Novelle (Bandello, 1853, I)/Parte I/Prefazione

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Il Bandello ai candidi e umani lettori

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Parte I Parte I - Novella I
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PARTE PRIMA




IL BANDELLO


AI CANDIDI E UMANI LETTORI


Io, già molti anni sono, cominciai a scriver alcune novelle, spinto dai comandamenti de la sempre acerba ed onorata memoria, la vertuosa signora Ippolita Sforza, consorte de l’umanissimo signor Alessandro Bentivoglio, che Dio abbia in gloria. E mentre che quella visse, ancor che ad altri fossero alcune di loro dedicate, tutte nondimeno a lei le presentava. Ma non essendo il mondo degno d’aver così elevato e glorioso spirito in terra, nostro Signor Iddio con immatura morte a sè lo ritirò in cielo. Onde dopo la morte sua a me avvenne, come a la versatil mola suol avvenire, che, essendo da forte mano raggirata, ancor che se ne levi essa mano, tuttavia la ruota in vertù del primo movimento buona pezza senza esser tocca si va raggirando. Così dopo la morte de la detta nobilissima Signora l’animo mio, che sempre fu desideroso d’esserle ubbidiente, non cessò di raggirare la mia debol mano, acciò ch’io perseverassi a scrivere or questa or quella novella, secondo che l’occasione mi s’offeriva, di modo che molte ne scrissi. Ora, essendo alcuni amici miei che desiderano di vederle (essendone state vedute [p. 12 modifica]pur assai) tutto il dì m’essortano a darle fuori. Molte ne ho a Vulcano consacrate; quelle poi, che da la vorace fiamma si son sapute schermire, non avendo io servato ordine veruno, secondo che a le mani venute mi sono, le ho messe insieme, e fattone tre parti, per dividerle in tre libri, a ciò che elle, restino in volumi più piccioli che sarà possibile. Io, nè invito nè sforzo persona chi si sia a leggerle, ma ben prego tutti quelli a cui piacerà di leggerle, che con quell’animo degnino di leggerle, con il quale sono state da me scritte: affermo bene che per giovar altrui e dilettare le ho scritte. Se io mo a questo ho sodisfatto, al benevolo e sincero giudicio vostro, benigni lettori miei, rimetto. Io non voglio dire, come disse il gentile ed eloquentissimo Boccaccio, che queste mie novelle siano scritte in fiorentin volgare, perchè direi manifesta bugia, non essendo io nè fiorentino nè toscano, ma lombardo. E se bene io non ho stile (chè il confesso) mi sono assicurato a scriver esse novelle, dandomi a credere che l’istoria e cotesta sorte di novelle possa dilettare in qualunque lingua ella sia scritta. State sani.



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IL BANDELLO

a la molto illustre e vertuosa eroina

la signora

IPPOLITA SFORZA E BENTIVOGLIA


Si ritrovarono ai giorni passati in casa vostra in Milano molti gentiluomini, i quali, secondo la lodevol consuetudine loro, tutto il giorno vi vengono a diporto, perciò che sempre ne la brigata che vi concorre v’è alcun bello e dilettevole ragionamento degli accidenti che a la giornata accadeno, così de le cose d’amore come d’altri avvenimenti. Quivi sovragiungendo io, che mandato dal signor Alessandro Bentivoglio vostro consorte e da voi a la signora Barbara Gonzaga contessa di Gaiazzo, per cagione di dar una de le signore vostre figliuole per moglie al signor conte Roberto Sanseverino suo figliuolo, allora ritornava con la graziosa risposta da lei avuta, tutti tre andammo in una camera a la sala vicina, ove io quanto negoziato aveva v’esposi. Parve al signor Alessandro e a voi che il tutto a quei gentiluomini che in sala aspettavano si devesse communicare, acciocchè ciascuno dicesse il suo parere. Proposi in sala a la presenza di tutti il fatto, come prima al vostro consorte e a voi detto aveva. Furono varii i pareri de la compagnia, secondo che gli ingegni, le nature e l’openioni sono diverse. Tuttavia ultimamente, il tutto ben considerato, si conchiuse non esser più da parlar con la signora contessa di questa pratica, poi che di già l’arcivescovo Sanseverino zio del conte Roberto teneva il maneggio di dare al detto suo nipote la sorella del cardinal Cibo, acciocchè papa Lione contro voi non s’addirasse. E così mi commetteste che di cotal deliberazione io n’avvisassi la contessa, il che fu da me il seguente giorno puntualmente eseguito. Era tra gli altri in compagnia il molto gentile messer Lodovico Alemanni, ambasciator fiorentino, il quale, avendo inteso la prudentissima risoluzione che si fece, assai con accomodate parole quella lodando, disse, che meglio far non si poteva. Ed a questo proposito egli narrò un fierissimo accidente, altre volte a Firenze avvenuto. Il quale essendo attentamente stato udito, viepiù confermò il signor vostro consorte e voi ne la fatta conchiusione. Ond’io, parendomi il caso degno di compassione e di memoria, così precisamente com’era stato