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Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa/La favolosa "Atlántida" dell'austero Manuel de Falla

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N. 4-5 - La favolosa "Atlántida" dell'austero Manuel de Falla
La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa - Nella riemersa "Atlántida" l'angelo meridiano di Manuel de Falla
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La favolosa "Atlántida" dell’austero Manuel de Falla

(da «Epoca» del 1° luglio 1962)


Di Manuel de Falla ci resta una visione, ahimè, troppo sfuggente. Come molte case spagnole anche la sua, là a Granada, era bianca acciecante all’esterno e quasi buia dentro. Sicché, quando fummo ammessi per una visita già preveduta, del resto, come brevissima, i nostri occhi affaticati dal sole scorsero ben poco dell’uomo illustre che ci si fece incontro. Non era più inverno, ma su quell’altipiano faceva ancor freddo e un braciere di legno appena fumante rompeva con i suoi leggeri sussulti un’ombra fredda e claustrale. Pochi anni prima Joaquin Nin ci aveva raccontato come il maestro, colpito da una forma grave di sinusite, si fosse rifiutato di curarsi, adducendo a pretesto che il buon Dio, padrone di mandargli la malattia, era padrone di toglierla se lo avesse ritenuto conveniente e giusto.

Falla non dimostrava un’età vera e propria: era l’immagine della fragilità e il simbolo della rassegnazione. Mentre parlava (scambiammo qualche ricordo intorno a Paul Dukas testé morto) aveva l’aria di chi si sente sempre spiato. In realtà, nella camera accanto, qualcuno si muoveva con passi furtivi, come per traguardare o per origliare dal buco della serratura. Una sorella, forse, specie di monaca senza voti che controllava, a fini puramente ascetici, i contatti del maestro con eventuali portatori di microbi spirituali. Fu un incontro, ripetiamo, di pochi minuti: del quale, tuttavia, rimane in noi una profonda impressione. Impressione di un essere estremamente circospetto e, nello stesso tempo, ingenuo; estremamente perplesso e, nello stesso tempo, tutto pieno di entusiasmi; fatalista e volitivo, solitario ed assetato di espansioni. Insomma, un vero spagnolo.

Nell’ascoltare adesso Atlántida, a sedici anni dalla sua morte, il Falla che ei torna in mente non è quello di Parigi, più o meno allineato con gli impressionisti francesi e con il Gruppo dei Sei, ma il Falla di Granada, arroccato fra l’«Alhambra» e il bastione della Sierra Nevada: un Falla, si vedeva dai continui ripensamenti. Perchè quel musicista grandissimo, giunto a una gloria nè cercata, in fondo, nè desiderata, dovette cadere preda di assillanti scrupoli. Da una parte si sentiva troppo indebitato con il folclore musicale andaluso e relativi influssi di cante hondo e di canto arabico; da un’altra parte gli pesavano certi ammaestramenti derivati da Debussy, da Dukas e Ravel. Scrupoli, abbiamo detto, nient’altro che scrupoli di «un peccatore», come quell’uomo purissimo si giudicava.

Sopra ogni volontà di rinnovarsi e di render grazie a Dio non abusando dei suoi doni, sopra ogni inquietudine, dominava però una costante: quella di conservarsi spagnolo e di cantare il Signore attraverso [p. 190 modifica]lo spirito della Spagna. Dai Giardini del Generalife e di Linderaja, Don Manuel si diresse verso i campi aspri di Castilla la Vieja, verso i sassi della Catalogna, poi verso gli studi severi di Tomas Luis de Victoria, se non verso le celle, addirittura, di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Noi crediamo che persino il canto fermo dei mozarabici, tanto diverso dal canto fermo romano, quindi le cantigas medievali, i cantarcillos, le fantasias, le diferencias, i libros de cifra e, via via, tutti i prodotti di una civiltà musicale ispanica, germogliata, sì, dai tronchi italiano e francese, ma ricchissima di atteggiamenti autonomi fossero assunti ed invocati da Falla come incentivi alla liberazione ed al rinnovamento.

Così, nel Retablo de Maese Pedro, nel Soneto a Cordoba, nel Concerto per clavicembalo, nel Tombeau de Paul Dukas noi incontrammo un Manuel De Falla assai diverso da quello dell’Amor brujo, del Cappello a tre punte e delle Notti nei giardini di Spagna. Ogni sottile languore ed ogni dolce veleno erano stati ripudiati. Un segno di croce li aveva tolti di mezzo e, al loro posto, era subentrata una austera asciuttezza; era emerso un gusto nuovo di modalità antiche, di continui scambi fra una tonalità determinata e la tonalità del suo quarto grado; s’era fatta avanti la ricerca di precise durezze, quasi atti penitenziali in riparazione di soavità troppo gustate.

Oggi è difficile dire se il Falla del Concerto e del Soneto avrebbe ottenuto tante approvazioni senza il precedente dell’altro. Certo è che la decisione di trarre una Cantata scenica dal poema del catalano Jacinto Verdaguer, poema in cui le antiche leggende mediterranee di Ercole e del favoloso continente Atlantide, delle sette figlie di Atlante (quindici secondo altri autori), di Gerione dalle tre teste, di Pirone e di più eroi e eroine vanno a sboccare nell’epopea di Cristoforo Colombo, santo violatore del «non plus ultra» inciso sulle due colonne marine dal figliolo di Giove e di Alcmena; la decisione, dunque, di scrivere Atlántida corrisponde al desiderio simultaneo di mantenersi spagnolo, pirenaico, «sangre y oro», e di sottrarsi ad ogni tentazione edonistica.

N’è risultata un’opera di indubbio interesse, di una volontà immensa e di una austerità esemplare, solitaria per il suo entusiasmo, la sua fede e la sua pietà nel limbo delle musiche teatrali moderne; un’opera nella quale si avvertono, tuttavia, i segni di un’industria non sempre risolta in felicità creativa. Le espressioni eroiche, in ispecie, fondamentali sia negli episodi di Alcide sia in quelli Colombo, sembrano ottenute con mezzi esteriori (grande dispendio di trombe, tromboni, corni e conseguenti fanfare), piuttosto con la vibrazione sincera e naturale dell’anima. Così i cori, impegnatissimi, eccedono nei toni esclamativi e iterativi.

Al contrario, tratti come la scenadelle Esperidi, come la «romanza» della regina Isabella, come la preghiera dei marinai di Colombo e altri ancora, dimostrano una schietta, possente capacità di immaginare in musica. Ancora una volta si conferma quanto i sentimenti eroici siano tra i più difficili a rappresentarsi per mezzo dei suoni. Nell’insieme, tutto il passo musicale di Atlántida rivela qualcosa di ciclopico, di smisurato, di volutamente petroso, sì da ingenerare ogni tanto un senso di stanchezza e di oppressione.

Com’è noto, Manuel de Falla prese a comporre Atlántida intorno al 1928: all’atto della morte, sopravvenuta il 14 novembre 1946, in Argentina, il lavoro si trovava ancor lontano dall’essere compiuto. Fu pertanto necessario ricorrere alle cure dell’unico, amatissimo alunno del maestro, ossia Ernest Halffter, [p. 191 modifica]per integrare le molte parti mancanti, per realizzare la strumentazione là dov’essa non esisteva, e così via. Stabilire con esattezza fin dove arrivi Falla e dove incominci Halffter è compito piuttosto arduo. Comunque sia, il geniale autore della Sinfonietta, della Sonatina per pianforte, della Rapsodia portoghese e d’altre pagine importanti è stato all’altezza della situazione. La Scala, dal canto suo, ha spiegato ogni sforzo per presentare Atlántida nel modo più degno. Anche sotto il punto di vista scenografico i problemi erano enormi. Ma Nicola Benois e Margherita Walmann, eccettuata qualche approssimazione e qualche ingenuità nel finale «colombiano», sono riusciti a crearesuggestive atmosfere attraverso le visioni pittoriche, i giuochi di luce, i movimenti e le disposizioni delle masse, sempre eleganti ma animati di fervida fantasia.

Lo stesso può dirsi dell’esecuzione musicale, guidata dal direttore Thomas Schippers, centrata sul mirabile Coro di Norberto Mola e concretata in palcoscenico dalla Simionato, dall’ottimo baritono Puglisi, dal Poli, dal De Palma, dal Pezzetti, dalla Galli, dalla Fiorentini, dalla Cucchio, dalla Nardi, dalla Heyns, dalla Casoni, dalla Didier, dal Vicentini, dalla Stratas e da altri ancora. Le accoglienze del pubblico, anche se troppo intinte di fervore «clacquesco», risultarono assai liete.

giulio confalonieri