, inspirate e appassionate poesie della Vita Nuova e con molte altre pubblicate a parte, di quando in quando, e raccolte più tardi o nel Convito o nel Canzoniere, aveva innalzata la canzone, il sonetto e la ballata a tale squisita perfezione di forma, a così nobile elevatezza di concetti che, quand’anche egli non avesse scritto la Divina Commedia, sarebbe pur sempre rimasto il più grande poeta del suo secolo e uno dei più grandi della nostra letteratura.

[p. 113 modifica] Il sonetto:

Amore e cor gentil sono una cosa


e l’altro

Voi che portate la sembianza umile


e l’altro

Negli occhi porta la mia donna amore


e quel bellissimo

Vede perfettamente ogni salute


e l’altro che è, a mio modesto avviso, il più bello di quanti ne vanti l’italiana poesia,

Tanto gentile e tanto onesta pare


e le canzoni:

Donne che avete intelletto d’amore


e

Donna pietosa e di novella etate


e

Gli occhi dolenti per pietà del core


e

Amor che nella mente mi ragiona


e

Amor che muovi tua virtù dal cielo


sono componimenti cosi alti e così leggiadri che, da soli, sarebbero bastati a fare esclamare chicchessia:

Cosi ha tolto l’uno all’altro Guido
La gloria della lingua e forse è nato
Chi l’uno e l’altro caccerà di nido.

L’Alighieri, già d’ogni erudizione fornito e poeta acclamatissimo, dopo aver valorosamente militato nelle [p. 114 modifica]schiere della sua patria a Campaldino e a Caprona, aveva sostenuto già la più alta magistratura della Repubblica, il priorato e, travolto fra le inique trame ordite dai Neri, fornicanti con Bonifacio VIII e con Carlo di Valois, era stato bandito dalla patria con i capi di parte bianca.

L’esule infelice, ambasciato dalla ingiusta condanna che lo infamava come barattiere, desioso del bene di Firenze e della grandezza d’Italia, si va aggirando per le corti e per le città ghibelline di Toscana, di Romagna e di Lombardia.

Già, fra il rimescolìo dei fuorusciti, aspiranti alla riscossa, bramosi di vendetta, ansiosi della patria, già il magnanimo bianco fiorentino ha compiuto, nell’alta sua mente, il disegno del meraviglioso poema.

Forse l’idea dell’inferno gli era balenata nella fantasia prima degli studi filosofici e teologici, prima della magistratura, prima dello esilio, allorché aveva chiuso la seconda stanza della canzone

Donne che avete intelletto d’amore


pubblicata nella Vita Nuova, coi versi memorandi, posti in bocca a Dio e indirizzati agli angeli, che reclamano la presenza di Beatrice fra le loro schiere:

. . . . . . . . . or sofferite in pace
Che vostra speme sia quanto mi piace
Là, ov’è alcun che perder lei s’attende
E che dirà nell’inferno a’ malnati:
Io vidi la speranza dei Beati.

Forse l’idea del paradiso gli era essa pure entrata nell’intelletto - checché possa essere stato detto in [p. 115 modifica]contrario - fin da quando egli chiuse la Vita Nuova con queste non meno memorande parole:

«Appresso a questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, siccome ella sa veracemente. Sicché se piacere sarà di colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita alquanto perseveri, spero di dire di lei quello che mai non fu detto di alcuna.»

Il concetto genetico adunque della Commedia era già surto nell’animo del poeta prima dell’esilio: le sventure d’Italia e sue ampliarono il primitivo disegno, crebbero materia all’edificio e ne affrettarono la erezione.

Pare certo che nel 1302 la prima cantica già fosse dal poeta incominciata.

Come voi ben sapete, signore, nel giorno di Sabato che precede la settimana santa del 1300, Dante Alighieri, si ritrova, senza sapere come egli vi fosse entrato,

Tanto era pien di sonno in su quel punto,
. . . . . . . . . in una selva oscura,
Chè la diritta via era smarrita.
 Ahi quanto a dir qual’era è cosa dura
Questa selva selvaggia ed aspra e forte
Che nel pensier rinnova la paura!
 Tanto è amara che poco più è morte.

Poco lungi da quella selva sorge un colle le cui spalle erano

Vestite già dei raggi del pianeta
Che mena dritto altrui per ogni calle.

[p. 116 modifica]Rincorato dalla vista del sole, il poeta riprende via per la spiaggia deserta, ma gli attraversano il cammino

tre belve:

Una lonza leggiera e presta molto
Che di pel maculato era coverta,

e un leone il quale viene contro Dante

Con la test’alta e con rabbiosa fame,
Sì che parea che l’aer ne temesse,
Ed una lupa, che di tutte brame
Sembrava carca nella sua magrezza,
E molte genti fé’ già viver grame,

e la quale, incalzando il poeta

Con la paura che uscìa di sua vista
Lo ripingeva là, dove ’l sol tace.

quando un’ombra gli si para dinanzi, quella del grande cantor dell’Eneide, cui l’atterrito viaggiatore domanda soccorso contro la lupa perché

.... Ella gli fa tremar le vene o i polsi

E Virgilio

A te convien tenere altro viaggio
Rispose, poi che lacrimar mi vide,
Se vuoi campar d’esto loco selvaggio:
Che questa bestia, per la qual tu gride,
Non lascia altrui passar per la sua via,
Ma tanto lo impedisce, che lo uccide.
Ed ha natura sì malvagia e ria,
Che mai non empie la bramosa voglia
E, dopo il pasto, ha più fame che pria.
Molti son gli animali a cui si ammoglia
E più saranno ancora, infin che ’l Veltro
Verrà, che la farà morir di doglia.

[p. 117 modifica]

Questi non ciberà terra nè peltro,
Ma sapienza e amore e virtute,
E sua naz'ion sarà tra feltro e feltro.
Di quell’umile Italia fìa salute
Per cui morto la vergine Camilla
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogni villa,
Fin cbe l’avrà rimessa nell’inferno,
Là onde invidia prima dipartilla.

Di che Virgilio, pel meglio di Dante, pensa e discerne che egli lo trarrà dal mal passo per loco eterno, menandolo seco a vedere i dannati e coloro

. . . . . . che son contenti
Nel fuoco, perchè speran di venire
Quando che sia alle beate genti.

Di là anima più degna di Virgilio lo trarrà su pei cerchi celesti a vedere gli eletti.

Al che il poeta acconsente: onde la sua guida si muove ed esso gli tien dietro.

Nè vi incresca, ascoltatrici cortesi, che io abbia insistito soverchiamente su questo primo canto, nè vogliate pensare che sia stata opera vana aver di frequente citato le parole stesse del divino poeta: l’una cosa e l’altra eran necessarie a bene stabilire ed intendere la duplice allegoria che si cela

Sotto il velame dell! versi strani.

In tutte le infanzie dei popoli, in tutti i periodi di transizione dalla barbarie alla civiltà ogni gente - lastoria ce lo attesta - adombra i grandi veri a traverso alle nebbie dei simboli e dei miti e più fu così - e doveva essere - nello splendido rinascimento del trecento, [p. 118 modifica]quando la nuova civiltà, surta dal Cristianesimo, uscendo dalle mani del Feudalismo e della Cavalleria - istituti scaturiti dall’indole e dalle tradizioni dei popoli germanici - si manifestava in tutto il suo più vivace fulgore, in tutta la sua vigorìa giovanile, appoggiandosi alla tradizione, serpeggiante per tutti i meandri della vita pubblica e privata, della mitologia latina, alle calde e immaginose forme degli arabi, alle fatidiche visioni dei profeti ebrei, alle apocalittiche e tenebrose predizioni di S. Giovanni, e temprando appena gl’impeti della focosa fantasia, con la dialettica di Aristotile e di San Tommaso.

L’allegoria era quindi la forma imperante nel secolo decimoterzo e alle attrattive e alle necessità di quella forma a niuno era dato sottrarsi, neppure ad un uomo di genio quale era l’Alighieri, al quale, anzi, la forma allegorica sarebbe stata indispensabile anche se essa non fosse stata in voga nell’età sua, per colorire l’altissimo disegno.

La Divina Commedia è, quindi, e doveva essere, allegorica e racchiude, sotto la lettera corrusca e smagliante di bellezza, una duplice allegoria; e, quand’anche il divino poeta non avesse apertamente e ripetutamente affermato essere il suo poema allegorico e polisenso, i due intendimenti morale e politico, per non parlar dell’anagogico, si sarebbero, alla prima, rivelati ed imposti a tutte le menti di per sè stessi, tanto sono manifesti ed evidenti.

E la duplice allegoria esposta e denudata da Piero, figlio del poeta, dall’Ottimo familiare di Dante, da Francesco da Buti, dal Boccaccio, da Benvenuto da Imola, [p. 119 modifica]da Guido da Carmine e da tutti i commentatori più vicini ai tempi del poeta, è stata nuovamente e più chiaramente dimostrata, ai giorni nostri, per tacere del Foscolo, del Biagioli, del Tommaseo, del Mazzini e di molti altri, prima e dopo di essi, dal Padre Lombardi, dal Padre Porta e dal Canonico Bianchi.

Nell’allegoria Dantesca, adunque, la selva selvaggia ed aspra e forte significa, nel senso morale, la vita umana piena di vizi, di passioni, di peccati, nel senso politico, l’Italia sconvolta dalle civili discordie e dai traviati costumi; mentre il colle rivestito dei raggi del pianeta rappresenta l’apice della perfezione morale e l’assetto politico d’Italia, ai quali l’umanità e le genti italiane dovrebbero essere guidate dal sole della verità e della giustizia.

Ma l’umanità, personificata nell’Alighieri, trova tre intoppi a raggiungere la sua meta, le tre belve, che rappresentano i tre vizi capitali, come ripete Ciacco nel canto vi dell’Inferno,

Superbia, invidia ed avarizia sono
Le tre faville che hanno i cuori accesi,

onde la lonza rappresenta l’invidia, il leone la superbia, la lupa l’avarizia, le quali tre bestie, nel senso politico, significano Firenze guelfa (la lonza), la casa di Francia (il leone), la Curia Romana (la lupa), le quali contendono all’Italia, personificata in Dante, il conseguimento dell’assetto politico, ordinato da Dio, il libero e pacifico svolgimento, cioè, delle industrie e dei commerci per mezzo delle franchigie cittadine, sotto l’alta autorità e la protezione benigna deli’Imperatore.

[p. 120 modifica]Che l’assetto politico della penisola vagheggiato da Dante fosse tale, che egli tale lo credesse ordinato da Dio, oltre i molti passi in cui il poeta vi accenna nel Convito e oltre i moltissimi nei quali chiarissimamente lo afferma nella Commedia, lo dimostra l’esplicito svolgimento, corroborato dall’autorità dei Padri della Chiesa, che egli fa di quel suo concetto nel trattato De Monarchia.

Se nel Veltro, che ricaccierà la lupa nell’inferno di dove prima la dipartì la invidia, non fosse simboleggiato un grande e forte personaggio politico il quale dovrà ricondurre la potestà civile e la religione sulla retta via. d’onde l’una e l’altra si sono allontanate,

Immagini di ben seguendo false
Che nulla promission rendono intera,

in che e come quel Veltro potrebbe esser salute della umile Italia?...

Per il che, mentre ci appare più che mai netto il pensiero riposto di Dante, ci si mostra evidente come egli, sia nella sua qualità allegorica di rappresentante della traviata umanità, sia in quella di rappresentante del sovvertito popolo italiano, si affida a Virgilio il quale non significa qui soltanto l’umana ragione, ma che, come cantore di Enea - radice e principio della romana grandezza - simboleggia anche l’impero, precisamente come nella divina Beatrice sarà rappresentata la scienza delle cose sacre.

Ciò premesso, vediamo come Dante, accintosi all’aspro cammino sulle orme di Virgilio, abbia la persuasione intima e profonda di essere stato predestinato e [p. 121 modifica]scelto ad un apostolato, per mezzo del quale l’idea religiosa e il potere politico saran ricondotti sul retto sentiero d’onde per la cupidigia delle cose terrene l’una, per le rabbiose civili contese, per le smodate ambizioni delle fazioni l’altro, sono stati ambedue deviati.

Difatti, non appena mossi alcuni passi nel silvestre cammino, il poeta è sgomento dal pensiero dell’arduo viaggio a cui sta per mettersi, diffida delle sue forze, nè sa se Virgilio stesso potrà scorgerlo sano e salvo fuori della perigliosa intrapresa, di che, arrestatosi, espone i suoi dubbi e i suoi timori al suo duce.

Tu dici che di Silvio lo parente
Corruttibile ancora, ad immortale
Secolo andò, e fu sensibilmente:
Però se l’avversario d’ogni male
Cortese i’ fu, pensando l’alto effetto
Che uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale,
Non pare indegno ad uomo d’intelletto:
Ch’ei fu dell’alma Poma e di sno impero
Nell’empireo del ciel per padre eletto:
La quale e ’l quale - a voler dir lo vero
Fur stabiliti per lo loco santo,
U' siede il successor del maggior Piero.
Per questa andata, onde tu gli dai vanto,
Intese cose che furon cagione
Di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas di elezione
Per recarne conforto a quella fede
Ch’è principio alla via di salvazione.
Ma io perchè venirvi? O chi ’l concede?
Io non Enea, io non Paolo sono:
Me degno a ciò nè io, nè altri crede.
Perchè se del venire i’ m’abbandono,
Temo che la venuta non sia folle:
Se’ savio e intendi me’ ch’i’ non ragiono.

E allora Virgilio narra al trepidante poeta come egli venisse inviato al soccorso di lui da Beatrice, cioè dalla [p. 122 modifica]scienza divina, la quale si era mossa per eccitamento di Lucia, cioè della grazia illuminante, che, alla sua volta, era stata eccitata a venire in soccorso di Dante, posto in quel grave periglio, dalla donna gentile, ossia dalla misericordia. Tre alte virtù del cielo - e non senza la volontà di

Colui lo cui saver tutto trascende


si son dunque mosse perchè l’umana ragione scorga il poeta nell’inusitato e sovrumano viaggio: quindi è evidente che la volontà divina ha affidato a Dante l’alta missione di veder cose non viste mai, per tornar poi in terra a narrarle ai mortali, a fine di ricondurli tutti, Papi e Imperatori, Magistrati e Prelati, Laici e Chierici, sulla via retta, fissata a tutti da Dio.

E concedete, nobili signore, che io richiami qui la vostra attenzione sulla meravigliosa simmetria del concetto Dantesco anche nella parte cronologica.

Era il 1180 e il 1170 avanti Cristo, Enea, ancor vivo, scende all’inferno; fra il 50 e il 60 dopo Cristo e, cioè, precisamente dodici secoli e mezzo dopo la discesa di Enea nel regno di Plutone, S. Paolo ascende - così si crede almeno nel medioevo - ancor vivo al Paradiso e nel 1300 dell’èra volgare e, cioè, appunto, dodici secoli e mezzo dopo la salita al cielo di S. Paolo, a Dante Alighieri, ancor vivo, è concesso di visitare i tre regni della morte.

A Enea fu consentito l’alto favore perchè di lui doveva uscire Roma e l’Impero, che è di istituzione divina; a Paolo fu accordata la stessa grazia perchè da lui doveva esser diffusa pel mondo la vera fede; a [p. 123 modifica]Dante è permesso ciò che a quei due era stato concesso; perche egli deve ricondurre alla reverenza dovutagli l’impero fondato da Dio e sulla retta via segnata dagli Evangeli la Chiesa fondata da Dio e perdutasi dietro i beni mondani.

La persuasione di questa missione affidatagli è dal poeta confermata, ad ogni tratto, lungo il suo viaggio.

A Caronte e a Pluto, che gridano contro Dante e cercano d’opporsi al suo passaggio, Virgilio risponde:

Vuoisi cosi colà dove si puote
Ciò che si vuole e più non dimandare.

Brunetto Latini nel Canto xv dell’Inferno dice al poeta:

. . . . . Se tu segui tua stella
Non puoi fallire a glorioso porto,
Se ben m’accorsi nella vita bella.
E s’io non fossi sì per tempo morto,
Veggendo il Cielo a te cosi benigno
Dato t’avrei all’opera conforto,

dove sono notati i doni impartiti a Dante dalla benevolenza celeste ed è accennato, oscuramente, agli alti effetti che da quelli dovranno scaturire.

E nel Canto i del Purgatorio allorchè Catone, con mal piglio, si fa incontro ai due viaggiatori

Che dannati venian alle sue grotte,


Virgilio, dopo avere narrato come e perchè egli si trovi nel Purgatorio con Dante, soggiunge:

Com’io l’ho tratto sarìa lungo a dirti:
Dall’alto scende virtù che m’aiuta
Conducerlo a vederti e a udirti.

[p. 124 modifica]

E, nel Canto xxxiii della stessa seconda cantica, dopo che il poeta ha assistito all’alta e allegorica visione del grande albero romano e del carro della Chiesa tirato dal grifone e dell’aquila imperiale, dopo che ha veduto la trasformazione subita dal carro e dalla pianta,

Beatrice così gli favella:
Tu nota: e, sì come da me son pòrte
Queste parole, sì le insegna ai vivi
Del viver che è un correre alla morte:
Ed aggi a mente quando tu le scrivi
Di non celar qual’hai vista la pianta
Che è or due volte dirubata quivi.

E, più chiaramente, nel Canto xv del Paradiso lo saluta profeta ed apostolo il suo proavo Cacciaguida che gli rivolge la parola con quel terzetto latino:

O sanguis meus, o saper infusa
Gratia Dei, sicut Ubi, cui
Bis unquam coeli janua reclusa?

rallegrandosi col sangue suo sul quale così sovrabbondante è la grazia divina che a lui sarà due volte dischiusa la porta del cielo, onde Cacciaguida, indi a un poco, ne ringrazia Dio:

Benedetto sie tu . . . trino ed. uno
Che nel mio seme se’ tante cortese.

e più tardi tripudia ancora della grazia speciale onde Iddio ha investito il pronipote, quando esclama:

O fronda mia, in che io compiacemmi
Pure aspettando, io son la tua radice!

[p. 125 modifica]e, dopo avergli predetto i danni e le sciagure che gli stan sopra, gli ingiunge:

Ma nondimen, rimossa ogni menzogna,
Tutta tua visïon fa manifesta
E lascia pur grattar dove è la rogna:
Che se la voce tua sarà molesta
Nel primo gusto, vital nutrimento
Lascerà poi quando sarà digesta.

San Pietro nel Canto xxiv, dopo avere udita la confessione della fede cattolica, con precisione di teologo profondo e con affetto di vero credente, fatta dal poeta, lo benedice e lo consacra, come è chiaro dai versi:

Così benedicendomi cantando,
Tre volte cinse me, sì conrio tacqui,
L’apostolico lume, al cui comando
lo aveva detto: sì nel dir gli piacqui.

nel susseguente Canto xxv, l’apostolo esclama:

La Chiesa militante alcun figliuolo
Non ha con più speranza, come è scritto
Nel sol che raggia tutto nostro stuolo;
Però gli è conceduto che d’Egitto
Venga in Gerusalemme per vedere
Anzi che il militar gli sia prescritto.

E, infine, rafforzando il suo dire, nel Canto xxvii, dopo aver tuonato contro lo scisma della Chiesa tratta in Avignone e fuorviata dalla febbre della potestà terrena fuori dalle linee a lei segnate dal divino istitutore, San Pietro grida a Dante:

E tu, fìgliuol, che per lo mortai pondo,
Ancor giù tornerai, apri la bocca
E non nasconder quel che io non nascondo.

[p. 126 modifica] Da tutto quanto fin qui siam venuti accennando, oltre alla certezza della credenza profonda che aveva Dante di adempiere una santa missione scrivendo la Commedia, emerge ancora tutta la profondità, tutta la sincerità, tutto l’ardore del sentimento religioso che divampava nell’anima ferventemente cattolico del grande poeta.

Sì, o signore, perchè in lui oltre la fede fervidissima del vero cristiano, c’è, più che in qualunque altro scrittore sacro o profano, la piena consapevolezza e la-sconfinata venerazione di tutti i dogmi cattolici; perchè in tutto il poema, e specialmente nella terza Cantica, non v’ha accennato o discusso anche il più lieve e tenue punto di fede, che non sia convalidato dall’alta e indiscutibile autorità di S. Pier Damiani, di S. Bonaventura, di S. Domenico e di S. Tommaso. Anzi si può affermare solennemente che nessuno, dopo Dante, ebbe approfondito e fatte sue tutte le dottrine contenute nella Somma teologica del grande Aquinate, meglio e più dell’autore della Divina Commedia.

C’è più sentimento cristiano nell’Alighieri che in tutti i Guelfi dei tempi suoi.

Ma se egli era santamente cristiano, egli era altresì tenero e devoto di Roma, destinata da Dio a sede dell’Impero, a sede della Chiesa; di Roma, nel seno della quale si erano raccolti due mondi e si erano svolte due civiltà.

La venerazione che gli ispira il gran nome di Roma fa sì che egli, parlando del loco suo natio, esclami, nel Convito: «Poiché fu piacere dei cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno, nel quale, ecc.»

[p. 127 modifica]e fa si che ribadendo l’argomento fàccia dire per bocca di Ser Brunetto nel xv Canto dell'Inferno, parlando di Firenze:

Faccian le bestie fiesolane strame
Di lor medesme e non tocchin la pianta,
S’alcuna surge ancor nel lor letame,
In cui riviva la sementa santa
Di quei Roman, che vi rimaser, quando
Fu fatto il nido di malizia tanta.

E, in conformità di queste sentenze, convalidate dalla parola autorevole di Cacciaguida nel Canto xv del Paradiso, il quale, dopo aver descritto la Firenze dei tempi suoi, si consola affermando che egli nacque nei più antichi sestieri e perciò di sangue latino, Dante può gloriarsi di discendere direttamente da un cittadino di Roma, rifugiatosi a Firenze.

E tutto ciò perchè l’Alighieri si è dissetato alle fonti della sapienza latina, e si è assimilata l’arte del gran popolo, e ne ha studiato amorosamente il diritto, e ne ha ammirato e ne ammira la civiltà, e si è fatto un idolo di quell’impero onde gli Italiani avevan tenuto il primato nel mondo antico, e con cui il poeta anelerebbe a veder loro conferito un’altra volta il primato sul mondo moderno.

Questo il sogno di tutta la sua vita, questa l’aspirazione perpetua dell’anima sua, questa la visione continua delle sue meditazioni, questo il fine unico di tutte le sue elucubrazioni, dei suoi studi, delle sue opere, del suo divino poema.

Egli è che Dante si sente latino, si sente romano: v’ha più di romanità nel suo intelletto prodigioso, nel [p. 128 modifica]suo cuore generoso, che non ve ne abbia in tutti i Dottori e in tutti i Professori di diritto dell’età sua.

Ed è in virtù di questo profondo sentimento, che tutta riempie l’anima del poeta, che Dante s’inspira continuamente a Virgilio, nella cui stupenda epopea si incarnano le origini, la storia, le glorie di Roma.

È di là che ha emanato ed emana la luce dell’Impero che innamora l’alta fantasia del poeta; è là che il Fiorentino ha appreso

Lo bello stile che gli ha fatto onore.

Ed è, per conseguenza di questa sua sentita romanità, che il poeta ha un ideale religioso e un ideale politico che si derivano da Roma e a Roma soltanto possono trovare la loro effettuazione.

Questi ideali sono le due grandi unità: la religiosa, per cui al Pontefice, Vicario di Cristo in terra, sia concesso l’assoluta e universale autorità spirituale sul mondo, come fu fissato da Cristo; la politica, per la quale all’Imperatore sia dato di governare nella vita terrena tutti i popoli nel nome di Dio, da cui egli fu istituito.

In Roma debbono sedere ambedue queste supreme autorità che rappresentano le due grandi unità, e da Roma debbono espandere la loro luce sul mondo.

Per il che, per bocca di Marco Lombardo, nel Canto xvi del Purgatorio, il poeta esclama:

Ben puoi veder che la mala condotta
E la cagion che il mondo ha fatto reo
E non natura che in voi sia corrotta.

[p. 129 modifica]

Soleva Roma, che il buon mondo feo,
Due Soli aver, che l’una e l’altra strada
Facea vedere e del mondo e de Deo.
L’un l’altro ha spento: ed è giunta la spada
Col pasturale: e l’uno e l’altro insieme
Per viva forza mal convien che vada,
Perocché, giunti, l’un l’altro non teme.
Se non mi credi pon mente alla spiga,
Ch’ogni erba si conosce per lo seme.

E, se io non temessi di riuscire soverchiamente prolisso e forse a voi increscioso, gentili uditrici, potrei, largamente spigolando nel dotto e logico trattato De Monarchia, trarre maggiori e più larghe prove della scrupolosa precisione con cui v’ho riferito il pensiero Dantesco e, insieme con esse, l’abbondantissima messe delle ragioni con le quali il poeta conforta l’elevato e complesso suo concepimento.

In questo scritto, acutamente elaborato, alla cui più larga diffusione fra le moltitudini nuoce, come al Convito e come al De Vulgari Eloquio, la luce soverchiamente abbagliante che si sprigiona dal Poema e che rende quasi invisibili le opere minori del sommo Fiorentino, il quale, parlando della Commedia, potrebbe effettivamente dire:

Così mi circonfulse luce viva
E lasciommi fasciato di tal velo
Del suo fulgor che nulla m’appariva,

In questo scritto, acutamente elaborato, potente di dialettica formidabile e serrata, l’autore stabilisce le evoluzioni dello spirito umano sia nell’ordine spirituale, sia nel politico e le rafferma, con identici sillogismi in più luoghi della Commedia.

[p. 130 modifica]Prima del peccato originale, l’indole umana era buona, ma non esclusivamente buona, onde, mercè del libero arbitrio, potè essere esposta alla prova del bene e del male. La natura umana allora prevaricò e più agevolmente seguì il male cbe non scegliesse il bene: ma se in lei si infusero gli accidenti del male vi rimase l’essenza del bene. Il male prevalse dopo il peccato, ma i germi del bene restarono racchiusi nel cuore dell’uomo e si manifestarono e si manifestano per quella continua aspirazione ad una felicità, ad una perfezione che non è e non può essere di questo mondo e che l’umanità è costretta a vagheggiare effettuabile in una sfera superiore.

Quindi, nella lotta del bene e del male, l’uomo è destinato a combattere nel terreno pellegrinaggio, per conquistare, con opere meritorie, con sacrifìci e con abnegazione, la celeste felicità.

E l’essenza della natura umana essendo stata da Dio ordinata suscettibile del bene e del male, nell’uomo ci sono le attitudini a questa lotta, dalla quale deriva la necessità della giustizia che esamini le opere umane e che distribuisca i premi e le pene.

Questa giustizia non può scaturire che da Dio, e siccome Dio è uno, una sola può e deve essere la giustizia; ma dalla giustizia divina deriva la umana, quindi la legge, e per l’esecuzione della legge un Leggitore, l’Imperatore, che non può e non deve essere che uno come una è la umanità cui egli deve governare, come uno è Dio da cui. egli emana.

Lo stato di guerra in cui vivono e si agitano i popoli dimostra che non può e non deve esservi la [p. 131 modifica]molteplicità, ma la unità delle nazioni, perchè il mondo abbia la pace, perchè l’umanità aggiunga, per quanto le è dato, la maggior possibile perfezione.

E, siccome la perfezione è nell’unità e nella molteplicità è l’imperfezione, così conviene che l’umanità, ad esser ben diretta nella lotta per le opere meritorie, abbia un solo e uniforme governo.

E, allora, dalla enunciazione dei principii scendendo nella sfera dei fatti e ricercando le storie umane, alla mente del poeta, anzi del politico e del giureconsulto, appariva tutta la gloriosa tradizione dell’Impero romano, ordinato da Dio a formare l’unita della stirpe umana, perchè, poi, per mezzo suo, fosse diffusa da Roma la vera fede ad affratellare, in una santa e amorosa unità, tutti i popoli del mondo.

Il poeta considera Roma come città santa e così la chiama e nella Monarchia e nel Convito; il suo popolo è per lui predestinato dalla Divina Provvidenza alla unità politica e religiosa del mondo; esso ne aveva il dovere e il diritto perocché - sono sue parole nel capitolo 5° del Trattato iv del Convito - «più dolce natura in signoreggiando e più forte in sostenendo e piu sottile in acquistando, nè fu nè sia che quello popolo santo, nel quale l’alto sangue Trojano era mischiato, e perciò Iddio quello elesse a quell’ufficio.»

Per lui il popolo romano - lo afferma nel ii libro della Monarchia - «è quel popolo santo, pio e glorioso il quale sembrò negligesse i propri agi a vantaggio della salute pubblica dell’uman genere.»

Avvegnaché per lui - lo afferma nel capitolo 6° del Trattato v del Convito - «la ottima disposizione della [p. 132 modifica]terra sia quando ella è monarchia, cioè tutta a uno principe suggetta..... e perciò ordinato fu per lo divino provvedimento quello popolo e quella città che ciò doveva compiere, cioè la gloriosa Roma.»

E quindi nella chiusa di quel medesimo capitolo egli esclama: «E certo sono di ferma opinione, che le pietre che nelle mura sue (di Roma) stanno siano degne di reverenzia; e il suolo ove ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e provato.»

Ma, poiché all’effettuazione di questo grande concetto si opponevano le ambizioni della Curia di Roma, poiché i Pontefici di allora, più curanti del potere politico che del guidare i popoli sulla via del dovere e della virtù, ad avviso del poeta, tralignavano dalla legge apostolica, l’Alighieri, a compiere la sacra missione cui si reputava destinato, prorompeva in apostrofi continuate, tutte calde del più santo fervore, contro la miscela dei due poteri, contro le pretese dei Guelfi come contro quelle dei Ghibellini, contro le colpe dei principi come contro gli errori dei popoli.

Così, e col pensiero fisso a Roma, personificazione storica e vivente dei suoi ideali, scaturigine unica possibile della perfezione politica e religiosa da lui vagheggiata, egli tuona, con poesia inspirata e sublime, contro la simonia nel Canto xix dell’Inferno:

Deh or mi di’ quanto tesoro volle,
Nostro Signore in prima da S. Pietro
Che ponesse le chiavi in sua balìa?...
Certo non chiese se non: viemni dietro.

[p. 133 modifica]

Nè Pier, nè gli altri chiesero a Mattia
Oro o argento, quando fu sortito
Nel luogo che perdè l’anima ria.
Però ti sta che tu se’ ben punito;
E guarda ben la mal tolta moneta
Ch’esser ti fece contro Carlo ardito.
E se non fosse che ancor lo mi vieta
La reverenza delle somme chiavi,
Che già tenesti nella vita lieta,
I’userei parole ancor più gravi:
Chè la vostra avarizia il mondo attrista,
Calcando i buoni e su levando i pravi.

      Così, e col pensiero fìsso a Roma, egli irrompe nella stupenda apostrofe all’Italia, nel Canto vi del Purgatorio, e deplora le condizioni miserande della penisola:

Ed ora in te non stanno senza guerra
Li vivi tuoi e l’un l’altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa ^prra.
Cerca, misera, intorno dalle prode
Le tue marine, e poi ti guarda in seno
Se alcuna parte in te di pace gode.
Che vai perchè ti racconciasse il freno
Giustiniano, se la sella è vota?
Senz’esso fora la vei'gogna meno.
Ah! gente che dovresti esser devota
E lasciar seder Cesar sulla sella,
Se bene intendi ciò che Dio ti nota,
Guarda com’esta fiera è fatta fella,
Per non esser corretta dagli sproni
Poi che ponesti mano alla predella!

E nella invocazione ad Alberto d’Asburgo che poltrisce in Alemagna e non viene a comporre le contese d’Italia, il poeta grida sconsolato:

Vieni a veder la tua Roma che piagne
Vedova e sola, e dì e notte chiama:
Cesare mio, perchè non m’accompagne?

[p. 134 modifica]

E l’Impero latino vede e disegna nel C.xiv dell’Inferno quando ode descriversi da Virgilio il veglio del monte Ida:

Che tien volte le spalle in vèr Damiata,
E Roma guarda siccome a suo speglio.

In quel vecchio, che ha la testa formata d’oro fino, e le braccia e il petto d’argento e il ventre di rame e le coscie di ferro e il piede su cui sta più eretto ha di terra cotta, quasi allo stesso modo che intervenne nelle visione di Re Nabucco, Dante ha simboleggiato l’Impero, da Augusto, pei suoi successori, quasi tutti degradanti al peggio, giunto alla divisione di Teodosio, e che si muta nel ferreo regime della barbarie e decade alla debolezza delle città divise fra l’alternarsi al governo della demagogia e della oligarchia, il che è figurato nel piede di creta, onde le lagrime che spicciano dalle fessure di quella statua, e che rappresentano i pianti dei popoli oppressi.

E a Roma è intento e alla storia grandiosa della sua dominazione quando nel C. vi del Paradiso celebra le vittorie dell’aquila imperiale, che egli chiama l’uccel di Dio, il quale

Sotto l’ombra delle sacre penne
Governò il mondo.

Qui il poeta, sui vanni della sua ammirabile fantasia, ben più poderosi che non quelli dell’aquila stessa, si slancia sulle orme di questa e segue in tutti i suoi voli l’insegna che esso definisce il sacrosanto segno.

Tu sai che ei fece in Alba sua dimora
Per trecent’anni ed oltre, insino al fine
Che i tre e tre pugnar per lui ancora.

[p. 135 modifica]

Sai quel che fé’ dal mal delle Sabine
Al dolor di Lucrezia in sette regi,
Vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel che fé’ portato dagli egregi
Romani incontro a Brenne, incontro a Pirro,
Incontro agli altri principi e collegi:
Onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
Negletto fu nomato, e Deci e Tabi
Ebber la fama che volentier mirro.
Esso atterrò l’orgoglio degli Arabi
Che diretro ad Annibale passaro
L’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott’esso giovanetti trionfaro
Scipione e Pompeo, ed a quel colle
Sotto il qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
Ridur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle;
E quel che fe’ dal Varo insino al Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
Ed ogni valle onde Rodano è pieno.
Quel che fe’ poi ch’egli uscì di Ravenna,
E saltò il Rubicon, fu di tal volo,
Che noi seguiteria lingua, nè penna.
In ver la Spagna rivolse lo stuolo.
Poi ver Durazzo, e Farsaglia percosse
Sì, che al Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro eSimoenta, onde si mosse,
Rivide, e là dove Ettore si cuba
E mal per Tolomeo poi si riscosse:
Da indi scese folgorando a Giuba:
Poi si rivolse nel vostro occidente,
Dove senti a la Pompeiana tuba.
Di quel che fe’ col baiulo seguente
Bruto con Cassio nell’inferno latra
E Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la triste Cleopatra,
Che fuggendogli innanzi, dal colubro
La morte prese subitana ed atra.
Con costui corse insino al Irto rubro:
Con costui pose il mondo in tanta pace
Che fu serrato a Giano il suo delubro.

[p. 136 modifica]

Ma ciò che il segno che parlar mi face
Fatto avea prima e poi era fatturo
Per lo regno mortai che a lui soggiace,
Diventa, in apparenza, poco e scuro
Se in mano al terzo Cesare si mira
Con occhio chiaro e con affetto puro;
Che la viva giustizia che mi spira
Gli concedette, in mano a quel che io dico,
Gloria di far vendetta alla sua ira.
Or qui t’ammira in ciò che io ti replico:
Poscia con Tito a far vendetta corse
Della vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse
La santa Chiesa, sotto alle sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

In questa storia dell’aquila il poeta ha riassunto tutta la storia del glorioso Impero latino da Enea a Romolo da Romolo a Cesare, da Cesare a Tito, da Tito a Carlo Magno.

L’Imperio fu statuito da Dio perchè, nella universalità del dominio romano e sotto la protezione della autorità imperiale, potesse svilupparsi e diffondersi e universalizzarsi la fede, la vera fede

Che è principio alla via di salvazione.

Questo concetto è chiaramente espresso nei due versi, che di sopra abbiamo riferito

Poi, presso al tempo che tutto, il ciel volle,
Ridur lo mondo a suo modo sereno.

L’Imperio deve vendicare, con Tito, il sangue divino versato a Gerusalemme, e la fede cristiana, da Gerusalemme distrutta, deve portare la sua sede a Roma, che è eterna.

Ora questo concetto è la base precipua del poema:

[p. 137 modifica]esso è ripetuto in mille forme, ad ogni piè sospinto, nell’Inferno, nel Purgatorio, nel Paradiso, perchè è l’obiettivo dell’opera, perchè è l’alito che la vivifica, perchè è il fine dell’apostolato affidato a Dante.

Roma è sempre presente agli occhi del poeta e spesso essa ed i suoi cittadini fan capolino nelle sue similitudini.

Nella fiamma che avvolge Ulisse e Diomede nel C. xxvi dell’Inferno si geme per l’agguato del cavallo, donde derivò la distruzione di Troja, la fuga di Enea in Italia, che, pel poeta, fu

. . . . . . . . . la porta
Onde uscì dei Romani il gentil seme.

E quando nel C. xxxi dell'Inferno, Dante vede torreggiare i giganti, dice, parlando di Nembrotte:

La faccia sua mi parea lunga e grossa
Come la pina di San Pietro in Roma.

E, poiché la brevità del tempo concesso a questa mia diceria non me lo consente, ometto di citare tutti i luoghi nei quali il poeta parla dei Romani e di Roma, e solo rammento come Beatrice (la scienza divina) parlando a Dante, nel C. xxxii del Purgatorio, e accennando al breve tempo che il poeta dovrà ancora vivere nella selva d’Italia, identifica Roma col paradiso:

Qui sarai tu poco tempo silvano,
E sarai meco senza fine cive
Di quella Roma onde Cristo è romano.

Tale fu adunque il sogno, tale la visione, tale l’aspirazione di tutta la vita del divino poeta: tale fu il concetto a cui si volsero i suoi desideri, la sua [p. 138 modifica]volontà, i moti tutti del suo cuore, le opere tutte delringegno suo.

Ma il Veltro invocato, atteso, non surse ai suoi tempi, ma il Duce che Beatrice nel Canto xxxiii del Purgatorio, Folco da Marsiglia nel Canto ix del Paradiso e San Pietro nel xxvii della medesima cantica avevano preconizzato, non apparve ai giorni del poeta.

Quel Veltro, quel Duce, concepiti dalla mente di Dante, fra i palpiti dei suoi desideri e delle sue speranze, evaporarono, con le ultime sue illusioni, con gli ultimi guizzi della luce meridiana, dinanzi agli occhi del poeta morente a Ravenna nel settembre del 1321, fra le braccia di Guido da Polenta.

Ma l’alta provvidenza che con Scipio
Difese a Roma la gloria del mondo

vide che l’ora in cui l’apostolato di Dante doveva mutarsi in fatto non era giunta.

E il poeta talvolta lo aveva sentito che il momento in cui le sue predizioni si avvererebbero rimaneva e doveva rimanere chiuso nell’eterno consiglio.

Onde nel Canto vi del Purgatorio, dopo avere, quasi irriverentemente, gridato:

E se licito m’è, o sommo Giove,
Che fosti in terra per noi crucifisso,
Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

si corregge subito e, con venerazione di sincero credente, soggiunge:

O è preparazion che nell’abisso
Del tuo consiglio fai per alcun bene
In tutto dall’accorger nostro scisso?

[p. 139 modifica]E se egli morì, laggiù, all’ombra della verde e sterminata

pineta, con lo sguardo fisso sulle onde cenile dell’Adriatico, con un ultimo repetio nell’animo verso il suo bel San Giovanni, con la mente intenta alla pianura squallida e giallastra in mezzo alla quale sorge Roma, immersa nel buio più fitto, perdio priva della luce di ambedue i soli da cui doveva e dovrà essere illuminata, vedova, come era, dell’Imperatore, morto a Buonconvento nel 1313, vedova del Pontefice, rapito in Avignone dalla sfrenata cupidigia della casa di Francia, se egli morì senza, vedere effettuato il suo alto disegno, morì però, con il profondo convincimento che quel disegno diverrebbe fatto e che sarebbe il più grande fra i fatti dei tempi nuovi e che esso sarebbe salute

Di quell’umile Italia.....
Per cui morto la vergine Camilla
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Come il grande e glorioso Gregorio VII, come quest’altro altissimo intelletto, il quale, dopo avere incarnato il suo grandioso disegno dell’onnipotenza della Chiesa, morì esule a Salerno, l’Alighieri, che moriva esule a Ravenna, avrebbe potuto esclamare: Dilexi institiam et odivi iniquitatem, propterea morior in exilio.

Ma l’attuazione del concetto di Ildebrando doveva, in poco più di due secoli, condurre la Chiesa dall’esilio di Gregorio VII a Salerno all’esilio del Papato in Avignone, mentre l’attuazione del disegno dell’Alighieri doveva distruggere i tristi effetti del primo e condurre l’Italia alla sua redenzione.

Perchè il concetto Dantesco, rimasto in eredità [p. 140 modifica]agl’Italiani, divenne il loro vangelo politico: dal Petrarca a Caterina da Siena, da questa al Machiavelli, dal Machiavelli al Guidiocioni, da questo all’Alfieri, dall’Alfieri al Foscolo, al Leopardi, al Gioberti, al Mazzini, quel concetto fu il segnacolo in vessillo che, durante cinque secoli, sventolò dinanzi al sentimento italiano, che guidò il pensiero nazionale, fra le vicissitudini della storia, gli obbrobri del servaggio, e le evoluzioni dello spirito umano. Fu quel concetto politico, mantenuto intatto come sacra tradizione fra gli stessi dolori della servitù, vivificato dal soffio della grande rivoluzione francese, tenuto alto, negli ultimi tempi, da un’onda continuamente irrompente di scritti, i quali, oggi, con irreverente e spregevole scetticismo, chiamati retorica, formarono, pur tuttavia, un ben robusto e fecondo trattato di retorica, poiché fu scritto col sangue di tante migliaia di martiri, fu quel concetto, che si partiva da Roma e ritornava a Roma, quello che ricostituì l’italica famiglia in forte nazione.

Come a stella notturna che guidi i naviganti nel silenzioso lor viaggio, ebber fissi gli sguardi e le menti gl’italiani al sacro poema: di là trassero la scienza e l’ardimento; di là trasser gli auspici: e il sogno di Dante divenne realtà e il Veltro simbolico, il mistico Duce surse, quando l’opera fu matura, quando l’età fu piena e apparve ai popoli che l’attendevano, vaticinato, desiderato; e il Duce, il Veltro fu il forte, il glorioso Vittorio Emanuele di Savoia.

Il gran Re, che era stato cibato

Di sapienza, amore e virtute

[p. 141 modifica]ridusse ad atto la profezia di Beatrice

Che io veggio certamente, e però il narro,
A darne tempo già stelle propinque,
Sicuro d’ogni intoppo e d’ogni sbarro
Nel quale un cinquecento, dieci e cinque
Messo di Dio, ucciderà la fuia
E quel gigante che con lei delinque.

Ed ora l’Italia, ricomposta a libero e civile reggimento, può avviarsi - se la fede del bene e l’industria operosa degli studi non verrà meno nella sua gioventù - al conquisto del suo terzo primato. Il sogno del divino poeta è divenuto realtà, il suo sublime vaticinio è adempiuto. Un Principe leale e generoso governa i politici andamenti delle genti italiche: in Roma han sede ambedue le supreme potestà che da Dio furono ordinate - secondo il concetto Dantesco - alla felicità dei popoli; e, nel fedele adempimento della rispettiva loro missione è tutto racchiuso l’elevato concetto del fervente cristiano, del grande italiano, Dante Alighieri:

Soleva Roma, che il buon mondo feo
Due Soli aver, che l’una e l’altra strada
Facean vedere e del mondo e de Deo.





Note

  1. Questo discorso fu letto, nello scorso aprile, nella sala della Palombella, dinanzi ad un eletto uditorio di gentili signore, colà raccolte dalla benemerita Società per la cultura della donna.
          Sarà agevole quindi al lettore il comprendere come, pei delicati riguardi dovuti allo speciale ambiente e allo speciale uditorio, spesso all’Autore fossero imposte certe riserve per le quali, su certi punti del ragionamento, a lui fu necessario sorvolare alla sfuggita, non consentendo la suscettibilità delle coscienze femminili un più ampio e rigoroso svolgimento di talune idee soverchiamente ghibelline.
  2. Qui avrei voluto e dovuto accennare a Gesù Nazzareno, la più pura, la più amorevole, la più santa coscienza che apparisse fra gli uomini, il più sublime, il più tenero, il più umano fra i legislatori di morale.... ma considerarlo come uomo alla Palombella non si poteva senza correre rischio di offendere i convincimenti religiosi della maggior parte di quelle dame.... per cui....