Vai al contenuto

Note a' ricordi storici di Cesare Morisani

Da Wikisource.


[p. 2 modifica]

NOTE

A’ RICORDI STORICI

DI


REGGIO-CALABRIA

STAMPERIA SICLARI

1872

[p. 3 modifica]



I. IL sig. Cesare Morisani, mettendo a stampa un suo opuscolo intitolato Ricordi Storici, ebbe in mente di narrare i fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto del 1860. E si propose di narrarli interi e minuti, per come li ha raccolti da individui che ne furono testimoni o parte, a solo scopo di esporre il racconto di avvenimenti sinora travisati o ignorati, che serviranno di documenti alla storia.

Io lessi la narrazione del Morisani, ed in omaggio della esattezza storica, non reputo inutile di farvi talune annotazioni, le quali valer possano a rettificare parecchi suoi apprezzamenti, in quelle parti specialmente dove mette in mezzo il mio nome, e giudica a modo suo, e dal punto di vista in cui si è posto, gli atti della mia amministrazione politica in quel periodo di tempo. Egli nelle pagine del suo libro fa sparsamente molte considerazioni sullo stato delle cose italiane anteriori agli avvenimenti del 1860; considerazioni che avrebbe potuto meglio aggruppare in un solo capo, e disporle come prefazione al suo scritto. La quale sarebbe servita assai bene a far capire il processo e l’esplicazione di quegli avvenimenti medesimi, che non furono che una inevitabile conseguenza dei fatti anteriori. [p. 4 modifica]


II. E per verità, dalle stesse premesse non isfuggite all’arguto criterio del Morisani, emerge ad evidenza che le cause efficienti de’ fatti del 1860 furono quelle da lui menzionate, e che io quì noto e raccolgo, per meglio cavarne il costrutto.

Le raccolgo e trascrivo colle sue stesse parole:

1.º La vitale necessità dell’indipendenza d’Italia;

2.º L’impossibile sistema di reazione adottato da Ferdinando II.º dopo il 15 maggio del 1848, con persecuzioni e vendette;

3.º La politica impopolare, perchè antinazionale, del suo governo;

4.º Il numero di malcontenti accresciuto dalle basse persecuzioni;

5.º La tolleranza di abusi in chi era delegato a punirli;

6.º La libertà di azione assicurata al Piemonte dalla pace di Villafranca, mediante il pattuito principio del non intervento;

7.º L’entusiasmo de’ popoli, a cui si facea già sentire il concetto dell’Unità nazionale;

8.º I rigori della polizia borbonica (era già re Francesco II) che resa più arbitraria, esasperava maggiormente colle persecuzioni, senza colpire nel segno;

9.º L’illusoria amnistia;

10.º La decretata cancellazione delle liste degli attendibili che con istruzioni segrete agl’Intendenti veniva disdetta;

11.º Il discredito, in cui era caduto il Sovrano, che per colpa de’ suoi Consiglieri, perdea l’affezione dei sudditi;

12.º La sua decadenza, segnata da lui stesso, col dar fuori tempo la costituzione; (cioè quando vedutosi coll’acqua alla gola, sperava di non affogare gittando quell’ingoffo ai suoi popoli, i quali gli avevan già perduta ogni fede dal momento che egli salito al trono, dopo la morte del padre, aveva annunziato a’ suoi amatissimi sudditi, che nel governare avrebbe seguito le sante orme del suo augusto genitore. [p. 5 modifica]

13. L’eco delle vittorie di Palestro e San Martino, che già sordamente agitava que’ popoli, e che destava forti speranze nelle calde fantasie meridionali;

14. Il malcontento delle masse esasperate dagli arbitrii della polizia, grande elemento per seminarvi l’odio contro il Governo;


III. Il concorso di tali coefficienti aveva preparata e maturata in questa Italia meridionale quella rivoluzione morale, la quale già compiuta in potenza, non aspettava che un Uomo predestinato a personificarla ed a mettere in lavoro così preziosi ammannimenti, per tradurla ne’ fatti. Sorse quest’uomo, e fu Giuseppe Garibaldi, prescelto dalla Provvidenza ad affrettare il compimento dell’Unità nazionale, così abilmente iniziata ed avviata da’ gagliardi e risoluti propositi di Camillo Cavour e di re Vittorio Emanuele, e così concordemente coadiuvata dal popolo italiano, che anelava di costituirsi a libera e poderosa Nazione. La via sacra percorsa da Garibaldi da Marsala a Capua non fu che una serie di stupendi ed epici fatti; e questi fatti memorabili non furono, alla loro volta, che il logico, fatale, inevitabile ed irresistibile portato del gran movimento nazionale italiano; preparato da più secoli con diuturna, lenta, ma indefessa elaborazione, a traverso di feroci persecuzioni, d’immani martirii, di sanguinose carneficine, di dolorose proscrizioni, e di durissime e lunghe prigionie. E questa elaborazione, or latente or palese, non si arrestò mai, finchè non giunse a cangiare in fermo volere quell’antico sospiro dell’Unità della patria, nutrito da tutti i grandi italiani da Dante Alighieri a Giuseppe Garibaldi.

Del quale i rapidi e fortunati successi in Sicilia dove, nuovo Ercole, debellò la tirannide, colpito avevano a meraviglia le fervide menti, e commossi profondamente, benchè in vario modo, gli animi del continente napolitano. E [p. 6 modifica]dico in vario modo, perchè quelle gesta, mentre rialzavano il coraggio di chi voleva unire l’Italia sotto una sola monarchia ed una sola bandiera, agghiacciavano il sangue ai partigiani di Francesco II, ed accasciavano tutti que’ neghittosi che, addormentati all’uggia del governo dispotico, vedevano il finimondo in qualunque mutazione politica che li spostasse dalle loro cucce per richiamarli alla vita. Or lo sgomento degli uni, il vivo ardimento degli altri, la febbrile esaltazione dell’opinione pubblica che sovrastava gigante, l’avvicendarsi delle cose italiane così propizio alle aspirazioni unitarie, tutto ciò doveva addurre per naturale e necessaria conseguenza, che il passaggio di Garibaldi in Calabria, variamente bramato e temuto, non avrebbe ad incontrare alcuna seria e durevole resistenza.

Trapassa a un tratto, e come folgor piomba
     In sul calabro suol, gli abitatori
     Di quella forte region chiamando
     A libertà, mentre a migliaja l’armi
     Cedono i regii; e di Lucania a stormo
     Suonan le ville, i borghi e le cittadi;
     E i generosi popoli dell’Agro
     Salernitano levansi pur essi:
     Sicchè un nuovo terror l’anima invade
     Al figliuol di Fernando, e di Gaeta
     A chiudersi lo spinge entro le mura.

Ed il Morisani, in questo processo di fatti provvidenziali, esplicatisi da Calatafimi a Gaeta con una rapidità inconcepibile, non sa vedere che una seguela di tradimenti e di vergognose capitolazioni, derivati da meditata trama di fellonie e di vigliaccherie, di slealtà e di seduzioni, perpetrate colla forza dell’oro! Ma se per le cause dette di sopra, e non ignote al Morisani, si prevedeva pur troppo che la rivoluzione nazionale, già compiuta in molta parte dell’Italia [p. 7 modifica]superiore e centrale, ed anche in Sicilia, sarebbe divampata di qua dallo Stretto, ed avrebbe avvolto nelle sue fiamme l’Italia meridionale, per fonderla nella grande personalità dell’Unità italiana; se già si prevedeva che tal rivoluzione sarebbe fra breve penetrata nelle Calabrie, per la via di questa Provincia, di cui Reggio è capoluogo; era ben naturale, a me pare, che gli abitanti di questa città avessero a preoccuparsi seriamente degli effetti della bufera che stava per addensarsi su queste contrade, e ben naturale era altresì che ogni onesto cittadino cercasse con ansiosa sollecitudine di risparmiare, o attenuare alla povera Reggio le dure prove e calamità, che trae seco ogni commovimento e conflitto civile.


IV. Nell’accettare io dunque in que’ momenti gravissimi le funzioni d’Intendente della Provincia, con piena balìa di nominare i Sindaci ed i Consiglieri comunali, non ebbi altro intento che quello di adempire ad un sacro dovere di cittadino, al dovere di contribuire quanto più si potesse alla salvezza del paese, così terribilmente esposto ai primi colpi della progrediente rivoluzione, e quindi a disastri sanguinosi, ed a scompigli di ogni fatta. Ed accettandole senza perplessità, dichiarai tosto e senza ambage al Governo che la mia accettazione era diretta a conservare l’ordine pubblico e la sicurezza delle famiglie nell’intera Provincia, sino a che una forza maggiore non mi avrebbe costretto di rientrare nella vita privata, da cui in quel momento non mi rimoveva che un imperioso dovere di cittadino.

Oggi che il sig. Morisani intende di riandare gli eventi del 1860, io, raccolto ne’ miei domestici dolori, non posso rilevare, come avrei desiderato, i molti svarioni storici che infarciscono il suo libro. Però lasciando che altri faccia queste necessarie correzioni nell’interesse della verità, mi restringerò solo a chiarire que’ fatti, ne’ quali io sono stato parte [p. 8 modifica]non ultima, e che quindi più direttamente si attengono agli atti della mia amministrazione politica.


V. Il Morisani, nel cominciare ad occuparsi di me, ha la cortesia di definirmi intelligente ed onesto amministratore, tenuto in concetto di liberale; ma subito dopo comincia destramente a pungermi, e così prosegue a trattarmi in tutte quelle parti del suo scritto, dove tornano in mezzo il mio nome ed i miei pubblici atti. Asserisce egli dunque in primo luogo che io ero per principii politici federalista, e che poi cedendo alle insinuazioni di Salazaro, ho aderito cogli altri patrioti del paese al programma di Pallavicino e Garibaldi, cioè Italia una con Vittorio Emmanuele, e ciò sin dall’anno prima 1859 epoca in cui fui nominato Sindaco. Non occorre qui altro, per rispondere, che riprodurre quanto che io dissi agli elettori politici del Collegio di Reggio, addì 24 ottobre 1865:

«Non nego di essere stato federalista; ed il fui quando moltissimi altri, che oggi sono ardenti unitarii, baciavano le insanguinate mani a’ nostri carnefici e persecutori: ed il fui, quando nel concetto della Confederazione italiana s’incarnava l’aspirazione patriottica di veder riunite in un corpo tutte le sparse membra del bel Paese sotto gli stessi ordini politici, e raggiunto più tardi, con progressiva trasformazione unificatrice, il fatto dell’Unità nazionale. Ma dopo la memoranda audacia dell’omerico Garibaldi, che con un pugno di prodi troncò di netto il nodo gordiano, e rese l’Unità così celeremente e stupendamente possibile, il divenire unitario fu una politica necessità, che tutti i patrioti con vivissima gioja accettarono. Ed io pure, che non mi sentiva meno italiano degli altri, io pure mi son palesato unitario senza esitazione alcuna, sì perchè dopo i fatti del 1860 il rimaner federalista non sarebbe stata più un’aspirazione patriottica, ma un reato di lesa nazione, che avrebbe condotto all’abisso, sì perchè il sospiro diuturno ed il fine ultimo di ogni sin[p. 9 modifica]cero patriota fu l’Unità nazionale, senza di che libertà ed indipendenza non sono che nomi illusorii e vani».


VI. Segue il Morisani, parlando di me: «Allora nominato Intendente credette poter accettare la prima carica dalla Provincia da un governo che certo contrariava il suo programma, come avea creduto, egli liberale, di accettare la nomina di Sindaco da un governo assoluto.»

Sotto il governo assoluto non tenni mai l’uffizio di Sindaco, al quale prima del 1848 mi rifiutai sempre, come mi rifiutai ancora in quello stesso anno, quando venivo nominato dal Governo costituzionale, perchè già presentivo che un governo cosiffatto (impossibile sotto i Borboni) non poteva avere che breve ed efimera durata. Dopo il 1848 non feci mai il Sindaco sotto il Governo assoluto, perchè mi si volle impartire l’onore di registrarmi nella lista degli attendibili; ch’eran privati de’ diritti civili.

E sapete perchè accettai tale uffizio ne’ primordii del 1860 sotto il Governo assoluto? Perchè allora sapevo con certezza che da ivi a poco il governo si sarebbe mutato in rappresentativo. Né, da Sindaco, sono stato allora disutile al mio paese, perchè quando venne il generale Ritucci, per missione del Re, a spiare lo spirito pubblico, e la situazione delle cose, io mi adoperai a tutt’uomo che egli non desse ascolto a que’ soliti leali che correvano a lui con liste di cittadini da essere carcerati o proscritti. Il Ritucci perse benevola attenzione alle mie schiette parole, ed accortosi che gli eventi precipitavano, si contentò di chiamare presso di sè i più noti liberali, e di esortarli a non compromettersi con premature manifestazioni, perchè egli era già persuaso che la Donna (l’Italia) era incinta, e che giunta al termine del nono mese, nessuno poteva impedire che partorisse; mentre se essi volessero sforzarne la gestazione non sarebbe uscito fuori che un aborto. [p. 10 modifica]

Se fosse stato allora Sindaco uno de’ leali avrebbe spinto il Ritucci a rigorose provvisioni, a carcerazioni ed a persecuzioni, ma avrebbe in pari tempo raddoppiato l’odio, che già vivissimo covava contro il governo borbonico: e più inasprito i cittadini che già stavano colle ugne spiegate gli uni contro gli altri.

Se poi non feci diniego al primo uffizio della Provincia nel luglio del 1860, fu perchè mi persuasi che in quella gravissima emergenza avrei reso un buon servizio al paese, accettando; lo avrei colpevolmente disservito, non accettando: quando appunto Giuseppe Dentice d’Accadia prima, e poi Ignazio La Russa declinavano tale uffizio, perchè sentivano rumoreggiare l’uragano, e non erano proclivi a gittarsi al governo di una Provincia, dove l’incendio della rivoluzione era tanto imminente.


VII. Il Morisani crescit eundo, e sentenzia: «Accettò egli dunque (il Bolani) la carica d’Intendente deliberato a favorire la rivoluzione, e coll’animo di cooperarsi a distruggere quel governo che egli rappresentava.» Mi fa troppo merito il Morisani, attribuendomi propositi che non mi passarono mai per il cervello. Io non aveva alcuna forza per distruggere ciò ch’esisteva, nè potevo arrestare gli avvenimenti, che per il concorso di tante circostanze straordinarie, procedevano con prodigiosa rapidità. Un solo ed unico pensiero occupava allora la mente mia; una sola era la mia missione, quella di salvare il mio paese da’ temuti eccidii e dalla guerra civile. Ogni mio sforzo era quindi concentrato a conseguire che gli avvenimenti non precipitassero con premature sommosse, con imprudenti e sconsigliate provocazioni. E pure assistendo alla distruzione di ciò ch’era destinato a cadere, mi studiai con ogni possa di moderare il corso de’ fatti, di non permettere che la pubblica eccitazione trascorresse a scompigli e ad anarchia, e [p. 11 modifica]di tutelare fino all’ultimo istante il rispetto delle persone, la sicurezza delle famiglie, l’ubbidienza delle leggi. E vi sono riuscito, e mi compiaccio che, mercè dell’opera mia, aiutata da quella de’ veri ed onesti patrioti, e dell’intera popolazione, siasi potuto passare dal vecchio al nuovo ordine di cose senza sconvolgimenti sediziosi, senza private vendette, senza spargimento di sangue.

E sappia il Morisani che io allora non tacqui mai al Governo le vere disposizioni dello spirito pubblico, che incitava gli animi a favorir Garibaldi, e ad aiutare il movimento unitario, non più reprimibile da forza umana in quel generale sollevamento della pubblica opinione, la quale conduceva i volenti e traeva gli avversi. Ed allorchè Francesco II, verso la metà di agosto, spediva a me direttamente un Uffiziale superiore per conoscere, senza intermezzo di alcun Ministro, la vera situazione delle cose, io schiettamente gli dissi parermi oggimai impossibile il poter combattere la rivoluzione, e riuscire a domarla, essendo evidente che alla stessa dava alimento e calore il governo piemontese, palesemente protetto dalla Francia e dall’Inghilterra. E lo spirito pubblico era già tanto esaltato, e l’esercito così scoraggiato e moralmente sgominato dall’imponenza del sentimento nazionale, che sembrava male atto a tener testa all’urto dei Garibaldini, guidati dall’audacia del loro condottiero.

Ed ecco quel che sullo stesso proposito io riferiva, il dì 18 agosto al Ministro dell’Interno: «E. V. Eccellenza, nelle alte regioni, in cui si trova, può, con miglior senno che non è il mio, valutare che la posizione presente dell’Europa, l’incertezza dell’avvenire, e (non debbo nasconderlo a V. E.) le tendenze unitarie, che in più modi si manifestano colla libera stampa e colla varietà dei sentimenti, sono le vere cause dell’agitazione che occupa tutte le menti; incertezza ed agitazione che si verificano nel generale in questa Provincia. Ad onta però delle tante prossime cause, queste popolazioni si [p. 12 modifica]mantengono in una lodevole tranquillità; della quale soltanto non potrei certamente compromettermi allorquando il territorio di essa dovesse soggiacere alla pressione d’imponente invasione. Sia perciò sicura l’Ecc. Vostra che io, esortando gli uni, accarezzando o minacciando gli altri, servendomi imparzialmente delle misure di rigore contro i tristi d’ogni fatta, farò, quanto è in me, che questo paese resti preservato da qualunque momentaneo disordine; e mi compiaccio di manifestare all’E. V. che a raggiungere il mio scopo sono energicamente aiutato non solo da queste Autorità militari, ma dal contegno di questi miei concittadini, i quali mi confortano colla loro buona volontà, e colla loro piena fiducia.»


VIII. Continua il Morisani: «Egli si annunziò a’ suoi concittadini con un programma equivoco, uso del tempo, disse essere chiamato da’ superiori comandi, senza nominare il Re, ecc.» Io conseguente al mio scopo di conservare l’ordine pubblico e la sicurezza delle famiglie, e di favorire l’esercizio delle libertà costituzionali, non poteva e non doveva occuparmi, in quegli istanti penosi (ove ci andava per mezzo o la salvezza o l’eccidio del mio paese), di persone e di dinastie, le quali a fronte degli elevati interessi del popolo e della nazione debbono cedere il luogo e sparire; soprattutto quando esse sono state perpetuamente la negazione di tali interessi. Essendomi determinato dunque di servire e salvare il mio paese, nella qualità di cittadino libero ed indipendente da qualunque personale influenza, aveva fatto proposito di non esser devoto e ligio di alcun nome, quale ch’esso si fosse; e perciò non per servire Francesco II, o Garibaldi o Vittorio Emmanuele io mi prestai ad amministrar la provincia nel 1860, ma unicamente, mi piace ripeterlo, per servire il mio paese, come telegrafai al mio amico Salazaro. E se feci e fo ossequio al nome di Garibaldi, di Vittorio Emmanuele e di Camillo Cavour, è perchè in loro veggo immedesimati [p. 13 modifica]l’idea, il concetto ed il fatto dell’indipendenza ed unità d’Italia, di cui furono i fattori più strenui ed illustri.


IX. E dalli, sig. Morisani! «Bolani avvicinato da’ più contrarii al Governo ch’egli rappresentava, lasciava fare, i più furbi non lo abbandonavano d’un passo, ed ebbero cura di sottrarre dal gabinetto particolare dell’Intendente le carte più interessanti. Questi uomini poi nel momento del loro trionfo neppure gli furono riconoscenti della sua condiscendenza.» I più contrarii al Governo costituzionale ch’io rappresentava (costituzionale non dinastico, signor Morisani) non furono allora i liberali, ma gli arrabbiati partigiani del passato, i quali mentre congiuravano ne’ loro covili, e non sapevano perdonare a Francesco II di aver data la costituzione, scomparvero poi tutti come trepidi conigli, quando era il momento d’impugnare i fucili, e correre alla difesa del trono borbonico, che stava per andare in pezzi. E cotesti uomini erano quelli che, a detta del Morisani, volevano lealmente il mantenimento della costituzione, come lealmente il volevano le Guardie Urbane ed i Gendarmi, per ubbidire al Re che con tanta spontanea lealtà l’aveva concessa a’ suoi sudditi! Non so poi davvero chi sieno stati questi furbi che non mi abbandonavano d’un passo, nè so tampoco quali carte abbiano sottratte dal gabinetto dell’Intendente: ed aspetto che il Morisani mi fornisca intorno a ciò le occorrenti spiegazioni per mio disinganno. Questo solo io so che taluni furbi di vario colore volevano atteggiarsi a miei consiglieri, e farmi regalo de’ loro disinteressati suggerimenti, gli uni esortandomi ad oppormi con risolutezza alle mene rivoluzionarie ordinando arresti e proscrizioni, gli altri spingendomi a rompere gl’indugi, a far tavola rasa di tutti gl’impiegati dell’Intendenza, ad affrettare gli avvenimenti, a recarmi in Messina per complire il General Garibaldi, ed offrirgli le chiavi della città. Ma sì agli uni che agli altri io risposi che [p. 14 modifica]la mia via era tracciata, e che nessun loro consiglio avrebbe mai potuto rimuovermi dalla linea che io avea segnata agli atti della mia amministrazione per non fallire alla meta. De’ quali atti io non doveva render conto che al mio paese ed alla mia coscienza. Stia certo il sig. Morisani che io allora non perdei mai di mira lo scopo santissimo di salvare il mio paese, nè volli tollerare alcuna pressione che potesse venirmi o dal governo, o dalla piazza, o da’ furbi di ogni risma.

E molto meno io so capacitarmi di che cosa non mi fossero stati riconoscenti questi uomini che egli chiama furbi, e che nella maggior parte non erano che il fiore de’ più specchiati ed onesti liberali non pur di Reggio, ma dell’intera Provincia. Se egli regala quell’attributo di furbi e d’irriconoscenti a quei patrioti che dopo di me ebbero il governo della Provincia, io debbo respingere la sua asserzione, ed attestargli che in vece di essermi stati irriconoscenti, mi pressarono anzi a non ritrarmi dall’amministrazione della Provincia, dove potrei tenere il luogo d’Intendente civile, mentre il sig. Antonino Plutino ne aveva il governo politico, commessogli dal General Garibaldi. E tale invito mi venne fatto personalmente dal sig. Agostino Plutino, a cui io, mostrandomi grato, risposi che non potevo accettare l’offertomi uffizio per varie ragioni, e principalmente perchè sentivo il bisogno di tornare alla vita privata, e di cercar riposo nelle cure della famiglia.


X. Continuando il suo racconto il Morisani, si fa a descrivere i fatti del 27 luglio, quando più accesi a speranze rivoltuose erano gli animi, e più manifesto per conseguenza l’odio contro il passato. Egli afferma che sopravvenuto Gallotti in compagnia di guardie nazionali e borghesi de’ più influenti del partito fe incontanente rientrare i soldati in caserma. Poi si recò ov’erano accasermati i gendarmi e impose loro gli arresti e il disarmo. Di fatti consegnarono le armi alle Guardie [p. 15 modifica]nazionali che li condussero nel Castello». Non fu il Gallotti, ma il Dusmet che fece rientrare all’ubbidienza i soldati del 13, i quali tentavano uscire, ma non venne lor fatto, dall’Orfanotrofio, dove stanziavano, per dare spalla a’ gendarmi, e lanciarsi a’ danni della città. Nè è vero che i gendarmi furono arrestati e disarmati, e che le Guardie nazionali li avessero condotti in castello. Ma per meglio completare la narrazione, che il Morisani fa de’ fatti del 27 luglio con poche superficiali parole, trovo opportuno di trascrivere in questo luogo quanto allora io riferii sul proposito al Ministro dell’Interno sotto la data del 28 luglio; e garentisco l’esattezza di quella mia relazione, che è come segue:

»Sento il dovere di esporre all’Ecc. Vostra il dettaglio de’ fatti che momentaneamente compromisero la tranquillità pubblica di questo paese. Ieri mattina a buon’ora mi era stato riferito che nella notte precedente molti individui fossero sbarcati furtivamente in questa, fuggiti dalla vicina Messina con animo deliberato di turbar l’ordine pubblico e di gittarsi alla rapina. Io ho subito ordinato alla Guardia nazionale che s’incaricasse dalla tutela dell’ordine, arrestando le persone sospette, e quì venute senza essersi presentate ad alcuna Autorità, e senza carte giustificative. Un picchetto dunque di Guardia nazionale unito alla truppa, saputo dove stavano nascosti alcuni di essi, cercò di averli in mano per vedere se avessero armi addosso, o altri oggetti che dessero indizio delle loro segrete intenzioni. Ma costoro datisi alla fuga corsero a trovar rifugio alla caserma della Gendarmeria, sin dove furono perseguitati dalla Guardia nazionale che ne domandò la consegna. Ma la Gendarmeria non solo si oppose alla consegna di tali individui, ma fece fuoco addosso alle armi nazionali; e ciò in un momento in cui la Guardia medesima, avvertita da un Uffiziale che sarebbe bisognato prendere gli ordini del Comandante della Provincia per avere la consegna de’ detti individui, si era ivi soffermata ed aspettava tale ordine. [p. 16 modifica]

Ciò portò una concitazione generale nel popolo che cominciava ad accalcarsi; ma mediante l’attiva cooperazione di questo Comandante delle armi della Provincia, e di parecchi Uffiziali di linea, fu sedato ogni timore di tumulto, promettendo soddisfazione a’ cittadini. Intanto si venne a sapere che i detti individui, fuggiti da Messina e sbarcati in Reggio, erano tutti affiliati ed assoldati dalla vecchia polizia di colà, i quali fuggivano da quella città per l’avvicinarsi di Garibaldi. Ciò produsse siffatta irritazione nel popolo che avrebbe voluto gittarsi addosso a tali persone e farne sterminio, tanto più che si vedeva essere protetti da’ Gendarmi, i quali non volevano consegnarli. In questo frangente ho veduto il bisogno di unirmi alle altre Autorità, nello scopo non solo di far rientrare la calma negli animi, ma anche di salvare quegli sciagurati da qualunque pericolo. Unitomi dunque col comandante delle armi della Provincia sig. Cesare Gallotti, col Sindaco di questa città Cav. Domenico Genoese Zerbi, col Tenente della Gendarmeria Gaetano Murena, e col Capitano della Linea Michele Paglia, ci siamo prima adoperati che il popolo stesse calmo, promettendo che avremmo prese le misure convenienti, perchè fosse impedito qualunque ulteriore pericolo per la città. Intanto la Guardia nazionale accorsa in gran numero conteneva il popolo a non avvicinarsi alla caserma della Gendarmeria, e raccomandava la quiete. Ciò fatto i detti signori Comandante, Sindaco, Uffiziali ed io ci siamo avviati verso la Gendarmeria con animo di dimostrarle che la Guardia nazionale non aveva avuto menomamente l’intenzione d’inveire contro i Gendarmi, ma che con modi civili aveva chiesto la consegna di quegl’individui siciliani, ch’erano stati causa della pubblica commozione.

La Gendarmeria nondimeno, al primo vederci, aizzata da alcuni malvagi della stessa arma cominciò a gridare minacciosa che non ci fossimo avvicinati, e riunitasi colle ba[p. 17 modifica]ionette abbassate, imponeva che ci facessimo indietro. Noi contuttociò, esortando e pregando i Gendarmi a calmarsi, perchè nessuno voleva loro far male, ci andavamo lentamente approssimando, e colla forza delle nostre esortazioni abbiamo finalmente ottenuto che la Gendarmeria rientrasse nell’ordine, e si raccogliesse nelle caserme. Allora, chiamato immediatamente il soccorso della truppa di linea, il Comandante ha ordinato che la Gendarmeria, con armi e bagaglio, fosse consegnata nel regio Castello. Di tal misura il popolo restò pienamente soddisfatto, ogni timore di tumulto e di collisione svanì, e la calma rientrò subito negli animi di tutti.

E qui debbo manifestare a V. Eccellenza l’ammirabile disciplina della truppa di linea, la quale egregiamente diretta dal Comandante della Provincia signor Cesare Gallotti, e dal Tenente Colonnello signor Antonio Dusmet, concorse efficacemente, ed in pieno accordo colla Guardia nazionale, al mantenimento dell’ordine, ed a confortare i cittadini che nulla avessero a temere. Debbo particolarmente attestare che l’Uffiziale di Gendarmeria signor Gaetano Murena si è energicamente sforzato a contenere i Gendarmi, sgridandoli in modo da esser minacciato da’ medesimi, che non sentivano più il comando de’ loro uffiziali.

La truppa e la Guardia nazionale rientrarono ne’ quartieri in mezzo alle grida popolari di Viva la libertà, Viva il Re, Viva la Guardia nazionale e l’Esercito.

Intanto una brigata di militi nazionali continuò ad impadronirsi degli altri individui siciliani, che perseguitati dalla pubblica indignazione, correvano rischio della loro vita. Ed io, per salvare i medesimi da qualunque pericolo, e per non dare alcun pretesto a tumulto, ho ordinato che gli arrestati in numero di quaranta finora, fossero consegnati nelle carceri centrali, per essere rimessi al Potere giudiziario, o meglio, per essere allontanati sotto scorta da questa città, ed [p. 18 modifica]avviati in qualche fortezza per garentir loro la vita, in momenti che nessuno potrebbe loro garentirla quando fossero liberati dal carcere, o costretti a ritornare in Sicilia».

Più tardi poi si verificò che que’ disgraziati Siciliani erano poliziotti che all’appressarsi di Garibaldi in Messina, corsero a cercar ricovero nella Cittadella, dove il general Clary non potè in quel subito scansarsi di accoglierli, ma volendo poscia sbarazzarsene, prima che Garibaldi entrasse in Messina, li fece per forza salire sopra barcacce, e trasportare e buttare di notte tempo su queste rive di Calabria, non pensando che dalla brace sarebbero caduti nel fuoco.


XI. Or torniamo al Morisani, il quale interessandosi dei gendarmi chiusi nel castello, esce in una patetica compunzione, esclamando: — Obbedirono a tanto rigore que’ vecchi soldati, e taluni non poterono celare lagrime di rabbia e di vergogna. Disarmati e puniti in nome del Re, essi cittadini e soldati, che pel Re erano pronti a sagrificarsi!» Oh questa poi è marchiana, amico Cesare! Ammorbidirvi, salmisìa, a tal segno da chiamar cittadini e soldati i Gendarmi! Que’ gendarmi che furono sempre gli abborriti strumenti della feroce Polizia, che voi stesso, caro mio, confessate essere stata il grande elemento che seminò l’odio contro il Governo? Se voi foste stato allora testimone oculare de’ fatti perpetrati, e de’ mortali pericoli in cui versavamo, oh non avreste, perdinci, portato sul conto di que’ tristi un giudizio così appassionato, ed anzi voi pure avreste avuto rossore in quel momento di non imbracciare un fucile, e di non correre anelante alla comune salvezza, come fecero tutti i cittadini, da’ 20 a’ 70 anni, senza distinzione di opinioni e di partiti politici.

Andiamo avanti, chè la via lunga ne sospinge. Dopo l’entrata di Garibaldi in Reggio, tutti temevano, dice il Morisani, i danni dal Castello, e della cooperazione della regia [p. 19 modifica]Squadra in caso di conflitto, per cui si pensò d’inviare una deputazione a Salazar, onde pregarlo a rispettare la città. Dapprima s’invitò per tal missione il nipote di lui, che copriva alta carica amministrativa, e al suo rifiuto, gli si presentò l’Intendente della Provincia signor Bolani, a capo di altri tre cittadini del paese, egli li accolse con ogni cortesia, e promise di accontentarli.

Nipote del Salazar era il nostro concittadino sig. Antonio Reitani, Direttore dei dazii diretti, il quale non è vero che si sia rifiutato, anzi si porse assai volentieri al mio invito, rispondendomi che come cittadino di Reggio era lietissimo di poter prestarsi a pro della patria. La Deputazione quindi non fu composta che del detto signor Reitani, del Cavaliere Bartolo Melissari, che aveva le funzioni di Sindaco, e di me Intendente; e recatasi presso il Salazar, conseguì pienamente, e con pubblico applauso, lo scopo della sua missione.


XII. Tornando alla carica il Morisani, continua: «Il signor Spanò Bolani, che avea pur lavorato e tanto influito pel trionfo di quegli uomini, che allora anzichè compensarlo lo dimenticarono, ne fu dolente, ed in una sua lettera al signor Salazaro, del 22 luglio 1862, fa vedere il dispetto che ne sentì per tale abbandono, e d’altra banda confessa la sua complicità coll’invasione garibaldina.» Nella mia lettera a Salazaro io scriveva che avrei presa occasione di smascherare que’ vilissimi, i quali scomparsi in quei solenni momenti e lasciatomi solo, son poi tornati su dopo la venuta di Garibaldi e si sono strombazzati i più strenui campioni della redenzione della patria.

È evidente che in essa lettera io non faceva allusione che alla notte del 20 agosto, quando, cominciata la zuffa tra garibaldini e borbonici nella piazza del Duomo, io corsi al palazzo dell’Intendenza per tenermi pronto ad ogni evento, [p. 20 modifica]e provvedere, sinchè mi fosse possibile, agli urgenti bisogni della situazione. Quella stessa sera del 20 agosto molti notabili cittadini erano venuti a trovarmi, offrendomi il loro concorso ne’ sinistri casi che potessero sopravvenire durante la notte, quando già si conosceva che Garibaldi avrebbe preso le mosse per Reggio o in quella notte medesima, o all’albeggiare del giorno vegnente. Contuttociò, recatomi all’Intendenza al rumore delle prime fucilate, aspettai invano che nelle affannose ore del conflitto venisse a trovarmi qualcuno di quelli che a prima sera eransi mostrati così generosi, e mi avevano promesso il loro aiuto e la loro assistenza. Laonde io, non potendone altro, al far dell’alba, dopo che cessata la pugna, i soldati avevano cercato scampo nel Castello, lasciai la residenza dell’Intendenza, e consegnatene le chiavi al guardaporta Pietro Pangallo (il solo che fosse rimasto incrollabile in tanto conquasso) mi ritrassi in casa mia per cedere il posto a’ nuovi arrivati; alienissimo dallo stare a ricevere Garibaldi, per fargli ostensibili i miei meriti rivoluzionarii, ed aspettarmi quel compenso che è passato per l’immaginativa del sig. Morisani. Al quale ripeto che l’unico compenso che io promisi a me stesso in quella difficile congiuntura l’ho compiutamente raggiunto. Impedii sino all’ultimo istante le sedizioni popolari; tutelai la tranquillità pubblica e la sicurezza delle persone; ottenni che sino alla notte del 20 agosto la Guardia nazionale ed i soldati tenessero promiscuamente, con mirabile accordo, i posti di guardia, e facessero le pattuglie nella città; e dopo tutto ciò tornai volentieri alla vita privata colla coscienza soddisfatta e tranquilla, e colla certezza di non aver demeritata la stima dei miei concittadini. Fu certamente un gran momento storico quello, in cui, stando io Sindaco, il governo da assoluto divenne libero e rappresentativo; e stando io Intendente, lo Stato delle Due Sicilie perdette il suo essere, per divenire una delle più splendide gemme della Corona italiana. A [p. 21 modifica]quale maggior compenso può aspirar l’uomo onesto che adempie a così santi doveri senza stolte ambizioni, e senza abbiette cupidigie? E poi, non è per me un alto guiderdone morale, che dal 1860 sin oggi mi vegga tuttavia onorato, senza che io il chiegga ad alcuno, della rielezione a Consigliere comunale di Reggio, ed a Consigliere provinciale; segno manifesto che la pubblica stima non mi è ancora venuta meno? Non fu per me un segnalato compenso l’essere stato eletto e riconfermato Presidente di questo Consiglio provinciale nel primo triennio dopo la costituzione della Monarchia italiana?

Che se poi il Morisani volle significare che io rimasi dolente di non aver agguantato alcun posto lucrativo, o checchè altro si voglia, dal Governo nuovo, io lo prego di discredersi, e di credere bensì che non sono quell’uomo ch’egli mi valuta e descrive. E spero che i miei concittadini mi abbiano già da lunga pezza valutato meglio di lui; e ciò è più che sufficiente al mio amor proprio. Nè mi dimenticò il Governo italiano, anzi dopo qualche mese del Plebiscito delle Provincie meridionali, mi si fece l’offerta, per mezzo di cospicuo personaggio, del vice-governo in qualche circondario delle provincie nostre, colla esplicita promessa che indi a poco sarei stato promosso a Governatore. Al quale invito io mi scusai di non potere aderire, perchè nè potevo nè volevo abbandonare la religiosa quiete degli affetti e cure familiari, e quegli studii che in tutti i travagli della vita furono il mio refrigerio e rifugio.

Dall’avere io poi accennato nella detta lettera alla redenzione della patria, il Morisani maliziosamente deduce la mia complicità in quella epopea ch’esso appella invasione garibaldina. A questo riguardo, pensi pure il Morisani come gli aggradisce. Io voglio soltanto augurarmi che le sue parole non abbiano a servire come capo di accusa contro la mia povera persona, se mai una Commissione militare, di là da venire, [p. 22 modifica]sarà chiamata a giudicare i reati politici del 1860! Per ora mi acquieto alla sentenza che su’ fatti di quell’anno memorabile fu emessa dal Tribunale europeo della Pubblica Opinione.


XIII. Come ha potuto scorgere chi lesse il libro di Cesare Morisani, in quelle pagine il mio nome ricorre assai spesso; dal che è palese che io non solo fui testimone nei fatti del luglio ed agosto del 1860 in Reggio, ma anzi ne fui non picciola parte. E nondimeno, egli che dice di averne raccolte le notizie da individui che ne furono testimoni o parte, non stimò punto necessario di rivolgersi a me, nè ad altri del mio stampo, da cui avrebbe potuto aver dovizia di notizie esattissime ed autentiche, risultanti dalla copiosa corrispondenza che allora, per ragione del mio uffizio, dovetti avere attivissima e col governo, e colle varie Autorità della Provincia. Egli ha creduto attingere a ben altre fonti da lui probabilmente tenute più pure e meno sospette delle mie; e non è quindi meraviglia che nei suoi Ricordi storici faccia deficienza assai sovente quella esattezza ed imparzialità, in cui ha tentato di mantenersi, ma indarno. Perilchè in ogni passo della sua narrazione trasparisce assai limpidamente appassionato e leggiero. Egli inoltre, rimpiangendo con tuono elegiaco la caduta del trono borbonico, e la distrutta autonomia del Regno delle Due Sicilie, non trascura di mordere, con acredine mal dissimulata, que’ liberali (da lui asserti furbi) che concorsero a compaginar le slogate membra della famiglia italiana, ed a creare e costituire quell’Opera grandiosa che si chiama Regno d’Italia.

Quando il Morisani, tornando sopra il suo lavoro, vorrà forbirlo delle non poche mende che lo guastano, avrà modo di accorgersi che a scriver la storia con imparzialità e senza preconcette simpatie ed antipatie, occorre attingere [p. 23 modifica]le notizie a tutte le scaturigini di qualunque opposta provenienza, e da esse trarne il costrutto della verità storica con ponderato e paziente discernimento, guardando le cose avvenute da un ambiente elevato, dove le correnti delle svariate opinioni e delle fazioni politiche non possano giungere ad abbuiare la serenità dell’intelletto, e l’impassibile rettitudine del giudizio. Allora solo il Morisani farà opera utile alla storia, al suo paese, al suo nome.

Reggio 27 agosto 1872.

Domenico Spanò Bolani




CORREZIONI


Alla pagina 5, linea 7, dove dice Il concorso tali coefficienti si corregga Il concorso di tali coefficienti.