Musica d'oggi, 1962/N. 6/L'estate e l'autunno musicale/Il “Credo di Perugia„ di Ghedini
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Il “Credo di Perugia„ di Ghedini
La stagione sinfonica d’autunno alla Scala è stata inaugurata con unconcerto diretto da Sergiu Celibidache. In programma, con la 7a Sinfonia di Bruckner, il recentissimo Credo per coro e orchestra di Giorgio Federico Ghedini. Intorno a quest’ultima composizione così riferiva Epoca del 14 ottobre 1962:
Anche cento, anche duecento anni fa, le opere nuove dei compositori viventi venivano giudicate in tal maniera da non corrispondere, nella più parte dei casi, ai giudizi attuali; peggio ancora, alla fortuna o alla sfortuna incontrate da quelle opere lungo il correre del tempo. Diremmo che una creazione d’arte (specialmente dell’arte musicale) abbia spesso bisogno di un determinato periodo d’anni per decantarsi: per dimettere i suoi orpelli ed apparire infine nuda, gracile, disadorna com’era effettivamente, ovvero per uscire dai coni di ombra che certi fari abbaglianti avevano prodotto convergendo i loro raggi sopra oggetti indegni di tanta attenzione, e risplendere così superba, spontaneamente viva, alla luce naturale del sole.
Quanto ci colpisce e rende perplessi, nel considerare appunto quegli antichi giudizi, non sono già gli osanna lanciati all’indirizzo di musiche rapidamente decadute ed oggi svalutate, nè, ancor meno, le condanne sofferte a loro tempo da autentici capolavori. Sono piuttosto i trattamenti egualitari riservati ad un Quartetto di Mozart e ad un Quartetto di Onslow, a una Sinfonia di Schubert e ad una di Spohr, ad un melodramma di Rossini e ad uno di Zingarelli o Pavesi. Leggere le stesse parole, a un di presso, scritte quando apparve la Pastorale e quando apparve la Symphonie concertante di Johann Nepomuk Kummel; riscontrare gli stessi elogi e gli stessi appunti, le stesse osservazioni sulle capacità e incapacità tecniche, è cosa che ci sprofonda in uno stato di autentico terrore. È una cosa che ei convince come uno tra i mezzi più sicuri per rendersi ridicoli agli occhi dei posteri sia proprio quello di dedicarsi alla critica musicale ed affini esercitazioni.
Tanto più calcolando che i critici in genere (e i critici musicali in ispecie), noi, insomma, che qui vi parliamo, dovremmo essere, e siamo convinti di essere, persone assai serie, intente ad ascoltare col mento raccolto nella mano mentre un altro, lì vicino, ascolta facendosi vento col fascicolo o col foglio del programma; persone assai serie, seconde unicamente a Dio nel pronunciar sentenze non fallibili e non revocabili. Per quanto si cerchi di evitarlo, sempre cadiamo in frasi perentorie, in generalizzazioni assolute. Non teniamo mai presente, tanto per fare un paio di esempi che se Wolf e Bruckner rimangono, in Italia, due autori discussi o addirittura autori di secondo piano, in Germania, in Austria, in Boemia, in Scandinavia, in Inghilterra, ecc., essi godono di altissima fama e tutti concordano nel comprenderli fra i più grandi. Così, mentre in Italia Amleto di Thomas, Thais di Massenet, Mireille di Gounod non si danno che rarissimamente e quasi non si conoscono, in Francia sono tre operedi normale repertorio. Al contrario, Mefistofele di Boito e Gioconda di Ponchielli, frequentissime nei nostri teatri, non corrono affatto nei teatri stranieri.
Tutto questo bel discorso, alquanto sommario e confuso, ci girò in testa l’altra sera, alla Scala, durante la serata inaugurale della stagione dei concerti d’autunno. Si dava (in prima audizione per Milano) un Credo di Giorgio Federico Ghedini e, noi eravamo impegnati a dover stabilire la qualità, la validità, la possibile durevolezza dell’opera. Il ricordo dei critici che avevano messo nello stesso calderone Beethoven e Kummel, Mozart e Zumstegg pareva essersi annidato sotto la volta del teatro per segare il grande lampadario e farcelo cadere in testa. Assolutamente decisi ad evitare punizione tanto crudele, decidemmo di lasciar perdere la storia in genere, la storia dell’arte in ispecie, i sistemi di estetica da Aristotile ad Alain e Adorno, e ci ordinammo di star semplicemente a sentire, annotando se le reazioni che quella musica sarebbe stata per darci avrebbero scosso il nostro essere o lo avrebbero lasciato impassibile; lo avrebbero spinto in direzioni più o meno lontane, più o meno avventurose e ricche di imprevisti, che non tante altre dei giorni correnti. Alla critica sostituire un modesto diagramma, una modestissima comunicazione.
Ebbene, la grande preghiera dei cristiani cattolici, l’esposizione drammatica dei principii stabiliti nel Concilio di Nicea, la Regula Fidei, ove la natura del Padre e del Figlio, i misteri dell’Incarnazione, della Redenzione, dell’Ascensione, del Giudizio Finale e dei Sacramenti vengono affermati con l’esattezza e l’autorità dei teoremi; il Credo, seconda «parte fissa» della Santa Messa, ci sembrò acquistare, nella musica di Giorgio Federico Ghedini, nuovi bagliori e nuovi oscuramenti. Ci sembrò essere (come dovrebbero esser sempre, d’altronde, le sollecitazioni del mondo estetico) un invito a rivelare i sogni, i terrori, i desideri, le proiezioni interiori dell’anima umana. Il Credo di Ghedini si disegnò in noi come un viaggio compiuto nel segreto di una meditazione personale, come un abbandono alla speranza di poter andarsene, solitario, sul filo dei pensieri e delle visioni.
Nelle ultime composizioni di Ghedini la riflessione, vale a dire il correttivo dell’intuito puro, si manifesta con tale calore da costituire, essa stessa, un atto intuitivo. Perciò, quanto a prima vista potrebbe risultare frutto di una decisione extra-musicale si rivela, ben presto, per atto di vera e propria musica. Così è dell’Incarnatus che, sfuggendo alla tradizione, non ha nulla della sublime ninna nanna o della lirica contemplazione, ma si conglomera nella vertigine e nella travolgenza dell’affermazione mistica. Così è di quelIn remissionem peccatorum, che esita a dichiararsi, che si trova preceduto da una specie di trepida sospensione, quasi per un dubbio incapace di risolversi nelle «sì grandi braccia» della misericordia divina.
Scritto per solo coro e orchestra, il Credo di Ghedini presenta, sin dall’inizio, qualcosa di ostinatamente forte e gagliardo, che le sommesse parti, piene di accorato raccoglimento, giungono a far risaltare in modo ancora più marcato. Diretto da Sergiu Celibidache con straordinario senso del discorso drammatico e del raptus lirico, eseguito dall’orchestra e dal coro diretto da Noberto Mola con grandissima cura, il Credo di Ghedini commosse il pubblico e si risolse in un nettissimo successo. Celibidache venne poi acclamato nella seconda parte del programma, costituita dalla Settima Sinfonia di Bruckner. Ma di questo diremo forse un’altra volta.
giulio confalonieri
- Testi in cui è citato Anton Bruckner
- Testi in cui è citato Wolfgang Amadeus Mozart
- Testi in cui è citato Franz Schubert
- Testi in cui è citato Gioachino Rossini
- Testi in cui è citato Jules Massenet
- Testi in cui è citato Charles Gounod
- Testi in cui è citato Arrigo Boito
- Testi in cui è citato Amilcare Ponchielli
- Testi in cui è citato Ludwig van Beethoven
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