Narrate, uomini, la vostra storia/Felice Cavallotti
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Le guglie del Duomo, che l’aurora sbiancava già vestita del manto dell’Italia, sorgevano a mazzi d’asparagi nel cielo di Milano. All’imbocco della Corsia dei Servi, intorno ai fuochi di un piccolo bivacco, i meneghini piú mattinieri sorbivano in fretta el caffé del geneucc, che si beve in piedi poggiando tra un sorso e l’altro la chicchera sul ginocchio. Gli spazzitt trascinavano la ramazza sul selciato, i lattée andavano di porta in porta a distribuire il latte. D’un tratto, al secondo piano di una modesta casa di Piazza San Giovanni in Conca, il primo grido echeggiò di colui che tanti di poi ne doveva lanciare.
Era il 6 dicembre 1842.
Francesco Baffo Cavallotti, quando gli presentarono il neonato in aspetto e colore di cotechino, capí che l’onore era salvo di una famiglia che discendeva da illustri antenati veneti, iscritti nel libro d’Oro della Serenissima, proprietari nell’Arzanà de’ Veneziani di gondole e case. Fatto questo riconoscimento, Baffo Cavallotti giurò di insegnare al piccino il tedesco, perché Baffo, nato da un capitano di Napoleone, scolaro di Silvio Pellico, allievo del collegio militare di San Luca, cadetto nel reggimento austriaco Bellegarde, impiegato al Censo e studioso delle severe discipline filologiche, era versatissimo nella lingua e letteratura tedesche. Nel fondo del letto matrimoniale, svuotata come la cornamusa che ha terminato di sonare, Vittoria Gaudi in Baffo Cavallotti sentiva oscuramente che il suo travaglio notturno aveva dato al mondo un poeta. Come foglioline secche, le sue labbra sorridevano ai fiocchi bianchi che scendevano a frangia dietro la finestra.
Clio usò accoglienze speciali al futuro bardo. Questi era alto come un soldo di cacio, quando, per colpire l’immaginazione del piccolo predestinato, Milano insorse contro lo straniero, e nelle cinque memorabili giornate buttò i «cecchini» fuori di porta Vittoria. Quando Cavallotti rievocava quel ricordo, il suo occhio annacquato di sognatore rivedeva «un’alta, splendida, aristocratica, figura bionda di donna, che preparava filacce e coccarde, rincorava i combattenti, appiccicava le coccarde ai loro abiti borghesi» [1].
Già la Musa butta un occhio sul giovinetto. Decenne, Felice declama Berchet e Mameli, e i «ben pensanti» che frequentano casa Baffo Cavallotti, sbattono le ginocchia dalla paura. A dodici anni, Felice empie i banchi della scuola di inni patriottici. A sedici, studente del liceo di Porta Nuova, fomenta una dimostrazione contro i professori, che per commemorare la visita di Francesco Giuseppe a Milano, hanno murato una lapide in cima allo scalone. Nel frattempo impara dal Guerin Meschino a difendere il debole e l’oppresso. Diciassettenne, pubblica un opuscolo di politica, e poiché intanto il suo cuore di poeta è sbocciato all’amore, sale a Ghevio ove
- racchiusa di nubi in un velo,
ritrova
- la diva bionda vestita di cielo.
Ma ecco il ’59. Cavallotti vuole brandire la carabina, ma gli addetti all’arruolamento dell’esercito piemontese gli rispondono: trop cit.
Chi non ricorda la tempesta del 9 giugno 1860, tra la Liguria e Cagliari? Il Giorgio Washington, che batteva bandiera degli Stati Uniti, ballava sul mare con tutto il suo carico di gioventú, taluni con l’occhio acceso da eroiche immaginazioni, altri con l’occhio di merluzzo e sulle gote i livori del travaglio di stomaco. Se un fumo spuntava all’orizzonte, gli ardenti e i vomitanti rotolavano come barili nella stiva; poi risalivano in coperta scomparso il pericolo, e facevano crocchio intorno a uno dai capelli al vento e dai gesti da semaforo, che in mezzo alla bufera parlava di libertà e di democrazia, dell’uomo e dei suoi diritti.
Doppiato il Capo Spartivento la tempesta scemò, brillarono le stelle sul mare placato. Colui si addormentò col cielo per soffitto, la bocca brulicante di parole ancora non nate al suono. E quando il sole l’indomani brillò sul mare e globi di fumo bianco annunciarono la vicinanza di un vulcano, l’oratore si levò non piú semplice tribuno ma bardo, e cantò:
Oh, salve dell’Etna — gloriosa contrada
Che il giogo rompesti — brandisti la spada!
Fratelli noi siamo — del grande Nizzardo,
Corremmo alla voce — che guerra tonò!
Al ritorno dalla Sicilia Cavallotti si ferma a Napoli, si reca a Castel dell’Ovo in una splendida villa che spiega le sue terrazze e i suoi roseti sul mare. Trillano i mandolini intorno al grasso mulatto con labbra a salsiccia e capelli di lana, che dal monticolo di tappeti orientali sul quale si giace porge una mano di budino.
«Cavallottí?»
«Maestro!»
«Io amo i giovani poeti. Volete entrare al mio giornale?»
Gli occhi del giovane bardo brillano nella penombra.
Alessandro Dumas era fou di Garibaldi. Aveva seguito i Mille costeggiando la Sicilia, la Calabria e la Campania su un suo piccolo panfilo, il cui comando era affidato a quella maschietta vestita da ammiraglio, che Cesare Abba chiama nelle sue memorie «la poltroncella». Cosí fu che Cavallotti cominciò a scrivere articoli di fuoco nell’Indipendente, il foglio col quale l’autore dei Tre Moschettieri, entusiasta e sciamannone, credeva di aiutare la causa di Garibaldi.
Gli articoli scritti per l’Indipendente non bastano all’attività del vulcanico giovanotto. Garibaldi del resto, preoccupato dalla temperatura cui è salito l’entusiasmo di Dumas, prega lo scrittore di cambiar aria. A Milano, mentre maturano i grandi fatti del Gazzettino Rosa, Cavallotti presta la sua penna al Fuggilozio.
Fioriscono intanto su dal suo cuore antimonarchico le prime canzoni civili, e l’associazione delle vittime dei re lo proclama «poeta anticesareo».
Ines Galbusera, che abita un mezzanino di via San Pietro all’Orto, quella mattina fu svegliata da un gran cozzare di ferri in istrada. Temendo un ritorno degli Austriaci, si affaccia alla finestra, e al portoncino del Gazzettino Rosa vede un giovane dal baffo adolescente che, lo spadino in pugno, acceso e alleonato, sferracchia contri gli ufficiali riuniti del reggimento «Usseri di Piacenza». Come un bel torneamento, e mentre la popolazione dai balconi e dalle finestre spargeva fiori e baci, quella impari tenzone, che la penna del giovane Cavallotti aveva generato dalle colonne del Gazzettino Rosa, girò per le vie, piazze, cortili e giardini di Milano; finché terminato il giro, l’inesauribile schermitore fu colto dalle guardie e portato di peso alle Carceri Criminali.
Non si considerano abbastanza gli effetti contradittori di uno stesso fatto: i bersaglieri, che nel settembre 1870 entravano a Roma da Porta Pia, a Milano facevano uscire Cavallotti dal carcere.
Liberato dall’amnistia, Cavallotti torna nella sua cameretta di poeta. Appena chiusa la porta, questa si riapre ed entra una bellissima donna in vestaglia: la Musa. Non quella con la quale Cavallotti è abituato a trescare, ma un’altra. Cavallotti sarà di nuovo poeta, ma in maniera diversa. Afferra la penna, e da questa, in un baleno, nascono I Pezzenti. La parola finis è appena scritta in fondo al manoscritto, allorché bussano alla porta. Questa volta la Musa non è, perché le Muse entrano senza bussare. «Avanti!»
Sono due amici, uno dei quali Cameroni, il Pessimista del Gazzettino Rosa. Il Pessimista fa un passo avanti, esclama: «Onorevole!» e riceve tra le braccia il nuovo deputato. Cavallotti è stato eletto dalla democrazia e dai repubblicani di Corteleona. Italia di prenci e di sottane nere, in guardia! Arrivato è colui che i tuoi figli porterà alla luce della riforma elettorale e del libero pensiero.
Un grave caso di coscienza ombrava la gioia del giovane repubblicano, mentre trionfalmente egli si trasportava da Milano a Roma. Come presterà giuramento, lui che non crede in Dio? Stretto dal dilemma, Cavallotti a poco a poco piega la testa al sonno.
A Roma trenta secoli di storia aspettano Cavallotti in stazione. Questi saluta e in botticella va alla redazione della Capitale. La notte ferroviaria ha portato consiglio a questo «puro».
Nella sua lettera a La Capitale, Cavallotti spiega che il giuramento è un semplice biglietto d’ingresso per entrare nell’Assemblea dei rappresentanti del popolo». L’elettricità si accumula, gronda il temporale. L’indomani, al Presidente della Camera che lo invita a prestare giuramento, Cavallotti lancia la sua indimenticabile frase: «Giuro, ma domando la parola». Applausi all’Estrema Sinistra ove si affollano le barbacce incolte e i mustacchioni ribelli, «uh! uh!» a destra e nel centro ove stanno schierate in bell’ordine le barbe signorili. La parola è negata a Cavallotti. Crescono applausi e «uh! uh!» «Coscienze inquiete», grida Cavallotti alle barbe signorili, «rispettate le coscienze tranquille!» La marmorea frase rimane sospesa in mezzo all’aula, come un aereo monumento.
Quel giorno, nei caffé di piazza Colonna, l’ardore delle dispute faceva fondere i pezzi duri.
Cavallotti versa in grande miseria. Che fa un poeta quando versa in grande miseria? Scrive un’opera teatrale in endecasillabi, poi si corica a panciallaria e aspetta che l’oro gli piova in bocca. Cosí fece Cavallotti, ed ecco perché nel 1879, sotto il Ministero Cairoli-Depretis, scrisse La Sposa di Mènecle, commedia di ambiente greco, preceduta da uno studio intorno alle «pene dell’adulterio ad Atene».
Sotto questo stesso ministero, e per le ragioni già dette, fu offerta a Cavallotti la Cattedra di letteratura greca all’università di Palermo. Un’occasione da afferrare a volo. Eppure Cavallotti rifiutò. Era un grecista formidabile. Molti però, le lingue classiche le conoscono solo nell’intimità.
Un’ombra ancora. Nelle nuove elezioni, Cavallotti è «trombato». Che importa? Le elezioni suppletorie dell’83 saranno un trionfo per il campione del libero pensiero. Sei collegi «portano» il candidato della repubblica. Piacenza gli dà seimila voti: tutta se stessa. Che penserà Depretis? Cavallotti intinge la penna nell’inchiostro dell’ironia e telegrafa al suo nemico: «Sincere condoglianze per molte fatiche spese e per magro risultato. Parleremoci a Roma della povera libertà.» Questi sono sarcasmi!
A Milano, la primavera ha lo stupore delle apparizioni inaspettate. Essa quella mattina spalancò la finestra, si sparse sullo scrittoio del poeta diciottenne. Una vergine cartella aspetta il contatto della penna. Questa freme tra le dita di Felice Cavallotti. In istato di avanzata ispirazione, il poeta sta per dar fuori il motto dell’èra nuova. La sua nuca luccica di pedicelli. Con l’occhio di sambernardo incimurrito, Vittor Hugo lo sogguarda dalla parete. «Non piú il volere dei regnanti, ma le libere aspirazioni dei popoli.» Le idee corrono come millepiedi nella testa di Cavallotti. La cartella è sverginata: «Libertà! Unità! Fratellanza!» Il bardo si guarda dietro, un sospetto lo traversa come una corrente d’aria: dove ha sentito quelle parole? Vittor Hugo appiccicato al muro o non sa, o non vuol parlare. Che importa? Piú tardi Cavallotti darà la Marsigliese degl’Italiani.
Il programma di Libera e Una è nato, organo della nuova vita dei popoli, mentre anticipando sul futuro e sulla realtà, un coro di mille e mille voci s’allontana per la città in tumulto:
Flagella! flagella! superbo peana,
De gl’incliti prenci la punica fé;
Del frate Loyola la nera sottana,
L’ignavia dei servi, l’orgoglio dei re!
Perfetta in tutto il rimanente, Libera e Una ha questo solo difetto: non vedrà mai la luce.
Poco appresso, Cavallotti c’insegnerà come si può, da soli, scrivere un intero giornale. Questo monografo è Lo Scacciapensieri: pittoresco settimanale di sedici grandi pagine a due colonne, illustrato con eleganti incisioni in legno e che dà in premio la Disfida di Barletta di Massimo d’Azeglio. Le «eleganti incisioni» erano prese in prestito ai giornali francesi. Felice Cavallotti come direttore, Cavallotti come redattore diventa Falco Attevicelli e talvolta Homunculus. Un ritratto di Leopoldo I del Belgio porge occasione a Falco Attevicelli di inaugurare la rubrica delle Biografie. Per la rubrica «Romanzi e Novelle» scrive La donna e la pipa. Uno stampo del Giardino Zoologico di Vienna gli dà modo di iniziare la rubrica dei «Viaggi pittoreschi», e per «Cognizioni utili» gli viene a proposito il Pantelegrafo Caselli e il controllore automatico degl’impiegati. Salvatore Farina, che presto lo va ad aiutare, per non far torto a Attevicelli firma Aristofane Larva.
Chi ascolta oggi il Mefistofele, stenta a capire come questa opera non si sia imposta di colpo. L’arte a quei tempi era battaglia. In quella per la «musica dell’avvenire», i sentimenti piú puri fondevano come lo stracchino, gli amici diventavano nemici. Per riconciliare Cavallotti e Rovani, due tra le piú belle firme del Gazzettino Rosa non furono di troppo: l’Anomalo e l’Avvocato Trombone. La Scala era d’oro come uno zecchino. Boito ritto sul podio, l’orchestra sotto lavorava curva sui remi. «Mille giovani di questa tempra», gridò Cavallotti da un palchetto, «e il risorgimento artistico è assicurato!» Finito di parlare, l’opera crollava sotto i fischi.
Giornataccia quella del 18 marzo 1876. Una disastrosa notizia atterra l’atleta dell’opposizione: la rivoluzione parlamentare ha portato al sommo della cosa pubblica la Sinistra. Che farà Cavallotti ora che tiene il coltello per il manico? Il colpo è grave, ma lui non si perde d’animo. Sono arrivati proprio in quei giorni a Milano i nati di Leone VII di casa Lusignano, già re di Cipro, già discendente degl’imperatori di Bisanzio, già sovrano mediatizzato della Russia. Che fa Cavallotti, questo repubblicano che a ogni pasto si mangia un prence in insalata? Lancia una pubblica sottoscrizione «Per i figli di un re», e toglie alla fame quei tapinelli che se ne morivano d’inedia nelle crociere dell’Ospedale Maggiore.
Leone, i leoni piacciono a Cavallotti. Per il suo amico perugino Monsignor Rotelli, Leone XIII aveva scritto a un’elegia in pentametri ed esametri. Che fa Cavallotti, questo libero pensatore che a ogni pasto si mangia un prete in salmì? Volta italicamente in endecasillabi rimati l’elegia latina di Sua Santità, e gradisce i rallegramenti delle eminenze nere. Squisite contraddizioni di un’anima di poeta!
A Ricciotto Canudo, erede spirituale di Cavallotti, domandarono un giorno se oltre che romanziere fosse anche poeta: «Surtout poète!» rispose Canudo.
Anche Cavallotti era surtout poète, pronto in ogni momento a voltare in ritmi saltellanti qualsiasi argomento. Cavallotti apparteneva alla specie di quegli uomini fatti di ricotta un po’ passata, irrefrenabili e fiatosi di vino, animatori di compagnie, dei ex machina delle brigate, Orfei delle merende in campagna, le labbra sempre fiorite di rime e di chioccioline di saliva. Mentre gli altri frugano nelle ceste, tirano fuori i salamini e stappano bottiglie, loro, in maniche di camicia, la mezzaluna sotto le ascelle, la catena dell’orologio sulla pancia col tredici nel ciondolo, i polsini mobili, le maniche tenute su dagli anelli di elastico rosso, il pelo generoso, cordiali e ciarloni, pizzicano la ganascia ai piccoli, susurrano storielle scabrosette agli adulti dietro la mano a ventaglio, torniscono madrigali alle signore, sputano e si gargarizzano, abbracciano con braccette da pinguini l’intera umanità.
Questo il Cavallotti madrigalesco. Per il Cavallotti bardo, l’arte è apostolato.
Non è la poesia
Di penombre e di schizzi umil negozio:
È un’austera e gentil filosofia,
D’ogni fede è la fede e il sacerdozio.
E ben lo sanno quei poverini che trent’anni fa dovevano mandare a memoria le poesie tambureggianti di Felice Cavallotti.
E ora, o ginnasiarca d’allora, chiudi gli occhi e guarda sfilare le creazioni del tuo poeta:
Sic vos non vobis, profondo di filosofia nella sua vesticciola leggera, Povero Piero, dramma psicologico sociale che affronta la tesi del matrimonio come diritto e come dovere, Nicarete o la festa degli Alòi, che emana profumo classico, Le rose bianche, che compendiano il concetto di quelle ragazze che da una parte si attaccano all’ideale e dall’altra cercano marito.
Quando Cavallotti fu eletto deputato, la Destra, fidando nelle assenti facoltà oratorie del nuovo eletto, si consolò dicendo che la Camera avrebbe avuto un altro dei tanti «deputati muti». E invece... Dell’eloquenza, Cavallotti, assieme con Demetrio Falereo, diceva che «essa ènelle assemblee, quel che il ferro è nei combattimenti».
Nel campanello del Presidente, Cavallotti aveva un implacabile nemico. Quando il nemico squillava:
dal cor profondo
Un «non so cosa» sal di molesto
E la man destra fa un certo gesto
Come di cetra corde a toccar.
Al Cimitero Monumentale di Milano, Cavallotti cosí salutò un soldato come lui dell’ideale: «Addio, povero sognatore! tu vivevi spostato in questa terra e non te ne accorgevi.»
Della sua eloquenza fu detto che sapeva demolire anche con uno scoppio di riso.
Montecitorio avanza il petto sulla piazza. Il busto in avanti, le braccia spinte indietro, sono duecentonovantadue anni che questo ginnasta di pietra continua a fare sempre lo stesso esercizio per lo sviluppo del torace. A Montecitorio si accede oltre che dall’ingresso principale, dalle molte porticine laterali di via dell’Impresa e via della Missione. Sempre originale, Cavallotti non entrava a Montecitorio come gli altri deputati, ma sboccava da via in Aquiro, pigliava la rincorsa, piegava al fianco dell’obelisco di Psammetico, infilava di volata il portone del Parlamento. Dove correva il poeta, l’uomo di severi studi nutrito?
Anche a Montecitorio, il luogo che con piú amore chiamava Cavallotti, era la biblioteca. Ivi il deputato-bardo passava ore e ore immerso nei libri, la pagina appiccicata al naso. Anche le sale di scrittura ben cono scevano l’assiduità di Cavallotti, nelle quali egli entrava correndo e urtando i malcapitati onorevoli che si trovavano sul suo passaggio. Scriveva. E quando quella penna fremente attaccava a scrivere, le lancette del grande orologio, occhio bianco di Polifemo sulla rossa fronte di Montecitorio, continuavano a girare, scavalcavano l’ora del desinare, se ne allontanavano, ma quell’uomo rapito dall’ispirazione non riuscivano a staccarlo dalle carte. La Figlia di Jefte Cavallotti la scrisse di getto, nelle sale di scrittura del Parlamento, sulla carta da lettere dall’intestazione azzurra della Camera dei Deputati.
Nell’aula, Cavallotti sedeva nella terza fila dell’ultimo settore. In quell’aula il «can di guardia» della riforma elettorale contava molti nemici, ma uno soprattutto: Francesco Crispi. Si può credere che l’intera larghezza dell’aula non sarebbe bastata a separare i due avversari, eppure Cavallotti sedeva a distanza di un solo posto dall’«africanista», e sempre pronto a incrociare con lui il ferro oratorio, sopra la testa del povero Abele Damiani che sedeva fra i due.
Cavallotti era un virtuoso del parlamentarismo, versatissimo nelle disposizioni, segreti, misteri, trucchi, scorciatoie, vie traverse, ingranaggi, rotelle e rotelline del regolamento parlamentare, e prenderlo in castagna in questa materia, era tentativo da scoraggiare i piú temerari.
Molti anni son passati, molti mutamenti avvenuti, molti ripulimenti fatti a Montecitorio. Ma chi una notte si facesse rinchiudere in quest’aula, e trattenesse il fiato, e affilasse l’udito dentro questo anfiteatro di legno, ove pur nella profonda sospensione della notte le figure di Giulio Aristide Sartorio ballano al vento il loro ballo di bucato steso sulla corda, riudrebbe lontana lontana la voce del bardo deputato, che per fare dell’Italia qualcosa tra l’Atene di Pericle, la Sparta di Leonida e la Parigi della Comune, ammazzava il «trasformismo» e dava vita al «contatore meccanico della legge sul macinato».
Amò Cavallotti?
Le guardie di pubblica sicurezza, turchine di ganascia e nere di sospetti sotto il cheppí di tela cerata, che misuravano i selci nelle viuzze della Roma delle prime legislature, vedevano in una visione di ballata «l’onorevole» passare col baffo trionfante e la lobbia a sghimbescio, sottobraccio a una formosa bruna frusciante di falpalà, vitino di vespa, fianchi da cavallo di agenzia di trasporti e petto a bomba, e un gabbiano che spiegava le ali sulla capigliatura ammassata in altezza, a imitazione dei cumuli che nelle stalle fumano ai piedi dei ruminanti.
Per il poeta tribuno, la donna era vita, dedizione, poesia.
Poi, in una camera mobiliata di via della Scrofa, alla presenza del comodino a colonna, del letto che con nere volute avvolge in medaglione uno squarcio di natura agreste, della carta da parato a fiorellini rosa e dei cadaverini delle zanzare appiccicate al muro, il ritmo di ballata che in istrada aveva empito di nostalgia le guardie di pubblica sicurezza, batteva in trionfo, punteggiato dai baci che scrocchiavano come castagne al fuoco. Il rorido baffo fremente scende all’incontro di un’ardente bocca. Sul divano i frufrú caldi ancora di carne, rifanno il verso all’onda che spumeggia sullo scoglio. Sulla spalliera della sedia giace, coi lacci a terra, il busto che inguainava il corpo di lei, e come macchia di nicotina ne serba sull’orlo supremo il sudore. Dall’alto dell’attaccapanni solitario, l’airone volta l’occhio pollino a quel groviglio di libero amore.
Fra baci e languide carezze e canti
Vòlino, vòlino rapidi i dí.
I gabinetti erano ancora a cassa, ma già l’uso dell’eremo incontrava molto presso i poeti. Cavallotti amò la Donna, ma amò anche la montagna e il raccoglimento di un eremo solitario.
Sdraiato sui floridi margini
In vetta alla verde collina
Che lieta di tralci si china
Al bacio del glauco Verban,
Rifugio dell’ore piú torbide,
Di sogni dimora ridente,
Mio caro, mio picciol Dagnente,
Qui un di l’osse mie poseran.
Al campanile di Arona suona mezzogiorno: Cavallotti sbarca dal vaporetto a ruote, e con passo gagliardo s’incammina su per la strada di Dagnente. La natura canta il suo peana, i mosconi iridescenti pungono la nuca accesa del poeta. In vista del San Carlone, compaiono gli amici con Giovanni Buffi in testa. Gli amici si fermano, si guardano l’un l’altro sorridendo, e dicono: «Ma è proprio quello lí Cavallotti, cosí alla mano, cosí poco solenne, lui che è amico di tutti i grandi uomini d’Italia?... Ve’! Ve’!» La stessa scena si ripete da vent’anni. Terminati i complimenti Lina sbuca tra le gambe degli amici, la cagnetta alla quale Cavallotti ha dato il nome della terza moglie di Crispi.
La casetta di Cavallotti è a due piani, persiane verdi, gronda di un bel rosso acceso. La saletta da pranzo è popolata di piccole cose memori e di ritratti di famiglia.
Al primo piano due camerette, per gli amici che vengono a trovare il poeta nel suo romitaggio. Al secondo, la camera di Bocelli amico e segretario, quella, della figliuola Maria Cavallotti in Villa, infine quella di Cavallotti, che serve anche da studio. L’incantesimo del Verbano s’inquadra nella finestra. Cavallotti lo contempla dalla scrivania. Lavora seduto sopra un piccolo puf, in modo che, afflitto da miopia, possa, senza poggiare il torace allo scrittoio né curvare troppo le spalle, tener la testa sui fogli. Veduta di dietro, sembra la testa di un bambino vecchio che fa il còmpito.
Di sera una sbevazzatina dal Buffi, poi su, nel lettuccio di ferro, sotto il ritratto di Pinchetti.
Chi è Pinchetti? Pinchetti Era un bardo; Giulio era il nome.
Quindici lustri premeanlo a sera;
Pur sul rugoso fronte non dome
L’ire fremevano dell’alma austera;
Passò imprecando; sferzò; derise:
«Tutto è putredine!» disse... e s’uccise.
L’indomani, doccia.
L’abitudine della doccia quotidiana, Cavallotti l’aveva contratta in seguito a una grave malattia cerebrale, dovuta all’eccessivo sforzo della mente, durante la composizione di un lavoro letterario. A Roma, da piazza Rondanini ove abitava nelle adiacenze del Panteon, Cavallotti andava ogni mattina a far la doccia in uno stabilimento idroterapico di via dei Crociferi. Ma a Dagnente, gli stabilimenti idroterapici dove trovarli?
Non stabilimento dunque, ma una bella sorgente di acqua freschissima, in località silvestre e lontana dalle strade battute. Là, nudo come la verità, il soldato della democrazia, l’atleta del libero pensiero sommetteva all’acqua refrigerante il cranio soggetto ai trasporti cerebrali.
A pochi passi dalla sorgente, guidata da un piccolo acquedotto tenuto su con quattro forcelle di legno, l’acqua precipita in bel volume da cinque metri di altezza. Vicino alla cascatella, Cavallotti aveva rizzato quattro pali e intorno stendeva un lenzuolo dietro il quale si spogliava. Ma piú tardi, poiché il vento ogni tanto sollevava il lenzuolo, Cavallotti sostituí quel fragile riparo con un baracchino di legno, che rammentava le solitarie, le tristissime latrine di campagna.
Il 31 gennaio 1898, un cielo plumbeo pesava sulle povere case di Dagnente. Nuvole a brandelli si appiccicavano ai fianchi della montagna e imploravano una sosta. Poche ore prima di partire per Milano e per Roma, il poeta volle salire assieme col fedele Bocelli al piccolo cimitero. Presentimento? Cavallotti si sforzava di sor ridere, ma sotto quella luce fallace un vago pensiero di morte fluttuava nella sua mente.
A Roma, piazza Rondanini, in casa della signora D’Anna che lo ama come un fratello, sono quattordici anni che Cavallotti abita la stessa cameretta modesta, un lettuccio di ferro, un comodino, tre sedioline, uno scrittoietto, due scaffaletti per i libri. Anche il vitto è poco poco. Cavallotti sta a dozzina. I due pasti giornalieri, la signora Teresa glieli computa una lira la colazione, due il desinare. Quando l’onorevole mangia fuori, il pasto non gli è messo in conto. Qualche volta però, distrazione di poeta?, la disdetta non è data in tempo, e l’indomani nel piccolo taccuino Cavallotti segna: «Febbraio 2, pranzo (al gatto) L. 2.00».
Nella pensione della signora Teresa si pranzava a mezzogiorno e si desinava alle sette. Cavallotti mangiava a tavola con gli altri dozzinanti, con Cesare Orsi, con la signora Teresa, con la servitú della pensione. Dopo desinare passava alla Camera per l’ultima posta, poi andava da Aragno a leggere i giornali e a bere il poncino. Mangiatore non era, ma bevitore intrepido. Quando il suo impresario Montecchi arrivava a mani vuote, il poeta diceva: «Io sono un musulmano, un fatalista.» Nelle giornate di battaglia politica, quando non ci entrava neanche la colazione, lo tiravano fuori da Montecitorio come uno straccio. Non si coricava se prima non aveva segnato nel taccuino la spesa della giornata, dal caffè al giornale e al francobollo. I francobolli fino alla fine del 1897 li collezionò con cura.
È in casa della signora D’Anna che Cavallotti fu trasportato la sera del 6 marzo 1898. Il cappello a larghe tese glielo avevano posato sulla pancia, un fazzoletto annodato intorno alla faccia impediva alla mascella di crollare.
Mezzogiorno era sparato nel cielo sciroccoso. Bizzoni e Tassi uscirono da Montecitorio, dove si erano incontrati coi secondi di Macola. Ritrovo per le tre, a Villa Cellere, fuori porta Maggiore. Bisogna avvertire Felice. Scuri in viso, i due secondi allungano il passo verso piazza Rondanini. Quel pasticcio, pensare, lo aveva combinato uno che ha per nome un miagolio: Miaglia! Mentre passavano per via delle Colonnette, un gatto nero traversò la strada. Salirono dalla signora D’Anna: Cavallotti era uscito. Tornati giú, lo incontrarono in piazzetta della Maddalena. Non volle leggere il verbale. «Sta bene!» disse. «Quello che avete fatto voi, è ben fatto. Salite in casa. Tornerò fra cinque minuti.»
Intorno alle macchie familiari di vino, di caffè e di sugo d’arancia, era una grande afflizione di facce. Le mani erano abbandonate sulla tovaglia come fette di prosciutto. Invece di mangiarsi le mani, i commensali si guardavano a catena. L’onorevole Garavetti guardava l’onorevole Aggio, l’onorevole Aggio guardava l’onorevole Engel, l’onorevole Engel guardava il dottor Montenovesi che doveva assistere Cavallotti. Nessuno fiatava.
Felice entrò e per la signora Teresa sembrò il sole. In qualunque altra contingenza la signora Teresa si sarebbe doluta del ritardo che aveva scotto il riso, ma quel giorno... Cavallotti piluccò appena, scese a mutare abito. Sulle scale buie s’imbatté nel dottor Ascensi che veniva a mettere la sua carrozza a disposizione. La bimba della portiera piangeva in fondo alle scale. Rinaldi tornò col guantone. Cavallotti salí a provarlo. «Non posso impugnare la sciabola!» disse con dispetto, e tirò attraverso la tavola che avevano dimenticato di sparecchiare, quella enorme mano bianca che sembrava la mano di un nefritico. La signora Teresa singhiozzava sulle bucce d’arancia. Partito Cavallotti con Ascensi, gli altri, per non dare nell’occhio, seguirono alla spicciolata. Roma era deserta. Nella siesta ristoratrice, i funzionari tempravano le forze a nuove fatiche. Per uscire dall’Urbe, costeggiarono le mura del Verano.
Per quella strana legge che i fastidi degli uni converte in sollazzi per gli altri, la proprietaria della villa scelta come terreno di combattimento, aveva apparecchiato come per una partita in giardino. E se il sangue fosse mancato? Per la prossimità di antichi acquedotti i ruderi sono numerosi in quella parte della Prenestina, e nella nuda campagna giallastra, sotto il cielo di piombo, stavano ritti come illustri mendicanti.
La contessa s’impazientiva. Che facevano gli altri? Dal cupé che in sostanza è una bara ritta in piedi e fornita di ruote, scesero gli avversari, neri come corvi.
Sullo spiazzo dietro la cappella della villa, i duellanti furono messi di fronte. Quando Bizzoni vide il suo Felice tutto falotico davanti a quel marcantonio dalla spaccata enorme, il cuore gli si fece piccolo piccolo.
Fusinato aveva già dato l’alt dopo due assalti. Al terzo, dopo pochissimi colpi, «Alt!» grida di nuovo Fusinato. Cavallotti si volta:
«Che c’è?»
Un fiotto di sangue gli sbocca sulla camicia. Non disse altro. Lo adagiarono sopra una sedia da osteria, lo trasportarono nel piccolo oratorio della villa. La punta della sciabola gli era penetrata nella bocca, che per l’affanno egli teneva aperta come un mastino in corsa. Tentarono la respirazione artificiale. Capovolsero il corpo come per fargli cadere i soldi dalle tasche. Inutile! I denti erano inchiodati. Con mosse ondeggianti da scassinatore, Montenovesi cercava introdurre un ferro, rompere la barriera...
«La chiostra dei denti», avrebbe detto lui. Povero Cavallotti...
In un castellaccio presso Fondi, cuore della Ciociaria, abita una famiglia di maschi giganteschi, le costoro sorelle alte e cilindriche come torri, la madre antichissima e scannellata di rughe come una quercia. In questo castellaccio fu celebrata or non è molto una sinistra cerimonia notturna tra folgori e tuoni, e dalle finestre, dalle porte, dai camini orrende imprecazioni si sparsero nella notte. La famiglia riunita a tribunale, processò l’ex direttore della Gazzetta di Venezia e lo condannò a morte.
Pronunciata la sentenza, una voce di donna, la madre di quei giganteschi gentiluomini di campagna, tre volte gridò:
«Màcola!... Màcola!... Màcola!»
E Màcola, che del resto era già morto da parecchi anni, fu giustiziato in ispirito.
1906. Milano è in festa. Schianti di ottoni, tonfi e zum zum di grancassa con piatti calano dalla stazione, si addensano davanti a una faccia antica di muro grigio, dietro il quale il Codice Atlantico rimastica sogni duri come sassi. Un telone nasconde la «sorpresa» che fa gobba in mezzo alla piazza. A questa sorpresa» i cuochi piú illustri di Milano, città gastronomica per eccellenza, hanno posto mano. Incetta di uova è stata fatta in tutti i pollai di Lombardia, e quando il telone cade, il risultato rifulge in pieno di tanto sbattimento di chiare d’uovo.
Perché davanti alla porta dell’Ambrosiana, questo Leonida nudo e con l’elmo in testa? Sfilano associazioni e sodalizi al suono dei clarinetti, i battaglioni di quell’esercito laico, che Cavallotti aveva sognato di opporre all’esercito militare.
Anche quella giornata passò e scese la notte sulle luminarie dei bicchierini alle finestre. E quando anche l’ultimo candelotto nell’ultimo bicchierino fu spento, che rimase?... Leonida rimase, in gonnellino e cinto di nubi, tra cui la luna un po’ si dimostra un po’ si cela.
Note
- ↑ Le parole in corsivo sono di Cavallotti.
- Testi in cui è citato Felice Cavallotti
- Testi in cui è citato il testo Guerino detto il Meschino
- Testi in cui è citato Giuseppe Cesare Abba
- Testi in cui è citato il testo Ettore Fieramosca
- Testi in cui è citato Massimo d'Azeglio
- Testi in cui è citato il testo Nicarete ovvero La festa degli Alòi
- Testi in cui è citato Francesco Crispi
- Testi SAL 75%