Non mi posso tener più ch'io non dica

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Franco Sacchetti

XIV secolo N Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu canzoni Letteratura Non mi posso tener più ch'io non dica Intestazione 22 ottobre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Franco Sacchetti


[p. 383 modifica]Canzone distesa che Franco Sacchetti fece quando Urbano V e Carlo di Lucimburgo passarono di concordia a Firenze Vanno 1365.


     Non mi posso tener più ch’io non dica,
O pontefice al mondo quinto Urbano
Et o re di Buem Carlo monarca,
Considerando quanto fu amica
5Vostra assembranza a ciascheduno umano
Quando là foste ove ’l Rodano varca.
Cantava Roma il Ducato e la Marca
Romagna e l’altra Italia in questo tempo:
Da po’ che ’l spirto e ’l tempo
10Vidon d’accordo, ognun dicea — Rifatto
Sarà ciascun latino e messo in pace,
Ogni lupo rapace
Sarà da questi due tosto disfatto;
Poi oltremar terranno il cammin dritto
15A conquistar le terre dell’Egitto. —
     Dogliosi stavan ciaschedun tiranni,
Popoli e Comun facean gran festa,
Stava il buon forte, e ’l reo forte tremava:
Altri scacciati fuori co’ lor danni
20Delle lor terre eran diverse gesta,
Ch’alle paterne mura ognun sperava:
La mercanzïa tutta n’esaltava:
E que’ che ciò non avesse creduto

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Ben era sorcio e muto,
25Veggendo far di due maggiori un segno:
Porti, sentieri, vie e strade aperte
Credevan esser certe.
Se non che par che un proverbio degno
V’abbia assaliti con sì fatto suono,
30Che consiglio di due non fu mai buono.
     Però che contro al creder d’ogni parte
Adoperate nel principio vostro,
Il qual dispiace quanto prima piacque.
Seguendo andate l’opere di Marte;
35Nè terra nè castel nè alcun dicastro
Può star sicur se non ha intorno l’acque.
Veniste là onde tal mossa nacque.
Per disfar di Liguria la gran sterpe:
Ma come fiera serpe
40Gittò veleno et annodò la coda.
E perchè niun di voi era ciurmato,
Partiste da mercato:
Et or cercate pecorelle a proda,
Vogliendo far ciascun paese nudo
45Che contro a voi non abbia lancia o scudo.
     A te che tien l’apostolico ammanto,
Dell’alto re de’ re vicario in terra,
Voglio parlare in questa parte solo;
Però che tutto fuor di modo santo
50È fuggir dalla pace e voler guerra,
E ’ncontro a quelli del celeste polo.
Se io nelle mie rime corro o volo,
Ragion mi muove; perchè niun maggiore
De’ esser del Signore.
55Dunque, se sedia tien’ pel re superno,
Lèggi quel ch’esso a ciaschedun comanda;
Non seguir altra banda:
E’ fu ed è e sempre fia etemo.
Dicendo e maestrando — Pace a voi. —
60E tu in sua vece mal la mostri a noi.
     Rivolto è ’l mondo da quel tempo antico
Che molti di tuo par fuggìan tesoro
Perchè disiavan la vita divina.

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Se questo è ver, ragguarda ciò ch’io dico;
65E comìnciati a Pietro, e segui il coro
Ch’e’ trentatrè seguenti a lui declina,
Facendo sempre in lor la mente fina;
Nell’opre di ben far fieri ciascuno,
E poi ad uno ad uno
70Di martìro alla morte ebber corona;
E tra costor si fu Urbano il primo.
Ma, s’io il vero stimo,
Che fama del secondo Urban risuona,
Del gran concilio suo che sì fervente
75Mosse al passaggio tutto l’occidente!
     E mosse allora questi Arrigo terzo:
E non dugento ma dugento mille
Fu cotal turba a passar oltre mare.
Tal oste agl’infedel non parve scherzo:
80Tripoli ed Antïoccia e le lor ville
Acri e Jerusalem feron tornare
Sotto i cristiani. Et or ti vo’ contare
Del terzo Urbano; il cui tempo oggi parme,
Usar veggendo l’arme
85Con le qual Federigo allora corse
Quando Toscana in molte parti prese:
E mentre in queste offese
Si discendea, vera novella porse
Siccome il Saladin con gente molta
90La Terra Santa avea per forza tolta.
     Quella stagion mi par, che fu allora;
Salvo che perder tu non puoi quel loco,
Perchè non l’hai, il qual perde costui:
Ma ben potresti racquistarlo ogn’ora.
95E qui di differenza è molto poco,
Perchè ti stai come stette lui:
E tua e nostra è, e non d’altrui.
La vergogna e la beffa et anche il danno.
I tuo’ pensier non vanno
100Al quarto Urbano, quando in fuga volse
Lo Saracino stuol ch’avea Manfredi.
Ma tu se’ il quinto; e vedi
Un picciol re che Alessandria tolse

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Pel mondo andar e domandarti aiuto
105Per far passaggio, ed or non l’hai voluto.
     A te che tieni il nome sempre augusto
Dirò quant’hai i tuo’ pensier diversi
Dalla speranza che ciascun disìa.
Conquider i tiranni, com’è giusto,
110Dovevi, ed i Comun tutti universi
Metter in pace nella dritta via.
Tutto per e converso par che sia:
Tu lasci il lupo, e vai drieto all’agnello.
Pianga chi fu sì fello
115Che per promesse tue aprì sue porte;
Carta nè scritta non gli valse teco:
Così ’l Sanese cieco
Da Malatesta cominciò sua morte.
Fatt’hai usciti, e nessun hai rimesso,
120Fuor d’ogni modo imperïal concesso.
     Pace co’ Turchi e guerra co’ Cristiani
Pigliando prede, ogni sentier fu rotto,
Togliendo a cui tu può’ sua libertate.
Se tu vuo’ fama, va’ contro a’ pagani:
125Ma forse temi non vi sia Nembrotto,
Udendo le sue cose smisurate.
Il nome tuo dovrìa molte fiate
Farti pensar qual fu il buon Carlo Magno:
Tu non te ne dài lagno
130D’avere il soprannome il quale ebb’egli.
Carlo secondo Calvo poco visse,
Ma al ben far si misse:
E Carlo Grosso terzo gli aspri e felli
Infedeli Normanni tanto vinse,
135Che alla fede tosto gli ripinse.
     O quarto da costor, qual è che veggia
Da te virtù e ben in tra’ viventi?
Perchè avarizia in te si mostra e serba?
Credi tu che alcun scriva od alcun leggia,
140Et ora e sempre fia chi ti rammenti?
Come farai, così diran le verba.
E già mi par udir con voce acerba
Di Trievi di Maganza e di Cologna

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Di Buem di Sansogna
145Di Brandiborgo et ancor di Baviera
Biastemar i signor, da poi ch’eletto
Tu fosti per lor detto:
La paglia il ferro e l’oro e tua maniera
Maladir sento, e dire ad ogni passo
150— Di quel possi tu ber che bevve Crasso. —
     Canzon, vattene a Roma
Là dove Urbano troverai e Carlo:
Di’ a ciascun il ver com’io ti parlo.


(Da Sermoni e Lettere di F. Sacchetti, per cura di O. Gigli; Firenze, Le Monnier, 1857.)

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