Memorie storiche della città e del territorio di Trento/Parte seconda/Capo XIII

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CAPO XIII.
Memorie Storiche dall’anno 1514
fino all’anno 1539.


Bernardo de’ Signori di Cles nacque nel Castello di sua famiglia chiamato il Castel Cles poco distante dal Borgo dello stesso nome li 12 Marzo 1485. Fece egli i primi suoi studj in Verona, e poscia in Bologna sotto celebri professori, ed ottenne la laurea dottorale nel diritto civile e canonico il dì 10 Maggio 1511. Egli ritornò in patria l’anno 1512 dopo aver ottenuto dal Papa Giulio II. la dignità di Canonico e di Arcidiacono nella Cattedrale di Trento. Avvenuta la morte di Giorgio di Neydegk egli fu dal Capitolo con voti unanimi eletto li 12 Giugno 1514 Vescovo di Trento, e confermato dal Papa Leone X. nel mese di Settembre dello stesso anno 1514. Nello stesso anno egli fu dall’Imperator Massimiliano investito nelle consuete forme delle Regalie, e nominato poi dal medesimo suo Luogotenente nella città e provincia di Verona.

Egli celebrò la sua prima messa nel Duomo di Trento con grandissima pompa gli 8 Settemb. 1515, avendo invitati a questa funzione tutti i primari Feudatarj e Signori del suo Principato non meno che tutto il Clero della sua Diocesi, col quale tenne poscia un solenne [p. 99 modifica]Sinodo diocesano, in cui pubblicò varie costituzioni o decreti. Maggiore ancora è più splendida fu la pompa, allorchè egli fu consacrato Vescovo li 10 Dicembre dello stesso anno 1515 da’ Vescovi di Verona e di Bressanone, ed allorchè prese il solenne possesso del Principato di Trento coll’intervento di tutta la primaria nobiltà del Principato. Il Pincio fa un minuto racconto dei sontuosissimi conviti, che sì in questa come nella precedente occasione egli diede nel Castello di sua residenza in Trento, dei superbi apparati ed addobbi, che vi si miravano, e delle danze, e de’ canti, e de’suoni, delle illuminazioni, de’ fuochi d’artificio, e delle feste d’ogni maniera, che vi furono date, e che continuarono per più giorni.

Egli intervenne l’anno 1518 alla Dieta de’ Principi dell’Impero in Augusta, e morto essendo l’Imperator Massimiliano nel mese di Gennaio 1519 egli fu dalla Arciducal Corte di Vienna inviato come suo Oratore in Francfort alla Dieta ivi convocata per l’elezione d’un nuovo Imperatore, e cooperò non poco colla sua destrezza e co’ suoi maneggi alla elezione di Carlo V. seguita li 26 Giugno dello stesso anno 1519 colla esclusione del Re di Francia Francesco I. Egli intervenne pure l’anno 1520 all’incoronazione seguita in Aquisgrana dello stesso Imperatore Carlo V.

Abbiam detto più sopra, come la città di Riva venne nell’anno 1509 dalle armi del [p. 100 modifica]Vescovo Giorgio de Neydegk tolta a’ Veneti, e come essa era con ciò ritornata nel dominio de’ suoi antichi signori i Principi Vescovi di Trento; ma continuando tuttavia la guerra tra la Repubblica veneta e l’Imperator Massimiliano Riva col suo litorale fu poscia presa e ripresa ora dagli Imperiali, ora da’ Veneti; ma prevalsero in fine le armi imperiali, che ne rimasero in possesso. Seguita in fine la pace colla Repubblica veneta in virtù dei trattati stipulati in Brusselles li 6 Dicembre 1516, e li 9 Gennajo 1517 fu in essi convenuto, che debba essere restituita alla Repubblica la città e provincia di Verona, e che all’incontro ella rinunziar debba ad ogni pretensione di diritto o dominio sulle città di Roveredo e di Riva con tutte le loro dipendenze, e con tutto ciò che la Repubblica aveva prima posseduto nella Val Lagarina. Fu il Vescovo Principe Bernardo quegli, che ottenne dall’Imperator Carlo V. la restituzione in perpetuo alla sua Chiesa della città e pretura di Riva con solenne diploma dato in Vormazia li 3 Maggio 1521, in cui l’Imperatore riconobbe quella città come d’antico ed indubitato dominio della Chiesa di Trento. Questo diploma viene distesamente riportato nel volume terzo delle Notizie istorico-critiche pag. 297 e segg. Non avrebbe veramente potuto l’augusto Principe, ch’era pur l’avvocato della Chiesa di Trento, appropriarsi Riva nè in virtù degli accennati trattati di [p. 101 modifica]Brusseles, con cui le alte Parti contraenti non potevano disporre delle cose spettanti ad un terzo, nè pel titolo della vittoria, la quale secondo il diritto delle genti non può stendersi a’ possessi degli alleati, e molto meno de’ clienti; ma egli avrebbe potuto formarvi delle pretensioni fondate egualmente sul diritto e ragion delle genti per la ripetizion delle spese della guerra, come egli medesimo accenna nel citato diploma, a cui però volle con generosa bontà rinunziare.

L’anno 1525 nacque in Germania la così chiamata guerra rustica, la quale ebbe principio nella Svevia, ove i contadini mirando di mal occhio le ricchezze, di cui abbondavano i nobili e gli ecclesiastici, e dovendo essi al contrario lottare colla povertà ed indigenza presero le armi onde liberarsi dalle gravezze, e scuotere il giogo della schiavitù, da cui dicevansi oppressi. Queste sommosse, e questi lamenti si propagarono ben presto nel Tirolo, ove i popoli prese le armi saccheggiarono varie Badie e Monasteri, e di là questo furore epidemico penetrò ancora nel Trentino. I nostri contadini di qua e di là dall’Adige si sollevarono in gran parte essi pure non meno che i popoli della Naunia. Non potevano i nostri dolersi di alcuna schiavitù nè d’alcuna oppressione, ed il mal esempio soltanto de’ vicini, e la speranza di migliorar condizione, ovvero il desiderio di libertà e d’indipendenza potè avergli spinti alla [p. 102 modifica]sollevazione e rivolta. Poichè minacciavano di voler venire in Trento, e darvi il sacco, convenne chiuder le porte della città, e munire le mura di soldatesche, mentre il Principe Vescovo Bernardo stimò prudente consiglio quello di ritirarsi nella Rocca di Riva. Ciò che accresceva il pericolo della città, era l’intelligenza, che gl’insorgenti avevano con una gran parte della plebe entro le mura, la quale aveva già posto a sacco il così detto granajo del Capitolo. Tentarono i sollevati al di fuori più volte di dare la scalata alle mura, ma furono vigorosamente respinti coll’artiglieria, e vani furono tutti i loro sforzi per entrarvi. Si dispersero essi poscia veggendo deluse le loro speranze, e ritornarono alle lor case. Cessato il pericolo Bernardo ritornò in Trento, e dopo che ebbe ordinate tutte le più vigorose misure atte a reprimere ogni ulterior sedizione, e dopo che furono presi e posti in carcere i capi dei sollevati, e condannati a varie gravi pene, ed alcuni pure alla pena di morte ebbe fine questa guerra, e tutto ritornò nel primiero ordine.

Pervenuta la fama in Venezia dell’insurrezione popolare del Trentino, il Senato temendo, che un tal male non penetrasse pure nelle terre del suo dominio confinanti da ogni parte colle terre trentine, offrì spontaneamente al Principe Vescovo Bernardo ogni più valido soccorso, onde estinguere prontamente quell’incendio, ed impedire che non dilatasse [p. 103 modifica]più oltre le sue fiamme. Nei medesimi giorni Francesco Sforza Duca di Milano, il quale costretto dalle armi francesi ad abbandonare il suo Ducato erasi pochi anni prima rifuggito in Trento, ove dal nostro Bernardo era stato onorevolmente accolto, e nel suo infortunio liberalissimamente trattato, memore de’ ricevuti beneficj mandò pur esso ad offerirgli tutte le forze del suo Stato; ma non ebbe bisogno il Vescovo Bernardo di questi soccorsi avendo già egli repressa e sedata, come detto abbiamo, ogni sommossa.

Nella difesa della città contro gli assalti de’ sollevati si segnalarono principalmente Gerardo Conte d’Arco, Lodovico Conte di Lodron, ed il Signore di Castelalto, che vennero ad offrire a Bernardo i loro servigi. Le particolarità più minute di questa guerra vengono prolissamente narrate dal Pincio nel libro nono della sua storia, in cui nota, che gl’insorgenti oltre i popoli della Val di Non erano i contadini delle terre poste di qua dall’Adige, quelli di Pergine, di Levico, e della Valsugana, e che tra le terre di là dall’Adige Vezzano, Padrignone, e Vigolo Baselga non vollero prendervi alcuna parte: che niuna parte pure vi presero le Giudicarie, nè Riva, nè Tenno, nè Termeno, nè la Valle di Fiemme. La terra di Vezzano essendosi tra le altre particolarmente distinta nella fedeltà al suo Principe e nel resistere a tutte le minacce, che le venivano per ciò fatte dalle altre vicine [p. 104 modifica]terre, fu poscia in premio della sua fede dal Principe Bernardo eretta in Borgo con solenne diploma dei 12 Novembre 1527.

Il nostro Bernardo l’anno 1526 fu dal Re Ferdinando I. Arciduca d’Austria innalzato alla eminente carica di suo gran Cancelliere, e di Presidente del secreto suo Consiglio di Stato. Egli incoronò poscia in Praga li 21 Febbraio 1527 lo stesso Ferdinando come Re di Boemia, e nel seguente giorno pose la corona in capo alla Regina Anna sua moglie, sorella di Lodovico Re d’Ungheria.

L’anno 1527 egli rivide e confermò colla suprema sua autorità lo Statuto di Trento, che ebbe vigore e forza di legge anche sotto tutti i Principi suoi successori fino a’ nostri giorni, cioè fino alla secolarizzazione de’ Principati ecclesiastici avvenuta l’anno 1804.

L’anno 1529 egli intervenne accompagnando il Re Ferdinando alla Dieta de’ Principi dell’Impero convocata in Spira. In questa Dieta egli difese il diritto, che competevagli, di precedenza contro il Vescovo Principe di Bressanone ed alcuni altri Principi dimostrando l’antichità ed i pregi della Chiesa di Trento con tal forza di ragioni, e con tale eloquenza, che meritò l’ammirazione di tutto quell’illustre consesso.

Essendo l’anno 1530 venuto in Bologna l’Imperator Carlo V. per ricevervi solennemente dal Papa Clemente VII. la corona imperiale, ed essendo il nostro Bernardo stato [p. 105 modifica]inviato dal Re Ferdinando come suo ambasciatore al Papa ed all’Imperatore egli si recò con isplendidissimo corteggio della primaria nobiltà tirolese e trentina in Bologna, e vi fece con istraordinaria pompa il suo ingresso, accoltovi colle più onorevoli distinzioni sì dall’Imperatore come dal Sommo Pontefice Clemente VII. Bernardo fu in tal occasione elevato alla dignità di Cardinale il dì 8 Marzo 1530 con applauso di tutto il sacro collegio de’ Cardinali. Sapendo poi, che l’Imperator Carlo V. doveva quanto prima dall’Italia portarsi in Germania, egli affrettò il suo ritorno in Trento a fine di farvi gli apparecchi convenienti a riceverlo nella sua città. Il dì 19 Aprile dello stesso anno 1530 essendovi l’Imperatore effettivamente venuto, Bernardo si recò ad incontrarlo accompagnato dalla primaria nobiltà della città e del principato, e lo accolse nel Castello di sua residenza, ove il trattò per otto interi giorni con reale magnificenza. Egli seguì poscia l’Imperatore nel suo viaggio in Germania, ed intervenne con esso e col Re Ferdinando alla Dieta dell’Impero in Augusta il mese di Giugno 1530 convocata per trattare degli affari di religione contro le nuove dottrine di Lutero, e per la guerra che dovevasi intraprendere contro de’ Turchi.

Egli intervenne poscia al Congresso tenuto in Aquisgrana il mese di Gennaio 1531 per l’elezione d’un Re de’ Romani, e [p. 106 modifica]contribuì validamente all’elezione del Re d’Ungheria e di Boemia Ferdinando fratello dell’Imperator Carlo V., il quale fu poi come tale coronato nello stesso mese di Gennajo 1531.

Nello stesso anno 1531 egli stipulò col consenso del suo Capitolo una convenzione di cambio o di permuta col Re Ferdinando come Conte del Tirolo, in virtù della quale Bernardo cedette al Re la città e distretto di Bolgiano, ed il Re diede a Bernardo ed a’ Vescovi suoi successori il Borgo e la Signoria di Pergine con tutte le terre e villaggi, che ne dipendono. Altra convenzione egli stipulò il primo di Marzo 1532 in Ratisbona collo stesso Re Ferdinando, nella quale fu stabilito, che la città di Roveredo e tutti i villaggi componenti la sua pretura rimangano in perpetuo alla Maestà del Re, suoi eredi e successori a titolo di feudo, e coll’obbligo di riceverne da’ Vescovi Principi di Trento l’investitura feudale, come la ricevettero pur sempre fino all’epoca della secolarizzazione de’ Principati ecclesiastici, avendo io medesimo come Cancelliere del Principato di Trento sottoscritta quella, che dal Vescovo Principe Pietro Vigilio fu data all’augustissimo regnante Imperatore Francesco I. Quanto poi ai quattro Vicariati di Mori, Ala, Avio e Brentonico, ed altri luoghi della Val Lagarina fu convenuto, che il Re Ferdinando consegnarli debba, come lì consegnò, al Vescovo [p. 107 modifica]Bernardo ed a’ suoi successori, de’ quali in Principi Vescovi entrarono effettivamente in possesso, e li ritennero fino all’epoca della secolarizzazione concedendone o rinnovandone le investiture feudali a’ loro antichi Signori i Conti di Castelbarco, ed agli altri vassalli colla subordinazione però e dipendenza da essi dovuta alla superior giurisdizione e podestà de’ Principi Vescovi infeudanti.

Il Cardinale Bernardo ottenne lo stesso anno dal Re Ferdinando un altro solenne diploma dato in Innsbruck li 2 Novembre 1532, nel quale il Re come Conte del Tirolo confessa d’aver ricevuto da esso Bernardo l’investitura feudale del castello e della giurisdizione di Altemburg in Eppen, della giurisdizione di Egna, del castello e della giurisdizione di Castelfondo nella Naunia, della giurisdizione di Caldaro, del Castello Firmian chiamato Sigismundscron, del Castel Pietra nella Valle Lagarina, e d’altri luoghi, dichiarando per sè e suoi successori di tenerli a titolo di feudo dalla Chiesa di Trento.

L’anno 1534 un gran congresso si tenne in Trento tra i ministri imperiali ed i veneti a fine di appianare e definire amichevolmente alcune differenze o questioni, ch’erano insorte tra i due Stati; ma il Cardinal Bernardo avendo in quel tempo ricevuta per lettere di Alfonso Duca di Ferrara la notizia della pericolosa infermità del Papa Clemente VII., e volendo egli recarsi senza indugio [p. 108 modifica]mente in Roma, e condur seco il suo gran Cancelliere Antonio Quetta, ch’era uno de’ principali ministri in tale congresso, sospese per allora e sciolse quell’assemblea. Portossi egli quindi sollecitamente in Roma, ed accaduta in effetto la morte del Pontefice, Ferdinando Re de’ Romani ordinò a’ suoi ministri in Roma, che tutti i mezzi possibili ponessero in opera, onde il Cardinale Bernardo venisse eletto al sommo Pontificato. Ch’egli degno pure ne fosse comunemente reputato, ne abbiamo tra le altre una testimonianza nei seguenti versi, che leggonsi tra le celebri poesie del Conte Nicolò d’Arco (Lib. IV. N. III.)

Quum te purpureo decoratum Roma galero
Audìret: longe te melìora manent,
Ipse meas, Clesi, moderaberis, inquit, habenas
Hoc votum est hominum, sic pia fata dabunt.

Eletto alla suprema dignità pontificale gli 11 Ottobre 1534 il Papa Paolo III., questi avendo inviati varj suoi nunzj alle corti de’ Principi e Sovrani d’Europa per la convocazione d’un Concilio generale, egli comandò a quello che inviava al Re de’ Romani Ferdinando «ut rem ageret (sono le parole del Cardinal Pallavicini Histor. Concil. Trid. L. 4 c. 1 N. 3.) de consilio Bernardi Cardinalis Clesii; quippe erat hic Magnus Cancellarius ac Præses Regii Consilii, atque in Regis tam gratia quam existimatione [p. 109 modifica]supremus, incomparabili Religionis studio ac prudentia vir.»

L’anno 1538 egli pubblicò le costituzioni sinodali della sua Diocesi, aggiungendovi quelle de’ Vescovi suoi antecessori riformate ed adattate alla condizione de’ tempi, compendiate e raccolte in un solo volume.

Egli intervenne personalmente a quasi tutte le diete de’ Principi dell’Impero, che allora erano frequenti ora in una ora in altra città della Germania, sia per porre argine alle nascenti eresie di Lutero, sia per opporsi alle vittoriose armi de’ Turchi nell’Ungheria, accompagnando in tutte il Re de’ Romani Ferdinando, di cui godeva la stima nel più alto grado.

Bernardo aggiunse al vecchio Castello del Buon-Consiglio un grandioso palazzo chiamato il Palazzo Clesiano, che con ragione potea riguardarsi come una delle più insigni e superbe fabbriche d’Italia, adornato pure di rari dipinti, ed arricchito eziandio d’una preziosa suppellettile, e di ricchissimi arredi ed addobbamenti d’ogni maniera. La fabbrica di questo Palazzo scrisse il ch. Apostolo Zeno (Tom. I. Dissert. Vossian. pag. 398 col. 2) essere stata opera del celebre Andrea Palladio. Egli aggiunse pure al vecchio Castello del Buon-Consiglio molte nuove fortificazioni e nuovi bastioni. Egli fece ergere fino da’ fondamenti e fabbricare tutta di pietre la Chiesa parrocchiale di Civezzano poco lungi da [p. 110 modifica]Trento, e l’adornò con insigni pitture, e col dono d’una copiosa argenteria. Egli fece pure ergere da’ fondamenti la Chiesa di Santa Maria Maggiore in Trento tutta con pietre di marmo, veggendovisi tuttora sopra la porta d’essa Chiesa, che guarda verso mezzodì, la seguente iscrizione: Bernardo Clesio Præsule ac Principe Tridentino Auctore MDXX. In questa Chiesa fu poscia posto il famoso Organo, che da alcuni scrittori fu riputato il più insigne d’Europa. Quest’Organo però non è dovuto alla munificenza di Bernardo, ma alla pia liberalità di Gian Antonio Zurletti gentiluomo trentino, come attesta la seguente iscrizione in una lapida posta sotto il medesimo Organo: Dei Opt. Max. Laudibus Personandis Joannes Antonius Zurlettus Organum Cum Opere Marmoreo Faciundum C. Pecunia Sua. Bernardo Clesio Cardinale Tridentinis Imperante. Anno Domini MDXXXIIII.

Bernardo ristorò ed abbellì il Castel Selva presso Levico, ristorò pure la Rocca di Riva, i Castelli di Tenno, di Stenico, ed il Palazzo vescovile in Fiemme. Egli ampliò grandemente l’Archivio e l’insigne Biblioteca del Castello del Buon-Consiglio, e l’arricchì d’undici Codici in foglio scritti elegantissimamente in nitidissime membrane ornate qua e là di pitture, di caratteri, e fregj d’oro. Il primo di questi Codici conteneva le carte autentiche e le gesta del Vescovo Principe Bartolameo Quirini, il secondo ed il terzo [p. 111 modifica]quelle del Vescovo Alberto d’Ortemburg, il quarto quelle del Vescovo Giorgio di Liechtenstein, il quinto quelle di Alessandro di Mazovia, il sesto quelle del Vescovo Giorgio di Hach, il settimo quelle del Vescovo Giovanni Hinderbach, l’ottavo quelle del Vescovo Udalrico di Frumsperg, il nono quelle del Vescovo Udalrico di Liechtenstein, il decimo quelle di Giorgio di Neydegk, e l’undecimo quelle dello stesso Bernardo Clesio. Di questi superbi Codici una più esatta descrizione può leggersi nel libro, che abbiam più volte citato, Monumenta Ecclesiæ Tridentinæ p. 186.

Abbiamo poc’anzi parlato del solenne ricevimento, che il nostro Bernardo fece all’Imperator Carlo V, l’anno 1530, e della magnifica e real pompa, con cui il trattò per otto giorni nel Castello di sua residenza in Trento. Non meno splendido e pomposo fu quello, ch’egli fece alcuni anni dopo al Re de’ Romani Ferdinando, il quale dopo una gran Dieta celebrata in Innsbruck cogli Stati del Tirolo volle onorare insieme colla Regina Anna sua moglie d’una sua visita in Trento il Cardinale Bernardo. Vi si trattenne il Re per sette giorni, e la magnificenza e sontuosità de’ conviti e delle feste fu tale, che riempì di maraviglia tutti que’ grandi Signori, che v’intervennero, i quali considerando inoltre i superbi arredi, e i vasi d’oro e d’argento in gran copia, che vi vedevano, non potevano [p. 112 modifica]ritenersi dal dire, tutto questo essere più degno d’un Re che d’un Principe di Trento.

Il Cardinale Bernardo l’anno 1539 alle alte dignità, di cui era decorato, un’altra ne aggiunse essendo stato postulato Vescovo o Amministratore del Vescovato e Principato di Bressanone, e come tale confermato dal Papa Paolo III. li 19 Febbrajo dello stesso anno 1539. Egli prese solennemente possesso della nuova sua dignità col mezzo di procuratori da lui colà inviati, come consta da un pubblico documento dei 17 Marzo 1539, e si recò poi personalmente egli medesimo con grande corteggio in Bressanone; ma quando egli vi giunse, le feste e gli spettacoli, che ivi eransi preparati per celebrare questo fausto avvenimento, si convertirono inaspettatamente in tristezza ed in lutto, poichè il Cardinale, mentre stavasi seduto ad uno splendido e grande convito, cadde in mezzo ad esso improvvisamente morto per colpo d’appoplesia li 28 Luglio 1539 nell’età di soli anni cinquantaquattro e mesi quattro, miserando esempio dell’incostanza e caducità delle umane grandezze. Il di lui corpo fu con solenne pompa trasportato in Trento, ed ivi sepolto nella Cattedrale col seguente epitafio:

D. O. M. Bernardo Clesio S. R. E. Tit. S. Stephani In Cælio Monte. Pr. Card. Episc. Trident. Et Administr. Brixinen. Ob Multa [p. 113 modifica]Magnaq. In Hanc Ecclesiam Merita Æterna Memoria Digno Positum Ob. XXVIII. Jul. MDXXXIX. Sedit Ann. XXV. M. IV. D. XXIIII.

Il Cardinal Bernardo possedeva tutte le doti ed i talenti, che formano un grand’uomo di stato, ed oltre la dottrina ed il sapere ammiravasi in lui una rara eloquenza e facondia. A questi suoi pregi egli aggiunse anche quello d’essere stato amico e protettore de’ letterati del suo tempo, alcuni dei quali gli dedicarono le opere loro, come può vedersi diffusamente narrato nel libro intitolato Monumenta Ecclesiæ Tridentinæ pag. 192. Egli continuò come i suoi antecessori a far battere monete in Trento colla sua effigie e col suo nome, ed alcune di esse ancor si conservano da varie nobili famiglie in Trento. Quantunque dovesse essere bene spesso assente dalla sua sede per cagione delle altre dignità, di cui era decorato, ciò nondimeno egli resse il Vescovato e Principato di Trento per mezzo de’ suoi luogotenenti e ministri saggiamente e felicemente, e fece godere a’ suoi popoli costantemente il più giusto e moderato governo. Una cosa però in lui dee osservarsi, la qual forse non sarà del tutto approvata dal saggio, cioè quello smisurato lusso, ch’egli spiegò singolarmente in quei grandi e numerosi conviti, e in quelle sontuose feste descritte dal Pincio e dal Mariano, ch’egli diede [p. 114 modifica]in occasione della celebrazione della sua prima messa, e poi della sua consecrazione, e del possesso, che prese del Principato, conviti e feste, che per tanti giorni durando costargli dovettero gravissime spese, mentre quel danajo poteva pure impiegarsi in più importanti ed utili oggetti. Sembra, ch’egli volesse emulare il fasto ed il lusso di Papa Leone X.; ma allorchè si considerino le grandi e superbe fabbriche, ch’egli ha innalzate per l’onore della religione e pel divin culto, e quelle che ha innalzate, in vantaggio ed onore del suo Vescovato, allorchè si considerino le tant’altre e le sì grandi cose, che in prò del medesimo egli ha fatte, ben a ragione gli si può dare tra i Principi Vescovi di Trento il nome o titolo di Grande. Tutto quello, che veggiamo anche oggidì essere stata opera di lui, porta l’impronta della magnificenza e della grandezza. Egli non pensò mai ad arricchire la sua famiglia, che lasciò nello stato, in cui era prima della sua elevazione, ed impiegò le sue ricchezze, che dovevano pur essere molte atteso le alte dignità, di cui era rivestito, non già tutte in fasto ed in pompe, ma una gran parte ne impiegò pure nelle opere pubbliche e sacre, delle quali abbiam parlato.

Nelle poesie del celebre Conte Nicolò d'Arco molte se ne leggono in lode del nostro Bernardo, tra le quali una è quell’Ode (Lib. I. pag. 28) che incomincia [p. 115 modifica]

Clesius externo nobis quod redditur orbe
Diis grates referamus, amici ....

e quell’altra che leggesi nello stesso libro primo pag. 43 ad Tridentum

Quad tibi sint arces, Athesis tua mœnia lambat,
Quod sit ager Bacho fertilis, et Cerere,
Vicino ridere potest de colle Tridentum,
Et superis grates ore referre tuo;
At tibi quod centum sint templa, altaria centum
Omnia plena sacris, omnia fœta Deo,
Justitia, et felix placida quod pace fruaris,
Temporibus nostris, quæ profuga orbe fuit,
Id Clesii munus ....

Il secolo, nel quale visse Bernardo, fu quello in cui più che in ogni altro fiorirono le lettere in Italia, chiamato non senza ragione il secol d’oro della medesima. Il perfetto gusto delle lettere regnò pure felicemente anche nella nostra patria; del che oltre molte altre fanno testimonianza le seguenti iscrizioni. Nella Chiesa parrocchiale di S. Pietro v’ha il sepolcro di Leonardo Langg di Wellemberg giovine cavaliere favorito dei doni della natura e della fortuna, che dopo avere seguito Marte in Baviera, Boemia, Ungheria, ed in Italia, finalmente nel combattere sotto Padova restò sul scampo, e stato essendo il di lui corpo [p. 116 modifica]portato in Trento furono sulla di lui tomba scolpiti i seguenti versi:

Stemmata, divitiæ, quid honor, quid forma, quid ætas
Profuit? heu! pulvis sordidus hic jaceo
1

Poichè la Chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena, e la bella Chiesa di S. Marco, ch’era degli Agostiniani, sono state al principio del presente secolo convertite in altri usi, e le lapide, su cui erano scolpite alcune importanti iscrizioni, or più non esistono, io ho creduto di dover qui rapportarle, affinchè possan leggersi, e se ne conservi almeno in queste pagine la memoria.

Nella Chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena, cioè fuori di Chiesa a sinistra vedevasi a basso rilievo la statua in pietra d’un celebre professor di musica, ch’era in Corte del Cardinal Bernardo, e che in genere di sali e di facezie reso erasi celebre, a piedi della quale statua leggevansi i seguenti versi:

Quæ modo festivo sonuere Palatia risu,
Lugent. Funestæ quid referunt lachrymæo?
Paulus obit, periere sales, periere lepores,
Cum quo prodierant, deperiere joci.

[p. 117 modifica]Nella Chiesa di S. Marco alla destra del grande altare stava una Cappella in onore di S. Michele Arcangelo eretta da Andrea Borgo cavalier cremonese, marito di Dorotea Thunn mancata di vita nel fior degli anni. Vedevasi d’entrambi l’effigie al vivo sulla Palla appunto di S. Michele. Nella Chiesa vecchia poi di S. Marco stava la tomba di Dorotea, e sulla pietra sepolcrale leggevasi la seguente iscrizione

D. O. M.
Dorotheæ . Thuniæ
Venustate . Pudicitia . Prudentia . Ac . Moribus
Insigni
Immatura . Morte . Præreptæ
Uxori . Dulcissimæ . Ac . Benemeritæ
Andreas . Burgus . Cremonensis
Eques . Et. Consiliarius . Cæsareus
Maritus . Mæstissimus
P.
Vixit . Annos .... . Menses .... . Dies


Quid gemis heu! tanto felicia funera luctu?
     Turbantur lachrymis gaudia nostra tuis.
Parce, precor, tristes questus effundere. Vixi,
     Non erat in fatis longior hora meis,
Immatura peri: sed tu diuturnior annos
     Vive tuos, Conjux optime, vive meos.


Il Cavalier Andrea Borgo qui nominato sembra essere quello stesso, ch’era ambasciatore dell’Imperator Massimiliano presso il Re di Francia Luigi XII., e che, come abbiam [p. 118 modifica]veduto, ritrovandosi nel campo francese in Peschiera prese poi in nome di Massimiliano il possesso della città di Verona. Nell’epistole del Cardinal Bembo ricordomi d’averne pur lette alcune col seguente indirizzo: Andreæ Burgo Petrus Bembus S. P. D.

Ma una prova luminosa, che il gusto delle belle lettere nell’aureo secolo d’Italia regnasse anche tra’ nostri, sono le poesie latine del Conte Nicolò d’Arco, le italiane del Consiglier Busetti, e le latine di Nicolò Inama, dei quali due ultimi scrittori ho parlato nelle Memorie particolari della Naunia; ma il Conte Nicolò d’Arco dee meritamente annoverarsi tra i più insigni ed esimi poeti di quel felice tempo. I di lui versi sono stati inseriti nella raccolta di Giano Grutero intitolata Delitiæ Italorum Poetarum, ed essi furono posti eziandio dal celebre Alessandro Pope nella sua collezione intitolata Selecta Poemata. Londini 1740.

Al Gran Bernardo succedette nella dignità di Vescovo e Principe di Trento un altro esimio personaggio, cioè il Cardinale Cristoforo Madruzzo, di cui pure dovremo lungamente parlare.

Note

  1. In luogo v’ha il sepolcro, io doveva dire v’aveva il sepolcro; poichè questo monumento fu tolto di là, e barbaramente distrutto in questo secolo in occasione di non so quale ristaurazione nella Chiesa di S. Pietro.