Novellette e racconti/XXXIV. Di uno Zotico che comperò una polizza di lotto

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XXXIV.
Di uno Zotico che comperò una polizza di lotto

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Di uno Zotico che comperò una polizza di lotto
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Di uno Zotico che comperò una polizza di lotto.


Ci sono alcuni uomini, i quali fino a tanto che vivono fuori delle città grandi e stanno a ragionare di cavalli, di archibusi, di beccacce e di lepri, vengono ascoltati a bocca aperta dagli uomini di contado, i quali ammirano con la berretta in mano lo spirito e l’eloquenza di quelli. Ma se mai entrano dove le continue faccende e le conversazioni frequenti acuiscono gl’ingegni, rendendoli pronti e [p. 60 modifica]vivaci, sono come pesci fuori dell’acqua. Poco tempo è che venne in Venezia uno, e non dirò di qual paese, il quale udendo a gridare qua e colà per le vie le polizze del lotto, senza sapere che fossero, sentendo a dire cento ducati per quattro soldi, cento ducati per quattro soldi, pose mano a’ quattro soldi e comperò la polizza. Il temperamento suo è tale, ch’egli si vergogna di chiedere informazione di cosa veruna apertamente, e crederebbe che fosse peccato il mostrar di non saper tutto. Postasi dunque in una segreta saccoccia la polizza, se ne andò ad una bottega di caffè, dove sedevano alcune persone in cerchio, che per avventura ragionavano di lotto, poichè dovea cavarsi la mattina vegnente; onde a poco a poco, stando in ascolto, intese così in digrosso quello che sia il cavare de’ numeri e il nome de’ terni e degli ambi; ma poco altro potè comprendere, fuorchè, oltre a ciò, a un dipresso l’ora in cui si dovea fare l’estrazione. Eccolo dunque la mattina alla piazza fra la calca degli strologhi, degl’indovini e degl’interpreti de’ sogni, i quali tutti si credono di avere indovinato, e in fine si maravigliano che la cosa riesca il contrario della loro espettazione, e danno la colpa a tutt’altro, che all’incertezza di un giuoco. Stava l’uomo dabbene con la sua polizza in mano: esce il primo numero ed è uno de’ suoi, esce il secondo ed è uno de’ suoi, e l’ultimo era di altri. Grandissima fu la sua confusione per sapere s’egli avea guadagnato o no, o che avesse guadagnato; ma sdegnandosi di chiederne parere ad alcuno, ripose di nuovo la polizza sua, e se ne andò alla solita bottega. Quivi trovò ancora compagnia, alla quale con sussiegato e politico parlare domandò quello che si guadagnasse uno che si fosse abbattuto a ritrovare tre numeri: gli fu risposto, un terno: e chi ne avesse trovati due? Un ambo. Domandò poi a poco a poco dove si pagasse, e gli fu risposto: Alla zecca. Statosi là alquanto, per non dimostrare che fosse tocca a lui questa sorte, e per non far sapere al pubblico i fatti suoi, andò, quando gli [p. 61 modifica]parve tempo, alla zecca, e presentandosi con sodo viso al pagatore, gli disse: Si pagano qui le polizze del lotto? Sì signore, disse l’altro. Qui ci è da pagare, disse l’amico; e così dicendo, trae fuori la carta e la mostra al pagatore. Quegli la guarda e ride, poi dice: Io ho altro che fare: vada a’ fatti suoi. Come, disse l’altro: oh, mancasi così di fede! non ho io indovinati due numeri? Il pagatore si stringe nelle spalle e lo guarda con maraviglia e dice: Io veggo che vostra signoria non sa nulla di questo fatto; s’ella avesse legati questi tre numeri, ci sarebbe l’ambo e ne avrebbe ora guadagnati cinque ducati e l’accrescimento; ma ci voleano otto soldi e mezzo di giunta. L’amico, udito ciò, rispose: Signor pagatore, scusi ch’io non so tutte le usanze di questo giuoco; sono un uomo puntuale e onesto: eccole i suoi otto soldi e mezzo, e mi paghi il mio ambo; è giusto ch’ella abbia il suo: e già comincia a noverare gli otto soldi. Gli fu riposto con quel proverbio: tardi le man, ecc.; ond’egli se ne andò svergognato fuori di là, e avrà fino a qui fatto maravigliare mille volte gli uomini di contado della sua disgrazia.