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Novelle (Čechov)/Introduzione

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Anton Čechov - Novelle (1936)
Traduzione dal russo di Enrichetta Carafa Capecelatro (1936)
Introduzione
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INTRODUZIONE


Anton Pavlovic Cekhov nacque il 17 gennaio 1860 a Taganrog nell’Ukraina e morì a Baden Weiler in Germania nel luglio del 1904. Suo nonno paterno era stato servo della gleba, ma il padre, giunto a una condizione abbastanza elevata, curò amorevolmente l’educazione dei figliuoli. Anton Pavlovic studiò da prima medicina, ma poi cominciò a scrivere su giornali e riviste, e nel 1884 pubblicò la sua prima raccolta di novelle. La sua attività letteraria andò sempre crescendo e molti volumi seguirono quel primo. Il teatro lo attrasse ben presto col suo fascino immediato, e i suoi molti lavori drammatici furono rappresentati fra contrasti di pubblico e di critica: condannati dagli uni, esaltati dagli altri, finirono per trionfare dovunque e creare all’autore una fama non più discussa.

Nel 1892 Cekhov comprò un poderetto a Melikhovo, nel governatorato di Mosca. Là si occupava della coltivazione della terra e nello stesso tempo tentava di migliorare le condizioni morali dei contadini, aiutandoli anche materialmente come [p. 6 modifica]meglio poteva. Ricordandosi dei suoi studi di medicina, prodigava l’opera sua in favore della povera gente. Durante un’epidemia di colera non si risparmiò, mostrando così che il suo amore per gli umili non era un facile esercizio retorico, ma un sentimento vero.

Dopo una cura a Biarritz e a Nizza, dalla quale scarso beneficio aveva ritratto, tornò in Russia e si stabilì in Crimea. Nel 1901 sposò l’attrice Olga Leonardovna Knipper, interprete delle parti principali dei suoi drammi.

Il teatro di Anton Cekhov comprende otto lavori in un atto e sei in quattro atti. Il Gabbiano cadde clamorosamente quando fu dato la prima volta, ma la sua ripresa al Teatro Artistico segnò un inaudito trionfo. La fama dell’autore, che andava sempre crescendo, faceva delle prime rappresentazioni dei suoi drammi dei veri avvenimenti artistici. La gloria che lo circondava gli leniva alquanto le sofferenze fisiche e i tristi presagi sulla sua salute. Poco prima della sua morte, quando egli era già ferocemente minato dalla tisi, fu rappresentato il Giardino dei Ciliegi che è forse la sua opera drammatica più espressiva, e i suoi ultimi giorni furono rallegrati da questo splendido successo, che mise una nuova luce nella sua squallida camera di moribondo.

Nel teatro di Anton Cekhov appare quello spirito nostalgico, che è il fondo dell’anima russa, e che penetra tutta la sua concezione della vita, malgrado l’ironia che a tratto a tratto si rivela in ognuna delle sue opere. Una tinta grigia, uniforme riveste tutti i suoi personaggi principali, ma ciò appunto li fa più umani, più vicini alla monotona esistenza di tutti i giorni alla quale è condannata la maggior parte degli esseri viventi. [p. 7 modifica]

Nelle novelle invece Anton Cekhov ha messo tutto ciò che di umoristico c’era nell’anima sua, umorismo spesso tinto di amaro, ma sempre scintillante di brio, in una versatilità inesausta. La natura umana vi è studiata come sotto a un coltello anatomico, che non risparmia nessuna fibra più riposta, e non di rado una situazione comica, veduta dallo scrittore a traverso il prisma della sua ricca fantasia, ma anche con la lente del freddo osservatore, si rivela a un tratto piena di malinconia, mostrando come i casi della vita che muovono al riso, guardati alla rovescia, potrebbero muovere al pianto. Brevi, semplici, leggere in apparenza, ma di una portata assai profonda in realtà, le sue novelle sono come schizzi fatti a lapis, ma questi schizzi hanno a volte l’incisività di un’acquaforte. Alcune danno un potente senso di angoscia come, per esempio, la novella Il tifo. Di altre ricorderete sempre qualche figura tipica, qualche personaggio enigmatico, come Alexander Ivanic nella novella Granelli erranti, o il senso di misterioso terrore che vi prende alla lettura della novella I ladri. Sotto l’apparente frivolezza della narrazione c’è sempre un pensiero; l’autore si rivela, a traverso le creature della sua fantasia, sarcastico, freddo, eppure umano, pieno di simpatia per gli uomini, capace di tutto comprendere e, comprendendo, di amare.

Innumerevoli sono i tipi che appaiono nelle sue novelle. Ma in quella folla di esseri, chiamati dallo scrittore alla vita dell’arte, mai una ripetizione, mai un personaggio che non abbia un significato suo proprio. Tutti agiscono spinti da un senso interiore e non per il comodo dell’intreccio. Anzi spesso l’intreccio non esiste, e l’autore si limita a descriverci i suoi personaggi, a studiarli nel loro intimo, e più che farli agire li guarda vivere. [p. 8 modifica]

Nei ricordi di Leone Tolstoi figlio è detto:

«Cekhov era lo scrittore russo preferito da Tolstoi fra i moderni: lo leggeva e lo rileggeva con piacere e spesso ce lo leggeva ad alta voce. Mio padre amava le brevi novelle di Cekhov a preferenza del suo teatro».

L’incontro di Cekhov con Tolstoi avvenne nel 1895. Non è da stupire che due temperamenti di scrittori così diversi provassero una certa attrazione l’uno per l’altro. La vena comica non era spenta in Leone Tolstoi, come in Cekhov non manca mai la nota di simpatia umana. Una cosa poi era comune ad entrambi: l’amore, il senso della terra e della terra russa. Essi l’amavano ambedue questa terra immensa, con le sue steppe desolate che a volte hanno improvvise, magnifiche fioriture, con le sue nevi che durano mesi e mesi, con le brevi notti estive, con la smagliante primavera che succede ai lunghi ghiacci dell’inverno: la loro terra russa, dolorosa, materna, piena di ruvidezze e di fascini come le canzoni degli zingari; la terra che sempre richiama i suoi figli, i quali pur sanno gli splendori delle civiltà occidentali, e fa loro amare le povere izbe sperdute nella campagna, le cupole dorate delle chiese, le vecchie icone coi loro santi irrigiditi sugli sfondi d’oro, i fiumi ghiacciati, i boschi di betulle, i monasteri solitari, i pellegrini che vanno da santuario a santuario, ignoranti, superstiziosi, buoni e corrotti. E su questa terra che essi hanno tanto amata, olezza di continuo il pensiero della morte, umilmente, rassegnatamente accettata, come è accettata la fatalità della vita.

Gli apprezzamenti fatti sull’opera di Anton Cekhov sono assai vari. Mikhailovsky paragonò lo scrittore a un sensibilissimo apparecchio fotografico che registra egualmente i varii aspetti [p. 9 modifica]della vita senza preoccuparsi del senso intimo delle cose. Molti lo chiamarono il Maupassant russo. Krapotkin, nel suo libro Ideali e realtà nella letteratura russa, dice che Cekhov non sceglieva mai per le sue novelle soggetti straordinari, nè ritraeva in esse personaggi di una data classe; ma alla sua rappresentazione obbiettiva delle cose e degli esseri imprimeva sempre il suggello della sua personalità, infondeva sempre qualcosa di proprio. Critiche aspre ed entusiastici consensi lasciavano Anton Cekhov sereno, intento a proseguire per la sua strada, senza porgere orecchio ai detrattori, senza ubriacarsi degli inaspettati trionfi. Preoccupandosi soltanto di raggiungere il maggior grado possibile di perfezione nell’opera sua, egli sentiva altamente la responsabilità che gl’incombeva come riformatore del teatro russo che da lui ebbe nuova vita e nuovo splendore. Spesso, dopo aver cominciato un lavoro, vi rinunziava non parendogli di poter condurlo a termine con la piena coscienza di farne opera sincera e personale.

In una lettera al suo amico Tikhonov dice: «Ho cominciato una commedia, ma ne ho scritti due atti e l’ho buttata via; riusciva noiosa. Non c’è niente di più noioso del teatro noioso».

Lo stesso Tikhonov scrive: «Cekhov ha reso un grande servizio al teatro russo; ha reso ormai impossibile di scrivere opere teatrali sul vecchio stampo. Egli ha chiesto alla scena non la verità convenzionale ma la verità reale, e non solo l’ha chiesta ma gliela ha anche data e ha dimostrato che ciò era possibile». Come Ibsen diceva che tutto ciò che aveva scritto era in stretta relazione con ciò che aveva vissuto intimamente, così anche Cekhov poteva dimostrare che ciò che egli faceva dire ai suoi personaggi principali era ciò che s’era lungamente elaborato nel [p. 10 modifica]profondo dell’animo suo. Egli non si voleva restringere a rappresentare una parte nel mondo: voleva essere un libero artista e andare là dove la sua indole lo chiamava, dove il momento psicologico che traversava gli additava un terreno da sfruttare per l’arte. «Mi fanno paura», dice in una lettera al poeta Plesceiev, «quelli che cercano fra le righe la tendenza e vogliono vedere in me un liberale o un conservatore». Il suo studio indefesso aveva un unico obbiettivo: l’uomo — l’uomo com’è, come lo fanno la vita e l’ambiente — coi suoi vizi e con le sue virtù, le sue durezze e le sue sensibilità. La sua visione era di là dal Bene e dal Male, in un campo più vasto di quello della vita sociale. Nessuna minuzia dell’esistenza giornaliera sfuggiva al suo sguardo, ma il suo occhio vigile e lungimirante superava la cerchia ambientale e spaziava verso mete largamente umane.

Nella sua dolorosa costatazione delle miserie comuni, della volgarità della vita quotidiana, nell’abbandono della volontà che traspare dalle parole dei suoi personaggi, traluce però sempre una speranza lontana, trema una chiarezza che conforta, che, nella disperazione dell’oggi, dice: «Domani!...». Nelle Tre sorelle Olga, quando tutto crolla intorno, dice: «Il tempo passerà, e partiremo per l’eternità; ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri visi, le nostre voci e quante eravamo, ma le nostre sofferenze si trasformeranno in gioia per quelli che vivranno dopo di noi: la felicità e la pace scenderanno sulla terra e gli uomini ricorderanno con gratitudine e benediranno quelli che vivono adesso... si direbbe che ancora un poco e sapremo perchè viviamo e perchè soffriamo...».

Vladimiro Korolenko, raccontando le sue relazioni di amicizia con Anton Cekhov, dice che nel suo primo incontro con lui [p. 11 modifica]ebbe l’impressione di trovarsi davanti a un uomo in cui era una «profonda gioia di vivere». «Egli mi appariva», dice Vladimiro Korolenko, «come una giovane quercia che getta i suoi germogli in tutte le direzioni, non ancora ben diritta e in parte quasi informe, ma nella quale si rivela già la forza e la piena bellezza del possente sviluppo futuro». Il Cekhov della prima giovinezza, di statura più alta della media, con un viso che pur nella sua spiritualità conservava qualcosa dell’origine contadinesca, a dire dello stesso Korolenko, coi suoi occhi azzurri raggianti, dall’aspetto ancor più giovane di quanto fosse in realtà, era certamente diverso dal Cekhov degli ultimi anni, che portava nella fisonomia e nello spirito la fatica dell’esistenza trascorsa, delle esperienze vissute, la nostalgia di chi molto ha voluto, molto ha raggiunto, ma non è sazio... Pure una fede traspariva nella sua stanchezza, la fede nell’uomo, la fede nella continuità della vita, la fede nella Russia. Anzi si può dire che questa fede s’era rinvigorita in lui con gli anni. Lo scetticismo delle prime novelle aveva fatto posto a un accorato senso di solidarietà umana, a qualcosa di più intenso, di più intimo, di più sereno. La sua esistenza spirituale è stata un ascendere non interrotto, e, benchè morto in piena maturità, si può dire che egli abbia descritto interamente la sua parabola. Una straordinaria attività ha animato la sua vita di soli quarantaquattro anni, e dinanzi alla sua tomba non si prova quel senso di vuoto, di tronco che dànno le morti precoci, ma si pensa che la sua giornata si è compiuta in uno sfolgorante tramonto.

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NOTA BIBLIOGRAFICA


L’edizione completa delle opere del Cekhov consta di 33 volumi ed è stata pubblicata a Pietrogrado nel 1918.

Su di lui ci limiteremo a ricordare gli studi italiani: E. Lo Gatto, A. Cekhov e il crepuscolo di una grande letteratura, 1925; C. Grabher, A. Cekhov, 1929; A. Zanco, Cekhov dal suo epistolario, 1925; E. Gasparini, Il teatro di Cekhov, 1940.





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