Monete dei romani pontefici avanti il mille/Stefano II

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Stefano II

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Zaccaria Paolo I

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STEFANO II

752-757.


Stefano romano, uomo di severi costumi, dodici giorni dopo la morte di Zaccaria venne dal clero e dal popolo eletto papa e subito consecrato, notandosi che da quando gli imperatori di Costantinopoli abbracciarono l’eresia, non si cercò più la loro approvazione per la consecrazione dei pontefici.

Subito ebbe a trattare col re Astolfo, il quale occupato e riunito al suo regno l’esarcato, ambiva il titolo d’imperatore1, a ciò anche eccitato dai suoi cortigiani, da quei Romani che ora trovavansi suoi sudditi, e da altri Italiani dipendenti dai Greci2, i quali quanto per essi si poteva facevano affine d’indurlo ad impadronirsi della parte d’Italia che ancora all’impero apparteneva.


[p. 23 modifica]Stefano per impedire che l’ultimo colpo fosse portato alla potenza dei Greci in Italia, mandò al Longobardo un’ambasciata con molti doni3, e finì per ottenere pel ducato romano una pace giurata di quarant’anni, che peri dopo quattro soli mesi il re ruppe, rientrando con un esercito in questa provincia, ed intimando ai Romani di pagargli un soldo d’oro per testa, e facendo conoscere che voleva gli fosse tutto il ducato soggetto.

In quel frattempo essendo venuto a Roma da Costantinopoli un ministro imperiale con lettere esortatorie ad Astolfo affinchè abbandonasse quanta aveva usurpato sull’impero, fu dal papa con suoi messi mandato a Ravenna, ma nulla ottenne, che il Longobardo disse d’aver mandato un messo suo a Costantinopoli, onde Stefano inviò anche lui sue lettere a Costantino e Leone cesari, pregandoli che mandassero un esercito a liberare l’Italia da quest’invasore.

Frattanto quel re minacciò di passar a fil di spada tutti i Romani quando non lo avessero ricevuto per loro signore, onde il povero pontefice visto che nulla aveva a sperare da Costantinopoli, tale essendo stato l’avviso ricevuto da quella città, e che i suoi doni non potevano ammollire il cuore d’Astolfo, seguendo l’esempio de’ suoi antecessori, si rivolse a Pipino re de’ Franchi, il quale mandati a Roma due messi, con questi e col ministro cesareo andò a Pavia, ma neppur ivi avendo potuto cosa alcuna ottenere, passò in Francia, dove incoronò re i due figliuoli di Pipino, Carlo e Carlomanno, contemporaneamente tutti tre proclamando Patrizi de’ Romani4.

Il re franco sulle preghiere del papa allora reiteratamente invitò Astolfo a restituire gli usurpati paesi, ma altro che minaccie non ottenendo, con un grosso esercito scese in Italia, e presso le Chiuse battuli i Longobardi, pose l’assedio a Pavia. Allora questo re, vistosi a mal partito, promise la restituzione di Ravenna e delle altre città che aveva sui Greci occupate, ed essendosi interposto il papa affine d’evitare maggiori mali a quel regno, ottenne con queste condizioni la pace; ma invece di attendere alla promessa fatta, nel susseguente anno 755 più furibondo di prima andò ad assediare la stessa Roma, dalla quale dopo tre mesi fu costretto ad allontanarsi per opporsi di nuovo all’esercito de’ Franchi che contro esso verso l’Italia s’avanzava. Contuttociò non potè impedire che Pipino mettesse [p. 24 modifica]altra volta l’assedio a Pavia, onde Astolfo dovette alla fine cedere, e pagate grosse somme per le spese della guerra diede nelle mani dell’abate Fuldrado, a ciò dal re franco delegate, non solamente le città dell’esarcato, ma anche Comacchio e Narni, delle quali presone questi possesso, le chiavi depose sull’altare di S. Pietro coll’atto solenne della donazione che ne faceva alla Chiesa romana Pipino.

Di ciò parlando, credo non fuor di proposito di esporre alcune mie osservazioni sopra l’opinione dal Muratori emessa circa il patriziato romano e la celebre donazione di questo re.

Cominciando dal patriziato, questo celebre scrittore dice5 significare, che la persona che ne veniva insignita era signora di Roma e del suo ducato, il che è falso, essendo cosa nota che, sintantochè questa provincia rimase soggetta agl’imperatori Bizantini, il patrizio altro non era che un loro luogotenente, e dal momento che i re franchi furono di tal dignità investiti dai papi, concedasi anche col consenso del popolo romano, dalle lettere stesse di questi re ai pontefici, dalle esplicite parole di un atto di Pipino, del quale in seguito parleremo, e dagli storici con temporanei risulta, che essa mediante divenivano gli avvocati della Chiesa romana, collo speciale incarico della difesa della santa sede, sia contro i suoi nemici esterni che contro le fazioni di Roma. In quanto alla donazione di Pipino trovando il Muratori in essa menzionate città e provincie che mai furono della Chiesa, causogli sospetto che fosse stata interpolate, non amando trovare che il papa restasse assoluto sovrano degli stati donatigli, epperciò per oppugnarla comincia dal riferire uno squarcio di lettera di Stefano a questo re6, nella quale dice che esso aveva confermato propria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, et reipublicae, civitates et loca restituenda. Ora per repubblica essendosi sempre inteso l’impero romano, non sa comprendere cosa fosse allora restituito al papa, indi gli nasce dubbio circa la specie di governo che reggeva Roma, e se veramente questa città allora si cedesse ai papi. Così pargli impossibile che Pipino non si riservasse qualche dominio sopra l’esarcato. Indi all’anno 757 enumerando le provincie e terre che erano state a S. Pietro donate secondo anche dissero Anastasio e Leone Ostiense, lascia vedere di non credervi; ma non avendo egli mai veduto copia di tal atto, ignorava non essere esso una donazione, ma solenne promessa da Pipino fatta [p. 25 modifica]nel 754, come appare dalle note annesse alla pubblicazione che ne fece il Troya7, il quale con grande critica ed erudizione quest’atto illustrò. In essa il re comincia dal dire che avendo il papa dimandato all’imperatore facoltà di collegarsi con chi potesse difenderlo, che questi vi aveva acconsentito: indi, che egli Pipino, col consenso de’ principali del regno, se sarebbe riuscito vittorioso de’ Longobardi, promette di donare alla Chiesa tutto ciò che sulla provincia d’Italia avevano questi usurpato, senz’altra condizione fuorchè si preghi per lui, et a vobis populoque vestro (cioè del pontefice) patritii Romanorum vocemur, indi così descrive le città e provincie che promette di donare: Incipientes ab insula Corsica eamdem insulam integriter, deinde a civitate Pistoria, inde in Lunis, deinde in Luca, deinde per monasterium S. Viviani, in Monte Pastoris, inde in Parma, deinde in Regio, inde in Mantua, deinde in Verona, inde in Vicentia, deinde in Monte Silicis, deinde per Bituneas Ducatum Venetiarum, et Istriae integriter, cum omnibus civitatibus, castris, oppidis, villis, parrochiis, ecclesiis eis subsistentibus; deinde Andrianensem civitatem, in Cumaclum, deinde in Ravenna cum ipso Exarchatu sine diminutione, Emiliam, Tuscias ambas, Longombardorum et Romanorum, Pentapolim, Monteferetrum, Urbinum, Callis, Lucioli, Eugubium, Esium, Auximum, deinde in Ducatu Spoletano integriter, Ducatum Perusinum integriter, Bulimartium, ..... Narni, Utricolum, Marturanum, Castrum vetus, Collinovo, Selli, Populonia, Centum Cella, Portus, et Hostia, deinde Campagnia integriter, Anagnia, Signis, Frisilionis, Piperni, Verulum, Patrica, et Castrum Nebitar, Terracina, Fundi, Spelunca, Gaeta.

Et si idem Dominus Deus noster nobis Beneventum et Neapolim subdere dignatus fuerit, integriter tibi Beatissime Apostolorum Petre omnia prelata loca concedimus.

Questa è la promessa che Pipino fece, senza però che avesse il suo intiero effetto, non avendo mai la Chiesa posseduto che parte delle città e provincie in tal atto specificate.

Ritornando ora ad Astolfo, diremo che dopo fatta la pace coi Franchi ed i Romani, cessò di vivere nel 756 senza avere ancora restituito tutte le città come erasi obbligato. Intanto tra i concorrenti a quella corona essendovi il duca Desiderio, questi per aver favorevole il pontefice, visto che il già re Rachis, quantunque fattosi monaco, con un esercito tentava di riavere [p. 26 modifica]la corona, promise di restituire alla Chiesa roraana Faenza, Imola, Bologna, Ferrara, Osimo, Ancona ed Umana, città che già facean parte della provincia d’Italia, et in pacis quiete cum eadem Dei ecclesia et nostro populo (cioè della Chiesa) semper mansurum professus est, come scriveva Stefano a Pipino nel 7578. Nella qual lettera soggiungeva il papa, che Desiderio spopondit iustitiam sanctae Dei Ecclesiae Reipublicae Romanorum, B. Petro protutori tuo plenius restituere et in pacis quiete cum Ecclesia Dei et nostro populo sicut in pactibus (e non partibus come fu già stampato) a tua bonitate confirmatis continetur, cioè come era stato convenuto nella sudetta pace dal re franco segnata.

Da queste tre citazioni e da quelle altre che in seguito riporteremo, evidentemente appare che per Respublica Romanorum in questi tempi non più s’intendeva l’impero romano, ma bensì il popolo di Roma che dai papi già in fatto dipendeva, vedendosi le parole Respublica Romanorum e populus noster impiegate collo stesso significato.

Il pontefice frattanto mandò l’abate Fuldrado ed il diacono Paolo a stringere accordo con Desiderio, e indi indusse con lettere Rachis a ritornare al suo monastero. Non potè però vedere se queste sue speranze avrebbero avuto effetto, essendo che mancò ai vivi nell’aprile dello stesso anno.

Nessuna moneta certamente fece coniare questo Pontefice, conservandosi ancora in Roma almeno un’apparenza di sovranità per parte degli imperatori, solamente potrebbe essere che abbia fatto battere tessere come i suoi antecessori Gregorio III e Zaccaria, quantunque nessuna sinora però se ne conosca, essendo stata sino agli ultimi tempi del suo pontificato la condizione del ducato romano quella stessa di prima.

Note

  1. Troya, Vol. IV. Parte IV, pag. 357, 457 e 458.
  2. Idem, pag. 465.
  3. Muratori, R. I. S. T. III. Anastasius, pag. 166.
  4. Muratori, Annali all’anno 754.
    Baronius, Annales ecclesiastici ad annum 755.
  5. Annali d’Italia all’anno 741.
  6. All’anno 755.
  7. Codice diplomatico longobardo. Parte IV, pag. 503.
  8. Troya, come sopra. Parte IV, pag. 636.