Musica d'oggi, 1962/N. 6/L'estate e l'autunno musicale/La XVII Sagra Musicale Umbra
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La XVII Sagra Musicale Umbra
Il maestro Francesco Siciliani, che è direttore artistico della Sagra Musicale Umbra, ha potuto costruire quest’anno un programma che si elevava alquanto sul livello delle ultime Sagre, vincendo mille difficoltà di ordine interno, che non vale la pena qui di enumerare. Le opere di superiore eccellenza, i complessi italiani e stranieri fra i migliori sono stati elementi di sicuro e universale consenso. La Sagra è stata inaugurata con Vespri della Beata Vergine di Monteverdi, nella revisione di W. Goehr, una opera che attesta la volontà sicura del maestro cremonese, di esprimere anche il senso religioso usando ogni mezzo a sua disposizione, e dimostra che il linguaggio contemporaneo, cioè quello concertante gli era più congegnale di quello classicheggiante della Messa In illo tempore. L’orchestra polacca di Cracovia, diretta da Andrzey Markowski, unita ad artisti di non grande voce ma di maturato stile quali Halina Lukomska e Lidia Skouron, il mezzosoprano Barbara Miszel, i tenori Andrze Bachelda e Kasimierz Pustelak e il basso Edmund Zoskowski, hanno raggiunto un equilibrio ed una efficacia degni dell’importanza dell’opera. Lo stesso complesso polacco, direttore, artisti e coro, ha reso con mirabile risultato l’Oratorio diHaendel Giuda Maccabeo che è andato ad aggiungersi agli altri oratori haendeliani soliti ad apparire nella Sagra Musicale Umbra. L’oratorio non ha la compattezza suprema degli altri, ma specie nella parte corale, ha momenti che sono pari alla genialità del maestro di Halle. In altro concerto gli artisti sunnominati, lo stesso coro della Filarmonica di Cracovia, ma sotto la direzione di Krzysztof Missona, ci hanno fatto ascoltare la Messa in do minore. K. 427, un’opera della maturità di Mozart, in una edizione corretta ed equilibrata. Gli stessi complessi hanno poi offerto una eccellente esecuzione della 9° Sinfonia di Beethoven, prima a Gubbio poi a Perugia all’aperto nella piazza Piccinino, con un successo popolare veramente caloroso ed entusiasta. L’Aula Magna della Università degli Studi (le altre esecuzioni sono avvenute nel Teatro Comunale Morlacchi) ha accolto un concerto misto. Prima sono state fatte conoscere opere polifoniche di autori polacchi del Cinquecento precedute da alcuni saggi di organo duecenteschi a due voci. Gli autori cinquecenteschi erano Nicolò Gomulka, Waclaw de Szamotuly e Mikolai Zielenski, che in motetti diversi ben architettati, hanno motivato sicure influenze delle musiche polifoniche coeve del nostro Occidente classico. Il coro di Cracovia diretto da Jozef Bok ha espresso queste forme corali a cappella con grande precisione e con adeguata efficacia espressiva. Dopo, l’orchestra di Cracovia, sotto la direzione abilissima di Andrzey Markowski ha eseguito un’opera giovanile di Stravinski Il Re delle stelle, per coro maschile e orchestra. È una composizione poco nota, su testo di Belmont, che Stravinski immaginò poco prima della Sagra della primavera, alla quale quasi si oppone nel suo carattere «apollineo» di contro allo scatenato tellurico delle forme vulcaniche della Sagra. Ha seguito poi la cantata Demeter per mezzo soprano, coro femminile e orchestra di Karol Szymanowski, pagina che riguarda il mito della dea della terra, Demetra e di sua figlia Proserpina: opera che è contesta di elementi disparati, provenienti specialmente da varie influenze impressionistiche francesi con altri di folclore nazionale. Ne è risultata una esecuzione più chiara di quella rivolta alla Cantata di Stravinski, grazie al settore femminile, il migliore del coro di Cracovia, il mezzo soprano Barbara Miszel e alla direzione di Markowski. Ha terminato il concerto una composizione «aleatoria» del contemporaneo K. Penderecki composta in memoria delle vittime di Hiroschima: un insieme caotico di strisciamenti di strumenti a arco e di rumori ottenuti col picchiare del tacco dell’arco sul legno che non è affatto risultata un omaggio alle povere vittime ma un oltraggio agli orecchi degli ascoltatori i quali del resto si sono divertiti tanto da chiedere un bis, forse nella speranza di cogliere in una seconda audizione, qualche nota di musica.
Siamo ritornati nel Teatro Morlacchi dove è stata inscenata per la prima volta in Italia, l’opera di Bohuslav Martinu, Passione greca, che può essere considerata il testamento spirituale del maestro cecoslovacco. È un opera tratta dal noto romanzo di Nikos Kazantzakis, Cristo di nuovo in croce ed è stata pazientemente maturata ed elaborata dall’autore, a differenza di tante altre, scritte con estrema facilità. Nell’opera dominano un alto senso di pietas cristiana verso i sofferenti (si fonda sull’invasione turca in Grecia) e la cieca crudeltà del sacerdotalismo che, ammantato di religiosità, si oppone al vero sentimento cristiano. Questo lo sfondo religioso di cui è illuminata tutta l’opera. La scrittura musicale è assai semplice, sebbene intonata ad un linguaggio moderno, ma lontana da ogni tentativo di artificiosa novità; aderisce altresì strettamente alla scena e alla psicologia dei personaggi e specialmente di quello principale che è Manilos. Una certa uniformità stilistica dovuta alla cadenza di grande respiro inventivo, se rende deboli alcune scene, non toglie nulla alla nobiltà di tutta l’opera.
La esecuzione è stata offerta dal Teatro di Stato di Zurigo con il coro e l’orchestra della Tonhalle di Zurigo. Direttore efficace è stato Hans Erismann e interpreti principali Giade Peterson, Sandra Warfkied, Alfonso Hervig, Heinz Borst, Siegfried Tappolet ed altri.
Dopo un concerto della cantante negra Vera Little, la Sagra ha offerto una novità; l’oratorio Sedecia re di Gerusalemme di Alessandro Scarlatti, nella revisione di Guido Guerrini. E’ quasi più una Cantata che un Oratorio, in cui alcune belle arie, come quella celebre «Caldo sangue» sono intramezzate a recitativi assai convenzionali. L’esecuzione è stata buona con la direzione del giovane Piero Bellugi, l’orchestra e il coro dell’Istituto musicale Morlacchi, i soprani Cecilia Fusco e Raina Kabaiwanska, il mezzosoprano Irene Compariez, il tenore Fiorindo Andreolli e il basso Ugo Trama. Una novità assoluta poi è stato il Credo di Giorgio Federico Ghedini, che appunto l’ha chiamato il Credo di Perugia, un’opera saldamente costruita per coro e orchestra, che fra loro mantengono un equilibrio mirabile: la frase del testo è intimamente legata all’idea musicale, e alcune parti presentano una originalità singolare come lo Incarnatus interpretato gioiosamente, contro l’uso comune, e l’Amen sviluppatissimo con tre periodi diversi. È un grande affresco, da considerare una delle più belle composizioni di Ghedini.
L’esecuzione è stata ottima da parte del coro e dell’orchestra del Teatro alla Scala e del direttore Sergiu Celibidache, il quale ha anche offerto una interpretazione di grande efficacia nella Settima sinfonia di Bruckner.
La Sagra Musicale si è conchiusa ad Assisi con l’oratorio El Pesebre (Il Presepio) di Fabio Casais, il quale l’ha presentato come «Messaggio nella crociata per la pace del mondo» e quindi sostanziata diun significato altamente umanitario e cristiano. L’opera, su testo squisito di Joan Ala vedrà, non si offre quale composizione di una originalità assoluta, molti echi essa presenta di Wagner, Brahms, Schuman, ma, benché contesta quasi sempre di noti moduli ottocenteschi, è però animata da un impronta di sincerità tale, da ottenere facilmente il consenso del grande pubblico a cui è diretta; infatti farà il giro dell’Europa fino nella Russia, dopo aver avuto successi in America. L’oratorio è stato, pochi giorni dopo, ripetuto in Santa Croce a Firenze richiamando un pubblico enorme e riscotendo festose accoglienze. L’ha diretto lo stesso Casais con l’orchestra della Fenice di Venezia, il coro della Società Orfeó Català di Barcellona e con ottimi solisti quali Montserrat Caballé, Rosario Gomez, Juan Oncina, José Simorra e Raimundo Torres che hanno cantato su testo catalano.
adelmo damerini
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