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Musica d'oggi, 1962/N. 2/Dischi

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N. 2 - Concorsi Diario di musicale di un viaggio in Italia - VIII

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Dischi


Domenico Cimarosa. 32 Sonate per clavicembalo.
Clavicembalista Robert Vernon-Lacroix.
Ricordi, 1 disco da cm. 30 MRC 5076 (Serie Westminster)

Il nome di Domenico Cimarosa (1749-1801) resterà indissolubilmente legato al melodramma del Settecento, e il melodramma resterà sempre il monumento che egli si è eretto nella storia della musica. Tuttavia c’è un lato di Cimarosa che, per essere lontanissimo da ogni allettamento melodrammatico, ci rivela un volto particolare di questo artista, una sua corda lirica segreta che certo non ci stupisce, ma che ci rende ancor più felice un incontro spirituale. Inutile dire che queste Sonate per clavicembalo, scritte durante gli anni della rivoluzione francese, hanno illustrazioni precedenti in quelle di Domenico Scarlatti e in quelle di Mozart, tanto per citare solo i nomi più famosi. Per soddisfare ad un nostro peregrino puntiglio, potremmo anche sottolineare il fatto che in esse è rispettato lo schema binario scarlattiano, e che il bitematismo, intenzionalmente, evita un impiego dialetticamente espressivo per inquadrarsi armonicamente in un formulario già felicemente collaudato. Ma tutto questo, ad un certo punto, non ci interessa più, poiché istintivamente sentiamo che il valore di queste pagine va cercato in un clima più alto, in una ragione che è esigenza geniale e si manifesta in figure musicali di limpidissima concezione, in immagini di tersa poesia, ridotta all’essenza più pura dell’ossequio formale che le depura da ogni allettamento banalmente sentimentale, da ogni esagerazione espressiva. L’equilibrio espressivo è, infatti, il risultato di un’esigenza di gusto che non si concede ai facili pretesti ma che, nelle immagini drammatiche o liriche o gioiosamente precedenti su un ritmo vivacemente vitale, sa mantenere una misura veramente aurea. E qui sarebbe logico il richiamo ad una civiltà che era giunta alla sua più alta maturazione spirituale e che nei suoi artisti ne dava la prova più convincente. Musica come questa vuole degli esecutori che siano anche interpreti dotati di gusto ineccepibile e particolarmente congeniale.

Il clavicembalista Robert Vernon-Lacroix ci sembra, in questo caso, un elemento ideale. La sua tecnica pulitissima e perfetta è quanto di più idoneo ci possa essere oggi per uno strumento come il clavicembalo, mentre dal punto di vista artistico è ineccepibile. Dal canto suo, l’incisione è assolutamente priva di pecche e può definirsi ottima.

vittorangelo castiglioni

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Felix Mendelsshon. Sogno di una notte di mezza estate (Ouverture op. 21, Intermezzo, Notturno, Scherzo, Marcia nuziale e Finale op. 61).
Ottetto per archi in mi bemolle maggiore op. 20.
Orchestra Sinfonica della NBC. Direttore: Arturo Toscanini.
RCA Italiana, un disco LP da 30 cm, LM 20044

Da alcuni anni la RCA Italiana sta riordinando metodicamente la discografia di Toscanini integrandola con quelle registrazioni che vengono man mano alla luce dagli archivi della RCA. Registrazioni riprese da trasmissioni radiofoniche, nastri un giorno messi da parte dall’intransigente maestro, e che ora l’opera del figlio Walter e dei tecnici della RCA rendono man mano pubblicabili.

È all’età di 17 anni che Felix Mendelssohn cominciò a comporre l’ouverture al Sogno di una notte di mezza estate. Altri diciassette anni trascorsero prima che, su richiesta del re di Prussia, anche le altre musiche da scena venissero composte. La prima esecuzione dell’intera partitura presentata con il lavoro teatrale ebbe luogo il 14 ottobre 1843 a Postdam; fu poi lo stesso Mendelssohn a dirigerne la prima esecuzione concertistica con la London Philarmonic Society il 27 maggio 1844. L’incisione comprende sei pezzi, che sono quelli scelti da Toscanini dai tredici che compongono la partitura originale.

Quando scrisse l’Ottetto per archi Mendelssohn aveva 16 anni ed era ormai celebre come fanciullo prodigio. Si faceva sempre musica in casa Mendelssohn dove i genitori impiegavano un’orchestra privata che Felix dirigeva e di cui con la sorella maggiore era spesso anche tra gli esecutori. Molti suoi lavori giovanili furono composti per i concerti domestici e tra le pareti domestiche furono eseguiti appunto per la prima volta. L’Ottetto è di questi.

Questa incisione non è che la ripresa di una trasmissione radiofonica avvenuta il 30 marzo 1947.

flavio testi


Carl Maria von Weber. Der Freischütz.
Interpreti: Eberhard Waechter, Albrecht Peter, Irmgard Seefried, Rita Streich, Kurt Böhme, Richard Holm.
Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese. Direttore: Eugen Jochum.
Coro della Radio Bavarese diretto da Kurt Prestel.
Deutsche Grammophon Gesellschaft, 2 dischi LP da 30 cm, SLPM 138639/40

Alle opere in edizione stereofonica, molte ormai ma non ancora numerose, si aggiunge questa perfetta e tecnicamente ineccepibile pubblicazione del Freischütz di Weber giunta in Italia l’estate scorsa. La grande casa produttrice germanica si impone sempre di forza, specie per l’organicità e unità di gusto con cui realizza e presenta il suo prodotto. Non ha, per esempio, la preoccupazione di mettere in luce i divi, ascapito del resto. Bada che tutti siano a posto e al loro posto. I cantanti, il direttore d’orchestra, l’orchestra, i tecnici costituiscono nelle edizioni della Deutsche Grammophon Gesellschaft un corpo funzionante che magari c’è anche altrove ma, non si sa perchè, non coi medesimi risultati. Questo Freischütz è un esempio di tale organicità. Nel cast cantanti di primo piano non hanno rilievi reclamistici, ma vengono [p. 91 modifica]elencati come soldati ignoti di una compagnia che fa soltanto il suo dovere. Nulla più. Eberhard Waechter sostiene la parte di Ottokar, Albrecht Peter quella di Kuno, Irmgard Seefried la parte di Agathe, Rita Streich è Annchen, Kurt Böhme è Kaspar, Richard Holm è Max. Non resta nulla da aggiungere. Facciamo solo presente che in questa incisione il dialogo è ridotto al minimo indispensabile, quel tanto che basta cioè a preservare il filo dell'azione. Del resto nel Singspielesso altro non è che il servitore della musica. I pochi tagli effettuati consistono semplicemente nell’omissione di certe ripetizioni e dell’intermezzo che collega la scena della Valle del Lupo e la scena della Foresta che introduce all’atto III, generalmente tagliata nelle rappresentazioni teatrali. La scena della Valle del Lupo è qui immediatamente seguita dall’entrata di Agathe che funge soddisfacentemente da passaggio.

flavio testi


Giacomo Puccini. Turandot.
Interpreti principali: Birgit Nilsson, Jussi Bjoerling, Renata Tebaldi.
Coro e Orchestra dell’Opera di Roma. Direttore: Erich Leinsdorf.
Maestro del coro: Giuseppe Conca.
RCA Italiana, 3 dischi LP da 30 cm, LM 6149

Di fronte a un cast eccezionale come quello chiamato a sostenere le parti protagoniste della Turandot pucciniana nella più recente edizione discografica, il povero recensore si trova senza argomenti che non siano quelli della lode incondizionata. Con una incisione simile infatti c’è ben poco da sottolineare e da raccomandare. Tutto si reclamizza da sè. Il patito dell’enfasi canora sa già quali delizie gli si garantiscono, e non è particolarmente originale da parte nostra informarlo che Birgit Nilsson ha delineato la statuaria figura della protagonista con scultorea plasticità di accenti, che Jussi Bjoerling ha svettato nelle estreme regioni tenorili con l’impeto gagliardo di un timbro squillante e generoso e che Renata Tebaldi ha disegnato la tenue e pur drammatica figura di Liù con patetica dolcezza e commovente lirismo. Sono noti altresì gli elementi storico-biografici di quest'opera, la sua interruzione per la morte di Puccini il lavoro di completamento affidato a Franco Alfano che condusse a termine la fatica elaborando temi stessi dell’opera, appunti, abbozzi lasciati dal Maestro, la prima scaligera del 25 aprile 1926 diretta da Arturo Toscanini.

Turandot fu il conseguimento di una aspirazione maturatasi nel Puccini, che mirava a staccarsi dal genere leggero fino allora da lui prediletto, per affrontare la grande opera, e se certo è la meno pucciniana delle sue opere, appunto con questo palesa come il cantore di Mimì stesse sopravvivendo a se stesso e alla sua felice stagione e come nel trattamento orchestrale, nel compiacimento di asprezze sonore, nella predilezione per i soggetti fantastici (ideava anche a quel tempo un Sogno veneziano), pulsassero in lui i desideri di un aggiornamento allo spirito e alla tecnica della nuova musica.

flavio testi