Memorie inutili/Parte prima/Capitolo XIII

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Capitolo XIII

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CAPITOLO XIII

Amara correzione nata dal caso, da me data alla bella Tonina,

e mia riconciliazione con quella giovane.

Una sera dell’ultimo carnovale, ch’era il terzo del mio triennio, al cui termine mancavano intorno a sette mesi, si faceva una farsa all’improvviso nel teatro della corte, alla richiesta del provveditor generale, ed erano ordinati da noi militari una cena e un festino da ballo in una sala privata, per passare la notte allegra dopo la recita della farsa. In quella farsa io era «Luce», mal maritata con Pantalone vizioso, rotto e fallito.

Era ridotta in un’estrema indigenza ed aveva una figliuoletta nelle fasce, frutto del mio matrimonio.

In una scena notturna d’un mio soliloquio cunava io la mia prole. Cantava io un canzoncino per farla addormentare. Questo canzoncino era interrotto dalla narrazione delle mie disgrazie, con de’ tratti che facevano molto ridere i spettatori.

La storia ch’io raccontava; le ragioni per le quali era discesa a sposare un vecchio; i miei accidenti; le mie sofferenze esposte con de’ monosillabi della modestia; la descrizione del bel pezzo di femmina ch’era stata e della carogna ch’era divenuta, cagionavano continue risa e continue picchiate di mano.

Mi lagnava del freddo, della fame, de’ mali trattamenti. Non faceva il bisogno di latte per nodrire la figlia, e il poco che faceva era non salubre, anzi venefico per le rabbie e per i patimenti che sopportava. Questo cattivo latte facea de’ dolori di ventre al mio bene, parto dalle mie viscere, ed egli belava tutta la notte come una pecora, né mi lasciava chiuder occhio.

La notte era assai avanzata. Attendeva il vecchio matto di mio marito, che mai non veniva. Sospettava ch’egli fosse nella calle del Pozzetto, che a Zara in quel tempo era una via nota da [p. 94 modifica]piaceri illegittimi. Temeva qualche sciagura. Moralizzava. Cadeva in un pianto dirotto, facendo ridere.

Fatto stava che un certo uffiziale, signor Antonio Zeno, che rappresentava valentemente la parte del Pantalone, non era ancora giunto al suo comico dovere in teatro, e che toccando a quello l’uscire in iscena a dialogare con me, non giugnendo egli, non poteva esser troncato il mio soliloquio, ch’era durato presso un quarto d’ora con fortuna, ma ch’era esaurito d’argomenti.

Un buon comico all’improvviso non si deve sbigottire e non deve mancare di ciarle. Per tirare in lungo la scena e per un ripiego, finsi che la mia bambina piangesse, né volesse addormentarsi pel cunare e cantare. M’impazientai traendola dalla cuna. Mi dilacciai il seno, e attaccai a quelle poppe che non aveva, la mia fanciulletta, con molte moine d’affetto per chetarla.

Questa novella inezia, con qualche lamento sui miei lattaiuoli che mi dolevano per i morsi di quella ingorda mia creatura, mantenne in buon avviamento le risa. Volgeva tratto tratto l’occhio alle quinte ed era veramente inquieto nell’interno di non veder arrivare il signor Zeno Pantalone, perché non sapeva piú a che appiccare il filo per durare nel soliloquio.

Levai lo sguardo a’ palchetti accidentalmente, e vidi in un proscenio quella Tonina di mal costume risplendere in una bellezza e in una gala illuminatrice del frutto de’ suoi delitti, che baldanzosa rideva piú degli altri delle mie freddure donnesche. Mi risovvenne in quel punto il pericolo che aveva corso delle trombonate per di lei cagione. Parvemi d’avere trovato un tesoro, e un lampo di novello argomento risvegliò in me un’eloquenza ardita, ch’era permessa e goduta in un teatro non venale e in vero libero un poco troppo, e potei soccorrere il mio povero soliloquio ch’era spirante.

Posi in sul fatto nome di Tonina alla mia figliuoletta bamboccio, e rivolsi il mio discorso verso a quella. L’accarezzai, contemplai le sue fattezze; mi lusingai che la mia figlia Tonina dovesse crescere una bella ragazza. Protestai dal canto mio di [p. 95 modifica]darle coll’esempio, coll’attenzione, co’ precetti, co’ castighi una buona educazione.

Esclamai quindi verso alla picciola Tonina che aveva nel grembo, che, se ad onta delle mie cure materne, ella dovesse cadere un giorno ne’ tali e tali errori, nelle tali e tali imprudenze, nelle tali e tali scostumatezze, e cagionasse i tali e tali disordini, sarebbe la peggior Tonina del mondo e che in tal caso pregava divotamente il cielo a troncare nelle fascie i giorni suoi.

I tali e tali errori, le tali e tali imprudenze, le tali e tali scostumatezze, i tali e tali disordini cagionati erano a puntino aneddoti notissimi relativi alla Tonina ch’era nel proscenio.

Non vidi a’ giorni miei avere maggior acclamazioni un comico soliloquio del mio.

Tutti generalmente gli spettatori a un punto volsero i loro visi al palchetto della bella Tonina in gala, con la maggior chiassata di risa e il maggior fracasso di picchiate di mani che fosse giammai udito.

Sua Eccellenza generale, che aveva qualche notizia del costume di quella sirena, onorava di sciolte risa il mio non atteso tratto di spirito correttore.

La Tonina rinculò con impeto nel palchetto e fuggi dal teatro bestemmiando il mio soliloquio e il mio nome.

Giunse finalmente Pantalone mio marito, e si terminò la commedia, che nel suo séguito non ebbe poi nulla di piú allegro della scena ch’io feci collamia fanciulletta.

Non si creda ch’io narri l’avvenimento del mio soliloquio per darmi un’aria di vanto. Quantunque quella giovane discola fosse persona del popolo e cagione di molte sciagure col suo costume odioso, e quantunque lo stesso provveditore generale m’avesse applaudito, mi sono condannato dopo di quell’improvviso estro scenico, d’esser caduto in un’imprudenza e indiscretezza per sostenere una vana comica abilità. Si dona alla gioventú ciò che non si dona giammai all’età matura.

Ho detto che dopo la recita erano ordinati un festino e una cena dagli uffiziali e ch’era anch’io della brigata. [p. 96 modifica]

Sciolto il teatro, passammo al convito ed al festino; ed io v’andai vestito da «Luce», com’era stato nella farsa, per mancanza di tempo e per fare un’appendice comica.

La Tonina era delle convitate. Non sapeva ch’io fossi della partita, e stava sedendo in un canto della sala, mesta e ingrognata. Quando mi vide comparire, parve che vedesse l’orco e volle fuggire.

La presi per una mano e le protestai che sarei partito io piuttosto che restasse priva la compagnia del piú bel capitale. Le giurai ch’era molto bella e ch’era un peccato ch’ella fosse cattiva. La pregai dolcemente a riflettere sul caso accidentale avvenuto, sulla pubblica intera ampia sentenza data sul suo costume e a difendersi dalle lusinghiere private adulazioni che l’accecavano. Le dissi che Dio aveva posto in lei nel mondo un angelo e non un dimonio. Innestai tante lodi a tante insolenze con tanta franchezza, che non potè far a meno di ridere. Risero tutti, sino i di lei amanti. Ella volle danzare con me, e accettai l’invito. Ciò pareva un segno di pace, e non era che un tradimento. Danzò meco con tutti que’ vezzi, que’ lazzi, quelle civetterie e que’ stringimenti di mano che le suggeriva la sua perversa natura vendicativa e seduttrice.

I vezzi donneschi, che hanno lo scopo d’una vendetta, sono i piú ciechi e piú comodi per gli accorti viziosi, perché la femmina impuntigliata a volere una vittoria discende alle maggiori debolezze senza avvedersi. Io non era vizioso, e guai a me se mi fossi lasciato invescare da’ sforzi artificiosi di quella vipera offesa.

Il festino ripigliato dopo la cena (a cui la mia nimica mi volle appresso) terminò verso al vegnente giorno, ed io fui chiamato dalla Tonina per tutta la notte coll’affettuoso dolce nome, alla dalmatina, «di diavolo maledetto». Promisi a’ suoi stimoli di farle visita, ma fui mancatore.

Ho data un’idea all’ingrosso con tutte quelle verità che mi sono ricordato, del mio pensare, del mio operare, della mia direzione e del mio carattere sino all’eta mia di diciannove in vent’anni. Ci saranno delle altre verità di que’ tempi, ch’io non [p. 97 modifica]mi ricordo. Questa dimenticanza è opportuna, perché i miei lettori hanno il tedio minore.

È certo che se avessi fatte delle male azioni me le ricorderei. Mi sarebbero rimaste impresse, perché non ho mai studiato a indurare il mio cuore a’ rimorsi, e le scriverei francamente per non avere rimorsi di non aver scritte tutte le verità che ho promesse.

Potrei narrare molte altre cose ch’io mi ricordo del mio triennio; ma io scrivo le memorie attinenti alla mia vita e non quelle attinenti alla vita degli altri piú che alla mia.

Nella verace pittura che ne’ miei racconti inopponibili apparisce sino a quest’epoca di me, gli amici vederanno un giovine bizzarro alquanto, ma di buon’indole; i nimici vedranno un imprudente d’indole pessima; gl’indifferenti che mi conoscono di vista e superfizialmente, vedranno un oggetto molto diverso dall’idea che si sono prima formata sugli estrinseci miei. A suo luogo dirò anche la cagione di questa ragionevole ma fallace idea. Ella apparirà in un pontuale ritratto ch’io darò di me stesso, vincendo qualunque pittore.