Novella del Bianco Alfani

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Novelle

Letteratura Novella del Bianco Alfani Intestazione 18 gennaio 2015 25% Da definire

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NOVELLA.

IL BIANCO ALFANI PER UNA LETTERA ASTUTAMENTE FATTAGLI, SI CREDE PER QUELLA ESSERE ELETTO CAPITANO DI NORCIA. PARTESI DI FIRENZE, E VAVVI; GIUNTO A NORCIA SI TROVA ESSER BEFFATO; POI SI TORNA A FIRENZE COL DANNO, E CON LE BEFFE.

Qualunque di voi credo, che conosca il Bianco Alfani, o molte volte l'abbi udito raccordare, il quale quantunque nella sua prima vista mostri d'esser giovane, credo, che abbia più che quarant'anni. E benchè a lui paia essere astuto, e malizioso, più si conforma la sua astuzia con l'apparente età, che con la vera, come potrete comprendere. Egli è stato dalla sua giovanezza infino a questo di quasi continovamente guardiano alle Stinche, dove facendo rimedire i poveri prigioni, ha già guadagnato un tesoro. Ma essendo sempre stato compagnone, e volentieri avendo veduto il viso delle donne, e massime delle giovani, poco del suo guadagno s'ha riserbato, e quel poco udirete come in fine l'ha condotto. Nell'anno passato egli usava molto di venire in Mercato Nuovo, e sempre la sera dopo cena aveva un cerchio di giovani, che traevano a lui, come gli uccelli alla coccoveggia, per udire delle sue millanterie, e novelle, delle quali traevano assai diletto. Accadde, che essendo una sera fra l'altre in su la nostra panchetta, messer Antonio buffone de' signori, e ser Niccolò Tinucci ed io a sedere, esso Bianco era quivi appresso a noi con un cerchio, come usato era. Noi udendo i loro ragionamenti, cominciammo ad aver diletto della sua simplicità, e delle parole, che quei garzoni gli dicevano. Ed essendo cosi stali alquanto a udire, ser Niccolò ci disse : Io vi voglio far ridere. E' ci fu anno esecutore un Giovanni di Santi da Norcia, con lo quale questa bestia per essere stato una volta per non so che faccenda a Norcia, avea assai dimestichezza in modo, che essendo io molto suo, e per bisogni d'alcuni amici spesso visitandolo, le più volte, che io v'andava, io ve'1 trovava, ed avevane Giovanni il maggiore diletto del mondo, facendolo farneticare, come voi avete compreso stasera, che egli fa. Ma tra le molte una accade, che avendogli commesso Giovanni una suafaccenduzza, che in cotali cosette piccole l'adoperava, egli disse: Deh va, Bianco mio, e torna presto con la risposta, e non dubitare, ch' io ti ristorerò una volta di tanta fatica, quant'io ti do d'altro, che di bullette, o di frasche. Benchè voi mi ristorerete, rispos'egli ch'io non conosco forse come son fatti i Norcini? Conosci che vuoi, disse Giovanni, che io ho deliberato come sono a casa, di non restare mai, che io ti farò capitan di Norcia : Udite qua: cotesto sarebbe qualche cosa, ed anche non terrei peggio quella bacchetta, che voi vi tegniate cotesta. Bene : noi ne saremo tosto alla pruova. Alle mani, disse il Bianco, e tutto allegro, dove egli il mandava n'andò. Partito ch'egli fu , l'esecutore cominciò a ridere, e volto a me disse: Che ve ne pare, sere? costui si crede certamente venire nostro capitano, ed io non so se fosse voluto per connestabile de' berrovicri. Ma sapete che è, tenendolo in questa speranza, io n'avrò diletto, e pur farà cotali mie faccenduzze più sollecitamente. Che direte voi, che gli entrò a costui questo farnetico nel capo in modo, che mai poi ve lo trovai, che egli non fosse in su questi ragionamenti, ed erane dileggiato, ed istraziato da tutta la sua famiglia insino da' berrovieri, nò mai se n'avvide. Anzi ultimamente andandosene Giovanni, e facendogli io compagnia per fino al Bagno a Ripoli e' v'era venuto, alla dipartenza molto strettamente gliele ricordò. E l'amico gli disse: Sta di buona voglia, ch' io t'atterrò la promessa ; e cosi l'aspettò egli certo come la morte, alle parole, che egli, tornando noi insieme, mi disse per la via. Io, udito ser Niccolò, cominciai a ridere, e dissi : Qui sarebbe da trarre un gran diletto de' fatti di costui, essendo vero quanto voi detto ci avete. Se noi mandiamo a costui una lettera che appaia venire da questo Giovanni di Santi, dove lo conforti del fatto, noi ce lo faremo su impazzare, e udiremo mille sue novelle qui la sera. Non ne dubitare, disse ser Niccolò. Disse messer Antonio: Alle mani; questa lettera tocca a me, chè il parlare norcino arò meglio, che nessun di voi, e vostra sia la fatica del mandarla, sere, ch'io domattina ve la darò fatta. E cosi fe', che la mattina recò una lettera, che nessuno è, che da altri, che da Norcino avesse conosciuta esser fatta. La qual contenea in effetto, che un suo parente era tratto elezionario del capitano, e ch' egli sperava certamente farlo eleggere; ma che non ne parlasse ancora. Ser Niccolò fattala copiare ad un notaio suo amico, per un corriere suo domestico gliele mandò; il quale essendo del paese tutto di polvere imbrattato, che ben parca, che camminato avesse, arrivò in via dell'Orto dietro a San Piero Maggiore, dove egli stava, e domandando della casa, gli fu insegnata, e trovando il Bianco in su l'uscio, gli fe' reverenza, e diegli la lettera, la quale, come egli ebbe letta, tutto lieto prese il corrier per la mano, e o volesse, o no, gli die cena. E domandandolo di Giovanni, egli li rispondeva come dal sere era stato informato. E cenato ch' egli ebbono, dicendo il corriere, che la mattina voleadi buonora partire , e se gli piacea. che rispondesse, egli rispose, ed avutala, a ser Niccolò la recò, il qual trovandoci ce la lesse, e per essa ben comprendemmo, che lui con ferma speranza se ne stava ; e tanto più quanto il di medesimo, andando noi alle Stinche, trovammo, che egli or con questo prigione, or con queil ' altro, ed or coi soprastanti, ad ogni parola, che dettagli era, diceva: Io uscirò pure una volta di tanta gagliofferia, chè per certo, e' non sarà un mese da oggi, che si vedrà, s'io sono stimato nulla, o qualche cosa. E con questo mille altre pazzie, tutte affermative del nostro pensiero, perchè a noi parve di potere tirare la materia più avanti. E di nuovo scrivemmo una lettera pure in nome del detto Giovanni, e per lo detto corriere ivi a pochi di gliele mandammo, avvisandolo che egli era eletto, e che in pochi di gli manderebbe la elezione; ma che 'l tenesse secreto secreto, tantochè egli gliele mandasse. Della qual lettera subito avemmo risposta, e tale, che noi diliberammo in tutto fargli la natta a compimento. Perchè pochi di appresso ser Niccolò fece una elezione, come a lui parve, e con un suggello grande, che noi accattammo dal Ciave, ora fu suggellata, con una lettera, pure in nome del detto Giovanni, gliele mandammo per lo medesimo corriere, avvisandolo, che adi ventiquattro di luglio egli fosse alla Pergola, presso a Norcia a tre miglia, e solo provvedesse alle bandiere, ed armadura, ed alcuna tovaglia, e dell'altre cose egli il provvederebbe, ma che soprattutto s'ingegnasse d'avere un sufficiente cavaliere. E giunto il corriere a lui, mostrandosi tutto lieto , cavatosi un cappelletto che egli avea , gliele diede, dicendo: Buon prò vi faccia , messere. Il Bianco letta la lettera, e veduta la elezione, ebbe tanta allegrezza, che non ricapeva in sè. E menato a casa il corriere, gli donò grossi quaranta , promettendogli ancor meglio quando a Norcia fosse. E fattogli risposta, mill' anni gli parve d'essere in Mercato Nuovo, dove, com'egli ebbe cenato subitone venne, ed accostatosi ad un cerchio, dove noi eravamo assai presso, rompendo ogni altro ragionamento , disse: Par si se '1 Bianco è conosciuto, o s'egli è stimato nulla? Voltossi la brigata a lui dicendo: Come, che ci è di nuovo, Bianco, che voglion dire queste parole? Egli rispose, avendo la elezione in mano : Che se questa non mente, vedrò, s'io saprò governare un bacchettino come voi altri; e finalmente disse loro , come era eletto capitano di Norcia: e qui cominciò a millantare, e coloro a dargli noia, tantochè fu una festa. E stato quivi un pezzo, e veggendolo noi venire dove noi eravamo, voltosi a ser Niccolò , disse: Giovanni nostro è pur uom da bene, chè quello, che in vostra presenza mi promise largamente, e senza troppo indugio m'ha ottenuto. Ed avendo la carta in mano, disse : Questa è quella faccenda. E che faccenda? disse ser Niccolò. Come! disse il Bianco, è la elezione del capitanato di Norcia. Per la fede tua? Per fede mia; e se voi non mi credete , leggetela. Ser Niccolò lettala, disse : Egli è cosi; e' dice il vero. Or fa , Bianco, una cosa , che chi fa onore a te, tu ne facci a lui, e tutti quivi il confortarono d'andare bene orrevole; e dopo molte novelle quindi ci partimmo. Egli se n'andò a casa , e noi a sfogar lensa, chè gran pena ave— vam sostenuta per non ridere. La mattina vegnente il detto Bianco con la carta in mano, chè senz'essa dubitava non gli fosse creduto, n'andò per tutto Firenze bandendo questo suo nuovo ufficio, dove andar non doveva. E durò questo fatto più, e più di, chè benchè egli avesse la carta, più erano quegli, che non lo credevano, che gli altri. Ma pur poi quando si vide lui far fare le bandiere, e comperar cavalli, ci furono assai che cominciarono a prestarvi fede, quantunque sene maravigliassero. Ora accadde, che avendo lui speso alquanti danari, che egli avea, e bisognandogliene spendere ancora più, gli pareva essere impacciato. Ma tornandogli a memoria, che ser Martino allora notaio delle Riformagioni, più volte gli aveva fatto domandare in vendita un pezzo di terra, che egli aveva dietro alla chiesa di San Marco, per dotare una sua cappella in detta chiesa, la quale egli mai gli aveva voluta consentire, si pensò, che questa dovesse al suo bisogno supplire. Perchè subito andò a ritrovare il detto ser Martino, al quale così disse : Voi avete voluto comperare da me quel mio campo di terra, che è da San Marco, e parendomi fatica venderlo, essendo stato nostro gran tempo, infino a qui non ve l'ho voluto concedere; ora m'occorre il tal bisogno, e tutto narrandogli, gli disse : Se voi il volete, fatene voi medesimo il mercato, che io voglio piuttosto, benchè malagevole mi paia, vendere il mio, e fare onore a chi ne fa a me, che fare altrimenti; poi alla mia tornata de' danari m'avanzeranno, ne comperrò denar di Monte, che mi varranno più che questa terra. Ser Martino udito costui, dettogli che buon prò gli facesse, gli disse : Ben dimostri, Bianco, che tu sii disceso della casa degli Alfani, e che l'animo tuo s'assomiglia a quello degli antichi tuoi; e fai molto bene a farti onore, ed andare bene orrevole. Ed acciocchè niente ti manchi, io son contento far ciò, che tu vuogli; e tu medesimo ne fai il mercato. Ed ultimamente con poca fatica, essendo ser Martino uomo discreto, e da bene, vennero al mercato con giustissimo prezzo. E fattone il di medesimo carta dal banco d'Esaù Martellini, gli fe' dare i denari, i quali ricevuti, si mise in ordine di tutto quello gli mancava. Ed appressandosi il tempo dell'andata, egli tolse un giudice, ed un cavaliere, ed un notaio, come dicea la elezione, che menar dovea, e simile famigli, e donzelli. Ed alcun di innanzi n' andò per tutto Firenze col famiglio dietro, pigliando licenzia da tutti i suoi amici, e conoscenti, promettendo a tutti di farsi onore in modo, che questo ufficio non sarebbe l'ultimo. E finalmente venuto il di, che dovea partire, avviati i berròvieri innanzi a piè, egli con l'altra famiglia tantochè furon cavalli otto, inverso Arezzo prese la sua via. Dove giunto, visitò il capitano, e 'l podestà, ed il simile fe a Castiglione, e a Cortona, e a Perugia a quanti Fiorentini v'erano. I quali veggendolo sì orrevole, e dove dicea ch'andava, conoscendolo, come facevano, n'avevan maraviglia assai; pur da tutti rispetto alla patria, gli fu fatto onore assai. E da Perugia partito, cavalcò infin che giunse alla Pergola appunto adl ventiquattro come scritto gli fu, dove dall'oste fu ricevuto lietamente, e con buona accoglienza, come degli osti è usanza fare. E quivi smontato, e rassettato i suoi arnesi, l'oste veggendolosi bene in punto, gli disse: Gentiluomo, se egli è onesto domandare, dove andate voi per rettore? Come dove vo? rispose il Bianco; io sono il capitano di Norcia. L'oste, tutto stupefatto, stato alquanto sopra sè, disse : Gabbatemi voi? Il capitano entrò in ufficio, non sono ancora quindeci giorni, ed è un valente uom romano. Va buon uom, va, disse il Bianco, tu vorrai dire il podestà, perocchè il capitano sono io; e se tu pure ne stessi in dubbio, leggi qui : e trattasi di seno la elezione, in mano gliele pose. L'oste, che alquanto era letterato, inteso il tinor di quella, quasi si die ad intendere di avere errato, e strettosi nelle spalle, disse: Per certo io sono stasera fuor di me; e spacciato il ragionamento col più abile modo, che egli seppe, diede ordine alla cena. Il Bianco voltosi a suoi ufficiali, disse : Costui ha molto bene l'arte della memoria, poichè non tiene a mente il podestà dal capitano. E cominciato che egli ebbono a cenare, l'oste, quando gli parve avergli avviati, lasciato ad un suo nipote, ed a suoi famigli, che il servissero, montò in su una sua cavalla, e di fatto n'andò in Norcia, e trovato un suo compare, gli disse: Compar, e' m'è intervenuto questa sera il più nuovo caso del mondo, e tutto gli narrò. Il comparsuo cominciò a ridere, e disse : Io non so chi di noi s'è pregno, ma quanto tu mi pari un animale. Non sai tu, che il capitano entrò adì otto di questo mese; il podestà non sono ancor tre mesi che egli prese l'ufficio? O costui ti dileggia, o egli è matto. Come diavolo, disse l'oste, che m' ha mostro la elezione! E così ragionando circa a questo, arrivò in piazza, dove parlandone, con più altri terrazzani s'accozzarono, de quali chi se ne faceva beffe, e chi se ne maravigliava. Pur confortato da alquanti di loro, che il facesse sapere a priori, accompagnato da alcuni, a loro n'andò. I quali udito questo fatto, e infra di loro non sapendo immaginare che questo si volesse dire, diterminaron di mandare a lui il loro cancelliere per intendere come la cosa passava. Il cancelliere messosi in via con l'oste, e con lui ragionando di questo fatto varie cose, in fine si condussero all'albergo, che già era assai tardi, dove giunti, l'oste fatto accendere due torchi, al Bianco fece sentire come il cancelliere di Norcia quivi era venuto a visitarlo. Ed egli non avendo sentita l'andata dell'oste, si credette certo, che lui come capitano a visitarvenisse. Fattoglisi incontro, e renduto onor di cappuccio l'uno all'altro, e presisi per la mano, il Bianco si volse all'oste, e ridendo disse : Ben, che dirai, oste? or ti puoi avvedere, come tu hai ben tenuto a mente quanto è che il capitano entrò l A cui l'oste rispose : Voi dite vero; ma voi entrerrete tosto in maggior dubbio, che non era io. Il cancelliere avea, udendo queste cose, maggior voglia di ridere che d'altro; pur come saputo, rattemperato le risa, ed a lui voltosi, così cominciò a parlare : Gentiluomo, i miei signori hanno sentito di vostra venuta, e come voi dite dover entrar capitano di Norcia, della qual cosa hanno presa ammirazione grandissima, conciosiacosachè adì otto del presente mese il capitan di Norcia prese l'ufficio; e qui m'hanno a voi mandato per sentire, che questo voglia dire, e qual cagione a così parlar vi muove. Quando il Bianco udì queste parole cascò per modo, che piuttosto morto, che vivo dimostrava, ed appena potendo le labbra spiccare, disse: Avete voi più d'un capitano? No Dio, rispose il cancelliere, per che alquanto stato sopra sè, e parendogli esser gabbato, nè da altro, che da Norcini reputando questo poter nascere, convertito tutto il suo duolo in ira, e tutto nel viso arrossito, trattasi la elezione di seno, con parlar velenoso disse: Per certo, per certo, se questa non mi mente, io sarò capitano di Norcia. E quando pur mi fosse fatto torto, io sono di tal terra, che io me ne varrò molto bene; e in su queste parole cominciando ad imbestialire, diceva : Forse che voi vi credete aver a fare con montanari, ma i cittadini di Firenze vi parranno d'altra qualità, che i montanari non sono. Noi abbiamo sbizzarrito e il duca di Milano, e degli altri, che sono un gran pezzo maggior barba, che i Norcini. Non vi crediate avermi fatto venir qui per aver poi dato l'ufficio ad un altro, ch'io non me ne vaglia. O s'io non fossi venuto al tempo, che diavolo avrebbon eglino fatto? E con queste mille altre pazzie dicendo, che lungo sarebbe a raccontare. In fine al cancelliere, che questa elezione veder volea, disse : Andate, andate, che domattina io verrò da' vostri signori, ed allora mostrerò, e vedremo quello, che dir vorranno. Il cancelliere udito costui così parlare, parendogli questo un nuovo farnetico, sanza moltiplicar in troppe parole, prese da lui licenzia; e dall'oste raccompagnato, dentro alla terra tornò, ed alli signori raccontò come la cosa era passata. Essi maravigliandosi, e non sapendo immaginar questo fatto, dissono : Aspettiamo dommattina, e vedremo quello, che costui vorrà dire. Rimase il Bianco co' suoi uffiziali, e molto esaminato e la elezione, e l'udite parole, altro ritrar di questo fatto non sapeano, se non che i Norcini stretti dal papa, o da qualunque altro signore, poichè a lui mandarono la elezione, ad un altro conceduta l'avessero. E finalmente, essendo l'ora molto tarda, a dormire tutti se n'andarono. Ma il Bianco in tutta quella notte mai non potè chiudere occhio, anzi pensando a questo fatto, mille anni gli pareva, che giorno si facesse per sapere se egli era capitano, o no. E non fu sì tosto apparito il giorno, che egli levato, e montato a cavallo con la sua famiglia, dentro alla terra n'andò. Ed essendosi già per tutto sparta questa novella, ogni uom correva per le strade a vedere questo nuovo capitano, il quale per vergogna non sapendo dove tenersi gli occhi, andava con la testa bassa, che pareva, che la moglie gli fosse caduta nel fuoco. E giunto alla casa de priori, quivi smontò, ed entrato dentro fece loro sentire come quivi era venuto. Eglino subito nella loro audienzia adunati, dentro lo fecero chiamare, e allato a loro lo misero a sedere, e così stato un poco, egli si levò in piè, ed avendo per la via dal suo giudice imparato quello, che a dire avesse, così cominciò : Signori, e sono circa di mesi tre, che Giovanni di Santo, il quale nell'anno passato fu nostro esecutore, mi scrisse di farmi eleggere vostro capitano, e dipoi non molti di, che m'aveva fatto eleggere, ed ultimamente mi mandò la elezione, la quale è questa. Io desiderando di piacere alla signoria vostra, e d'avere onore, come sempre sono usati d'avere i miei antichi, deliberai di venire a servirvi, e sommi messo in ordine in quel modo, che richiede l'ufficio, secondo la elezione a me mandata, e qui mi son condotto con questa famiglia vedete, e non sanza grande spesa, perocchè più che fiorini dugento d'oro mi costa. E iersera prima dall'oste, e poi dal vostro cancelliere io sentii, che già sono quindeci di che voi deste l'ufficio ad un altro, della qual cosa mi maraviglio, e dolgomi quanto il caso merita, non parendomi questa la fede, che si conviene ad una tanta comunità, come è la vostra, nè il merito che richiede l'amore stato sempre intra i Fiorentini, e voi. E non vorrei, che voi credeste aver gabbato uno de minori, perocchè la casa degli Alfani, non dispregiando l'altre, è delle maggiori, e più antiche della nostra città, perchè facendomi questa ingiuria con tanta vergogna, e danno, non ve ne lodereste. Pur quando per voi si provvedesse, che io avessi l'onor mio, e non perdessi quello ho speso, io rimarrei paziente a quello, che insino a qui è seguito. Piacciavi aver buon riguardo al vostro, ed al mio onore. E detto questo, la elezione pose in mano al proposto, dicendo: Questa è quella, che così mi fa parlare. Il proposto, poichè vide, che altro non diceva, gli disse: Gentile uomo, non v'incresca aspettare alquanto di fuori, e noi ci ristrigneremo insieme, e faremvi risposta. Il Bianco tiratosi in una sala, che era dinanzi all'audienzia, essendo col suo giudice gli disse : Ben vorrei, che voi m'aveste udito, ch'io vi prometto, ch'io ho detto loro in modo, e non posso credere, che o per un modo, o per un altro essi non provveggano all'onor loro, ed al mio; perocch'io mi sono troppo bene avveduto, che par loro aver mal fatto, e non ve n'era niuno, che per vergogna ardisse di gualarmi in viso. I priori ristretti insieme, e fatta leggere quella elezione, e veduta non essere di mano del loro cancelliere, e fuori d'ogni forma della elezione del loro capitano, sì di più salario, e di più famiglia, e di giudice, che il capitano a menar non aveva, e non esser suggellata di loro suggello, subito conobbono costui essere stato gabbato; perchè intra loro riso alquanto, dentro lo feciono chiamare, e posto a sedere, uno di loro per commissione degli altri cominciò così : Gentile uomo, questi signori avendo udito quanto per voi s'è detto, e veduta questa elezione per voi recata, a maraviglia, ed a compassion sono mossi; e si maravigliano non potendo immaginare, come tanto, e si gran gabbo vi sia stato fatto, e che in tanto tempo mai avveduto non ve ne siate, perocchè mai nè voi fuste eletto a questo ufficio, nè questa elezione fu fatta qui, nè è suggellata di nostro suggello, nè è secondo la forma delle elezioni, che di tale uilicio si fanno. Hanno compassion di voi, il quale per le parole da voi udite, e per lo aspetto vostro giudicano esser gentile uomo, sì del mancamento del vostro onore, e si eziandio del danno grande, che veggiamo, che voi portate. Vorrebbono aver attitudine di potere all'uno, e all'altro satisfare, sì per contemplazione della vostra persona, e sì rispetto alla terra, onde voi sete, alla quale, e a qualunque suo cittadino portiamo affezione singolare. Ma tutti gli uffici, che qui si danno, al presente son pieni, nè alcuno a questi tempi ne vaca, perchè modo alcuno non veggono da potervi in alcuna cosa aiutare, se non che con voi insieme di questo fatto grandemente si dolgono. E finalmente vi confortano, che il più presto potete vi ritorniate indietro per onor vostro, perocchè quanto più steste qui, tanto più vostra vergogna accrescerebbe. E qui finì il suo parlare. Il Bianco, udita questa risposta tutta contraria a quella, ch'egli aspettava, stretto da gran dolore, alquanto stette sanza poter dire alcuna cosa; pur poi con le lagrime in su gli occhi disse: Signori, questo non mi può aver fatto se non quel traditore di Giovanni di Santo, rendendomi cotal merito del servigi, che in Firenze gli feci. Io ho qui le lettere di sua mano; deh piacciavi almeno mandar per lui, e farmi da lui rifare de' miei danni, chè della ingiuria mi varrò io bene, se Iddio presta vita a me, ed ai miei fratelli, e vada per qual via gli piace. Se cotesto è vero, che egli sia stato, risposono i signori, noi faremo satisfare te de' tuoi danni, ed appresso castigheremo lui sì del suo errore, che poca vendetta te ne bisognerà fare. E di fatto mandaron per lui, il quale presto venne, perchè con gli altri insieme era tratto alla piazza per vedere chi fosse questo nuovo capitano. Ed entrato dentro da signori, e veggendo il Bianco si maravigliò. Uno de signori con rigido parlare per parte degli altri gli narrò la cagione per lui mandata, domandandolo qual cagione, o qual presunzione il movesse a vituperare, e disfaré quel valente uomo mettendone di mezzo la signoria. Giovanni udito questo, ancor più si maravigliò, e disse: Signori miei, egli è vero, che essendo io esecutore di Firenze, dal Bianco, che qui è, io fui molto servito, per tanto, ch' io gli promisi giusta mia possa fargli aver questo ufficio, e certo tanto me gli reputo obbligato, e tanta è la virtù sua, che se la sorte d'eleggerlo fosse venuta in persona, in cui avessi avuto fede d'esser servito, volentieri fatto l'arei. Ma di questo io non sentii mai più alcuna cosa, e se voi trovate, che io mai niente ne sentissi, fatemi levar la testa. Il Bianco udito costui si cavò di seno la lettera, e disse: Signori, guardate con che viso costui nega; fategli leggere queste, e sappiate se sono di sua mano. I signori fatte leggere queste lettere, da Giovanni fu chiarito, non essere di sua mano. Il perchè i signori dopo molte parole fatte e per loro, e pe'l Bianco, il licenziarono. E volendogli mostrare in qualche cosa, che di lui fosse loro incresciuto, ordinarono, che l'oste fosse accordato dal Comune, e che da lui niente togliesse. Egli con quell'animo, che ciascuno di voi può immaginare, verso l'albergo s'avviò, essendo da Giovanni accompagnato, e per tutta la terra additato, mostrandolo l'uno all'altro per maraviglia. Giovanni con lui del caso molto si dolse, aggiugnendo, che considerato questo fatto, non vedeva oramai da potergli ottenere quanto promesso gli aveva. Giunti all'osteria, il Bianco, essendo ancora buon'ora, diliberò di quindi partirsi, e da Giovanni preso comiato, verso Perugia riprese il suo cammino. E così camminando, essendo innanzi tutto solo, il giudice, che era di quel di Perugia, e il cavaliere, e'l notaio, cominciarono a parlare l'uno con l'altro, e a dire : Costui ci ha levati, e tolti gli nostri inviamenti. S'egli è stato gabbato, dobbianne noi portar la pena? E tra loro ordinato quello, che a fare avessero, senza altro dirgli, come furono a Perugia, gli fecero sequestrare i cavalli, e la valigia, e tutto suo arnese. Veggendo questo il Bianco con loro molti, e molti prieghi invano sparse. Ed ultimamente veggendosi a mal parato, e che accordare gli convenia, quivi vendè tre ronzini, ch'erano suoi, e l'armadura, e panni di suo dosso, che la metà, o meno, che non gli erano costi ne ritrasse, il perchè avendo necessità di vendere, fu giunto al canto, ed accordò ogni uomo, e di tutto ciò che portato v'aveva, essendogli rimaso sola la bandiera dell'arme sua, quella cavata della lancia, ed involta in un canovaccio tristo, e cattivello, a piè con essa in su la spalla s'avviò inverso Arezzo, e poi da Arezzo in Casentino a Ortignano se n'andò, dove avea certi suoi parenti. E quivi vergognandosi di tornare in Firenze, stette più , e più settimane, dolendosi della sua disavventura, sanza sapere, o potere immaginare chi questo fatto gli avesse. Ma poi stimolandolo pure il desiderio di rinvenirlo, se possibil fosse, determinossi di ritornare a Firenze, e così fe. E giugnendo a casa, i fratelli, veggendolo così a piè, e male in ordine, maravigliandosi, della cagione il domandarono. A quali detto ogni cosa, disse: Fratelli miei, e bisogna, che voi m'aiutate vendicare. Eglino non essendo d'altra condizione, che si foss'egli, tutti giurarono morte addosso a chi questa ingiuria fatta gli avesse. Stette alquanti di il Bianco tra in casa, ed intorno all'uscio, innanzi che s'arrischiasse andar per la terra. Pur poi essendogli necessità d'andar fuori, andava per la via tutto stordito, e con gli occhi bassi. Ed essendogli fatto motto da suoi amici, e conoscenti, e domandato se così tosto avesse fornito l'ufficio, per vergogna diventato rosso rispondeva, che per buona cagione non v'era andato, ma che s'era stato in Casentino con suoi parenti; e fingendo aver molta faccenda, subito si spacciava dal ragionamento. Ma per chi veniva e da Norcia, e da Perugia, si cominciò a sentire come le cose erano passate; sicchè in breve tutta la terra n'era piena, e da ognuno gli era data tanta noia, che era una compassione, come qualunque di voi puote e vedere, e udire. Ma quello, che gli faceva peggio era, che alcuni artefici, che da lui dovevano avere, ed aspettavano d'esser pagati del salario dell'ufficio, cominciarono a strignerlo, e per ogni modo voleano esser pagati. Perchè egli non sapendo più che farsi, come la terra avea venduta a ser Martino, così gli vende due casette, che egli aveva in via San Gallo, le quali il detto ser Martino in verità tolse più per fargli piacere, e per compassione, che ebbe di lui, che per altro, consortandolo, avendo da lui sentita questa faccenda, che non ne parlasse, nè andasse cercando più oltre, chè quanto più ne ragionava, più vergogna si facea, affermandogli questo non poter venire altro che dalle Stinche. Ed era questa però generale opinione di tutti; perchè lui ricevuto il danaio, attenendosi al consiglio di ser Martino, sanza cercar più innanzi, accordò chi doveva avere, ed essendo sanza speranza d'andar per rettore, la bandiera, che rimasa gli era, appiccò in San Marco sopra la sepoltura del padre, che pochi anni dinanzi era morto; ed alle Stinche all' ufficio suo si ritornò. E se prima a prigioni era stato rigido, tenendosi gravato da loro, e non sapendo puntualmente di chi, per non errare, a tutti ingegnandosi far quanto potea di male, era rigidissimo. Per la qual cosa, essendosi più volte molti di loro ristretti insieme, e non sapendo a questo porre rimedio, Lodovico da Marradi, uomo astuto come voi sapete, ultimamente disse: Poichè noi non possiamo in alcun modo costuiraumiliare inverso di noi, e che egli pur vuole, che noi siamo quegli, che l'abbiamo mandato a Norcia, nè per scusa, che noi gli abbiamo fatto, o facciamo, da questa opinione lo possiamo ritrarre, ma ogni di raffinandovi su, a noi dà tanto rincrescimento, e che la disgrazia nostra ci ha condotti in questo luogo misero a essere sottoposti a tanti suoi fastidi, sanza potercene altrimenti aitare; facciamo almanco una cosa, che in tanta afflizione noi gustiamo alquanta dolcezza di vendetta, che al mio giudizio passa tutte l'altre dolcezze del mondo. Notifichiamo costui alla gabella del vino, come egli è andato capitano di Norcia, e non ha pagato la tassa. Di questo nascerà, che i maestri per trarne diletto manderanno per lui, e darannogli noia, di che lui arà passione grandissima, ed appresso quel tempo, che egli starà colà, pur ce lo leveremo dinanzi. E benchè egli stimi, che noi siamo suti, peggio, che or ci faccia, non ci può egli fare; ed in fine chi fa buona guerra, ha buona pace. A questo tutti s'accordarono, e fatto Lodovico una tamburagione, per un loro amico la mandarono nel tamburo della detta gabella; la quale venuta a notizia de maestri, con le maggiori risa del mondo mandarono per lui. E come e' fu venuto, uno di loro per parte degli altri gli disse: Bianco, tu ci se notificato essere andato capitano di Norcia, e non hai pagata la tassa; sicchè e bisogna, che tu paghi, e sei caduto nella pena del doppio. Quando egli udì questo, cominciò forte a piagnere, dicendo: Signori miei, abbiate misericordia di me; e narrò loro come la cosa era passata. I maestri facendo vista di non gli credere, per buon pezzo lo straziarono, ed ultimamente rimasero, che altra volta fosse da loro. E troppo bene riuscì a Lodovico l'avviso suo, che ogni volta, che i maestri avevan tra loro nelle faccende occorrenti differenzia, e vedesson non essere d'accordo, era tra loro chi diceva: Poichè noi non siamo d'accordo a quest'altre cose, mandiamo pel Bianco, e veggiamo se noi possiamo esser d'accordo al fatto suo. E mandato per lui lo tenevano un pezzo, e tratto il diletto volevano, lo lasciavano in pendente; e durò questo fatto parecchi rimute di maestri, chè sempre in su la prima collezione era mandato per lui; e poi alle volte, quando loro accadeva, che non gli era questa piccola faccenda, nè poca passione, sanza che gli costò parecchi fiorini, perocchè a chi de maestri portava granatuzze, e a chi palle, e a chi fusa, o specchi, secondo che giudicava esser loro a grado. E i prigioni, che con un messo della gabella avevano ordinato sentire di perdi come le cose passavano, non si potevan saziare di ringraziare Lodovico dell'avviso per lui fatto, traendo di questo tanto diletto, e consolazione, che con pazienza comportavan ogni altra cosa. Io lascerò stare come noi dal notaio, che egli menò seco, puntualmente sentimmo ogni cosa; e il diletto, che noi n'avemmo molte volte, e molte natte, che questi prigioni gli feciono, onde attendendo lui a contendere con loro, si rimase povero, e mendico, bizzarro, e gottoso.

AUTORE INCERTO.