Non più illusioni (Carpi)/6

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Condizioni dell'impero austriaco

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Condizioni dell'impero austriaco
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Per vincere il nemico conviene rispettarlo, suona un prudente adagio. Non s’illudano per niun conto gli Italiani, e studino il campo nemico ben più che il proprio; chè ne trarranno notevoli ammaestramenti per superarne il valore e l’audacia sotto ogni aspetto.

Molti giornali e forse il più gran numero solleticano il nostro sentimento nazionale, tessendo brillanti narrazioni sullo stato di dissoluzione, dicono essi, in cui trovasi l’impero austriaco. È uno spasimo a non più finirne. Io sono ben lungi dal far eco a questi ottimisti, tenendo per fermo che in tal guisa si nuoca più che non si giovi al trionfo della causa italiana.

So bene ch’essi operano di buona fede, e credono essere nel vero, anche quando esagerano la portata degli interni malori che rodono lentamente il colosso austriaco. Ma questo colosso ad onta dei più sinistri vaticinii, e dei suoi piedi di argilla, non cessa dallo stare ritto, e ritto e minaccioso più ch’altri nol pensa. Molte volte vedendo le schiere austriache e pensando allo stolto appellativo di barbari che solevasi dar loro, mi venne alla mente quel passo di Plutarco in cui Pirro disse a Meacle nel vedere le schiere romane: «quest’ordinanza dei barbari non ha punto del barbaro!» Le illusioni fecero agli Italiani troppe ferite perchè io m’astenga di dir loro l’animo mio anche a costo di parere fantastico, e di essere tacciato in senso opposto di visionario.

Opera quindi di buon cittadino, quantunque ingrata, io tengo quella di consigliare gl’Italiani e la gioventù in ispecial modo a non fidarsi di tali seducenti dissertazioni, [p. 21 modifica]che possono alimentare in noi avventati propositi, o renderci con evirata inerzia non curanti delle discipline, e degli apprestamenti che contribuiscono a fare le nazioni grandi, potenti e temute. Conciossiachè nulla sia più pericoloso e più contrario agli elementi che assicurano le grandi vittorie e i duraturi trionfi, del ritenere il nemico debole, preda a fatali divisioni, allo estremo della penuria, e quindi incapace a governare grandi imprese nei cimenti supremi.

La storia, questa grande maestra delle nazioni, i cui responsi per chi sa comprenderli non falliscono mai, ne insegna che i grandi imperi ch’ebbero la sorte di percorrere la vita di molti secoli, quand’anche si avviano al declivio della loro esistenza, non cadono decrepiti ad un tratto nè sì di leggieri, ove l’infezione organica dei vieti ordini civili ed amministrativi, non abbiano tratto in condizioni deplorevoli gli ordinamenti militari. Senza questo estremo, hanno se non altro, lucidi intervalli, che sono lustri e lustri di torture pei popoli avvinti dalle loro catene, e sovente offrono lo spettacolo del mostro marino che nelle angosce della morte fa naufragare il vascello che ne ambiva le spoglie.

Ebbene, l’Austria ha una organizzazione militare fra le migliori di Europa, la sua immensa armata se non è cementata dall’amore del soldato, lo è potentemente da una ferrea disciplina, dall’istruzione distintissima degli ufficiali, e dalle antichissime tradizioni bellicose dei suoi capi. Possiede materiali da guerra imponenti ed i suoi arsenali, ed i suoi depositi sono inesauribili; in guisa che l’abbiamo veduta rifornire quasi per incanto interi eserciti l’uno dopo l’altro, dietro rotte e disfatte disastrosissime. [p. 22 modifica]

L’elemento militare in Austria è poi avvalorato da una diplomazia tradizionalmente abilissima, dotata in grado superlativo di paziente ostinazione, e di versatilità accorta e tenace, la quale non rifugge da nessun mezzo che valga ai propri intenti. Diplomazia, la quale ha arrecato agli Ausburgo più vittorie che non ne abbiano ottenuto dai loro poderosi eppure quasi sempre vinti eserciti.

L’Austria sterminata le mille volte sui campi di battaglia, trovò spessissimo nella scacchiera diplomatica il segreto di rifarsi più potente di prima. Il presente è forse uno di quei periodi nei quali essa tenta l’audace metamorfosi, ove non si reagisca alle sue mene con pari accorgimento ed ardire.

Si consulti la storia, questa grande maestra, ripeterò sempre, dell’umanità, e ne risulterà manifesto come l’Austria sia stata pressochè sempre perdente sui campi di battaglia, e come siasi trovata moltissime volte sull’orlo dell’abisso in modo ben più evidente che nol sia al presente. Eppure per la virtù dei suoi ordini guerreschi, che si prestano a favolose ricomposizioni dei suoi eserciti dopo anche le più clamorose disfatte, per le sottili arti dei suoi uomini di stato, e per una indomita tenacità di proposito, ed una calma ammirabile e previdente nelle sventure, che vuol dirsi virtuosa ostinatezza, finì sempre coll’uscire dalle patite sconfitte più potente e più temuta che per lo innanzi. Per citare qualche data storica che valga a confermare il sin qui detto ed a farne cauti sull’indole, sulle virtù, e sui vizi della nostra naturale avversaria, basta rammentare le epoche di Solimano I, di Sobieski Giovanni III, di Gustavo Adolfo, di Federico il Grande, di Napoleone I e della rivoluzione del 1848. [p. 23 modifica]

È ben lungi dall’animo mio il pensiero di turbare con questi accenti il tripudio degli Italiani per gli ottenuti successi, mercè l’aiuto potentissimo di un generoso alleato; ma ponendo loro sott’occhio la verità vera delle cose, additando loro cosa ne insegna, nei fatti che ci riguardano, l’austerità della storia, e facendoli consapevoli più che nol sieno in generale delle tendenze, della natura e delle risorse del nemico che in tempo più o meno lontano saremo tratti anche nostro malgrado a combattere, si ridesterà in essi l’antica fierezza per temprarsi con grande studio ad alti, e forti e costanti propositi, e per elevarsi all’altezza degli avvenimenti. Avvegnachè la sonnolente fiducia, l’opposizione fiacca, il tenere a vile i nemici, le delizie di Capua infine facciano pusilli gli uomini, quando invece i grandi ostacoli, i pericoli supremi, le temute insidie, determinano quella potenza di volontà che fa operare miracoli di valore.

Guardi adunque la gioventù italiana arditamente di fronte, come è suo costume - seguendo in ciò l’esempio della razza anglo-sassone - gli ostacoli da superarsi e li tenga per molti e gravi; ma li guardi coll’intendimento di perseverare negli arditi propositi con maturità di senno e con tenacità di volere, chè solo in tal guisa, come accenna l’Alfieri, si costituiscono le forti tempre e le grandi nazioni. «Le fortezze presidiate, scriveva Bacone da Verulamio, gli arsenali forniti, gli attrezzi militari d’ogni genere, ed altri tali cose non servono che di pelli leonine atte a coprir pecore, se la popolazione stessa non è d’indole e d’ingegno, e non si educa forte e militare.» Le nazioni si rendono precipuamente rispettabili coll’istruzione, col valore, colle armi e cogli armati. [p. 24 modifica]

In difetto di questi requisiti e di questi mezzi di azione mal si avviserebbe una nazione di poter tenere alta la propria bandiera, e d’influire nei consigli di Europa. «I tuoi ragionari, disse Lisandro ad un Megarese, uopo avrebbero di una buona e ben forte città.» Può un uomo piegare il capo all’avverso destino; ma una nazione giammai, ed a questa sola condizione può ammettersi l’assioma della signora di Staël, che le nazioni non indietreggiano.

Si diano gli italiani ai forti studii in tutti i rami dello scibile, fosse anche, per ora, nei modi concitati che esigono le urgenze del gran dramma che si svolge sotto i nostri occhi e per opera nostra, ma studino pur sempre colla mano sull’elsa della spada. Sieno guerreschi persino i loro passatempi, ed in tutti i comuni, nei mercati e nelle fiere vi sieno per giuoco, con premii a cura dei municipii, i bersagli, come vidi praticarsi presso nazioni belligere.

Egli è poi d’incontestata urgenza il far penetrare in tutti i modi nelle masse il sentimento della nazionalità affinchè s’insinui in esse l’altero senso del famoso — Civis Romanus sum — oggidì vivo e spiccato anche fra gli uomini più ignoranti ed ignorati della Francia, dell’Inghilterra e della Spagna, pel solo effetto di essersi costituiti da secoli in nazionalità distinte e compatte. «Sia il catechismo nazionale, suggeriva Romagnosi, comune tanto al parroco, al missionario, al vescovo, quanto al maestro, al professore, all’accademico; si animi e si premii la segnalata ed attiva istruzione1[p. 25 modifica]

È un còmpito difficile nell’epoca nostra, ma è un còmpito a cui devono intendere senza posa governanti e governati.

La nostra generazione che è destinata dalla Provvidenza a ricostituire in un tutto, dopo aspre e sanguinose lotte, questa nostra sin qui povera e dilaniata Italia, deve anche lasciare un tesoro di severe grandi ed utili lezioni ai nepoti, chè la storia s’erge gigante in questo secolo, fa l’uomo più moralizzato, più giusto, più dignitoso; e miglior genio del fantasma che gridava a Bruto: Mi rivedrai a Filippi, lo segue, lo incalza, lo spia e gli grida solenne: Ti rivedranno i posteri!

Note

  1. Romagnosi, Scienza delle Cost., teoria gen., § 79.