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Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa/Prima rappresentazione scenica alla Scala di "Atlántida" di Manuel de Falla

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N. 4-5 - Prima rappresentazione scenica alla Scala di "Atlántida" di Manuel de Falla
La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa - Nella riemersa "Atlántida" l'angelo meridiano di Manuel de Falla La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa - "Atlántida" la prima rappresentazione assoluta dell'opera postuma di de Falla

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Prima rappresentazione scenica alla Scala
di "Atlántida" di Manuel de Falla

(da «Le Figaro» di Parigi del 19 giugno 1962)


Lo scorso mese di novembre avevo ascoltato a Barcellona in forma di concerto alcuni frammenti di Atlántida, l’opera postuma di Falla e ne ero rimasto incantato.

Da Milano, dove ho assistito alla prima rappresentazione scenica dell’intera opera, ritorno ora affascinato. Occorre raggiungere un’età avanzata per potere nel corso della propria esistenza veder dieci spettacoli di tale levatura, per aver modo di ascoltare cinque o sei partiture di vigore pari a questa, nata dal sogno di due poeti e realizzata con una semplicità di mezzi che costituisce la sua grandezza. Faccia in modo Auric che un giorno si possa applaudirla all’Opéra di Parigi: una tale iniziativa onorerebbe la sua gestione e arricchirebbe con un capolavoro il repertorio del Palais Garnier.

Poiché, in effetti di capolavoro si tratta — e tale da non indurmi pernessuna ragione al mondo a raccontarvene l’argomento. Nel poema del catalano Jacinto Verdaguer tutto avviene come in sogno: Cristoforo Colombo sta vicino a Ercole, le Esperidi cedono il passo alla regina Isabella, l’Atlàntide viene sommerso ma grazie alla fede di Colombo sorge un nuovo continente, la storia e la geografia si piegano ai capricci della poesia: lo si direbbe un Claudel più aspro, più popolare e, con meno ricercatezza, altrettanto commovente.

Falla rimase colpito da questo poema epico e ne iniziò la «sceneggiatura» nel 1928. Vi lavorò a intermittenza fino alla morte, che sopraggiunse nel 1946, lasciando un buon terzo di lavoro terminato, un altro terzo già avanzato e l’ultimo terzo allo stato di abbozzo. Tutti i cori, che sono la parte più importante dell’opera, sono di suo pugno; le linee melodiche sono tracciate e ta[p. 194 modifica]luni passaggi interamente strumentati. Restava da armonizzare un certo numero di episodi, alcuni altri andavano legati fra di loro e infine occorreva terminare l’orchestrazione.

Si doveva forse rispettare l’alt del destino e conservare in una cassaforte l’abbozzo di un’opera che ha il valore di un testamento? Oppure permettere a un discepolo del Maestro di sostituirsi a Lui e continuare il lavoro interrotto? Gli eredi Falla hanno optato per la seconda soluzione ed hanno affidato a Ernesto Halffter il manoscritto, le bozze e le annotazioni. Si trattava di un compito difficile e pericoloso. Ho veduto l’uno accanto all’altra il testo completo di Falla e la partitura definitiva di Halffter poi, due ore più tardi, ho potuto ascoltare l’opera. La trama sembrava tessuta dalla stessa mano e tutta in una volta sola: scaltro colui che avesse saputo scoprirne le giunture! É una riuscita totale, una devota ricostruzione e, per Halffter, un merito alla nostra riconoscenza. Poiché Atlántida appone un sigillo regale alla gloria di Falla.

Alla Scala l’opera è stata rappresentata secondo le intenzioni del Maestro: un susseguirsi di visioni evocatrici e irreali che davano allo spettatore l’illusione di trovarsi in una cattedrale rischiarata da vetrate figurate.

La regia di Margherita Wallmann si è ispirata alla traslucidità che Falla desiderava. Mediante un gioco di proiezioni i quadri nascono, svaniscono, si concatenano gli uni con gli altri in un ritmo rapido e armonioso. É risaputo con quale arte pittorica la Signora Wallmann giochi con la luce, le ombre, le masse, i gruppi umani, i gesti, gli atteggiamenti, col profilo di una semplice comparsa. Insieme allo scenografo Nicola Benois essa ha composto un meraviglioso libro di immagini che si continua a sfogliare come in sogno dopo che è calato il sipario.Mi si perdoni se la parola sogno ricorre tanto spesso in questo scritto: ma non ne trovo un’altra per evocare l’atmosfera dell’opera. Unicamente converrebbe credo togliere il contenuto realistico di alcuni quadri: una nebbia in cui si immergessero le caravelle è preferibile alla rappresentazione vera e propria delle caravelle. É meglio suggerire che realizzare.

La partitura è stata magnificamente interpretata dai cori che sono il personaggio molteplice ed essenziale di Atlántida. Divisi in due gruppi — uno seduto che racconta; l’altro, mobile, che agisce — ad essi, diciamolo, è toccata la parte migliore. Come dimenticare l’Hymnus hispanicus, il Cantico a Barcellona, il Viaggio delle caravelle e il Salve, così bello, così ideale da far desiderare che l’opera si arresti a questo punto? Senza dubbio essa trarrebbe vantaggio dall’amputazione di un finale a grande effetto ma di minore qualità. I solisti principali erano tre: la Signora Simionato, la cui voce splendida ma un poco «fluttuante» mi ha deluso. Teresa Stratas che per contro mi è piaciuta molto e il narratore, Lino Puglisi, che è un grande e bel cantante. Thomas Schippers diresse l’orchestra, i cori e i solisti con una maestria che va tanto più lodata in quanto non si fa notare.

Quale opera! Non un Vangelo, ma una Summa. Non la ricerca di un mondo nuovo, ma un ritorno alle origini più pure della tradizione. A condizione di possedere del genio si può dunque creare qualcosa di nuovo con i materiali più antichi e, richiamandosi a Cristoforo Colombo, scoprire terre vergini in un vecchio universo tonale! É bello che un Falla ricordi ai giovani questa verità e che abbia terminato la sua vita non nel bagliore di un fuoco d’artificio ma nel raccoglimento della contemplazione.

clarendon