Merope/La canzone dei Dardanelli

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La canzone dei Dardanelli

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La canzone d'Elena di Francia La canzone di Umberto Cagni
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LA CANZONE
DEI DARDANELLI1

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D'Annunzio - Laudi, IV (page 29 crop).jpg



TARANTO, sol per àncore ed ormeggi
assicurar nel ben difeso specchio,
di tanta fresca porpora rosseggi?

A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio
muro che sa Bisanzio ed Aragona,
che sa Svevia ed Angiò, tendi l’orecchio?

Non balena sul Mar Grande né tuona.
Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte
gira, e del ferro il tuo Canal rintrona.

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Passan così le belle navi pronte,
per entrar nella darsena sicura,
volta la poppa al ionico orizzonte.

Sembran sazie di corsa e di presura,
mentre nel Mar di Marmara e nel Corno
d’oro imbozzate l’ansia e la paura

sognano fumi al Tènedo ogni giorno
apparsi e invocan l’altro Macometto
che scenda in acqua col cavallo storno

come quando alla Bianca un vascelletto
greco e tre saettìe di Genovesi
con lor pietre manesche e fuochi a getto,

conficcate le prue sino ai provesi,
nell’arrembaggio, presero battaglia
contra il soldano e i suoi visiri obesi

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e contra una ciurmaglia e soldataglia
innumerabile in dugento buoni
legni; e vinsero; e con la vettovaglia

sotto Costantinopoli, tra suoni
e cantici, a rimurchio in salvamento
li ricondusse Zaccaria Grioni2.

Eran tre saettie contra dugento
sàiche fuste e galèe! Taranto, Alfieri
d’Alò, quel tuo figliuol che ti fu spento

su la duna a Bengasi ove tu eri
mista al suo sangue allor che cadde eletto
dalla gloria tra i bianchi cannonieri,

ben si mostrò di quella tempra; e il petto,
come quando le navi avean di legno
il fasciame, fu ben di ferro schietto.

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Ma non pur anco il giovincello Regno,
fior di modestia, escito è di tutela.
I pedagoghi suoi stanno a convegno.

Adoprano con trepida cautela
la bilancia dell’orafo in pesare
il buon consiglio; e, se il timor trapela,

appoggiandosi al muro famigliare
stranutano e tossiscono. O Senato
veneto! O prisca Libertà del Mare!

Il sobrio Talassòcrate dentato,
il pudico pastor dai cinque pasti
che si monda con l’acqua di Pilato,

immemore dei fasti e dei nefasti
suoi dì vermigli, cigola e s’indigna
a tanto scempio, e torce gli occhi casti!

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E quei che verso il Reno ora digrigna
ed or sorride livido di bile
col ceffo nella sua birra sanguigna,

l’invasor che sconobbe ogni gentile
virtù, l’atroce lanzo che percosse
vecchi e donne col calcio del fucile,

il saccardo che mai non si commosse
al dolore dei vinti e lordò tutto
del fango appreso alle sue suola grosse,

l’Ussero della Morte vela a lutto
Stinchi e Teschio per la pietà fraterna
di tanto musulman fiore distrutto!

Ma uno più d’ogni altro si costerna.
Egli è l’angelicato impiccatore,
l’Angelo della forza sempiterna

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Mantova fosca, spalti di Belfiore,
fosse di Lombardia, curva Trieste,
si vide mai miracolo maggiore?

La schifiltà dell’Aquila a due teste,
che rivomisce, come l’avvoltoio,
le carni dei cadaveri indigeste!

Altro portento. Il canapo scorsoio
che si muta in cordiglio intemerato
a cingere il carnefice squarquoio

mentre ogni notte in sogno è schiaffeggiato
da quella mozza man piena d’anelli
che insanguinò la tasca del Croato!3

Son questi i cristianissimi fratelli
del protettor d'Armenia, ond'è rifatta
pia la verginità dei Dardanelli.

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La vecchia Europa avara e mentecatta
che lasciò solo il triste Costantino4,
solo a cavallo nella sua disfatta

ultimo imperatore bisantino
combattere alla Porta Càrsia e spento
dar la porpora e l’aquile al bottino,

dessa or soccorre del suo pio fomento
lo smisurato canchero che pute
tra Mar Ionio e Propontide nel vento.

Oh Alleanza mistica, salute!
Cantar voglio le tre sotto il posticcio
turbante auguste Potestà chercute

e d’austriaco sevo unto il molliccio
soldan che ascolta il suo martirologio
col bianco pelo irto per raccapriccio.

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Alla Consulta attendono l’elogio
tutorio i pedagoghi del pupillo
demente; e spiano il tempo ch’è balogio

su la piazza ove ride lo zampillo
romano tra gli equestri Eroi gemelli
palpitando qual limpido vessillo.

Come sul fulvo mare dei camelli
sta la Sfinge, una intorta Pitonessa
senza tripode guarda i Dardanelli.

La licenza è concessa e non concessa,
se guarentita sia la libertà
al sapone di Caffa e al gran d’Odessa.

Ahi cieca ambage! Ed ei non sono già
discepoli di Mosca de’ Lamberti
che disse: Cosa fatta capo ha.

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Vanno librando i pesatori esperti
la bilancia dell’orafo sì vana
con once dramme scrupoli malcerti.

Meglio rozza stadera di dogana
ove per dar tracollo il ferreo Cagni
gitti la spada di Bu-Meliana.

La nave, col desio che il sangue bagni
le torri e il ponte per ribattezzarsi,
richiama a sé gli intrepidi compagni

che troppo a lungo per le dune sparsi
e nelle fosse tennero la guerra
dediti a superare e a superarsi

come quando l’eroe, che di sotterra
ancor gli incita, disse oltre la morte:
“Io con mille di voi prendo la terra.„

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Stefano Testa, l’omero tuo forte
è rotto; e il braccio tuo, Vincenzo Origlio;
o Montella, e il tuo femore. E la sorte,

o Gaudino, t’amò quando un vermiglio
fiore ti pose presso il cor tra costa
e costa. E tu, Vito de Tullio5, figlio

di Bari vecchia ove una santa esposta
al popolo si chiama Serafina,
e il popol tutto innanzi a lei fa sosta;

o Carmineo, di un’umile eroina
anche tu primo nato tra il Leone
di San Marco e la Chiesa palatina;

o fratel mio d’Abruzzo, e tu, Marone,
che in sogno ancor la piaga del tuo piede
strascichi per servire il tuo cannone;

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voi tutti, ardenti della vostra fede
e della vostra febbre nella lunga
corsia triste, con l’anima che crede

e vede or ascoltate se non giunga
un grande annunzio, sussultando al cupo
urlo che nella notte si prolunga.

Dante de Lutti forse in un dirupo
giace coi prodi a Derna, e la vendetta
ride ne’ denti suoi di giovin lupo

come quando a Tobrucca su la vetta
della ruina issava il tricolore,
più agile che mozzo alla veletta.

E la notte par piena di clamore.
E la corsia d’occhi sbarrati e fissi
riarde, e ucciso è il sonno dall’orrore.

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Taluno i suoi compagni crocifissi
rivede, là, nella moschea di Giuma,
i corpi come ciocchi aperti e scissi

con la scure, conversi in nera gruma
senza forma, sgorgando le ventraie
per gli squarci; e le bocche ove la schiuma

dell’agonia tersero l’anguinaie
recise, intruse fra le due mascelle;
e i viventi infunati alle steccaie,

alle travi dei pozzi, con la pelle
del petto per grembiul rosso, con trite
le braccia penzolanti dalle ascelle

dirotte, con le palpebre cucite
ad ago e spago, o fitti sino al collo
nel sabbione che fascia le ferite,

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le vene stagna. Odio, che sei midollo
della vendetta e lièvito del sangue,
ti canto. Insegna del taglion, ti scrollo.

Talun disse: “Spargete poco sangue.
Deh non vogliate esser micidiali!
Quasi pace è la guerra, quando langue.„

dolci eroi sognanti su i guanciali
penosi, udiste l’ordine di guerra?
“Le navi scorteranno gli ospedali.

I marinai combatteranno a terra.„
Sognando, andiamo incontro all’Ombre sole
mentre il ponte di Taranto si serra.

La notte sembra viva d’una prole
terribile. La grande Orsa declina.
Infaticabilmente il mar si duole.

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Un vento di dominio e di rapina
squassa il vasto Arcipelago schienuto.
Chi vien da Scio con la galèa latina?

Chi da Nasso? e d’Amorgo? Ti saluto,
a capo del naviglio tuo di corsa,
o duca dell’Egeo Marco Sanuto6.

Sul tuo coppo di ferro splende l’Orsa.
Dietro i pavesi sta la compagnia
pronta allo sforzo: la minaccia è corsa.

Eri una via calpesta, eri la via
dei Barbari che andavano alla guerra
in Occidente, allora, o Austria pia.

E l’onta di Giovanni Senzaterra
stava su te, la crudeltà del basso
vassallo d’Innocenzo, o Inghilterra,

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quando al libero Doge dava il passo
l’Imperatore sul diviso Impero,
e la Morea dal Tènaro a Patrasso

e Salamina con il suo cimiero
di gloria non immemore d’Aiace,
e il Sunio col suo tempio roso e il nero

Acroceraunio, Ocri, Arta, il Golfo ambrace,
le Cicladi fulgenti, tutto il lido
curvo dal Mar dalmatico al Mar trace

erano un sol dominio sotto il grido
di San Marco; e Gallipoli, Eraclea,
Gano, Rodosto anco, tra Sesto e Abido

il Doge tutto l’Ellesponto avea;
quasi mezza Bisanzio, e gli arsenali
quivi, e le darsene e le rocche aveano

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I Veneti; lanciavan dagli scali
nel Corno d oro le galee costrutte,
al Leone ogni dì crescendo l’ali.

Ecco, o Mediterraneo, su tutte
l’isole, ecco i tuoi dèspoti. Rischiaro
col mio cuore le impronte non distrutte.

Ecco un Sagredo principe di Paro,
a Sèrifo un Michiel, ad Andro un Dandolo,
a Candia un Tiepolo. Ogni nome è un faro.

Presso Blacherne publica il suo bando
Ranieri Zeno, e quasi Imperatore
ha tutta Romania nel suo comando.

Il genovese Enrico Pescatore
conte di Malta usurpa il fio di Creta.
In regia potestà l’Asia Minore

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ha Martin Zaccaria7, batte moneta,
leva milizie e navi, si travaglia
a Focea per allume, a Chio per seta,

a traffico imperversa e a rappresaglia,
stermina Catalani e Musulmani,
tutt’armato da re muore in battaglia.

O dura schiatta dei Giustiniani,
nova sovranità della Maona
libera, dinastia di popolani

magnifici, di re senza corona,
che profuman di mastice la bianca
scia o la segnan d’una rossa zona,

quando nell’isola Andriolo Banca
orna templi, deduce carmi, venera
Omero, èduca lauri, schiavi affranca!

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Navi d’Italia, ecco l’Egeo. Chi viene
da Lesbo? chi da Coo? Navi d’Italia,
l’Ombre cantano come le sirene.

Un Querini è signore di Stampàlia,
di Nanfio un Foscolo, un Navigaioso
di Lemno. Ecco l’Egeo, navi d’Italia,

ecco il mare operoso e sanguinoso
di noi, le rive con le nostre impronte,
le mura impresse del Leon corroso.

Un Barozzi è signore a Negroponte,
un Ghisi a Sciro ed un Pisani a Nio.
Navarca è un Longo ed un Adorno è arconte.

Fendo i secoli, lacero l’oblio,
ritrovo le correnti della gloria
nell’acqua ove portammo il nostro Dio.

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Levo sul mar l’onda della memoria
col soffio dell’anima la incalzo,
che ferva sotto il pie della Vittoria,

che schiumi e fumi sotto il piede scalzo
volante in sommo come quando accorse
precipitosa dal marmoreo balzo

a te, Cànari8. O Grecia, o Grecia, forse
anche i tuoi fati pendono. E lo scotto
sarà pagato. Chiedi l’ora all’Orse

come l’uomo d’Ipsara e l’Hydriotto
quando muti ridean nel cuor selvaggio,
acquattato ciascun nel suo brulotto,

con alla mano i raffii d’arrembaggio,
con alle coste il dèmone del fuoco,
messo fra i denti il fegato per gaggio.

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Anche nel nostro cuore arde quel fuoco,
sorella. Vien d Ipsara Costantino
Cànari, arsiccio, ancor più pronto al gioco.

Andrea Miàuli vien sul brigantino
ch’ebbe a Patrasso a Spezzia ed a Modóne.
Ma chi è mai quel grande suo vicino?

Riconosco la chioma del leone
e l’affilato viso dell’audacia
e l’occhio inesorabile. O Canzone,

piègati sotto l’ala acuta e bacia
per tutti i marinai la fronte fessa
del Capitan che vien dal mar di Tracia.

Viene dai Dardanelli su la stessa
galèa cui non restò se non l’orrore
dell’annerito arsile, su la stessa

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galèa che vide volgere le prore
e orzare a terra Mehemet codardo,
viene dai Dardanelli il vincitore

Lazaro Mocenigo9. E lo stendardo
del calcese, che gli spezzò con l’asta
il cranio, or croscia al maestral gagliardo

su l’erto capo cinto della vasta
piaga, su la criniera leonina
che per corona nautica gli basta.

Chiuso è il destr’occhio che nella marina
di Scio barattò egli contro vénti
navi di Kenaàn tratte a rapina.

Ma il freddo astro di tutti gli ardimenti
è l’occhio manco, specchio dei perigli.
Lazaro Mocenigo ha le sue genti?

Guardalo, Cagni, tu che gli somigli.

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Note

  1. [p. 213 modifica]Questa Canzone fu composta quando gli informatori descrivevano la ragunata delle navi nel porto di Taranto. “Sin da ieri è un continuo passaggio di torpediniere nel Canale navigabile. Hanno tutte all’albero maestro la fiamma di guerra. Il Mar Piccolo sembra un immenso lago dove galleggiano in gran numero navi di battaglia, torpediniere e cacciatorpediniere. Ve ne sono ormeggiate lungo tutte le banchine, e nell’arsenale e nello specchio d’acqua del primo bacino, ch’è nel Mar Piccolo il più vasto, riparo sicurissimo ed inespugnabile, unico in tutto il mondo (17 novembre).„ Questa notizia era immediatamente seguita da quest’altra, in vistosi caratteri: “La flotta non è ai Dardanelli.„
  2. [p. 214 modifica]L’episodio della battaglia sostenuta dai quattro legni cristiani contro l’intera armata di Maometto II, sotto le mura di Costantinopoli, è narrato nelle Croniche di Giorgio Dolfino e di Niccolò Barbaro che ne fu testimonio, e nella Cronica di Costantinopoli del greco Giorgio Phranzes, il quale anche assistette alla fazione. I quattro legni, venendo dal Mar di Marmara, portavano viveri e munizioni all’imperatore assediato. Pei contrarii vènti, avevan cappeggiato a lungo nei paraggi di Chio; cosicché, favoriti alfine dall’Ostro, entravano nell’Ellesponto e s’appressavano al Bosforo quando già tutta la città era stretta. Come l’armata turca li avvistò, il sultano diede ordine all’ammiraglio di assalirli con tutte le forze e di catturarli o di colarli a picco. Suleyman bey salpò con circa duecento vascelli (a centoquarantacinque li riduce uno dei cronisti); innanzi l’ora di nona incontrò i quattro legni sotto le mura, propriamente fra le Sette-Torri e i giardini di Blanca. In quel punto il vento cadde, cosicché i Cristiani perdettero il vantaggio. Tuttavia si prepararono a combattere. Combattimento ineguale e portentoso, d’un naviglio sottilissimo contro il grosso dell’armata ottomana. Allo spettacolo accorse su le mura, dalla parte della Propontide, la moltitudine degli assediati, e lo stesso Costantino. Su la riva, fuor della cerchia, presso il promontorio di Zeitun, a breve distanza dalle Sette-Torri, accorsero i Turchi, e lo stesso sultano a cavallo per godere della prima vittoria. Il cielo era sereno su tutto il Bosforo. Prima parlarono i mortai e le bombarde; poi un de’ legni cristiani e la galeazza di Suleyman vennero all’arrembaggio per prua e rimasero conficcati per prua l’uno nell’altra. Intorno s’accalcarono le navi turche. E le tre genovesi nell’investimento persero l’uso dei remi. Allora i ponti accostati furono il campo d’una mischia feroce. Con le pietre pugnerecce e coi fuochi lavorati i nostri opposero una così fiera difesa [p. 215 modifica]che, dopo tre ore di combattimento, le sorti parvero volgere in lor favore. Gran numero di navi turche ardeva già; cresceva la strage. I nostri, eccitati dai clamori che ventavano dalle mura, parevano moltiplicarsi mentre su l’armata nemica già soffiava il panico. Allora Maometto, furibondo, imprecando alla viltà de’ suoi, come per minacciarli e ricacciarli avanti, si lanciò a cavallo nel mare e spinse la bestia sul bassofondo, con l’acqua sino al pettorale. Atterriti tornarono all’assalto coloro che l’atroce conquistatore soleva, nei momenti disperati, spingere con le spranghe di ferro e coi nerbi di bue; ma non poterono superare la resistenza dei Cristiani. Furono costretti a ritrarsi. Le navi superstiti ripresero l’ancoraggio di Bessikhtach. Verso sera, Gabriele Trevisano e Zaccaria Grioni con due galèe rimorchiarono in trionfo i quattro legni, tra squilli di trombe e canti di vittoria; poi richiusero il porto con la catena.
  3. [p. 215 modifica]Dopo la terza delle Cinque Giornate, quando cominciava a determinarsi la disfatta degli occupatori, i soldati del Radetzky si abbandonarono ad atrocità che non cedono nel paragone a quelle arabe e turche di Rebab. Dalla strage di Casa Fortis ai lattanti infissi su le baionette, giova non enumerarle. La terzina della mano mozza allude a quella mano feminile, carica d’anelli, che fu rinvenuta nella tasca d’un Croato ucciso.
  4. [p. 215 modifica]Costantino Paleologo, il fratello di Giovanni, avendo accettata la corona di Bisanzio, vera corona di spine, condusse con molta intrepidezza la difesa contro il secondo Maometto che l’assaliva con uno sterminato esercito. I difensori non sorpassavano il numero di settemila. Un Giustiniani, un Cattaneo, un Minoto, un Contarini, un Mocenigo, un Corner, altri nobili [p. 216 modifica]veneziani e genovesi, erano alla guardia delle torri e delle porte. Quando tutto fu perduto e l’esercito dal sultano implacabile irruppe nella città per dare il sacco di tre giorni promessogli, Costantino spronò il cavallo, nei pressi della Porta Càrsia, contro il folto dei nemici, volendo morire con l’Impero. “Il sangue gli colava dai piedi e dalle mani„ dice Giorgio Phranzes. Secondo Michele Ducas, lo storico dell’Impero d’Oriente, l’imperatore gridò: “Non un cristiano v’ha, che prenda il mio capo?„ Secondo Michele Critopulo, gridò: “La città è presa, e io vivo ancora!„ In quel punto un Turco gli tagliò la faccia. Come Costantino rispondeva al colpo, un altro gli trapassò le reni. Cadde nel mucchio, non conosciuto. Più tardi, avendo Maometto ordinato di ricercarlo, riconobbero i cercatori il cadavere ai calzari di porpora che recavano trapunte in oro le aquile imperiali. I sovrani e i principi della Chiesa in Occidente, dopo che con sì trista incuranza avevan lasciato abbattere l’ultimo segno dell’Impero bisantino, alla notizia dalla vittoria turca rimasero atterriti; e temettero che i giannizzeri non venissero a distruggere le imagini di Cristo nelle cappelle unghere ed alemanne e che le basiliche romane non fossero mutate in moschee come quella Santa Sofia dove Maometto aveva fatto pel primo il suo namaz su l’altar maggiore!
  5. [p. 216 modifica]Il marinaio barese Vito de Tullio fu ferito a Tripoli nella battaglia del 26 ottobre. Era disceso dalla nave Sicilia con la compagnia di sbarco. Quando giunse la notizia, tutto il popolo della città vecchia passò in pellegrinaggio per la casa della madre; che si chiama Serafina Daddario. Ferito a Bengasi fu il marinaio Luigi Carmineo, tra i primi a sbarcare sotto il fuoco, in una barca gettata dalla nave Amalfi. Nella parte occidentale della città vecchia, nella Piazza [p. 217 modifica]mercantile, sta su quattro gradini il Leone veneziano, con incise nel collare le parole “Custos iustitiae.„
  6. [p. 217 modifica]Dopo la spartizione di Costantinopoli, Venezia per assicurarsi il possesso delle Cicladi concesse che cittadini armatori di galèe ne tentassero l’acquisto a lor rischio e pericolo. Fu allora composta per accordo una compagnia di patrizii, la quale armò una squadra di corsa e la diede in comando a Marco Sanuto. Il Sanuto non soltanto s’impadronì delle Cicladi, ma anche delle Sporadi e delle isole sparse lungo la costa dell’Asia Minore. Egli fu investito della signoria feudale di Nasso e d’Amorgo; poi, per decreto dell’Imperatore latino di Costantinopoli, ebbe il titolo di duca dell’Egeo, con autorità su tutte le isole distribuite in feudo ai suoi compagni d’armi, insuperabili marinai.
  7. [p. 217 modifica]Martino Zaccaria, figlio di Nicolò, per la sua prodezza e per i suoi ardimenti si guadagnò il favore di Filippo di Taranto, imperator titolare di Costantinopoli e principe d’Acaia, a tal punto che costui lo nominò con diploma in data del 26 maggio 1315 re e despoto dell’Asia Minore e gli diede inoltre Marmara, le Enusse, Tenedo, Lesbo, Chio, Samo, Icaria e Coo, con tutti i diritti regali e con tutte le insegne della regalità. In compenso, Martino s’assumeva il carico d’aiutarlo, con cinquecento uomini, a riconquistare il trono di Costantinopoli. Questo Zaccaria con imperterrito zelo preseguì l’alleanza disegnata contro i Turchi da Marin Sanudo nel 1329. Le sue spedizioni contro gli infedeli furon quasi sempre vittoriose. Sembra che, durante i quindici anni di suo governo in Chio, egli ne uccidesse più di diecimila. Come re dell’Asia Minore, aveva diritto di battere moneta. [p. 218 modifica]Esistono ancora monete d’argento del suo conio, con l’imagine di Santo Isidoro patrono di Chio. Dopo avventure ammirabili, liete e tristi, nel 1343 si congiunse ai Crociati che facevano oste contro Omar principe d’Aidin per impadronirsi delle Smirne; e cadde nella sanguinosissima battaglia del 15 gennaio 1345. Egli può esser considerato come un vero eroe nazionale ligure, stupendo rampollo di quella cavalleria greco-franca che aveva già sfolgorato di gloria sul Mediterraneo. Converrebbe rinnovellare le lodi che gli inalza Uberto Foglietta nei suoi Elogia clarorum Ligurum. Erano nel XIII secolo gli Zaccaria di Castro tra le più opulenti e possenti famiglie di Genova. Traevano essi gran parte della lor ricchezza dalle miniere di allume esercitate nel territorio di Focea. Quando il capitano popolano Simon Vignoso, partitosi di Genova col naviglio nella primavera del J346, ebbe riconquistata Scio, il Comune dovette ben tenere il patto di rifondere agli armatori e conduttori della guerra tutte le spese rilasciando alcuna parte di certe rendite dello Stato. Ma, essendo assai smunto l’erario, il Governo stipulò con i capi della spedizione, il 26 febbraio 1347, un accordo che lor conferiva per anni ventinove il dominio utile e l’amministrazione di Scio e di Focea Vecchia e Nuova, riserbando alla Repubblica la ragion della spada e del sangue ed il mero e misto imperio (merum et mixtum imperium). Ogni padron di nave per tale accordo aveva facoltà di partecipare al guadagno prodotto dal commercio del mastice e dell’allume e dalle gabelle nei paesi conquistati. Così fu tra i conquistatori di Scio costituita la società chiamata Maona, la cui storia gloriosissima è da ricordare agli Italiani tutta quanta, dalla romana severità di Simon Vignoso ai diciotto giovini martiri Giustiniani. [p. 219 modifica]Il nome di Giustiniani presero poi i Maonesi, come per congiungersi in una vasta famiglia e dinastia, rinunciando ciascuno al nome suo proprio. E la Maona fu detta allora dei Giustiniani di Scio. I primi dodici socii della corporazione, che fecero la rinunzia e assunsero il nuovo nome, furono: Nicolò Caneto, Giovanni Campi, Nicolò di San Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello di Fornetto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldo. Il commercio più importante e più remunerativo per la Maona era quel del mastice, prodotto nei quattro distretti meridionali di Chio e raccolto da speciali agenti “officiales super recollectionem masticis.„ I dinasti di Scio furono anch’essi tocchi dall’Umanesimo. Ornatissimo fra gli altri fu quell’Andriolo Banca che, in grazia al suo sapere, divenne amico di Eugenio IV. Cantò in versi italiani la guerra del 1431 contro Venezia. Le lettere di Ciriaco d’Ancona a lui dirette hanno molti curiosi particolari su le rovine del Tempio d’Apollo in Cardamyla e sul monumento d’Omero; presso il quale Andriolo aveva costrutto all’ombra dei pini e al murmure d’un fonte una casa “omerica„, procul negotiis.
  8. [p. 219 modifica]Nella evocazione del sublime marinaio greco Costantino Canaris, si allude alla impresa da lui compiuta contro il naviglio di Kara Ali ancorato in Cesmè, la notte del 18 giugno 1822. Egli aveva per compagno Pepinos nativo di quell’ammirabile Hydra “sì nuda che in qualche luogo manca la terra per seppellire i morti„, di quell’Hydra che fu diletta ad Andrea Miaulis, all’audacissimo navarca sepolto nel Pireo presso la tomba di Temistocle. I giovani palermitani dovrebbero in giorno di vittoria [p. 220 modifica]sospendere una corona votiva al monumento del Canaris nella loro Villa Giulia.
  9. [p. 220 modifica]Lazaro Mocenigo, se bene inimitabile anche nel peccare, meriterebbe d’esser canonizzato e proposto al culto di tutti i marinai italiani. Forse neppure il Miaulis può essergli paragonato in audacia. Se l’arte lunga e la vita breve concedessero all’autore di questa Canzone il poter compiere tutto quel che disegna, egli vorrebbe scrivere la biografia di tanto eroe per metterla nelle mani d’ogni guardiamarina della razza di Mario Bianco. Su la stupenda battaglia dei Dardanelli convien rileggere le pagine del cronista testimonio riferite da Gerolamo Brusoni nella sua Istoria dell’ultima guerra fra i Veneziani e i Turchi. Implacabile e infaticabile il vittorioso “volle la sera stessa fare l’ultima prova; e così, seguitato da quattro o cinque altre delle sue galere più rinforzate, intraprese di nuovo come la mattina la caccia delle nemiche; dovendo intanto gli altri due generali col resto delle galere scostarsi col favor della notte a danneggiare quelle che erano fermate in terra, e se non fosse loro riuscito di tirarle fuori, incendiarle almeno. E però stavano già formando d’una tartana un brulotto per condurvelo sopra. Ma dopo un difficoltoso proveggio, arrivato il Mocenigo sotto le batterie de’ Barbieri, che non meno furiose della mattina offendevano gravemente le sue galere (avendo ammazzato sopra la Reale quindici o sedici uomini, e altri sopra la Provveditora, atterrato l’antenna sopra alla Capitana di Golfo, e rotto il timone e parte della ruota alla Commissaria) quando già stava per abbordare i legni fuggitivi, fu da una palla fatale colpito in Santa Barbara: onde preso fuoco la munizione fece subito volare in aria la sua galera, non essendo restato intiero che l’arsile con la poppa dove stando egli a vigilare il comando non si [p. 221 modifica]abbrucciò: ma cadendogli su la testa l’asta dello stendardo del calcese, lo fece cadere subito morto.„ Il Mocenigo aveva perduto un occhio, il destro, alla battaglia del 26 di giugno 1656 nelle acque di Scio, ove Lorenzo Marcello perse la vita. Venti navi del bassà Kenaan caddero in mano dei Veneziani, preda fra le più insigni del mare.