Novelle (Bandello, 1853, III)/Parte II/Novella XXXI

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Novella XXXI - Amore di messer Gian Battista Latuate, e l’errore ov’era intricato; con l’arguta risposta della sua innamorata
Parte II - Novella XXX Parte II - Novella XXXII
[p. 30 modifica]gentilissimo signore il signor Marco Pio di Carpi


Non guarda con tanti occhi l’alto cielo in terra quando, da ogni nube purgato, più lucido e zaffirino con la chiara ed argentata luna la notte l’eterne sue bellezze ci dimostra, nè tanti fiori la florida Flora ne la primavera maestrevolmente con nativi e bellissimi colori va diversamente dipingendo, nè la saporosa e dolce Pomona tanti frutti da ogni tempo riduce a la debita maturità, quanti sono gli effetti che il lusinghevole e pieno di mille lacci amore nei cori dei semplici mortali produce, alora che egli, le sue velenose fiammelle variamente avventando, gli abbruscia. Dico «variamente», perciò che chiaro si vede e con man si tocca che secondo che egli in diversi temperamenti di corpi s’attacca, così diverse e varie n’escono l’operazioni che gli uomini innamorati fanno. E forse con verità direi che amore non è quello che fa talor alcuni strabocchevoli svarioni che a molti far si veggiono, ma il lasciarsi superare da le passioni è la cagione di quelli. Pertanto io mi do a credere, e giovami esser in questo parere, che non sia lecito di accusar amore quando avviene che uno mal venturoso amante trascuratamente faccia alcuna cosa fuora del debito ordine, perciò che la colpa non è de l’amore, ma di noi che, come già cantai, non sappiamo amare. Ora deve ciascuno sapere che l’oggetto de l’amore è la cosa che «amabile» si noma, la quale altro domandar non potrà già mai che tutto quello che buono ci appare, essendo pure, come tutti i savii vogliono, l’apparente buono il proprio e vero oggetto del nostro appetito. Mentre che questo apparente buono a l’appetito s’appresenta e lo demolce, subito l’ingordo appetito, ebro di piacere, inverso quello come la vaga farfalla a l’amata luce si raggira; indi in lui nasce una certa compiacenza e dilettazione che verissimamente si chiama «amore». Questa compiacenza, se con ragione parlar vogliamo, erronea cosa sarebbe chiamar «desiderio», ancor che sia principio di quello, perchè dal movimento che ella fa verso ciò che le appar buono nasce senza dubio, come fa il ruscello dal fonte, il desiderio. Onde il maestro di coloro che sanno lasciò scritto che tutti desiderano ed appetiscono il bello e il buono, cioè tutto quello che [p. 31 modifica]buono e bello ci appare. Quando adunque si ragiona di questo affetto che si dice «amore», è convenevol cosa che s’intenda, non di quella compiacenza che dolcissimamente ci diletta, ma del movimento il quale secondo diverse considerazioni debbiamo drittamente «desiderio» nomare. Da questo senza controversia alcuna segue la cosa apparentemente buona esser il vero oggetto de l’amore. Può questa cosa poi in varii e diversi modi apparerci buona, ora sotto il colore de l’onesto, ora vestita di quel manto che il diletto ci suol porgere, a talvolta sotto il velo de l’utile, che tanto pare che tutti i mortali con tante fatiche e travagli e pericoli grandissimi bramino e vadano cercando. Ma di questi tre amori che sono la somma di tutti, quello che ne l’utile si abbarbaglia e in quello il suo fine statuisce, ed intricandosi solamente nel pensiero de l’utilità che se ne può cavare quivi si ferma, è assai menore di quello che d’onestà s’arma ed a quella s’attiene, e di quello altro che a sè gli animi nostri col mezzo del diletto tira e rapisce, anzi alletta e lusingando ingombra. E fuor di questi tre amori, lasciando per ora di parlar de l’amor divino, io porto fermissima openione che altro amore non si truovi. Chè se si vorrà ragionare o de l’amor animale o de l’amor bestiale o del ferino ed anco del naturale, tutti per giudicio mio, quale egli si sia, ben che da varie cagioni dipendano, a questi tre si riduranno. Ma, lasso me! dove mi sono io lasciato trasportare? chè in vero impensatamente sono in questo ragionamento trascorso. Tuttavia non mi dispiace tanto avervene detto, perciò che essendo voi sul bel fiore de la vostra giovinezza, non vi potrà se non sommamente giovare se sovente pensarete, come saggiamente disse il venturoso e magnanimo Affricano al re Massinissa, non esser tanto di pericolo a l’età giovinile negli esserciti degli armati nemici, quanto si prova dagli amorosi carnali diletti avvenire; di maniera che vie più di gloria s’acquista in vincer l’amorose passioni e se stesso e fuggir queste lascivie che snervano e spolpano la gioventù, che non si guadagna onore in superar tutti gli armati esserciti del mondo. Mi sono adunque mosso a scrivervi per narrarvi come talora amore i sensi nostri, mutando, abbaglia e bene spesso una cosa per un’altra ci fa vedere. Onde ragionandosi dei molti inganni nei quali incorreno i miseri ed incauti amanti, il nostro gentilissimo, il signor Carlo Attellano, come sapete piacevol e bel favellatore, narrò a la presenza del molto umano e cortese signor Alessandro Bentivoglio vostro onorato zio un accidente avvenuto ne la città di Milano. Mi parve degno il caso [p. 32 modifica]d’esser consacrato ad eterna memoria per ammonizione dei giovanetti che incautamente si lasciano irretire. Descrissilo subito, e voi mi occorreste a cui donare lo devessi in testimonio de la nostra cambievol benevoglienza. Voi in questa vostra fiorita gioventù tanto più sète periglioso in questi intrigamenti amorosi incappare, quanto che l’età e la inclinazione del temperamento vostro naturale pare che a l’amorose passioni tutto v’induca. Perciò vivete cautamente e guardate che la vostra libertà non vi sia rubata. Facil cosa è traboccar ne l’abbisso de la servitù; ma il ritornar indietro e ricuperare la cara perduta libertà è opera molto più difficile che altri non crede. Orsù, accettate questo mio picciolo dono ed ai vostri signori fratelli Gostanzo e Girolamo fatene parte. Che nostro signor Iddio lungamente tutti vi conservi.

Amore di messer Gian Battista Latuate e l’errore ov’era intricato, con l’arguta risposta de la sua innamorata.


Egli è una gran cosa, madama mia osservandissima, che ogni volta ch’io voglio parlar de la mia patria Milano, ci siano pur assai che così mal volentieri m’ascoltino, massimamente se io mi metto a voler lodar quella città. E nondimeno ce ne sono molti che non si ricordando avermi talora ripreso che io voglia lodar la mia patria, entrano, non se n’accorgendo, nel pecoreccio di voler metter sovra le stelle alcune patrie loro che Dio per me vi dica come mertano esser lodate. E se io domando loro per qual cagione non vogliono che io dica bene de la patria mia, altro insomma non mi sanno che rispondere se non che il parlar milanese è troppo più goffo che parlar che s’usi in Lombardia, e quasi che non si vergognano chiamarlo più brutto che il bergamasco. Ma io non trovo mai, – per l’ordinario, dico, – che i tedeschi parlino altro linguaggio che il loro, i francesi quello di Francia, e così ogni nazione il parlar suo nativo. Io non vo’ già dire che la lingua cortegiana non sia più limata de la milanese, chè mi crederei dir la bugia; ma bene mi fo a credere che nessuna lingua pura che s’usi del modo ov’è nata, che sia buona. Si pigli pure e la toscana e la napoletana e la romana o qual altra si voglia, che tutte, non ne eccettuando alcuna, hanno bisogno d’esser purgate e diligentemente mondate, altrimenti tutte tengono un poco del rozzo ed offendono gli orecchi degli [p. 33 modifica]ascoltanti. Così credo io che il parlar milanese sia da sè incolto, ma si può leggermente limare. Tuttavia io non saperei biasimare chiunque si sia che la lingua sua volgare parli, che insieme con il latte ha da’ teneri anni bevuta. Il primo cardinale Trivulzo, che nato e nodrito era stato in Milano a fu già vecchio fatto cardinale, andò a star a Roma al tempo di papa Giulio secondo. Egli parlando non si poteva nasconder che non fosse milanese, sì schiettamente quel linguaggio parlava. Gli fu da molti detto che devesse mutar parlare ed accostumarsi a la lingua cortegiana; onde sorridendo rispose loro che gli mostrassero una città megliore e d’ogni cosa più abondante di Milano, che alora egli imparerebbe quell’idioma; ma che ancor non aveva sentito dire che ci fosse un altro Milano. E ben diceva egli il vero, perciò che a lo stringer de le balle pochi Milani si trovano. Onde io che per l’Europa e per l’Affrica sono tanti anni ito errando, a parlar da gentiluomo e dire veramente ciò che ne sento, io reputo Milano aver poche città che il pareggino e siano d’ogni cosa al viver umano necessaria sì abondevoli come egli è. Il perchè Ausonio Bordegalese nel catalogo de le città mirabilissimamente lo commenda e quasi lo fa pari a Roma, in quei tempi che ancora Roma da’ barbari non aveva ricevuto danno, ma intiera e bella fioriva. Se adunque un poeta guascone lo loda, non riputo che a me debbia esser disdicevole aver fatto il medesimo e farlo ogni volta che me ne venga l’occasione. Dico adunque che in Milano, ricco e copioso d’ogni buona cosa e pieno di grandissima e leggiadra nobiltà, non è molto tempo fu un giovinetto chiamato Gian Battista da Latuate che per la morte del padre era rimaso ricchissimo e si nodriva sotto la cura de la madre, madrona nobilissima dei Caimi, la quale poneva ogni diligenza, studio e sollecitudine in allevar questo suo unico figliuolo gentilmente e fare che insieme con le buone lettere riuscisse ornato d’ottimi costumi. Crebbe il giovinetto, e già essendo di quindeci in sedeci anni, dava a tutti ottima speranza di farsi un compìto gentiluomo, praticando con altri giovini gentiluomini e spesso essercitandosi ora in cavalcare, ora in giocar a la palla ed ora su la scola de lo schermire, adattandosi meravigliosamente al maneggio d’ogni sorte d’armi. Aveva egli le paterne case, come ancor ha, ne la strada di Brera; e cavalcando sovente per la città a diporto ora su una mula ed ora sovra generosi cavalli, avvenne che passando per la contrada del Borgo Nuovo vide una giovanetta, che era ad una finestra che aveva una gelosia dinanzi, e quivi se ne stava a veder chiunque per la via passava. [p. 34 modifica]Parve a Gian Battista di non aver mai più veduta fanciulla così bella nè così vezzosa, e di tal maniera in quella prima vista s’abbagliò e tanto gli piacque la giovanetta, che altrove che a quella non poteva rivolger l’animo. Onde due e tre volte quell’istesso giorno le passò per dinanzi e sempre al medesimo luogo la vide, e quanto più la vedeva tanto più gli pareva che la bellezza e la grazia in lei agumentasse. Fatto poi spiare da uno dei suoi servidori chi fosse il padre di quella, intese che era un gentiluomo non molto ricco ma persona da bene e di buona fama. Tutto quel dì e la seguente notte ad altro non pensava l’innamorato giovine che a la veduta fanciulla, e tutti i suoi pensieri erano pur fitti in un solo pensiero: di poter parlar con quella. Cominciò adunque' 'ogni dì, ora a piedi ed ora a cavallo come più in destro gli veniva, a corteggiarla, ed ogni volta che quella vedeva, che quasi era ogni tratto che per la contrada passava, le faceva con la berretta in mano riverenza, e di maniera con gli occhi a quella fisi la vagheggiava che di leggero chi veduto l’avesse del suo amore accorto si sarebbe. Ella che cortese e costumatissima era, ogni volta che il giovine gli faceva onor di berretta, modestamente col capo alquanto chino e con lieto viso l’onor ricevuto gli rendeva, di che Gian Battista meravigliosa consolazione sentiva, parendogli che ella non avesse a sdegno esser da lui amata. Durò alquanti dì questa pratica, ogni dì più infiammandosi il giovine, e riposo nessuno non ritrovando se non tanto quanto la vedeva. Ebbe modo col mezzo d’una vecchia di scriverle un’amorosa lettera, ne la quale le diceva come ferventissimamente quella amava, con quelle affettuose ed amorevoli parole che questi giovinetti di prima piuma sogliono a le innamorate loro scrivere. Accettò la fanciulla la lettera e la lesse, ma altra risposta non le rese. Replicò l’innamorato Gian Battista un’altra lettera tutta piena d’amorose parolette, di suplichevoli preghiere, e le faceva instanzia grandissima che ella degnasse di prestargli una udienza segreta, perchè le faria intender molte cose che non era da esser commesse a la scrittura e che le sarebbero care. A la giovanetta punto non dispiaceva d’esser vagheggiata ed amata da così nobile e ricco giovine, ed ancor che pari suo non fosse, sperava perciò che di leggero egli così potesse invaghirsi che per moglie la prenderebbe. Ella era ingegnosa ed avveduta molto, e chiaro comprese ciò che importava il gergo de l’audienza segreta. Gli rescrisse adunque ella ringraziandolo de l’amor che diceva di portarle, e che ella amava lui quanto ad onesta fanciulla apparteneva: di segreta audienza da [p. 35 modifica]lei avere, che non sperasse già mai, perciò che cotali audienze da lei si serbavano a colui che il padre le daria per marito. Avuta questa savia risposta, Gian Battista, essendo da l’amorosa tarantola morso ed il veleno troppo a dentro penetrato, tuttavia più si sentiva accendere, e tanto più andava di mal in peggio quando che la fanciulla ogni volta che lo vedeva tutta allegra gli faceva buonissimo viso e pareva che volentieri si lasciasse vedere. Essendo adunque egli in questi termini e rimedio al suo amore non ritrovando, conchiuse tra sè di parlar al padre di lei e chiederla per moglie. Fatta questa deliberazione e presa l’oportunità, ritrovò il padre de la sua innamorata e gli disse, dopo che salutato l’ebbe: – Messer Ambrogio, per non entrar ne l’orto de le belle parole e de le cerimonie, io con voi parlerò a la libera. So che voi sapete ciò che io mi sono e che non vi accaderà andar cercando informazione de’ casi miei. Quando a voi piaccia di darmi vostra figliuola Laura per moglie, io volentieri la sposerò, perchè sono già molti dì che ella meravigliosamente mi piace e tra me ho fatta ferma deliberazione di seco maritarmi. – Messer Ambrogio si meravigliò molto di questa domanda, e conoscendo la nobiltà e le gran ricchezze del giovine, che sapeva che in Milano averebbe molto meglior partito e più nobiltà e roba ritrovato, restò un poco sospeso, e poi così gli rispose: – Signor Gian Battista, a me non accade pigliar informazione de’ casi vostri, sapendo molto bene quello che voi sète. E per questo non posso se non grandemente meravigliarmi de la domanda vostra, che vogliate abbassarvi a prender mia figliuola, che se bene è nata nobile pur è figliuola di povero padre, chè le mie facoltà non son tali ch’io possa darle a gran pezza la dote che a voi si conviene. – Non mi parlate di dote, – disse l’amante, – perciò che, la Dio mercè, io ho roba assai per lei e per me, a non vi chieggio nè dote nè altro se non Laura sola, a la quale io farò conveniente dote e tale, quale ad un par mio appartiene. Risolvetevi pure a darmi vostra figliuola, e del resto non vi prendete nè cura nè fastidio. Averò ben caro che mia madre per ora' 'nulla ne sappia. Ma per sicurezza vostra io sposerò Laura in presenza di quattro a cinque dei vostri più prossimi parenti. – Messer Ambrogio alora gli rispose: – Signor mio, egli è ben fatto che in un caso di tanta importanza voi ci pensate suso meglio cinque o sei dì ancora, ed io altresì penserò ai casi miei. – Pensate pure,– disse il giovine, – esser i sei giorni passati, chè io lungamente tra me ho pensato sovra questo e sono determinato di quanto mi piace di fare. – Or via, – soggiunse messer Ambrogio, – [p. 36 modifica]un altro dì ne parleremo a più bell’agio. – Ed andato l’uno in qua e l’altro in là, scrisse il fervente e sollecito amante a la sua innamorata quanto col padre di lei aveva ragionato, del che ella si trovò meravigliosamente lieta. Messer Ambrogio, pensando a quello che il giovine chiesto gli aveva, dubitò che credendo di far amicizia e parentado non acquistasse una eterna nemicizia. Egli conosceva la diseguaglianza che tra le parti era, e giudicava cotal matrimonio non deversi fare. Il perchè diligentemente al tutto lungamente pensato, ebbe modo di parlar con madonna Francesca, – chè tale era il nome de la madre de l’innamorato giovine, – e puntalmente le narrò tutto il ragionamento che con il giovine era passato. Si trovò assai di mala voglia madonna Francesca di cotal nuova, e ringraziò pur assai messer Ambrogio che le avesse la voluntà del figliuolo fatta intendere, e lo essortò a maritar Laura e non perder tempo. Si strinse ne le spalle il povero gentiluomo e si scusò dicendo che la possibilità non ci era e che Laura ancor era fanciulletta e non passava il tempo. Li domandò madonna Francesca quanto egli soleva dar di dote a le sue figliuole. A cui egli rispose: – Io, signora, ne ho maritate due e ho dato a ciascuna di loro mille ducati. Al presente mi resta Laura, a la quale vo’ dar il medesimo quando sarà il tempo, chè volendola adesso maritare non averei il modo di pagar cento fiorini. – Disse alora madonna Francesca: – Messer Ambrogio, a ciò che voi conosciate quanto m’è stato caro l’avviso che dato m’avete del desiderio del mio figliuolo, cercate partito uguale a vostra figliuola, e quanto più tosto lo farete sarà meglio; ed io vi presterò tutti i mille ducati de la dote, i quali voi mi restituirete con vostra comodità in cinque o sei anni. Nè altro da voi voglio che uno scritto di vostra mano. – A questa sì cortese e larga proferta rese messer Ambrogio quelle grazie che seppe le maggiori, e promise a madonna Francesca non mancar d’usar ogni diligenza per maritar Laura. E così restarono d’accordio. Sollecitava tuttavia Gian Battista con lettere ed ambasciate la sua Laura, e tante volte quante in destro gli veniva passava per la contrada, ed ogni volta che a la finestra la vedeva gli pareva veder un nuovo paradiso aperto, sentendo da quelle viste una interna e meravigliosa consolazione. Madonna Francesca, che aveva paura grandissima che il figliuolo non sposasse Laura, tenne segretamente modo di parlar con monsignor l’abbate Caimo suo fratello, uomo d’autorità e di riputazione, e con altri suoi parenti; e medesimamente parlò con alcuni zii e congiunti di sangue del figliuolo, e a tutti fece intender l’amorosa pratica di [p. 37 modifica]quello e ciò che ella con messer Ambrogio fatto aveva, e a tutti, così suoi come attinenti del figliuolo, chiese conseglio ed aita a ciò che col minor male che fosse possibile si provedesse che a modo veruno Gian Battista non prendesse Laura per sua moglie. Cose assai si dissero e mille partiti furono proposti, dicendo ciascuno il parer suo. A la fine si risolsero tutti in questo: che il meglior rimedio che ci fosse era di mandar per alcun tempo Gian Battista fuor di Milano e in quel mezzo maritar Laura. A questo partito s’accordarono tutti, ancor che madonna Francesca come piacevole e tenera madre non molto volentieri vi s’accordasse: amava ella l’unico figliuolo tenerissimamente e le pareva senza quello non poter vivere, perciò che se stava due e tre ore che nol vedeva si sentiva morire il cor nel petto. Nondimeno dal fratello e dagli altri' 'amici e parenti essortata e fatta capace che questo solo era il salutifero rimedio per vietar che il figliuolo in tutto si ritirasse da quella impresa amorosa, vi s’accordò anch’ella. Restarono adunque in questa concordia tutti: che monsignor l’abbate Caimo invitasse Gian Battista ed altri parenti con dui tutori suoi a desinar seco il giorno seguente, e dopo il desinare che l’essortassero a partirsi da Milano e andare a la corte di Roma per alcun tempo. Fu fatto l’invito e di brigata desinarono in casa de l’abbate. Poi che si fu desinato, disse uno dei tutori al giovine: – Dimmi, Gian Battista: come ti piace la pratica de la nostra città? – Rispondendo il giovine che assai, soggiunse colui: – Io non ti vo’ già dire che non sia buona, ma se tu provassi una volta la corte de la città romana, egli non ti verrebbe forse voglia di tornar così tosto in qua. – Io non so tante Rome, – disse il giovine; – ma a me pare che tutti i piaceri del mondo siano in questa nostra patria. – E travarcando d’uno in altro parlare pure circa questa materia, l’abbate disse: – Vedi, nipote: se tu vuoi andar a stare a Roma alcuni mesi, a me dà il core di far che mia sorella sarà contenta e ti sarà provisto di danari onoratamente. Ben t’assicuro che tu diventerai un altro uomo, chè se tu sei gentile, tu diverrai gentilissimo, ed imparerai mille bei costumi e vederai le più belle cose del mondo. E se una volta ci vai, non vorresti per quanto oro sia al mondo non ci esser ito. – Insomma egli con buona licenza de la madre disse che era contento d’andarvi. Tutti alora di brigata andarono a ritrovar madonna Francesca, pregandola a contentarsi di questo viaggio. Ella ancor che si mostrasse renitente, a la fine pure disse che si contentava che per cinque o sei mesi il figliuolo andasse ove più gli era a grado. Deliberata l’andata, il giovine [p. 38 modifica]del tutto avvisò la sua Laura, pregandola che di lui si ricordasse e stesse salda in amarlo, perchè in breve torneria e farebbe tanto che il padre gliela darebbe per moglie. Messo adunque ad ordine di quanto bisognava, onoratamente accompagnato si partì il giovine da Milano e s’inviò verso Roma. Come egli fu partito, mandò madonna Francesca a chiamar messer Ambrogio e volle saper da lui a che termine si trovava per maritar la figliuola. – Tre partiti, – rispose egli, – ho io, madonna, per le mani, i quali tutti tre sono al grado mio convenienti e quasi ugualmente mi piaceno. Ma poi che voi, la mercè vostra, degnate accomodarmi del denaro, io mi delibero elegger quello per genero che più a voi parrà al proposito. – E detti i nomi e i cognomi di tutti tre e le facultà che avevano, dopo molte parole convennero in un di loro; onde madonna Francesca, secondo la promessa fatta prestando i mille ducati al buon messer Ambrogio, fu cagione che egli in dui o tre giorni conchiuse il matrimonio de la figliuola, e fu fatto lo sponsalizio e le nozze. Indi a poco tempo lo sposo, che stava ne la contrada dei Biglia, menò la sposa a casa sua. Prima che Gian Battista si partisse, come già v’ho detto, scrisse più volte a Laura e con le lagrime sugli occhi passando dinanzi a la casa di lei le fece riverenza, quasi da lei che a la finestra era prendendo congedo. Aveva poi lasciato un suo servidore consapevole di questo suo amore, che fosse diligente in spiare ed intender tutto ciò che Laura faceva. Andò Gian Battista a Roma e ne l’andare vide di belle città e donne. A Roma poi ne vide pur assai ma nessuna mai ne vide che gli paresse sì bella come Laura. La madre di lui, come vide fatte le nozze di Laura, subito scrisse al figliuolo che ritornasse, il quale non aspettate le seconde lettere a buone giornate tornò a casa. Come fu smontato, abbracciata la madre, si ridusse a la camera a cavarsi i panni cavalcareschi e vestirsi; e domandò al servidore che era di Laura. – Male, – rispose egli, – perchè è maritata nel tale e le nozze son fatte. – Credette Gian Battista a questa nuova morire. Pur fatto buon animo, montò a cavallo a andò a trovar Laura, e la ritrovò che era in porta con una parente di suo marito.' 'Come la vide, subito la conobbe, ma si meravigliò forte che la vide con un occhio accecato. E giunto dove era, la salutò ed ella gli disse che fosse il ben ritornato. Egli si rallegrò seco che fosse maritata, mostrando allegrezza dei piaceri di lei; poi gli disse che si condoleva de la disgrazia che l’era accaduta. – E qual disgrazia? – disse ella. – La disgrazia de l’occhio – soggiunse egli – che io vi veggio aver perduto. – La giovane, che era accorta, alor gli disse: – Ed [p. 39 modifica]io vosco di core mi rallegro che abbiate ricuperati tutti dui gli occhi vostri. – Era fin da piccolina sempre stata Laura con un occhio guasto; ma o fosse il giovine troppo accecato ne l’amor di lei o la gelosia che era a la finestra l’avesse impedito, mai non se n’era accorto. Così adunque Amore gli incauti amanti acceca


Il Bandello al molto magnifico in ogni dottrina eccellente il signor Giulio Cesare Scaligero


Sogliono spesse fiate avvenir alcuni impensati casi, ai quali con difficultà grandissima i più saggi uomini che si siano saperiano provedere, e nondimeno un subito accidente avverrà che in un tratto al tutto ottimamente rimedia. E se questo in varie cose occorre come a la giornata si vede, par perciò che nei casi d’amore più frequentemente occorra. Onde essendo venuta una gentilissima compagnia di signori guasconi e di bellissime dame a godere in questi giorni fastidiosi canicolari il sito e l’aria fresca di questo castello di Bassens con madama Gostanza Rangona e Fregosa mia padrona, e su l’ora del merigge ragionandosi degli infortunevoli casi d’amore, poi che variamente se ne fu ragionato, messer Girolamo Aieroldo gentiluomo milanese e maestro di stalla del serenissimo re di Navarra, veggendo che quasi ciascuno si taceva, disse: – Illustrissima madama e voi, dame e signori, io vi vo’ narrare un accidente che non è guari in Guascogna è avvenuto, ove vederete che talora il caso o sia fortuna mette rimedio e provede ove Salomone col suo sapere si sarebbe perduto. Ma per convenienti rispetti io mi tacerò i veri e proprii nomi de le persone che bisogneria nomare, e m’aiuterò con qualche nome finto. – E così con piacere de l’onorata compagnia in lingua francese narrò la sua novella, non v’essendo nessuno di noi italiani che, per la lunga dimora che qui fatta abbiamo, non intenda la detta lingua. Io quel dì stesso scrissi la novella da l’Aieroldo recitata e deliberai che sotto il vostro dotto nome fusse veduta, non già certamente che io l’istimi cosa degna del valor vostro, de la dottrina e de l’antica e nobilissima vostra progenie, chè