Meditazioni di un brontolone/Vincenzo Monti imitatore
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VINCENZO MONTI IMITATORE
Dai 12 ai 16 anni io ebbi Vincenzo Monti fra gli autori miei prediletti. Nella biblioteca dell’adorato padre mio vi era una bella edizione completa delle opere del poeta romagnolo sulla quale io mi gettai, più volte, con una specie di febbre. So di aver letto, tre volte, a brevi intervalli, quei dodici volumi. La Basvilliana, la Mascheroniana, il Prometeo, il Bardo della Selva Nera, la Feroniade, le Tragedie, le Lezioni di eloquenza, la Proposta, l’Epistolario, non saprei dire quante volte rileggessi. Quel suo verso armonioso, frondoso, vigoroso, pieno, sovente rimbombante, mi rapiva in estasi. Quella sua prosa robusta, disinvolta, spesso incisiva mi trascinava all’entusiasmo. E, confesso il vero, quantunque, a quel tempo, fra gli autori miei prediletti, fosse ascritto anche Ugo Foscolo, pel quale io professava un culto che niente è valso, neppure in seguito, a sminuire, pure lo confesso sinceramente, io riteneva, allora, superiore di assai al Foscolo, il maestoso e potente traduttore della Iliade. Però col proseguire degli studi, la mia foga giovanile cominciò ad essere temperata da un esame più maturo delle opere del poeta Fusignanese; e da raffronti più serii, instituiti fra esso e il Parini, e il Foscolo e lo Alfieri, risultò un giudizio più imparziale, più pacato intorno al critico del Cavallo alato di Arsinoe.
Qualche anno fa, ero a Venezia, professore di lettere italiane in quel Liceo Marco Foscarini e, una sera, in uno dei geniali ritrovi ai quali partecipavan, sovente, nella Birreria Sant’Angelo, il povero Salmini, il Gallina e il Molmenti, un valente professore di letteratura, col quale di rado mi trovavo d’accordo, mi pose, a bruciapelo, il seguente quesito:
— Se ella fosse prigioniero di Stato e le si concedesse la lettura di un solo poeta italiano, quale presceglierebbe?
— Il Divino Alighieri - risposi subito - e non soltanto fra gli italiani presceglierei lui, ma fra tutti i poeti del mondo.
— D’accordo - soggiunse il bravo professore - Ma continuò - se, oltre l’Alighieri le fosse concesso di leggere altri tre poeti italiani, quali preferirebbe?...
— L’Ariosto, il Petrarca e il Leopardi: e noti bene l’ordine in cui li metto: primo, eleggerei il cantore d’Orlando, poi quello di Laura, poi quello di Silvia.
Il mio interlocutore aggrottò un istante le folte sopracciglia, pensò un momento, poi rispose, stringendo le labbra con una smorfia che esprimeva lo sforzo che e gli faceva nell’approvare quella scelta:
— Via!... andiamo... passi per il Leopardi.
Il valentuomo avrebbe preferito che io avessi anteposto il cantore della Gerusalemme al poeta Recanatese.
— Però - riprese a dire - supponiamo che, vista la indole sua quieta e studiosa - già, in una fortezza le sarebbe necessario dimostrarsi tranquillo e temperato suo malgrado - supponiamo che il governatore le concedesse la scelta di altri otto poeti italiani, oltre i quattro già scelti. Quali prediligerebbe ella?
— Il Tasso, il Berni, il Poliziano, il Foscolo, l’Alfieri, il Parini, il Giusti e il Manzoni.
Il degno professore, il cui volto si era andato, man mano, aggrondando, diè un gran pugno sul tavolo - per fortuna - di marmo e gridò, con gli occhi fuori dell’orbita:
— O il Monti, dove la me lo mette il Monti?...
— Subito dopo quei dodici lo metto, per tredicesimo e per quattordicesimo pongo il Metastasio e per quindicesimo il Tassoni e per sedicesimo...
Ma l’altro non mi lasciò finire e, con una sfuriata poco cristiana, si mise a declamare una caldissima apologia del Monti, mista ad una diatriba contro il pervertito gusto dell’età moderna, da disgradarne una delle invettive di Fra Gerolamo Savonarola contro la corruttela della chiesa di Roma. Era una gragnuola di parole, una tempesta di periodi, un uragano di esclamazioni, altrettanto profondamente veementi quanto, a dir vero, poco connesse e meno ragionevoli.
— Il Monti!... un poeta di quella fatta!... così rigoglioso !...
— Troppo rigoglioso - obiettava io.
— ....Così rigoglioso - continuava il collega, alzando più la voce - così limpido, così spontaneo!... tutto vita!... tutto robustezza!... tutto sentimento!... tutto calore!... Il Monti die valeva, per impeto lirico, per vivezza di colorito, per dolcissima armonia, sei Alfieri, quattro Parini, quattro Poscoli, quattro Leopardi, quattro Manzoni!...
— Troppo armonioso, appunto, ma spesso non altro che armonioso, autore, sovente, di versi risuonanti ma che non creano... - esclamava io, interrottamente.
Invano!
Il buon professore continuava a subissarmi, con la foga della sua irosa eloquenza.
Tentai, inutilmente, di persuaderlo che il Monti era spontaneo sì, rigoglioso sì, frondoso, armonioso sì, ma che non era stato creatore: mi sforzai dimostrargli che egli aveva voluto essere un grande, un sapiente, un mirabile assimilatore, ma che, in sostanza, in fondo in fondo, non era stato altro che un dolce, un poderoso, un valentissimo, e forse inconscio, imitatore; cercai provargli, ma senza frutto, che la terzina stupenda il Monti l’aveva presa dal divino Alighieri, che lo sciolto robusto e maestoso l’aveva imitato, illeggiadrendolo, dal duro di Alfieri e dal nervoso del Parini; mi affaticai, indarno, a persuaderlo che la Feroniade, benché bellissima, era figlia dei Sepolcri e dei brani più salienti dell’Inno alle Grazie, i quali erano conosciuti dal Monti; mi affannai perfino, a sedurlo, paragonando l’autore dell’Aristodemo, con vieta ed arcadica similitudine, all’ape che sugge, qua e là, pel giardino, la parte piu eletta dei fiori e la muta in miele squisito...
Invano, invano!
Il degno letterato, benché tenerissimo di certi convenzionalismi accademici, rimase inaccessibile anche al fascino di quella similitudine, degna delle incantatrici labbra di Circe e continuò a imperversare contro le mie eresie e, per quella sera, dovetti andarmene a letto senza avere potuto ottenere il suo perdono. Meno male che dormii lo stesso!
Se fosse vera, così, come si presenta alla bella prima, quella sentenza di Victor Hugo, la quale dice che: creare non è che ricordarsi, pochi poeti potrebbero dirsi creatori quanto Vincenzo Monti. Ma probabilmente il ricordo, quale lo intendeva il celebre poeta francese, non ha da essere nè visibile, nè riconoscibile per poter divenire creazione. L’autore di Notre Dame de Paris alludeva, certamente, a quel lavoro di assimilazione, lento, assiduo, impercettibile agli occhi stessi, all’anima stessa di colui in cui si opera, a quel lavoro di assimilazione pel quale le idee, i pensieri, i concetti di un grande scrittore passano, insensibilmente, nell’animo di un altro e divengono, insensibilmente sempre, sangue nelle vene dello studioso e si insinuano nell’intelletto di lui e si immedesimano nell’indole sua, per poi riapparire, cambiati, trasformati, sotto un nuovo aspetto, recanti l’impronta dell’ingegno e del carattere del riproduttore e, così trasmutati dalla primitiva loro fìsonomia, da volerci occhio d’aquila per riconoscere in essi la vera genesi loro.
Così ha inteso di certo la sua sentenza Victor Hugo e, in questo senso, meno rarissime eccezioni, quella sentenza è verissima.
Ma se tale era ed è l’intendimento del poeta delle Legendes des siècles, pochi uomini ci sono, nel mondo artistico e letterario, cui possa meno giustamente applicarsi quella sentenza come Vincenzo Monti.
E, siccome so di accostarmi ad un gran vespaio, scrivendo questi modesti articoli, così è necessario, a rendere meno pungenti le trafitture che me ne verranno, che io premetta una sincera, leale ed esplicita dichiarazione.
Non febbre di demolizione, non smania del nuovo, non aspirazione allo strano me muovono a questa critica, ma amore sviscerato del vero, ma desiderio di dissipare le tenebre del pregiudizio, di rompere il giogo potente di una troppo appassionata tradizione, ma culto devoto dell’arte.
Fanciullo fui ammiratore entusiasta del poeta Fusignanese; oggi riconosco lo splendore meraviglioso della sua immaginazione, la spontaneità quasi improvvisatrice e, ad ogni modo, correttamente improvvisatrice della sua fantasia, la dolce e maestosa armonia del suo verso, la robustezza sua come prosatore e come filologo, ma non posso non riconoscere la sua soverchia tendenza all’ampolloso, la sapiente sì, ma quasi continua sua imitazione, e la frequente e sonora vacuità delle sue idee e la ostentazione fastosa e variabilissima di un sentimento che, o è in lui, momentaneo, leggiero, superficiale, o è presente soltanto in parole, senza calore vero, senza profonda coscienza.
Uomo dalle ricche vesti, dai pomposi abbigliamenti, dalle leggiadre movenze mi appare oggi il Monfi, attraverso alle quali io spesso cerco invano la gagliardia del pensiero, o lo slancio verace di un animo sinceramente nobile e generoso.
La sua poesia è onda di musica dolce, armoniosa, che solletica il mio orecchio, che lo carezza soavemente, ma che passa senza lasciar quasi mai un’impronta viva ed incancellabile nell’anima mia. La sua imitazione è talvolta così servile che plagio addirittura, se reverenza noi vietasse, dovrebbe essere appellata.
Se taluno credesse troppo arrischiato e troppo rigido questo giudizio, legga e veda se nelle mie paro1 e vi sia esagerazione.
Il fecondo poeta, il quale lodò, successivamente, imperterrito, Pio VI, la Repubblica, i Bonaparte, gli Asburghesi e Pio VII, nello studio dei classici latini e degli italiani era, fin dalla sua prima giovinezza, profondamente versato; onde non è a meravigliare se la sua ferrea memoria presentasse, continuamente, alla ardente sua fantasia pensieri e concetti derivati dallo accennato studio dei classici, acciò essa, adornandoli di nuovi e leggiadri colori, li facesse continuamente balenare innanzi agli occhi dei contemporanei di lui.
I quali contemporanei, assordati gli orecchi dal rimbombane fragore dei versi frugoniani, fantoniani o minzoniani, e ottenebrati gli occhi dal falso e snervante luccichio delle nenie rolliane e savioliane, non è a dire se restassero solleticati, abbarbagliati, affascinati da quelle vecchie forme rinnoveliate nelle quali l’armonia era spontanea, lo splendore di oro di buona lega, l’immagine naturale e tratta dal vero.
Così Vincenzo Monti, fortunatissimo in gioventù, come in tutto il resto della sua vita lauta e cortigiana, appariva, in mezzo all’età sua, stanca, sfibrata e corrotta e alla quale avevano già rotto l’alto e vergognoso sonno nella testa, il Varano, il Gozzi, l’Alfieri, il Baretti, il Parini, e il Cesarotti, proprio nel momento in cui una rivoluzione letteraria preludiava una rivoluzione politica e sociale. Venne atteso, aspettato dal volgo dei dotti, invocato dai pochi, che intendevano e sentivano e venne proprio accompagnato da quella memoria prodigiosa, atta a fornirgli le munizioni necessarie ad abbattere il barocco e fradicio edificio già crollante e a costruire, con i vecchi materiali della sapienza dei padri, un tempio armonico e regolare, di cui già eran state gettate le fondamenta.
Ravviò allo studio del Divino Poeta l’età sua, già a quello studio indirizzata e dalle Visioni del Varano e dalla Difesa di Dante del Gozzi e dalle acute e rabbiose critiche della Frusta Letteraria e si beccò - e nella sua vanitosa alterezza si lasciò dare per tutta la vita, senza protestare una volta sola - il titolo di Dante redivivo, quasichè l’imitatore abile e felice della scorza e il quale mai si addentrò nella sublime midolla del suo esemplare, potesse essere, senza profanazione del vero, paragonato a quell’altissimo e originale e unico intelletto.
Lardellò le sue poesie di imitazioni, per non dire di traduzioni virgiliane e seppe, più romanamente di tutti gli altri del suo tempo - e di ciò gli va data ampia lode - avvolgersi nelle pieghe della toga e del paludamento, onde era gran moda, venuta di Francia, coprire, svenevolmente e con posa affettatamente accademica, le stecchite nudità di una società frollata, che, leziosamente, s’affannava a parodiare l’antica.
Così, col Canova, con l’Appiani, col Camuccini, egli concorreva, potentemente, a creare quell’effimero terzo classico rinascimento, i cui bagliori duravano quanto l’impero e si dileguavano, in breve, appena alitò di qua dalle Alpi il soffio fresco e giovanile della scuola romantica.
Del come e del quanto, in tutto ciò, il Monti fosse imitatore io non dirò: troppo lunga e grave sarebbe la bisogna e ci vorrebbero volumi e riescirebbero probabilmente noiosi. D’altronde non v’ha giovine, che abbia tuttora impressi nella memoria Virgilio e Dante, il quale non sappia e non possa, trovare, di per sè, come e quanto il Monti li abbia imitati e dove e in quanto sia ad essi rimasto inferiore.
Mi restringerò adunque a parlare di cose meno note: mostrerò, cioè, sino a qual punto il traduttore di Persio sia stato servile imitatore nelle sue due tragedie Cajo Gracco e Galeotto Manfredi.
Oh quante lacrime ho io sparso sul Cajo Gracco!... Di quanti palpiti sinceri, di quanti innocui fremiti puerili non ne ho accompagnato le frequenti letture?... E difatti anche il più maturo giudizio virile mi persuase sempre della eccellenza di quel dramma.
Non ostante l’ossequio alle opprimenti regole aristoteliche, professate dal classico autore, le pastoie delle tre unità non riescono a soffocare la vita poderosa che circola entro questa azione semplice, commovente e gagliarda. La vita privata s’intreccia mirabilmente, e con grande naturalezza, con la pubblica: l’uccisione misteriosa di Scipione Emiliano, che getta la disperazione nella famiglia Sempronia e il più alto fermento nella città, si innesta, spontaneamente, con la proposta revoca delle leggi agrarie, onde son sossopra ugualmente Cornelia, Licinia, Cajo, Fulvio, Opimio, Druso e Roma tutta.
Benché sei appena siano i principali personaggi della tragedia e in essa prendan picciola parte un vecchio e tre cittadini, non v’ha in essa quel che di stentato e di rachitico nell’azione che, spesso, per la scrupolosa osservanza della unità d’azione, di quella di tempo, di quella di luogo, si rinviene in talune tragedie stesse dell’Alfieri, le quali ti sembrano ossature di colossi, costrette a contorcersi e a scricchiolare entro le brunite armature di volgari e mezzani guerrieri.
V’ha un non so che di ampio, di grandioso nella semplice tessitura del Cajo Gracco e, come nella Virginia dell’Astigiano, v’ha siffatta larghezza di linee onde l’azione spazia liberamente nel vasto fondo del quadro, costituito dalla immensità del Foro, e dà ai personaggi impronta vera di vitalità, e atteggiamenti reali e parlanti. A tale che la Virginia e il Cajo Gracco, anche visti oggi, nel nuovo ambiente in cui viviamo, dopo che siam giunti ad apprezzare altamente i drammi dello Schiller e ad ammirare quelli stupendi del divino Shakspeare, quelle due produzioni ti appaiono preludio della tragedia nuova, audacemente e felicemente iniziata poi dal Manzoni, propagata, benché con maggiore reverenza delle regole aristoteliche, dal Pellico con l’Ester d'Engaddi, con l’Iginia d'Asti, con la Gismonda da Mendrisio, col Tommaso Moro e col Leoniero da Dertona, poscia popolarizzata dal povero nostro Cossa col Nerone, col Giuliano, col Cola, con la Messalina, con la Cleopatra, con la Cecilia.
Uno adunque dei titoli della mia giovanile e caldissima ammirazione per Vincenzo Monti era proprio il Cajo Gracco. Io ne aveva, allora, appresi a memoria molti squarci e mi tremavano le vene e i polsi quando andava ripetendo, ad alta voce, quei versi gagliardissimi.
Cajo. . . . . . . . Ma di voi, meschini,
Chi possiede di voi un foco, un’ara
Una vil pietra sepolcral?
Popolo (con altissimo grido). Nessuno,
Nessuno.
Cajo. E per chi dunque andate a morte?
Per chi son quelle larghe cicatrici
Che rosseggiar vi veggio e trasparire
Fuor del lacero saio? Oh! Chi le porge,
Chi le porge ai miei baci? la lor vista
M’intenerisce e, ad un medesmo tempo,
A fremer d’ira e a lacrimar mi sforza.
Ma, a raffreddare quei miei entusiasmi venne la doccia della ragione. Un giorno, nel 1856, mi capitarono in mano Le Notti Romane del conte Alessandro Verri e rapidamente e amorosamente le lessi. Oh meraviglia!
Nei colloquii V, VI, della Notte Prima trovai quasi tutta la tessitura del Cajo Gracco!
Restai trasognato !
Quando mi fui riavuto dal mio stupore, rilessi il Verri, rilessi il Monti, esaminai le Vite dei due Gracchi scritte da Plutarco e il libro I delie Guerre civili dei Romani di Appiano Alessandrino, li confrontai : non c'era che dire: il Ferrarese aveva concepita e scritta la sua tragedia, tenendo dinanzi agli occhi il libro del Milanese e rubacchiando concetti, frasi ed immagini da Plutarco, da Appiano e perfino dal Coroliano di Shakspeare.
E, perchè non si creda che io parli a vanvera o che traveda, dei furti del Monti darò qui sotto qualche saggio.
| VERRI | MONTI. |
| (Nel Colloquio VI della Notte prima). | (Nella scena 2a dell’atto II del Cajo Gracco). |
| Tu, plebe atroce, sempre indegna di libertà, perché la depravi in licenza ; tu vile quando oppressa, baldanzosa quando libera commettesti il primo attentato, ecc. ecc. | . . . . Ma di plebe |
| Voi, seducendo la plebe con la impossibile eguaglianza delle fortune, eccitaste perniciosi tumulti non che in Roma, in Italia tutta. Fosse pur la tanto da voi promossa legge utile e giusta nel suo principio, quando però da secoli era trasgredita, non si potea richiamare all’osservanza che inducendo nella proprietà una tumultuosa incertezza, ecc. ecc. | . . . . . . . . A te di nuovo |
| (E prima, per la bocca di Druso, aveva già detto): | |
. . . . . Il lor funesto effetto, |
| VERRI | MONTI. |
| (Nel Colloquio VI della Notte prima parlando di Scipione Emiliano). | (Nell’atto II del Cajo Gracco, parlando, per bocca di Fulvio, di Scipione Emiliano). |
| Ecco tu stringi di assedio Numanzia valorosa. I cittadini suoi liberi ed illustri per lo disprezzo della morte, invano provocavano le tue legioni a combattere all’aperto. Temporeggiando evitasti il formidabile e continuo invito di quelli, i quali di niun altra cosa avean timore, se non della servitù. Rattenesti l’esercito negli accampamenti e, solo con la trista penuria angustiavi quella generosa città. . . . . . . . . . . . . Oh sterminatore di popoli innocenti! Oh tiranno di liberi! Non sei tu quegli, il quale immantinente punisti la città di Luzia perché ella, commiserando l’oppressione di Numanzia, promettea di porgerle aiuto? E quantunque non fosse ridotta ad effetto quella benigna intenzione pure tu sentenziasti Luzia a consegnarti quattrocento suoi giovani a’ quali facesti per vendetta ignominiosa troncare le mani. |
. . . . . . . . Più non rammenti, |
| (Nel Colloquio V della Notte prima per bocca di Tiberio Gracco). | (Nell’atto III del Cajo Gracco per bocca di Cajo stesso). |
| Erano queste mura nominate patria dai ricchi, per noi ovile della tirannide loro. Noi oppressi perpetuamente dalle usure, sempre debitori, e prodighi sempre del sangue nostro, eravamo spinti alla guerra da’ Consoli per togliere loro il tedio prodotto dalle giuste nostre querele. I Patrizi empievano le orecchie altrui con quelle venerevoli parole : Patria, Repubblica, gloria, grandezza del popolo romano : ma i loro scrigni con oro e il ventre con splendidi conviti. Fino alla fondazione della Repubblica, determinava pur la nota e sempre delusa legge Licinia, che le terre pubbliche acquistai dall’esercito fossero distribuite al comune. Ma que’ medesimi campi che avevano le zolle intrise del sangue nostro, furono sempre donate a’ Patrizi, I QUALI GIACEANO A LIETA MENSA intanto che noi lo spargevamo. Io Tribuno per voi prodi e mendichi, A’ QUALI TRASPARIVANO DAL SAJO SDRUCITO LE CICATRICI MARZIALI, OFFERSI IL PETTO MIO contro questo furto antico. PLUTARCO. |
. . . . . . . . De’ grandi |
| PLUTARCO. | MONTI. |
| quegli uomini che combattono e muoiono per difesa di lei, non ne godono altra parte che l’aria e la luce e senza casa, senza tetto vanno errando co' figliuoli e con le mogli: talché mentono appresso ad essi i capitani quando per inanimare i soldati li pregano a combattere contro i minici per li sepolcri e per gli altari.; perciò che in fra tanti poveri romani non è alcuno che possa additare l’altare paterno o il sepolcro dei suoi antecessori; ma guerreggiano e muoiono per acquistare le morbidezze e le ricchezze ad altri; eppure son nominati signori della terra abitata, che non posseggono una zolla sola che sia loro. | Che a larghi rivi in mezzo alle battaglie |
Dove si vede come il poeta fusignanese fra ciò che ha tolto al Verri e ciò che ha tolto a Plutarco, ben poche parole abbia messo di suo nella calda e passionata eloquenza, onde sono improntati i discorsi di Caio Gracco.
| PLUTARCO. | MONTI. |
| (Nella Vita di Caio Gracco, al capo XV). | (Nell’atto III, scena 2 della sua tragedia). Cajo arrestandosi dinanzi alla statua del padre dice : |
| E Caio, nel passar di piazza, si fermò dinanzi alla statua di suo padre, e riguardatala fiso lungo tempo, non fece parola; solamente dopo alcune lagrime e sospiri passò via. Il quale atto commosse il popolo a pietà, ecc. | .......Oh tu, che muto
Numi pietosi ! Intenerito e fiso |
Dove, come si vede, due volte il Monti trasse profitto del particolare narrato da Plutarco
| PLUTARCO. | MONTI. |
| (Nel capo XV della Vita di Caio Gracco) | (Nella scena 2ª dell’atto IV). |
| All’uscire la moglie lo fermò alla porta, e preso lui con una delle mani e < on l’altra tenendo un picciol figliuoletto, disse: tu non vai ora, o marito mio, come | Licinia - .... A ricordarti io vengo |
| PLUTARCO. | MONTI. |
| Tribuno della plebe (come prima solevi) al tuo tribunale per proporre leggi, o per fare alcuna guerra onorata, nella quale avvenendoti qualche caso comune a tutti gli uomini, tu lasciassi a me onorato pianto e dolore; ma vai disarmato a gittarti in mano a’ micidiali uccisori di Tiberio, con intenzione di soffrir piuttosto che di operare, e con morte, la quale nulla porterà di giovamento alla Repubblica. Perchè la parte peggiore è al presente più forte, e le lìti si determinano con la forza e col ferro. Se tuo fratello fosse caduto sotto Numanzia ci salda almeno sotto tregua stato renduto il corpo per seppellirlo: ma ora mi converrà forse supplicare qualche fiume o il mare, che mi renda il corpo tuo gittatovi dentro. Qual fidanza potrà aversi nelle leggi, negli Iddìi, dopo la morte di Tiberio? Dopo cotali lamenti di Licinia, Caio, scioltosi dolcemente dalle sue braccia, si parti con gli amici senza far parola; ed ella, bramando pigliarlo per la toga, cadde in terra ove giacque molto tempo senza favellare, infino a che i suoi serventi l’alzarono così come era ancora semisvenuta, e la condussero al suo fratello Crasso. | Lutto onorato partorir mi possa.
E tu cangia, amor mio, cangia consiglio |
| APPIANO. | MONTI. |
| (Nel § 10“del libro I delle Guerre Civili dei Romani, scrive): | (Nella scena 3* dell’atto III del Cajo Gracco Opimo dice): |
| Adunque si faceano crocchi di uomini in lamento contro de’ poveri per l’antichissima industria loro spesa in que’ campi per le piantagioni, e per le fatiche fattevi; e chi ridiavi il prezzo datone ai confinanti, nè doversene andare prezzo e terra. Chi diceva essere in quei campi le tombe de’ maggiori, e chi la porzione a lui tocca dell’eredità; chi spasa in questi le doti delle mogli, e chi la parte assegnatane ai figli, reclamandone altri frattanto i prestiti, fondativi sopra; onde eran, ovunque disordine, querele e indignazione. | Scorrete i campi: e che vedete?I dritti |
| SHAKSPEARE | MONTI. |
| (Nella scena 3ª dell’atto I del Coriolano). | (Nella scena 4ª dell’atto IV del Cajo Gracco) |
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Volumnia - Canta ti prego, o figlia: o t’esprimi con parole meno tristi. Se il figlio mio a me fosse marito, andrei più lieta di cotesta sua assenza, per me feconda di tanta gloria, che non de’suoi am plessi bramati, nel talamo dove l’amore impera più ardente. Allorché quest’unico frutto del mio grembo era in più acerba età... io pensai che l’onore soltanto poteva farlo più bello... A una crudele guerra io lo mandai; lo vidi tornare a me coronato di quercia la fronte. Tu lo dico, figlia mia, io non provai maggior letizia all'udir che m’era nata prole maschia, di quella sentii nel giorno che egli si mostrò un uomo. Virgilia - Ma se egli in quella impresa fosse morto?. . Allora... Volumnia - Avrei per figlio la sua fama e in essa la mia posterità. |
Cornelia . . . Ah riedi nel tuo senno, o figlia |
A chi voglia minutamente e, a parte a parte, esaminare la tragedia del Monti e i colloqui V e VI della Notte prima del Verri apparirà evidente come l' ammirabile intreccio della vita pubblica con la privata, i sospetti suscitati dalla violenta morte dell'Emiliano e così opportunamente sfruttati dai nemici di Caio Gracco e i caratteri stessi o almeno le linee salienti dei caratteri di Cornelia, di Licinia, di Cajo e tutta la parte piu importante dell’andamento della tragedia, l’autore del Pellegrino Apostolico l’abbia tolte dalle Notti roman del Verri, non soltanto nell’idea genetica, ma in molti dei più minuti particolari, da Plutarco e da Appiano traendo continuamente dei concetti e delle immagini come di sopra ho accennato.
Come e quanto sia stato servile e infelice imitatore il Monti nel Galeotto Manfredi, or ora vedremo.
Bicordo che, venticinque anni fa, tra i miei fratelli, me e altri giovanetti, amici nostri, fu ordinata una recita del Galeotto Manfredi; io vi sosteneva la parte di Ubaldo, e il mio amatissimo Fabio, così gloriosamente ma immaturamente caduto a Monterotondo, quella di Manfredi; la esplicazione del bieco carattere di Zambrino era affidata ad un bravo giovine, oggi avvocato e professore, il quale procurò, per quanto era da lui, di riprodurre le finezze artistiche onde abbelliva quella parte - uno dei suoi cavalli di battaglia - il valente Luigi Domeniconi. Il quale - me lo ricordo benissimo miniava ogni frase, ogni parola di quel personaggio e alla voce ruggente, sibilante, melodiosa, insinuante, univa scaltrimenti di gesti, di sguardi, di movimenti da far venire la pelle d’oca agli ammiratori - e a quei giorni erano moltissimi - della parte del tiranno.
Un altro valoroso artista rammento pure di avere veduto sostenere la parte di Zambrino, Luigi Pezzana, a’ tempi suoi applauditissimo. Il quale, a furia di analizzare i sentimenti di quel personaggio ed a furia di ricercare in essi effetti singolari, aveva finito per oltrepassare di molto la linea del vero, ed era caduto in esagerazioni non lievi: onde e’ s’appiattava della persona e si strisciava in terra per poi sorgere maestoso e indi raggomitolarsi di nuovo, emettendo voci da usignuolo e stridi di avoltoio e suoni rauchi e rotti e modulando volatine incredibili, dal do in chiave di basso al si in chiave di violino.
A quei tempi, il Galeotto Manfredi era tragedia acclamatissima e lodata da tutti e dal pubblico’ ascoltata col più vivo interesse. La gelosia di Matilde, la rettorica generosità di Ubaldo, il timido amore d’Elisa, le nere arti di Zambrino suscitavano sempre simpatia, pietà e odio profondo in tutte le platee, da un capo all’altro d’Italia.
E io, fanatico del Monti, partecipai per un pezzo, io pure, questa opinione con la maggior parte degli Italiani, e non fu, se non dopo eli e ebbi letto e riletto il divino Shalcspeare. che m’accorsi e mi convinsi come il Galeotto Manfredi non fosse altro che una pallida, servile e infelicissima imitazione dell’Otello del tragico inglese e - lo dirò con le parole del Monti stesso, nell’Aristodemo - e
. . . . . . allor mi cadde |
Esaminiamo, di fatti, per un momento, tutta la struttura delle due tragedie e vedremo subito se sia vero o no che il Monti concepì e dettò la sua sulla falsariga dello stupendo capolavoro Shaksperiano.
In ambedue le produzioni base dell’azione e argomento del dramma è la gelosia. Nell’inglese quella vera, terribile, umana, e talvolta leonina di quel gigante che è Otello; nell’italiana quella sbiadita, dozzinale, quasi pettegola di quella parodia femminile del Moro che è Matilde Bentivoglio. Là, a fomentare la rabbia gelosa di Otello, s’aderge quell’altra gigantesca creazione, quel maraviglioso Jago, sublime impasto d’invidia, d’ambizione, di cupidigia, ravvolto nella più ricca, multiforme e soave veste d’ipocrisia che indossasse mai impostore al mondo, dal Gerione del divino Alighieri al Tartufo di Molière, dal Riccardo III dello stesso Shakspeare al Francesco Moor di Schiller; qua una slavata e fiacca riproduzione - fiacchissima di fronte all’originale - nella persona di Zambrino. Là il generoso, nobile, ma pur debole e tutto umano Cassio, qua il nobile, generoso Ubaldo, i cui contorni però son meno veri, più indeterminati, più confusi e avvolti in una rosea nube di calde, ma pur rettoriche, declamazioni.
Il triangolo, adunque, sul quale poggiano i due drammatici edifici è perfettamente uguale in ambidue gli autori: il genio del male - Jago, Zambrino - l’onestà impotente - Cassio, Ubaldo - la passione umana - Otello, Matilde. - V’ha una sola differenza fra l’uno e l’altro edificio, ed è questa: quello dello Sliakspeare è grandioso, imponente, incantevole nella sua semplicità, quello del Monti piccino, gretto e lievemente barocco. Le statue che scolpisce e delle quali adorna il suo palagio il lanaiuolo, o il macellaio che fosse di Stratford, sono statue fidiache di granito; quelle onde cerca di abbellire la sua casupola l’abate di Fusignano paiono figurine alla roccocò dipinte sulle porcellane di Sevres. L’inglese è terribilmente vero, I italiano è rumorosamente artificiale; quegli ha l’esuberanza poderosa del genio, questi ha gli amminicoli stentati di un intelletto vigoroso, ma non creatore.
Ed ho parlato, fin qui, delle linee principali e dei principali personaggi delle due tragedie. Se mi addentrassi in maggiori particolari troverei che la pura, casta e splendidissima figura di Desde nona è stata dal Monti stemperata nelle due figure quasi incolori buono sì, ma debole e pur colpevole Galeotto del Manfredi e della timida e pure colpevole e insipidissima Elisa: e ciò con danno grandissimo dell’unita psicologica, dell’unità di azione e della ragione estetica. Del resto Rodrigo, quel bellissimo birbone in seconda della tragedia Shaksperiana, si è mutato, con sincope evidente, in quell’inetto birbante in seconda di Rigo nella tragedia del Monti, e persino l’onesto Montano dell’Otello ha trovato una riproduzione nell’Odoardo del Galeotto Manfredi.
Naturalmente il Monti, il quale, col suo gusto squisito e con la sua calda fantasia, apprezzava e ammirava i lampi del genio di Shakspeare fino al punto di trarne lume e ispirazione nelle sue imitazioni, ha seguito il tragico inglese in tutto ciò che era azione diretta, linea principale, midolla drammatica e lo ha abbandonato là dove quegli si sbizzarriva a uscire dalle regole aristoteliche, dalle tradizioni classiche, dalle leggi fondamentali greco-romane, onde l’imitazione del Monti la quale è pure così evidente e così servile, siccome meglio dimostrerò in seguito, si è ridotta a questo: copiare i lineamenti, i muscoli, gli atteggiamenti del gran quadro che aveva dinanzi, senza curarsi, anzi a bella posta, evitando di riprodurne le tinte, il colorito, gli accessori, le sfumature, il cielo, lo sfondo e tutti gii altri particolari. In sostanza, l’autore della Bellezza dell’Universo ha fatto come quel pittore che, inteso a copiare la Trasfigurazione dell’Urbinate, ne riproducesse la parte superiore e tralasciasse l’inferiore, che accoglie in sè il maraviglioso gruppo dell’indemoniato, affermando che questo episodio è inutile perchè non ha alcuna relazione col subietto principale del quadro.
Ma, qui, potrà sorgere un ammiratore del Monti ed esclamare:
— Sta bene, sta bene, Messere, ci sono delle analogie, ci sono delle rassomiglianze, non lo nego, fra le due tragedie, sta benissimo: ma non potrebbero esser desse le conseguenze di un incontro fortuito di due grandi ingegni sullo stesso terreno? Dato un argomento simile, un punto di partenza simile, non potrebbe conseguirne un uguale svolgimento? E quindi analogie e corrispondenze tali da fare credere, alla bella prima, che uno dei due abbia imitato l’altro, mentre poi, realmente, il secondo poteva benissimo ignorare l’esistenza del primo?... Se ne son visti tanti di questi casi!...
— Sì, se ne son veduti, altre volte, è verissimo: ma si potrà ammettere l’esistenza di questo incontro fortuito anche quando, oltre la tessitura e i caratteri principali, nell’opera dell’uno vi siano le situazioni, i pensieri, le parole adoperate nel suo lavoro dall’altro?
A questa domanda, probabilmente, l’ammiratore del Monti, resterà alquanto imbarazzato e, allora, io, per chiudere la contesa gli soggiungerò:
— Ebbene, signore, abbiate la compiacenza di seguirmi.
Vediamo.
| SHAKSPEARE | MONTI. |
| (Jago nell’atto I, scena 1):
Ve ne sono altri (schiavi) però, i quali simulando la maschera e i segni di un profondo affetto non hanno in cale, nel fondo dell’anima, che loro medesimi ; e se prodigano a lor signori dimostrazioni di zelo, lo fanno solo per prosperare a loro scapito, rendendo omaggio non ad altri che a sè stessi, ecc. ecc. |
(Zambrino nell’atto II, sc. 1).
Da per tutto veggiam la colpa in riso, |
(Jago, atto I, scena 3) : Esaminiamo con grande calma. Era qualche tempo insinuare agl’orecchi ingannato del Moro che Cassio usa modi troppo familiari con la sua donna. . . . Cassio ha un’ avvenenza, una venustà che accrediteranno il sospetto : tale egli è da rendere le donne infedeli. Il Moro è, per natura, schietto ed aperto ; facile a credere onesti gli uomini dacché si danno la briga di parerlo ; onde si lascierà guidare sull’orlo della fossa senza opposizione, come lo stupido giumento obbedisce alla mano che lo regge. (E poi nella se. 3 dell’atto III) : Lascerò cadere questa pezzuola nella stanza di Cassio, affinchè egli medesimo la trovi. . . Cose di nessun momento divengono agli occhi dei gelosi autorità inconcusse, come quelle dei libri sacri. . . questa produrrà grandi effetti . . . |
(Zambrino, atto II, se. 1) |
| (Jago nella scena 1 dell’atto V, dopo avere eccitato Rodrigo alla trama contro Cassio) :
Tanto ho martellato sull’animo di questo folle, che ne ho sprigionata una scintilla di sentimento. Ora che egli uccida Cassio, o che Cassio uccida lui, o che |
(Zambrino nella scena 9 dell’atto III, parlando di Rigo, dopo averlo eccitato contro Manfredi):
Una selce è costui che nelle vene |
SIIAKSPEARE.
MONTI.
còlano entrambi, in ogni caso io ne saprò trarre buon partito. Se Rodrigo vive, egli vorrà che io gli renda tutto l’oro e le gemme di cui, usando il nome di Desdcmona, mi impossessai : e ciò non voglio fare. . .
(E poi nella scena 2 dell’atto IV, dice, indi¬ rizzando le sue parole a Rigo, che si al¬ lontana) :
(Jago nella scena 2 dell’atto V) :
(Zambrixo nella scena 4 dell’atto V):
Questa è la notte che crea o di¬ strugge per sempre la mia for¬ tuna.
(Otello nellascena 3 dell’atto III dice a Jago) : Vanne : tu mi hai posto sui carboni accesi. Giuro che meglio è l’essere del tutto ingannato, che averne un lieve sospetto.
(Jago ad Otello, dell’atto III) :
nella scena 3
Mio buon signore, perdonatemi. Sebbene io sia costretto ad obbe¬ dirvi in ogni cosa, noi sono in quello che mi chiedete ; gli schiavi stessi vanno esenti dal carico di manifestare i loro pensieri. Ve ne scongiuro... tanto più... che forse vado errato nelle mie congetture. . . Ed è, lo confesso, il difetto del mio carattere ; di non veder nelle azioni che il lato cattivo, e di creare, spesso, per una ingiusta diffidenza, colpe dove non sono.
E non di meno poiché tratta a fine Avrem quest’opra, la tua testa, o folle, Eia la prima a volar lungi dal busto. Troppo grave segreto ella racchiude; E stoltezza saria con sì gran peso Lasciartela sul capo.
0 Manfredi o Zambrin trovi dimani Cadavere già freddo. Uno di noi L’ultima volta tramontar 1’ ha visto Sicuramente. (Matilde nella scena 3 Zamiirixo) :
dell’atto IV dice a
Amarezza mi rode e par che l’alma Investigarne la cagion rifugga. Oh debole Matilde ! era pur meglio Restarsi in guerra che nudrir sospetti riù di mal certo laceranti e crudi. (Zamiirixo a Matilde, l’atto IV) :
nella
scena 3
del'
.Io spesso Pur volentieri mi vorrei, Matilde, Non aver occhio, non aver parole Onde muto sull’opre esser d’altrui, Del par che cieco. Da natura io tengo Lingua che, troppo, alla censura è pronta. Fosse Tuoni sempre virtuoso è mai Un traditor, no, mai !
Quanto a Cassio, giuro, lo credo onesto. Gli uomini dovrebbero essere ciò che sembrano ; o quelli che noi sono, dovrebbero almeno essere conosciuti ! (Jago nella scena 3 dell’atto III a Otello) : Oh siate cauto, signore, contro la gelosia. È un mostro dallo sguardo venefico, che corrompe e aborre l’alimento di cui si pasce. Caro signore, per le donne e per noi il primo tesoro dell’anima è un buon nome. Chi mi ruba la borsa non mi toglie clic una vii materia che fu mia, che divien
(Zamiìrixo a l’atto IV) ;
Matilde
nella
scena
3
del¬
.Ah, Principessa ! Guardati dai sospetti ; e, bada, il velo Non toccar clic li copre ; essi la mano Mordono sempre che svelarli ardisce ; E svelati dan morte ; ove, nascosi, Nè scorno alcuno ti farian, nè danno. Chi mi ruba il tesor, finché io l’ignoro, Non mi rende infelice. SHAKSPEARE.
MONTI.
sua, che appartenne a mille altri : ma quegli che mi ruba l’onore, ini toglie un bene che impoverisce me per sempre, senza che ci ne tragga ricchezza. (E
Otello,
rlicc a
nella stessa scena,
Jago) :
Finché ci si ruba un bene di cui non faccialo uso, 1’ ignorare il furto basta per la nostra feli¬ cità. (Brano della scena 3 dell’atto III dell’ Otello) :
(Brano della scena 3 dell’atto IV del Galeotto Manf redi) :
Jago - Cassio, allorché amoreg¬ giavate Desdemona, era egli istratto dei vostri amori ?
Matilde
Otello
-
Ne
fu
istrutto
dal
principio sino al nostro matrimo¬ nio.
A
clic l’inchiesta ?
Jago - Oh ! solo per far ra¬ gione a una mia idea, non per cattivi disegni. Otello - E quale idea Jago? Jago - Credevo non avesse co¬ nosciuto Desdemona. Otello - Oh, sì; e soleva star di frequente con entrambi noi. Jago - Sarà vero ? Otello - È vero! è vero! ” ha in ciò qualche male?... Non è egli onesto ?... Jago - Onesto, signore ? Otello - Sì, onesto. Jago - Signore, per quello che io ne so. . . Otello - Che ne pensi ? Jago - Che ne penso, signore? Otello - Che ne penso, signore ? Pel cielo ! Ei fa eco alle mie pa¬ role, come se fosse nel suo pen¬ siero qualche cosa troppo atroce per poter essere manifestata. Tu hai qualche idea che ti si ag¬ gira per la mente. Dianzi, allor¬ ché Cassio s’allontanava da mia moglie, t’intesi dir, con rammaìico: ciò mi dispiace. Qual cosa ti spiaceva ? E allorché io ti dissi che godeva la mia confidenza du¬ rante tutto il tempo dei miei amori, sciamasti: sarà vero? E ti vidi poscia aggrottar le ciglia, e concentrarti in te, come se un or¬ rendo sospetto ti avesse traversato lo spirito. - Se mi ami, aprimi il tuo pensiero.
- . . . . Questo non dico; il servo Non giudica il suo prence. Il tuo silenzio Do giudica abbastanza. Ah son tradita! Quel suo smarrirsi, quel tacer, quel foglio. Ali! quel foglio è d’Elisa; un’altra volta Sicuramente P ha colei sedotto. Zambrino - Sedotto ? Matilde Si, quel perfido l’adora; Staccarsene non può. Zambrino Noi puote? Matilde Il foco Egli nascose e non l’estinse; e vivo Tutt’or mantiensi nel suo cor. Zambrino Nel core? Matilde - Sì nel cor di Manfredi. E perchè vai L’eco rendendo delle mie parole ? E stupido ti resti e sospettoso Simile ad uomo che nel capo ha chiuso Un deforme pensier che lo tormenta?. . . Con queste tenebrose idee sepolte Che vuoi tu dirmi ?
Zambrino
E così, eli seguito per tutta la scena : il medesimo andamento è in quella di Shakspeare e in quella del Monti: le stesse arti per parte di Jago e di (Zambrino: L' identico crescer di sospetti in Otello e in Matilde : spesso le stesse idee : talvolta le medesime parole. Ad esempio : SHAKSPEARE.
MONTI.
(tra si) Già il Moro sente il veleno che gli ho stillato nell’anima. . . che la natura dei veleni è comune a questi atroci sospetti.. . . Come di quelli nel principio, l’orma è leggiera. . . . ma poco poco divampa lo incen¬ dio ; ed è incendio simile a quello che lo zolfo suole produrre nelle miniere. .. Jago
-
Za m rrino -
(tra si)
A insinuarsi tutto Già comincia il veleno. O gelosia Stringi la benda e sopra il cuor t’aggrava E altrove
Zambrino -
Otello - No ; fermati, tu do¬ vresti essere onesto. Jago - Dovrei esser savio ; poi¬ ché l’onestà è un male che uccide chi se ne adorna.
E, non pago di avere
(tra si)
Demone tutelar: E testa e cuor di E d’una crudeltà Senza mistura di
(Pungi, prosegui colmala tutta rabbia e di veleno limpida pura pietà).
Zambrino, esser sincero Tu dovresti ed onesto. Esser dovrei Saggio piuttosto e non cercarmi insulti E titoli d’ iniquo e mentitore.
Matilde -
Zambbino -
saccheggiato a questo modo
! Otello, il Monti adorna il Galeotto Manfredi di concetti rubati a Shakspeare da altri suoi drammi. Per esempio : SHAKSPEARE.
MONTI.
(Nel Giulio Cesare del divino Sha¬ kspeare, nella scena 1 dell’atto II, Bruto dice) :
(Nel Galeotto Manfredi del Monti, nella scena 4 dell’atto V, Zambrino dice):
Tra il concepire e il porre ad effetto qualche impresa feroce, 1’ intervallo è sempre pieno di larve e di terribili visioni. (Nella scena 2 dell’ atto II Giulio Cesare);
del
I vili muoiono molte volte pri¬ ma di morire ; ma una volta sola gli uomini coraggiosi.
Tra il concepire e l’eseguir qualcuna Feroce impresa 1’ intervallo è sempre Tutto di larve pieno e di terrore.
(Nella scena 9 dell’atto III del Galeotto Man¬ fredi) :
Più d’una volta muor pria di morire Ed una sola il coraggioso.
(Macbeth dice nella scena I del¬ l’atto li, del dramma da lui intitolato) :
(E nel Galeotto Manfredi, nella scena 2 del¬ l’atto V) :
Macbetii - Ora per la metà del mondo la natura par morta, e sogni funesti turbano il riposo degli uomini. Ova innanzi alla pallida Ecate celebransi i misteri delle streghe ; e l’ora è questa, in cui l’assassino livido si sveglia ai ruggiti del lupo, sua scolta, e tacito come spettro s’avvia fra le tenebre a consumare il delitto.
Manfredi - Il tempo è questo e l’ora Degli atroci delitti. In tana ascosi Stansi i miti animali e sol traversa Tacito i campi l’affamato lupo. Or di sangue lordar gode il suo ferro L'omicida ladrone ^ e tal v’ ha forse Che da una parte ha la regai corona, Dall’altra l’assassino. Dove, quest’ultima idea, che parrebbe originale e del Monti, è a lui suggerita dalla situazione in cui si trova, nel dramma di Shakspeare, il Re Duncano, che dorme nella prossima stanza, mentre Macbeth, pronunciando le parole di sopra riferite, si apparecchia ad assassinarlo. MONTI.
SHAKSPEARE. (Lady Macbeth, nella scena dell’atto I del Macbeth) :
5
Lady Macbeth - Venite ora, venite tutti, o spiriti d’ inferno, che incuorate all’omicidio i mor¬ tali ; venite e colmatemi la testa e il cuore d’ una crudeltà tutta limpida e senza mistura d’alcun pietoso affetto.
nella scena 5 dell’atto V del Ga¬ leotto Manfredi, pronuncia i seguenti versi g-ià, di sopra, riportati) :
(Zambrino,
- (tra sè) Pungi, prosegui Demone tutelar ; colmala tutta E testa e cuor di rabbia e di veleno E d’una crudeltà limpida, pura Senza mistura di pietà.
Zambrino
E qui mi fermo: che, a voler continuare, occorrereb¬ bero altre pagine: mi fermo ed osservo che l’efficacia portentosa del poeta inglese scolorisce e smuore sempre entro i versi dell’ imitatore italiano 1). E mi fermo con l’animo rattristato e pieno di quella indefinita malinconia che si prova allorché si vede cadere dalla fronte di una persona cara ed amata l’aureola di una virtù onde noi l’adorammo adorna e che, dinanzi alla luce sfolgorante del vero, svanisce e si dilegua. 1) Del resto che il Monti fosse, per l’indole stessa della mente sua, nella quale prevaleva la facoltà della memoria, quasi inconsapevole, continuo e non sempre felice imitatore, fu già dimostrato. E il
ch.°
Prof.
Domenico
Gitoci, in un pregevole suo scritto inserito nel Fan-
falla della Domenica del 2 agosto 1885, n. 31 o intitolato Un amore di V. Monti e il Werther di Goethe,
ribadendo precedenti sue incontestabili affermazioni espresse
nella Nuova Antologia, pone sott’occliio ai lettori non frasi e le immagini
che
soltanto i pensieri ma le
il Monti imitò dal Goethe, ponendo a fronte i testi di am¬
bedue questi autori. E il dotto Prof.
Bonaventura Zcmbini,
in un suo articolo, Di due poemi del
Monti, pubblicato nel Fascicolo VII, dell’annata 1884, del 1° aprile, della Nuova Antologia, con profonda acutezza di confronti prova quale e quanta imitazione di immagini e di pensieri, tratti dal Paradiso perduto del Milton e dal Messia del Klopstock, sì trovi nella Bellezza dell’Universo e nella BassviUiana di V. Monti.
- Testi in cui è citato Vincenzo Monti
- Testi in cui è citato il testo In morte di Ugo Bassville
- Testi in cui è citato il testo In morte di Lorenzo Mascheroni
- Testi in cui è citato il testo Prometeo (Monti)
- Testi in cui è citato il testo Il Bardo della Selva Nera
- Testi in cui è citato il testo Feroniade
- Testi in cui è citato Ugo Foscolo
- Testi in cui è citato Giuseppe Parini
- Testi in cui è citato Vittorio Alfieri
- Pagine con link a Wikipedia
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
- Testi in cui è citato Ludovico Ariosto
- Testi in cui è citato Francesco Petrarca
- Testi in cui è citato Giacomo Leopardi
- Testi in cui è citato Torquato Tasso
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- Testi in cui è citato Pietro Metastasio
- Testi in cui è citato Alessandro Tassoni
- Testi in cui è citato Girolamo Savonarola
- Testi in cui è citato il testo Dei Sepolcri
- Testi in cui è citato il testo Le Grazie
- Testi in cui è citato Victor Hugo
- Testi in cui è citato Alfonso Varano
- Testi in cui è citato Gasparo Gozzi
- Testi in cui è citato Giuseppe Baretti
- Testi in cui è citato Melchiorre Cesarotti
- Testi in cui è citato il testo Visioni sacre e morali
- Testi in cui è citato Antonio Canova
- Testi in cui è citato Friedrich Schiller
- Testi in cui è citato William Shakespeare
- Testi in cui è citato Silvio Pellico
- Testi in cui è citato il testo Ester d'Engaddi
- Testi in cui è citato il testo Iginia d'Asti
- Testi in cui è citato il testo Gismonda da Mendrisio
- Testi in cui è citato il testo Tommaso Moro
- Testi in cui è citato il testo Leoniero da Dertona
- Testi in cui è citato Pietro Cossa
- Testi in cui è citato il testo Le notti romane
- Testi in cui è citato Alessandro Verri
- Testi in cui è citato Plutarco
- Testi in cui è citato il testo Le notti romane/Parte prima/Notte prima
- Testi in cui è citato il testo Galeotto Manfredi
- Testi in cui è citato Molière
- Testi in cui è citato il testo Vita e morte del Re Riccardo III
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi SAL 25%