Novella monarchia, giusto signore

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Simone Serdini

XIV secolo N Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu canzoni Letteratura Novella monarchia, giusto signore Intestazione 5 novembre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Saviozzo da Siena


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A LAUDE DI GIOVAN GALEAZZO

duca di milano


     Novella monarchia, giusto signore,
Clemente padre insigne virtuoso,
Per cui pace e riposo
Spera trovar la dolce vedovella;
5Tu sai ben, signor mio, quanto dolore
Ell’ha provato, po’ che ’l dolce sposo
Inclito e glorïoso
Volse nel ciel la sua beata stella.
Ella rimase afflitta e tapinella
10Fra le galliche mani,
Dilacerata del suo proprio sangue:
Non era più il senato e’ buon Romani,
Non Cato non Fabrizio non Metello,
Non Cammillo o Marcello,
15Che per virtude fur pari alli dèi:
Con lei rimase barbari e Caldei,
E sotto il sacro manto un crudel angue.
Ond’ella ancor si langue,
E viene a te per tua santa mercede,
20Che d’altri mai non ebbe amor nè fede.

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     Signor, i’ dico d’una bella donna
Colle più illustre membra e più verace;
Che, s’ella avessi pace,
Sotto del ciel non è simil bellezza.
25Coste’ fu sotto ’l ciel una colonna
Di cui memoria etema ancor si face,
Che del sangue rapace
Domò nel mondo ogni più fiera altezza;
Coste’ fu madre d’ogni gentilezza
30Nel colmo della rota:
Italia, donna di ciascun terreno.
Ma, po’ che Costantin la dette in dota
Alla scisma cristiana e tirannìa
E quella simonìa
35Che guasta il divin culto; più che mai
Ell’ha provati i dolorosi guai,
Ch’a poco a poco ell’è venuta meno;
Però che sanza freno
Ciascuno è corso a stracciargli li panni;
40Chi con rapina, e chi l’ha colta a inganni.
     Non dico ancor del detestabil seme
Nimico di quïete e caritade,
Che dicon libertade
E con più tirannìa han guasto il mondo.
45O giustizia di Dio, perchè non preme
Tanta nequizia frodo e crudeltade,
Che ne venga pietade
A chi d’ogni lor mal è più giocondo?
Costor con loro inganni han messo al fondo
50Già le cose di Dio,
E conculcato quasi ogni vicino.
Or è venuto il tempo, ora ’l destino
Della santa giustizia a vendicarsi:
Ora veggio svegliarsi
55Italia bella, e chiama a te vendetta.
Tu ve’, Signor, che ciascheduno aspetta
El tuo santo vessillo el tuo domìno;
Ch’el sangue fiorentino
Purghi ogni sua più venenosa scabbia,
60E noi siam franchi da cotanta rabbia.

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     Tu vedi in ciel la fiammeggiante aurora,
Le stelle tue propizie e rutilanti,
E’ segni tutti quanti
Ora disposti alla tua degna spada:
65Vedi Pallade Marte e Iuno ancora,
Teco il braccio d’Alcide ed Atalanti:
Vedi beati e santi,
La terra e tutto, che t’aspetta e bada.
Ricòrdati di Iulio in la contrada
70Di Rubicon, che disse
— Et io ti seguirò, fortuna lieta. —
Chi d’Alessandro mai tanto ne scrisse,
Quanto fu più nel seguitar vittoria?
Allor s’acquista gloria
75Quando il poter s’aggiugne alla stagione.
Fiero Annibal; ma vinse Scipïone
Per seguir sua vittoria e suo pianeta.
Dunque non sia quieta
La tua virtù, mentre che ’l ciel la chiama;
80Chè ora è tempo di trionfo e fama.
     Se la tua forza e la tua destra ardita
La tua gran maestà e providenza
Sèguita or sua potenza,
Chi contra Cesar fia ma’ troppo ardito?
85Vedi fortuna quanto ora t’aita
Con division altrui e differenza;
Chè sanza violenza
Vedi la gloria tua e ’l buon partito.
O signor mio magnanimo e gradito,
90Queste spade leggiadre
Rimettera’le sanza aver corona?
Ecco qui Italia che ti chiama padre,
Che per te spera ornai di trionfare,
E di se incoronare
95Le tue benigne e prezïose chiome.
A te ne segue onore stato e nome;
A noi contento e ben d’ogni persona,
Che ma’ non ci abbandona.
Fede e speranza della tua virtute
100Fia nostra pace ed ultima salute.

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     Canzon, tu vai a tanta escelsitudine,
Che più presuntuosa assai che degna...
Ma quanto più t’ingegna
Con umiltà piegarti a servitudine.
105Quando dinanzi a sua mansuetudine
Tu sie a’ suo’ piè distesa,
Pregal di questa impresa
Per parte d’ogni vero Italiano;
Principe di Milano,
110Di Virtù conte e di virtù dotato,
Prudente giusto forte e temperato.


(Dalla Miscellanea di F. Corazzini; il quale trasse questa canzone dal cod. magliab. 23, pai. 8.)