Nuova enciclopedia popolare/Introduzione/Capitolo quarto
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| ◄ | Introduzione - Capitolo terzo | Introduzione - Capitolo quinto | ► |
CAPITOLO IV.
Epoca iv, ossia della storia antica divisa nei suoi sette periodi principali e considerata in tutti i suoi rapporti col progresso universale delle lettere, delle scienze, delle arti.
(dal 300 av. C. al 476 dopo C.)
Noi abbiamo appellato questo periodo l’epoca della storia antica, non senza un meditato pensiero. Certo che non altrimenti che alla storia antica appartengono i politici avvenimenti, i progressi delle scienze, delle lettere e delle arti nel precedente periodo delineati; ma considerando noi siccome gli annali della umanità non abbiano in quel periodo fatto più che svilupparsi dagli involucri mitologici e dalle tenebre dei secoli, e solo a quando a quando illuminarsi dei primi albori della storica certezza, abbiamo avvisato non poterglisi attribuire alcun altro predicato, salvo i quello di storia primitiva certa, e di riserbare quell’altro di storia antica a questo periodo, siccome a quello il quale assume il carattere di una certezza comune alla storia di quasi tutti i popoli allora conosciuti, e consecutiva in quasi tutti gli avvenimenti, si che lascia bene spesso intravedere il nesso con cui si connettono questi nei rapporti di causa ed effetto. La storia del mondo nella vece di offrirsi, come nell’epoca precedente, in altrettante sparse e dissociate monografie quante erano le nazioni di allora, si coordina in questo periodo ad un principio di unità nel quale convergono ed al quale si attengono gli avvenimenti principali di varii e numerosi popoli; e la storia di una sola città si rende la storia pressochè universale di tutte quelle antiche nazioni. Finalmente applicammo lo speciale predicato di antica alla storia di questo periodo, perchè è in essa che sono a rintracciarsi le più rimote e legittime cause di tutte le politiche vicissitudini, le civili e morali di condizioni di tutte le successive età sino alla nostra. Le nostre instituzioni, il nostro progresso intellettuale, industriale, commerciale non ha più manifesti ed immediati principii di quelli che loro assegnano gli avvenimenti di questo periodo, e quindi perciò appunto costituisce esso solo quella parte della storia della civiltà nostra, che può legittimamente essere chiamata antica.
Una delle più grandi creazioni dello spirito umano che caratterizza il progresso di questo periodo è quella della scienza del diritto. Surta essa col sorgere della potenza romana, ando sempre più, col progressivo incremento di questa, contemporaneamente sviluppandosi in tutta la latitudine di quella civile sapienza che forma la causa, mentre è anche nel tempo stesso il risultamento dell’effettiva potenza di una grande nazione. Ecco il perchè, come abbiamo già altrove mostrato, la storia del diritto di un popolo forma identicamente quella del politico e morale suo progresso; e Roma conquistatrice, Roma madre e maestra eterna della scienza del diritto, più che non negli annali di Polibio e di Livio, ha nelle sue leggi e nelle politiche sue instituzioni scritta e documentata la storia delle sue vicissitudini di progresso e di decadimento.
Delineando la storia della romana giurisprudenza, noi veniamo abbozzando quella di una scienza che germinò universali, sebbene più o meno latenti i suoi principii in tutte le vigenti costituzioni politiche e civili dei popoli d’Europa, e nello stesso tempo la storia di tutte quelle prime fasi che ha Roma subite per arrivare al dominio del mondo, e il mondo vide riassumersi e rappresentarsi in essa sola l’immenso dramma di tutti i suoi passati destini[1].
Noi abbiamo già veduto ottener Roma le sue prime leggi scritte in quelle delle dodici tavole. Vuolsi che la romana giurisprudenza non abbia avuti altri principii di quelli che le vengono da queste leggi assegnati; ma Roma ebbe anteriormente ad esse ordinamenti politici e civili nei quali è forse più che non altrove a rintracciare gli elementi di quelle leggi stesse.
Roma, nelle prime sue origini, aveva una forma di governo monarchica limitata, che più veramente parlando potea chiamarsi aristocratica, mentre il suo re non era più che un preside nominato a vita investito di parecchi poteri. Amministrava egli la repubblica, ma il potere politico era esercitato tanto da lui quanto dal senato e dai comizii[2]. Il re era capo supremo di tutta la popolazione armata, ed il suo capitano in guerra[3]. Nei tempi di pace aveva la giurisdizione medesima che più tardi avevano i consoli ed i pretori, insieme al potere esecutivo chiamato imperium[4]. Infliggeva castighi e multe; ma il cittadino poteva appellarsené al popolo[5]. Aveva un potere dittatoriale verso gli stranieri; lo si vede anche gran sacerdote e tutelare i sacra; ma non capo del culto; partiva le terre conquistate. Presiedeva il senato ed i comizii, e proponeva a questi i progetti di legge (rogationes). Il senato componevasi di trecento ottimati (gentes) o di trenta curiæ, ed era un consiglio perpetuo dell’amministrazione[6]. I comizii erano in origine assemblee nelle quali avevano volo i soli patrizii od ollimati. Durarono col nome di comitia curiata, finchè la plebe, come vedremo più oltre, riuscì a prender parte in queste assemblee legislative[7]. Ed ecco l’origine delle leges curiatae, di alcune delle quali l’Agostino, li Lipsio, l’Orsino crederono trovar frammenti che risalgono persino a Romolo. Numa Pompilio diede instituzioni sue proprie, ma più sacre che non politiche, e pel primo tra Romani ridusse a precetti religiosi gli insegnamenti più opportuni all’agricoltura ed al ben essere sociale. Servio Tullio divide il popolo in classi, le classi in centurie; instituisce il censo, i comizii centuriati; riduce la plebe in trenta tribù, ed organizza una nuova costituzione, nella quale (avveguachè i patrizii conservassero la loro preponderanza politica) ebbe la plebe il primo germoglio della sua libertà, giacchè in questi comizii centuriati, di cui fu fatta partecipe, ottenne di farsi arbitra necessaria nelle accuse capitali: De capite civis nonnisi comitialus maximus agito.
Mentre che il diritto politico di Roma subiva questo iniziamento alla forma democratica, il diritto civile non aveva assunto ancora alcuna forma certa, alcun principio di vincolo stabile ed universale, perchè tuttavia in balia di consuetudini che il patriziato, unico interprete di diritto, volgeva sempre a pro suo ed a danno della plebe. E quanto ne avanza di quelle leggi regie che secondo Pomponio avrebbe raccolto un Papirio contemporaneo di Tarquinio il Superbo[8], e note sotto il nome di Jus civile Papirianum, non ci porge notizia che di cose attinenti al culto ed alla religione[9]. Roma si libera dei Tarquinii, ed ordinatasi in una pura aristocrazia retta dal senato e da due consoli annuali, è teatro continuo di guerre civili fra i patrizi e la plebe. Le guerre obbligavano questa a negligere l’agricoltura, soli mezzi del viver suo, ed a contrarre debiti per provedersi d’armi e di vitto; e mentre s’accrescevano le ricchezze de’ patrizii colle terre conquistate, e ad essi soli devolvibili, l’usura, in forza della legge del nesso, facea degli indebitati plebei altrettanti schiavi del patrizio. L’esasperazione sempre più aumentata ebbe scoppio una insurrezione allo spettacolo di un vecchio plebeo orribilmente mutilato da un patrizio creditore. La plebe accampatasi sul monte Aventino ottenne una tutela contro l’oppressione in un magistrato che tratto dal suo grembo avesse diritti e poteri validi a tutelare la sua libertà, Roma ha i cinque tribuni della plebe, e poco dopo gli edili, che pure dal seno della plebe venivano eletti[10], e con questi magistrati le leggi cui un sacro giuramento d’inviolabilità acquistò il nome di sacrate; per esse ciascun tribuno è inviolabile, e il veto uno solo di essi può infralire qualunque decreto del senato: poi a qualche tempo (490 a. C.) è vitato interrompere questi magistrati con dispareri [1] e clamori quando aringano al popolo cui per tribù ponno a grado loro adunare come anche stringere i senatori a consiglio: più tardi niuno può esimersi, quando l’autorità tribunizia lo costringa, a giudizio dinanzi al popolo; legge che spesso debbe in progresso colpire la maestà medesima dei dittatori, dei consoli, dei pontefici (492 a. C.). Ma dal momento che la plebe potè erigere con queste magistrature un valido antagonismo contro il potere aristocratico, un’implacabile battaglia ebbe principio tra la tribunizia autorità e la senatoria; e la plebe fa altrettanto immansueta verso i senatoconsulti, quanto fu il senato insofferente dei plebisciti. Quindi da un lato i tribuni in continui tentativi, quando di distruggere la ferocia del nesso, quando di moltiplicare le leggi agrarie, di che il console Sp. Cassio Viscellino aveva dato il primo esempio (486 a. C.), le quali acquistassero alla plebe qualche porzione dei campi tolti ai popoli conquistati; da un altro lato gli ottimati in continue reazioni, onde far nulla l’audacia dei tribuni, finchè la pertinace operosità di questi fa sì che la plebe, dopo strappata al senato una sentenza d’esilio contro il patrizio Coriolano proponitore dell’abolizione del tribunato, ottiene facoltà di convocare i suoi comizii, e di nominare i proprii tribuni indipendentemente dal senato (475 a. C.), costringe gli ottimati alla ratificazione della legge Tarentilia, per la quale può godere un pieno dominio dei beni al pari de’ patrizi, quindi non più bonitario e sottoposto all’arbitrio degli ottimati; ma quiritario, identico cioè al dominio di questi. A quest’epoca (456 a. C.) può il tribuno convocare ad arbitrio il senato.
Ma in gravi malanni involgea tuttavia la plebe la mancanza di una legge, che essendo scritta ed invariabile, la francasse dagli arbitrarii giudizii de’ patrizi, i quali, a loro talento e sempre a loro pro, continuavano ad essere gli interpreti di quell’incerto diritto consuetudinario, con cui regolavasi ogni loro ragion civile. La tirannia patrizia veniva quindi commovendo dissidii e contese che avrebbero trascinato lo Stato ad una rovinosa anarchia. Romilio propone la compilazione delle leggi che, secondo Livio[11], definissero i confini della potestà consolare e del senato verso la plebe e, secondo Dionigi d’Alicarnasso[12], facesse questa partecipe delle terre conquistate, e in modo universale ed immutabile statuissero i rapporti di ogni pubblico e privato diritto, e togliessero al patriziato l’esclusivo privilegio di esercitare arcanamente ogni facolta legislativa, e secondo Dione congiungesse ad unità i due ordini; e Roma ebbe le leggi decemvirali, che artificiosamente si spacciò dal senato attinte al fiore della sapienza civile di Grecia, onde via meglio o coonestare o velare la patrizia tirannia in esse, quando troppo chiara, e quando latente[13]. Ma altro vantaggio non raccoglie la plebe da queste leggi, tranne quello di vedere pubblicamente esposto e immutabilmente sancito il suo codice civile, il quale non era più che la collezione di quelle stesse leggi patrie consuetudinarie che trovavansi registrate nei libri dei pontefici[14].
Le leggi delle dodici tavole avevano col Nexo soluto Forti Sanati siremps jus esto riconformato bensì alla pelebe il già ottenuto diritto quiritario dei beni, ma questa non fu tarda ad avvedersi siccome la sua esclusione, mantenuta in quelle leggi, dal diritto degli auspicii, implicava quella del connubio su cui basava la ragione civile d’ogni cittadino, e le toglieva quindi il poter disporre de’ suoi beni e per testamento e per atto di donazione, i quali ricadevano quindi perpetuamente nelle mani degli stessi ottimati[15], e pretese, e pochi anni da poi ottenne, con acerrime lotte, colla legge Canuleia anche il diritto stesso di connubio.
Da questo momento principia il vero progresso della democrazia di Roma. Colla legge Orazia (452 a. C.) ottiene il diritto di dividere cogli ottimati e col senato l’autorità di condannare un cittadino o all’esiglio, o nel capo; colla Publicia, di tenere sottoposti ottimali e senato ai suoi plebisciti costituiti in leggi universali[16], (diritto che più tardi la legge Ortensia (268) rinnova e riconferma, di far sì che nei comizii centuriati, in cui interveniva l’aniversale ordine dei cittadini, le determinazioni non più dipendessero dall’approvazione del senato, siccome erasi cominciato a praticare da qualche tempo, ma che avessero forza di leggi per se stesse dalla pluralità dei suffragi, e limitata la facoltà degli ottimati al poter solo promovere gli affari in tali comizii, innanzi si venisse all’atto del suffragio, e di far compartecipe la plebe del magistrato della censura. Questa legge dà l’ultimo crollo alla forma aristocratica del governo; quindi Licinio obbliga gli ottimati a non poter possedere più di cinquecento ingeri; e poco dopo non solo ottiene di far la plebe ammissibile al consolato, ma sanziona che uno dei consoli debba essere un plebeo; sanzione della quale eransi per l’addietro gli ottimati schermiti più volte, surrogando al console alcuni tribuni militari in parte tratti dall’ordine plebeo. Tali trionfi acquistano poco dopo alla plebe il diritto alla pretura (416), la tanto combattuta abolizione della legge del nesso (427), e la sacra dignità del pontificato (452). Nè qui si arrestò il corso delle vittorie tribunizie sopra il senato. La divisione della città era fino dai primissimi tempi determinata in popolo e plebe, comprendendosi nel primo il senato e gli ottimati, nel secondo i plebei. Fabio Massimo (e vuolsi che ciò avvenisse nel 449 di Roma), facendosi il paciere di acerrime quistioni insorte fra plebe ed ottimati, propose la divisione dei ceti in ragione del vario censo, e instituì un terzo ceto detto de’ cavalieri[17] il quale, siccome ordine medio, era stabilito a misura di un censo minore di quello dei patrizii e maggiore di quello della plebe. Se Tiberio Gracco insanguina inutilmente la città colle sue leggi agrarie, Labeone ottiene per plebiscito che tutti i tribuni della plebe abbiano un carattere senatorio; e se Caio Gracco tenta invano far ammettere all’ordine senatorio seicento cavalieri, ben riesce a far si che l’elezione dei giudici non si dovesse più fare dal ceto dei senatori, ma dalle decurie de’ cavalieri. Ma intanto la corruzione della plebe fa un mercato dei suffragi nei comizii; ammessi al diritto di questi i popoli alleati o soggetti al dominio romano, aprono più facili le vie alle grandi ambizioni, Mario, Silla, Pompeo, Cesare, straziando lo Stato, consunsero ogni forza vitale della romana democrazia che venne a trovare uno splendido sepolcro nella monarchia d’Augusto.
Ma contemporanea a queste vicissitudini politiche compieva il suo corso la scienza del diritto, che assumeva dalle varie fasi politiche il carattere stesso speciale dei suoi veri progressi. Le leggi decemvirali essendo assai concise, ed essendosi in progresso grandemente aumentata la popolazione, emerse la necessità di nuove leggi, le quali si crearono dalla volontà parte espressa e parte tacita del popolo, vale a dire: le leggi in senso stretto, deliberazioni che prendeva tutto il popolo romano congregato dietro proposta di un magistrato senatorio, vale a dire di un dittatore, console o pretore[18]. I plebisciti, deliberazioni che prendeva la plebe dietro proposta di un suo magistrato, l’autorità dei quali andò variando col variare delle forme del governo, obbligando essi da prima la sola plebe, quindi, colla legge Orazia e Valeria, già accennata, tutto il popolo[19]; sì che dopo la Publicia e la Ortensia, la forza loro identificò con quella della legge in stretto senso, e i plebisciti e queste acquistarono il nome collettivo di leggi comiziali[20].
I senatoconsulti o decreti del senato, i quali, avvegnachè di rado, pur contenevano anche ai primissimi tempi disposizioni di diritto privato[21].
Gli editti dei magistrati contenenti ciò che non era nelle leggi determinato, o interpretazioni di leggi oscure; rendevano essi più conformi all’equità ed ai principii generali di diritto le leggi o troppo severe o non più adattate alle circostanze dei tempi, concedendo a tal uopo eccezioni e restituzioni in intiero e introducendo delle finzioni legali[22].
I responsi dei giurisprudenti, cui il gius romano debbe il suo maggiore perfezionamento; giacchè furono i giurisperiti che, trovate le più importanti regole di diritto esposte nelle dodici tavole e negli editti de’ pretori in un modo estremamente conciso, le svilupparono con maggiore precisione, le applicarono ai casi particolari, prescrissero le per comporre le petizioni o le risposte o per conchiudere negozi in giudizio o fuori, introdussero cautele (cautiones), perchè non avessero i loro clienti ad aver danno dal dolo altrui. Le regole poi che emersero dai consulti e dalle lotte forensi di costoro furono per tacito consenso del formole popolo introdotte, ed assunsero il titolo di Jus civile in senso strettissimo[23].
Le sentenze dei giudici uniformi in casi identici e specialmente quelle pronunciate dai centumviri[24].
Queste furono le più ubertose sorgenti del diritto romano, il quale all’epoca dell’impero, o a meglio dire sino a Cicerone, diventa colla legislazione stessa stazionario, nè subisce più che delle impercettibili modificazioni in casi singolari; il sistema del diritto civile quale lo costituirono specialmente le leggi delle dodici tavole e l’editto del pretore, non è più sottoposto ad alcuna riforma; si consolida e si propaga in tutto l’impero, in tutto quanto il mondo incivilito. Il suo progresso è nella scienza di cui il diritto è l’oggetto. Surge una giurisprudenza scientifica, che per 550 anni va maravigliosamente perfezionandosi. Cessa il movimento legislativo, ed una schiera di classici giureconsulti sviluppa le filosofiche teorie del diritto che ha rampollate le sue radici in tutta la vita sociale. È questo il principio dell’era più luminosa della giurisprudenza romana. Ma innanzi di vederne i progressi, conosciamo le condizioni politiche dell’impero.
Assunto Augusto all’impero di Roma, la forma del governo soggiacque a rivolgimenti e molti e radicali. Il popolo ben conserva (in teoria) la sovranità, ed anche sotto Claudio si assembra ancora per sanzionare le leggi; ma l’elezione dei magistrati e la giurisdizione criminale appartiene dopo Tiberio al senato[25], il quale è lo strumento del potere. Gli imperatori gettano su di esso la responsabilità dei loro proprii atti; ha l’amministrazione esteriore di alcune province; elegge i consoli, i pretori, i proconsoli; ed è operatore di un grande perfezionamento legislativo co’ suoi senatoconsulti. I consoli non hanno più che un potere nominale; la loro elezione non serve più che a designare gli anni; ordinariamente hanno consoli supplenti (suffecti ed honorarii), cui è dato in cura l’affrancamento, le emancipazioni ed altri ufficii consimili. I pretori arrivano al numero di diciotto, nè hanno più che la giurisdizione criminale; i tribuni sono altrettanti commissari di polizia del senato. Il præfectus urbis è uno dei magistrati nuovamente introdotti, capo supremo in Roma di polizia e della giurisdizione criminale, e più tardi gindice d’appello anche nelle materie civili. I præfectus prætorio, non è in origine che un caporale di guardie; più tardi, sotto Commodo, è presidente del consiglio imperiale che sotto il nome di concistorium principis fu prima il consiglio ordinario dell’imperatore, poscia, sotto Adriano, un corpo stabile, una corte d’appello in materia criminale e civile, da cui emanarono le constitutiones che in gran numero si conservano nelle Pandette, e finalmente il principale dignitario dell’impero; magistratura che si onorò dei nomi di Papirio, Ulpiano, Paolo e Modestino. Le città italiane continuano il loro reggime di libertà; ma dal popolo è passata al senato municipale la scelta dei magistrati, i quali sono vincolati da regole fisse nel ministerio loro; e talvolta vengono, siccome da Adriano e Marco Aurelio, inviati alle città dagli imperatori stessi col nome di juridici[26]. Le province, alcune sono dipendenti dal senato che elegge i governatori (proprætores), e lo stipendium passa nel tesoro dello Stato (ærarium); le altre sono totalmente soggette all’imperatore, che esercita su di esse un militare governo, nominandone i governatori (præsides); e facendone di sua proprietà (fiscus) le rendite (tributum). L’imperatore è investito dei poteri del console, dei tribuni, del proconsole sulle province, del censore e del sommo pontefice. La riunione di tutti questi poteri lo fa signore assoluto di tribuni demagoghi; la censura lo fa capo supremo della patria, e come pontefice ha l’accesso agli auguri e ne tiene la direzione; come console, gli è sottomesso il senato, e per tal guisa la potenza imperatoria tutto invade senza che venga rovesciata l’antica costituzione repubblicana.
Le costituzioni dei principi divengono intanto nuova ed abbondevole sorgente del diritto privato, e sotto la forma di Rescripta, Epistolæ, Decreta, Interlocutiones, Mandata costituiscono una congerie infinita di leggi. Le leggi comiziali numerose durante le guerre civili e l’impero di Augusto, siccome la legge Falcidia, la Papia Poppea, vanno sempre più minuendo e cessano verso i tempi di Severo[27]. I senatoconsulti si moltiplicano, e subentrando nella menomata influenza delle leggi dei comizii, siccome il Velleiano, il Trebelliano, il Pegasiano, avanzano sempre più i progressi della scienza civile. L’importanza assai grande dell’editto dei pretori richiama su di esso le cure dei giureconsulti; l’amico di Cesare, Ofilio pel primo[28] ne redige uno con molto studio e assai civile dottrina, finchè Salvio Giuliano, per ordine di Adriano, compie la redazione del famoso Editto perpetuo, che fe’ cessare in progresso, mediante un senatoconsulto provocato da Adriano, la promulgazione di tutti gli editti annui dei pretori, che conservarono però la facoltà per gli editti straordinari[29].
Ma quelli che maggiormente contribuirono al perfezionamento della giurisprudenza furonoi giureconsulti, i quali col lume della filosofia e della greca letteratura la innalzarono al massimo splendore. Ma particolarmente da Adriano ad Alessandro Severo la giurisprudenza fu la palestra dei più eminenti ingegni, anche per esser ella stala la scala ai più alti onori dell’impero. Tuttavia molto innanzi di quest’epoca la storia ricorda un Q. M. Scevola, maestro di Cicerone, il primo che tentasse di ridurre la giurisprudenza ad un sistema scientifico; un Labeone valoroso partigiano dell’antica libertà repubblicana, un Capitone emulo di quegli e ligio alla tirannide d’Augusto. La scienza e l’antagonismo di questi due danno origine alle famose scuole avversarie dette dei Proculiani e dei Sabiniani, da Proclo e Sabino discepoli di quei giureconsulti[30]. L’una di queste scuole alla testa del perfezionamento progressivo, l’altra con principii stazionari perpetuano le lotte proprie di tutte le nazioni e di tutti i secoli del movimento e dell’inerzia morale con Nerva, Proculo, Nerva figlio, Pegaso, Celso padre e figlio, Nerazio Prisco da un lato, e Massurio Sabino, Cassio, Celio Sabino, Prisco Javoleno, Aburno Valente, Salvio Giuliano dall’altro; lotte le quali sembrano all’epoca di Gaio avere un termine negli eclettici miscelliones od herciscundi.
Infinito è il numero di tutti quei giureconsulti che cooperarono al progresso della scienza civile da Cicerone ad Alessandro Severo[31], nè meno numerose sono le opere loro, delle quali pervennero a noi estratti preziosi, che da più secoli sono le leggi universali di tutte le moderne nazioni[32].
Caio, Emilio Papiniano, Giulio Paolo, Domizio Ulpiano ed Erennio Modestino sono i cinque veri luminari della scienza del diritto e la vera età dell’oro della romana giurisprudenza termina colle loro opere, le quali sotto Valentiniano III avevano perfino acquistato forza di legge[33]. Dalla morte di Alessandro Severo, l’impero romano si avanza sempre più al suo sfasciamento; i soldati pretoriani creano e depongono gli imperatori; e il despotismo di questi da un lato, da un altro le irruzioni dei Barbari, sconvolgono lo Stato in guisa che tutte le scienze, e con esse la giurisprudenza, decadono neglette e questa anche nei principii dell’equità violata. Da Alessandro Severo sino a Costantino continua bensì l’ordine politico e la legislazione precedente; il diritto classico è tuttavia in vigore ed alimentato da Arcadio, Aquila, Carisio, Gregoriano ed Ermogeniano; esso traspira anche dai rescritti degli imperatori, ma ben tosto non è più dato conservare altrimenti la cognizione del diritto che per mezzo dell’opera continuata del potere, cioè a dire mediante una moltitudine di leggi novelle le une peggio delle altre redatte. Questi decreti si moltiplicano in modo che fassi necessario il riunirli nelle grandi raccolte chiamate codici, e la codificazione è quindi a Roma l’effetto della decadenza dei lumi e della scienza del diritto. La storia del diritto diviene da questo momento la storia di tali raccolte. Dall’epoca di Diocleziano in poi, in cui ha il vero suo termine la storia del diritto classico, la legislazione può essere chiamata bisantina, ed assume un carattere tutto suo speciale. Il cristianesimo influisce pure grandemente su di essa, e sotto parecchi rapporti si confondono fra di loro la Chiesa e lo Stato; l’imperatore interviene negli affari di religione; convoca od autorizza i concilii; prescrive la sommissione ai canoni della Chiesa, ed il clero acquista privilegi e favori; dianzi povero ed umiliato, diviene in breve tempo dovizioso e potente. I diritti che gli imperatori romani, specialmente dopo Teodosio, avevano concesso alla Chiesa, non periscono già coll’impero, ma costituiscono la base del diritto politico ecclesiastico sotto i re barbari. Il Codice Gregoriano che abbraccia le costituzioni da Adriano fino a Costantino, l’Ermogeniano che contiene quelle di Diocleziano Massimiliano[34] ed il Teodosiano[35] che Teodosio II promulgò in Oriente nel 428, e venne sanzionato ne’ suoi Stati in Occidente da Valentiniano I, contenente le costituzioni di Costantino e suoi successori compresi Teodosio e Valentiniano, sono tutto il [30] miglior prodotto della giurisprudenza da Alessandro Severo alla caduta dell’impero romano.
Ma mentre le costituzioni politiche e civili di Roma compierono nell’intervallo degli otto secoli di questo periodo il corso di tante vicissitudini, la Cina vedeva comparire le leggi di Tsin-scin-hoang-ti, colla distruzione da questi operata di tutti i principati dell’impero (255 a. C.); quindi (249 a. C.) il primo suo codice penale (Le-quee-falching)[36] del famoso Le-quee, mezzo secolo dopo (202 a. C.) Cao-hoang-ti fa compilare il suo codice, esaminato e poscia sottoscritto da un’assemblea dei grandi; questo chiuso in una cassetta d’oro giace inutile monumento della sapienza civile del suo autore, e le leggi obliate, i costumi corrotti, mille sanguinose vicissitudini politiche rattristano gli annali di quell’impero finchè risorge ad una rigenerazione morale e civile con Sseme-ieu che segna la data (265 d. C.) della legislazione nota sotto il nome dei Tein in quelle regioni. Tra i Parti, Mitridate raccoglie le leggi dei popoli conquistati e ne compone un codice universale pel suo impero (164 a. C.). I Belgi offrono forse il più perfetto modello dei moderni governi rappresentativi, ed il Settentrione offre in Induciomaro, in Cingerotici tra i Treviri, in Comio fra gli Atrebati, in Ambiorice fra gli Eburoni, la più vera imagine degli attuali re del Belgio e della Francia. Giuda fra gli Ebrei chiamato il Santo Padre, concepisce il pensiero di raccogliere le leggi della sua nazione disperse, e sotto il nome di Misna promulga il codice civile e canonico degli Ebrei[37]; al quale più tardi (284 d. C.) serve d’illustrazione e di complemento il Talmud, che Giocanan, assistito da Rab e Samuele discepoli di Ginda, compose. I Persi hanno in Artaserse (226), fondatore dei Sassanidi, il ristauratore delle loro leggi, delle loro arti, della loro civiltà; e Faramondo fra i Francesi, mentre gli imperatori d’Oriente fanno compilare i loro codici, commette a Visogasto, Salegasto, Bisogasto e Vidovello di percorrere la Germania, studiare, raccogliere le leggi tradizionali di quei numerosi e diversi popoli, a fine di comporre con esse un codice per la selvaggia e feroce sua nazione. Codice nel quale sono tuttavia a rintracciarsi alcuni dei più fondamentali principii della attuale legislazione francese.
La storia del diritto politico e civile dei popoli ci conduce naturalmente a quella della loro pubblica economia. Questa scienza che un molto generale pregiudizio vorrebbe fare primogenita figlia del secolo XVIII, ed istantaneamente fuori balzata dalle menti di Quesnay, Smith e Turgot, ha i suoi principii nella più rimota antichità. Ciro fra i Persi, Amasi e Boccori fra gli Egizii, Servio Tullio fra i Romani, quali gloriose testimonianze non sono essi della profonda sapienza antica in questa disciplina? Di quali profonde meditazioni non furono oggetto ai pubblici economisti antichi le instituzioni di Sparta e di Atene, e tutte le magnificenze dell’amministrazione di Roma imperiale? Se quelle lontane età non ebbero un’economia politica sistematica e formolata in scienza, la conobbero e la esercitarono nei loro grandi ordinamenti sociali; se non produssero alcuna opera speciale che riassumesse scritti i loro principii, questi ci furono tramandati luminosi ed eloquentissimi nelle loro instituzioni, nei loro monumenti, nella loro giurisprudenza. Quando si studii con attenzione la legislazione finanziaria dei Greci e dei Romani, non puossi a meno di ammirare le profonde meditazioni di questi popoli sopra i più gravi problemi della politica economia[38]. Basti il considerare con quanta sollecitudine vegliassero sopra le loro relazioni internazionali, sullo stato civile degli stranieri, sulla natura e gli effetti delle imposte, sopra gli incoraggiamenti a darsi all’agricoltura, e sul reggime della navigazione. Che non pensarono essi intorno al gran problema della partizione del lavoro? Vi ha nel secondo libro della Repubblica di Platone un’analisi intorno a ciò che farebbe onore al più sagace discepolo di Adamo Smith. Gli Economici di Senofonte racchiudono idee di una maravigliosa verità; e noi non conosciamo ancora una definizione della moneta migliore di quella dataci da Aristotele nel primo libro della sua Politica. L’usura, le imposte gravose, le tariffe, le forme, l’insufficienza degli emolumenti, il pauperismo afflissero le antiche società come le più moderne, e i nostri antichi non hanno meno di noi cercato un rimedio a questi flagelli[39].
Ma i tempi che abbraccia questo nostro periodo sono particolarmente quelli della romana gradezza, nella storia della quale si riassume quasi tutta quella di tutti i più fiorenti popoli di allora: e noi narrando la storia del commercio e della navigazione di Roma repubblicana ed imperiale narreremo implicitamente quella di tutto il mondo.
Ma qui il rapido corso delle nostre parole è momentaneamente arrestato dinanzi ad una opinione presso che universalmente professata, e che a torto far vorrebbe dei Romani un popolo affatto ignorante della navigazione e per carattere e per leggi affatto ostile al commercio. Mengotti più d’ogni altro assunse di convalidare la verità di questa opinione, ed i suoi paradossi, coronati da una illustre accademia di Francia[40], trovarono ammiratori e plagiatori in Italia, in Francia, in Inghilterra. Ma gli attacchi del Mengotti non si limitano già solo al commercio ed alla navigazione. Nei primi cinque secoli, dice egli, di Roma, pittura, scultura, architettura, arti, manifatture, tutto fu etrusco..... negli altri tutto fu greco; ecco la storia di Roma (pag. 119). I Romani erano inferiori a tutti nella navigazione; senza i Greci non si fece mai dai Romani alcuna impresa brillante sul mare (pag. 69). I Romani si resero (sul mare) disprezzabili a tulle le nazioni (pag. 71). Essi ebbero sempre in abbominio il mare e sempre lo temellero. La confutazione di tutti questi errori emergerà da quel semplice abbozzo delle imprese belliche e commerciali dei Romani sul mare, a cui ne conduce necessariamente il seguito della storia nostra, e pel quale Roma risulterà, sia sotto la repubblica che sotto l’impero, formidabile guerriera sui mari non meno di quello che lo fu sul continente, e sempre sollecita di allestirsi navigli e flotte quando per conquiste, quando per difese di guerra, quando per tutela del suo commercio.
Al marittimo commercio antichissimo degli Egizii, dei Fenici, degli Ebrei, degli Indi, dei Cinesi, dei Persi, degli Arabi, degli Etiopi era successo quello dei Lidi, dei Pelasgi, dei Tirreni, degli Spineti, dei Rodiani, dei Focesi, dei Massilii che si avvicendano il dominio dei mari. Un secolo innanzi Alessandro il Grande, Atene e Sparta eransi disputato l’imperio del mare Egeo e dell’Ionio, destinate amendue, dopo uno strazio orrendo di guerre civili, a soccombere sotto la politica di Filippo il Macedone. Intanto Alessandro ruina Tiro, getta le fondamenta di Alessandria, apre un regolare commercio colle Indie (delle quali Patroclo, Dionisio, Megastene, Daimaco, porgono all’Europa le prime positive relazioni) quale Tolomeo Filadelfo, e più tardi Tolomeo Filopatore fanno di Alessandria la più florida città mercantile dell’universo. Ma sulle ruine di Tiro sorge la mercantile potenza della fenicia Cartagine. Finalmente Roma fattasi potente e temuta sul continente volge le sue ambizioni sui mari. Polibio far vorrebbe la nautica romana non anteriore alla prima guerra punica; ma Polibio offre nelle stesse sue storie argomenti per diversa opinione. Il trattato conchiuso coi Cartaginesi nel 245 di Roma, e in forza del quale era ai Romani vietato navigare oltre il capo che verso settentrione copre Cartagine[41]: quelli conchiusi nel 407, 437, 476 di Roma coi medesimi Cartaginesi[42], nel 565 coi Marsigliesi, la flotta di dieci vascelli coperti ed armati, comandata da Valerio nel 480, il trattato dei Romani coi Fiorentini, in forza del quale non potevano navigare oltre il promontorio Licinio; la flotta di 220 vele da essi allestita in 45 giorni contro Jerone re di Siracusa nel 491; la instituzione del duumviro navale che risale al 445 e la cui ispezione era la manutenzione e riparazione delle flotte, sono pure una legittima prova della cura e della perizia dei Romani nella nautica innanzi la prima guerra punica. Roma e Cartagine si dichiarano la guerra: una nave cartaginese naufragata sulle coste d’Italia offre ai Romani il primo modello delle galee a cinque ordini, e in meno di 60[43] giorni allestiscono cento quinqueremi e venti triremi[44], con cui guidati da Duillio sconfiggono i Cartaginesi, uccidendo settemila uomini, facendo settemila prigionieri, affondando tredici navigli e catturandone ottanta alla più formidabile potenza marittima di allora. Cinque anni più tardi è questa gloria navale sorpassata ad Ecnomo da Attilio e Manlio che con 350 galee sconfiggono i Cartaginesi forti di 350 vele. I naufragi congiurano contro Roma; e di una flotta di 364 galee non ne avanzano che sole 80, lacere e malconcie; ma Roma ne costruisce altre 120 in meno di tre mesi; un secondo naufragio riduce alla metà una flotta di 500 vele, e Roma vi ripara con altre 200; la successiva vittoria navale di Lutazio pone fine alla prima guerra punica, e Roma è in possesso di maggiore scienza nautica, e di una formidabile marina che le valgono un profitto ben più grande che non ottennero dalla cacciata dei Cartaginesi dalla Sardegna, dalla Sicilia. Le imprese sugli Illirii, i trattati colla regina Teuta continuano le splendide fortune marittime de’ Romani. Le vittorie di Emilio su Demetrio Faro, la flotta che a Levino vince Filippo di Macedonia, Quinzio Flaminio che compie le vittorie di Levino, e conduce prigioniera nei cantieri di Roma la flottiglia nemica; le navi romane vincitrici con Attilio alle Termopile, con Livio sulle coste della Ionia, con Emilio Regillo presso Mionneso, gli Etolii sconfitti in mare da Fulvio, gli Istriani da Claudio Pulcro, guidano Roma al dominio dei mari; ed i Rodiani istessi che si attentano di braveggiare Roma, ne scontano la pena colla perdita della Caria e della Licia. I Macedoni sotto Perseo infestano i mari: Gneo Ottavio ne disperde le formidabili flotte; quindi Anizio sconfigge la flotta di Genzio re degli Illirii alleati di Perseo, e la marina di Roma è pervenuta a si vasta potenza, che come soverchi ai suoi bisogni dona 220 vascelli della flotta di Genzio a quelli di Corfù, d’Apollonia e di Durazzo. Intanto sono già trascorsi gli avvenimenti della seconda guerra pusica, e principiano quelli della terza. Il console Marzio con 50 quinqueremi e 100 altri grossi vascelli aiuta per mare l’assedio di Cartagine, la quale già dominatrice assoluta dei mari, popolosa di ben 700,000 abitanti, regina di trecento città, di un territorio di oltre mille leghe di estensione, madre di fiorenti colonie, nella Spagna, nella Sicilia, nella Sardegna, soccombe sotto la potenza terrestre e navale di Roma. La ruina di Cartagine è preceduta da quella di Corinto, e più tardi da quella di Creta, amendue assai temute potenze di mare, e Roma continua le sue vittorie vincendo con Lucullo sulle coste della Troade due volte la flotta di Mitridate, 110 galee della quale sono tratte nei cantieri di Ostia; vincendo con Pompeo la flotta dei mille e più vascelli dei pirati, con Cesare le 200 vele di quelli di Vannes e gli apparecchi marittimi che contendono lo sbarco sulle coste dell’Inghilterra. Più tardi nè la fortuna di Caractaco, nè il fanatismo dei druidi salvano la Britannia dalla conquista romana; Agricola distrugge le forze riunite dei Caledonii a piè delle colline Grampiane, e i suoi vascelli avventuratisi a scoprire una navigazione sconosciuta e perigliosa, spiegano le insegne romane intorno ad ogni parte dell’isola. Ecco l’imperizia nautica dei Romani, ecco il dileggio che faceano di essi tutte le marittime potenze di allora. Intanto il commercio di Alessandria, di Rodi, di Creta, dei Siri si fa vassallo di quello di Roma; dall’India alle estremità della Spagna, dalla Britannia a tutta l’Africa il commercio di tutto il mondo è divenuto commercio romano.
Ma Roma aveva volte le sue cure al commercio molto tempo innanzi quest’era gloriosa. Vedete sotto Numa i commercianti e gli operai organizzarsi in corporazioni di un numero e di una importanza che andò sempre più in aumento[45], Anco Marzio fondar Ostia e instituire in essa un emporio commerciale[46], che doveva poi essere il deposito di tutte le ricchezze dell’universo, Servio instituire una fiera annuale e trarre con questa a Roma l’industria e i prodotti di tutti i popoli finitimi, e promulgar su di ciò leggi e regolamenti che scolpite su di una colonna ancora esistevano nel secolo vi di Roma[47]. Dopo la cacciata dei Tarquinii instituirsi il collegium mercuriale, o società di mercanti sotto la protezione di Mercurio, cui si erige un tempio[48], e formare esso una specie di borsa ove si raccolgono le notizie commerciali. E intanto, alle monete venute in uso, quelle di rame soltanto solto Servio, quelle d’oro solo cinque anni avanti la guerra punica[49], supplirsi molto facilmente colle permute degli oggetti stessi di prima necessità[50]. In progresso all’incremento della potenza di Roma tenere presso un sempre più ampio sviluppamento del suo commercio, e quindi anche della sua giurisprudenza commerciale; e andar sempre più moltiplicandosi i provedimenti e le leggi che tutelano la fede pubblica, regolando le società, le fiere, i mercati, frenando i monopolii, le usure; leggi che si riscontrano tuttavia nel Digesto e nelle Costituzioni imperiali[51], le quali, siccome opina il Pardessus[52], non fecero più che riprodurre regole e principii antichi. Nè è a dire che il commercio dei Romani avesse per oggetto la semplice consumazione individuale, che i principii generali di quelle leggi sopra le cose permesse o vietate nella vendita[53], sopra le diverse clausole di cui era suscettivo un contratto, le leggi sopra la repressione della mala fede di cui facevasi colpevole il venditore[54] ponno applicarsi a compre e vendite fatte con mire di speculazione. Tali pur sono le regole su la validità, gli effetti o la rescissione dei contratti; su le qualità ed i rischi delle cose vendute, ipotecate, depositate, trasportate d’uno in altro luogo, e più altre accennate dal Pardessus[55]. Ora, qual maggior paradosso del credere che un popolo il quale faceva le sue leggi sollecite tanto nel tutelare il prosperamento commerciale, avesse avuto in abominio il commercio? La legge Flaminia (la quale proibiva il commercio al patrizio), dice Mengotti, oppose un ostacolo eterno al commercio dei Romani...., sparse una specie di infamia sopra la mercatura, e tutte le leggi posteriori fino a Costantino si fondarono su l’assurdo principio che il commercio sia un mestiere vituperevole, infame (pag. 63). Si consideri innanzi tutto essere stata questa legge provocata da un tribuno, che all’epoca della sua promulgazione il patriziato godeva ancor quasi esclusivamente del diritto della partizione delle terre conquistate, che alla plebe nessun’altra sorgente rimaneva di guadagno e di tvita, tranne quella del commercio, e si avviserà come la legge Flaminia coll’escludere i patrizi dal commercio non avesse avuto altro scopo, tranne quello di impedire un disastroso monopolio che questi avrebbero potuto colle loro dovizie esercitare, e di tutelare ai plebei l’unica fonte che rimanea loro di guadagno e di ricchezze. E questo scopo è chiaramente proclamato perfino dalle più tardi leggi proibitive di Onorio e Teodosio[56]. Come poi realmente fosse avuto per infame il traffico in Roma, oltre alle instituzioni, alle sapienti cure legislative già accennate, lo provino i tanti cavalieri che esercitarono la mercatura in Roma e nelle province[57]; lo provino quel Catone e quel Crasso che tante dovizie accumularono per commercio[58]. Che più? la introduzione delle azioni dette institoria e tributoria, colle quali facevasi il signore solidario nei contratti stretti dai proprii schiavi[59], non era stata provocata dall’ingente traffico esercitato dai patrizi e dai senatori col mezzo dei loro schiavi? Vedete le cure di Alessandro Severo negli ordinamenti stabiliti a promovere il commercio in Roma, ordinamenti da cui ripetono la loro vera origine i principii statutari di quelle arti e maestranze che vennero in tanto uso e tanta potenza nei municipii italiani del medio evo. Vedete le tariffe con tante sollecitudini e tanto saper pratico formate da Aureliano stesso a via meglio prosperare il commercio; i privilegi concessi ad ogni genere di trafficanti da parecchi Cesari. Vedete Pertinace praticare mercatura innanzi e durante l’imperio suo; praticarla Massimiano coi Goti, e giudicate dell’abominio in che si tenne il commercio dai Romani. Che diremo del commercio marittimo e della navigazione, di cui si vuole fossero essi stati ancor più ignoranti e trascurati? Che non providero essi colla sapienza delle loro leggi? Le regole sugli affitti applicati ai trasporti per mare[60], sopra i danni che poteano promiscuamente causarsi i navigli[61], sopra il prestito chiamato nauticum fœnus[62], sopra il gitto ed i casi in cui potea esser diritto di contribuzione[63], e sopra un gran numero d’altre quistioni relative al diritto marittimo disseminate nel Digesto sono svolte e trattate da giureconsulti anteriori all’adozione delle leggi Rodie[64], che altri giureconsulti romani come Servio, Labeone, Ofilio e Alfeno Varo svilupparono ed accrebbero tanto[65]. Che più, non furono i Romani i primi institutori dei consoli oggidi stabiliti presso tutte le nazioni commercianti[66]? Non furono essi, come lo provarono Stypman[67], Kurike[68], Mejer[69], Pardessus[70], Stracca[71], i primi ordinatori delle società di marittima assicurazione? Essi che, come lo dimostrarono l’Eineccio[72], l’Ayrer[73], l’Hugo[74], introdussero primi nel commercio le lettere di cambio? che instituirono, nei Prosseneti, il più ben amministrato ufficio di sensali?[75]
Tali erano gli impulsi che impartivano le leggi, tali i progressi che gli accorgimenti del cittadino impartivano al commercio in Roma. Che non fecero in seguito i Cesari colle loro non più emulate munificenze? Per provedere il commercio di opportuni emporii Giulio Cesare riedifica Corinto, Augusto ristabilisce Cartagine. La Mauritania Tingitana, l’Africa in generale, Utica in particolare sentono il beneficio dei privilegi impartiti al commercio da Augusto, il quale per esplorare nuovi scali, per acquistare nuovi elementi alle mercantili imprese dei Romani invia numerose flotte nell’Oceano lungo le coste d’Europa fin oltre il capo Cimbrico, lungo quelle d’Africa verso la linea e le volge a settentrione verso le Paludi Meotidi, a mezzodi nel golfo Arabico: stabilisce, colle galee conquistate ad Azio, delle flotte a Ravenna per tutelare il commercio dell’Adriatico, altre a Miseno per difendere le rive del mare di mezzodi dalla Spagna all’Egitto, altre a Frejus a guardia della costa delle Gallie[76]; l’Eusino è per lui difeso da 40 bastimenti e 3000 soldati[77]. Mercè le sue cure, i porti d’Italia[78] ampliati e ristabiliti accolgono di continuo le flotte del Ponto Eusino, dell’Asia Minore, della Grecia, delle isole dell’Arcipelago, della Siria, della Libia, dell’Egitto[79]. L’Iberia, la Gallia, le Isole Britanniche già teatro di tante guerre, acquistano al commercio nuova vita mercè i privilegi e gli incoraggiamenti da lui impartiti[80]. Si frequentano da navi romane i porti di Patola, di Barigaza, di Tyndis, di Musiri[81] situati all’ovest della penisola al di qua del Gange fino allora sconosciuti; già si nominano l’aurea Chersoneso e Catigara[82] e Taprobana (Ceylan), e giungono a Roma gli ambasciatori degli Indi, dei Seri, dei Seiti[83] all’oggetto di stringere commerciali relazioni. Numerosi opificii si fanno da lui erigere in Roma, ed un gran numero di professioni e di arti state sino allora sconosciute vi hanno vita ed incremento maraviglioso[84]. Veniamo ai tempi di Dionisio d’Alicarnasso, e noi troviamo i Romani signori e navigatori di tutto il mare, non solo di quello chiuso fra le colonne di Ercole, ma eziandio dell’Oceano per tutto dove era navigabile[85]. Le conquiste romane soggiogano perfino, avvegnachè dopo gravi sagrifici, il commercio della Arabia[86]. Tiberio portate le armi fino sulle rive dell’Elba fa trascorrere dalla sua flotta l’Oceano settentrionale, la quale rimonta poscia l’Elba stessa e si riunisce al suo esercito[87]. Druso riunisce per mire commerciali il Reno con l’Issel mediante il canale chiamato la fossa drusiana; Corbulone sotto Claudio riunisce il Reno alla Mosa con un canale di 25 miglia, e Antistio Veto divisa sotto Nerone di unire il Reno alla Mosella, far comunicare il Mediterraneo coll’Oceano. Claudio, dopo le molte vittorie navali de’ suoi capitani, stabilisce una flotta cui dà il nome di britannica, a difesa del commercio coll’Inghilterra novello fondatore del porto di Ostia. Traiano, presa la città di Ctesifonte, discende fino all’imboccatura del Tigri e dell’Eufrate, penetra l’Oceano e stabilisce sul mar Rosso una flotta a guarentigia del commercio delle Indie. Antonino Pio ricostruisce il porto a Terracina, il porto ed il faro a [65] Gaeta e rimette in vigore le leggi rodiane. Le sue ambasciate giungono perfino nella Cina, con cui stabilisce molte importanti relazioni di commercio, relative specialmente alla seta[88]. Commodo a tutela del commercio annonario dell’Africa instituisce la flotta fastosamente chiamata Commodiana herculea; a tutte queste flotte tutelatrici del commercio aggiungete quelle di Alessandria stabilita da Augusto; quella chiamata d’Africa che data nientemeno che dai Gracchi; quella detta di Oriente a Seleucia, da cui dipendeano altre minori; quella del Ponto Eusino; quella di Spagna e più altre flotte già accennate di minor forza sui mari e sui fiumi di cui è fatta menzione nella statistica dell’impero fattasi sotto Arcadio ed Onorio. Vedete quei grandi catasti generali con cui la statistica venne in soccorso dell’amministrazione, veri doomsday books, che da Augusto in poi si vennero pur tanto moltiplicando. Vedete il censo romano, pel quale la nascita, le morti, il numero dei cittadini per età e per sesso, la situazione, la natura, l’estensione, il rapporto delle terre, dei capitali posseduti da ciascun cittadino sono ogni cinque anni diligentemente verificati[89]. Vedete quegli Acta diurna che equivalgono al nostro bollettino delle leggi, che faceano universale la cognizione dei processi verbali delle sessioni del senato; i publica acta, veri giornali che diffondevansi nelle province e negli eserciti, e contenenti tutto ciò che interessar poteva il popolo romano, cioè lo stato civile, i pubblici giudizii, le pene, l’esito rdei comizii, le nascite, le morti, i matrimonii, i divorzii, e tutto quanto apparteneva alla costruzione degli edifizii, e le notizie del giorno. Mirate alla mirabile unità in tutti i rami dell’amministrazione romana, specialmente allorchè fu l’impero sotto Diocleziano diviso in quattro grandi prefetture contenenti ciascuna parecchi reami. Uguali le leggi dal Tevere al Danubio, dalla Spagna al mar Nero. Trenta legioni formanti 400,000 uomini mantengono nell’obbedienza una moltitudine di popoli diversi di lingua, di abitudini, d’interessi. Un’immensa prodigiosa rete di strade, per magnificenza e comodità non più emulate, lega fra loro questi vasti accampamenti attendati sulle rive dei fiumi, ai piedi delle montagne od ai confini delle regioni non ancor soggiogate[90]. Stazioni di poste mantenute con una cura di estremo rigore e che fanno possibile un viaggio di cento leghe in 24 ore[91], trasferiscono su tutti i punti dell’impero gli ordini del governo centrale. Nè meno libera ed aperta era la comunicazione per mare. Sulle coste d’Italia vi hanno ben pochi seni sicuri, ma l’umana industria avea supplito alla natura: il porto artificiale di Ostia, che già accennammo, era pure un utile monumento dell’umana grandezza. Da questo porto, lungi sedici miglia dalla capitale, i vascelli con vento favorevole arrivavano in sette giorni alle colonne di Ercole, ed in nove o dieci in Alessandria d’ Egitto[92]. Innumerevoli acquedotti provedono di acque le opulente città il di cui numero ci pare oggidi incredibile[93].
La schiavitù appare tuttavia come elemento sociale nella costituzione dello Stato, ma l’impero è fatto sì immenso, che non poteasi più domandare ai soli schiavi la massa enorme del lavoro indispensabile ai bisogni di tanta popolazione. Il popolo stesso cittadino dà mano al lavoro, e Roma si riempie di manifattori e di operai salariati. Si dice che l’impero romano non avesse monumenti di industrialismo e di commercio, siccome quelli che offrono oggidi Birmingham, Lione, Manchester; ma intanto le grandi città sono prodigiosamente numerose su tutta la superficie del mondo romano, e la loro opulenza ingente, attestata dalle istesse ruine dei loro magnifici edificii e che non era certo il prodotto delle conquiste, giacchè non tutte erano soggiogatrici di popoli ed imperi, non tutte doviziate delle spoglie dei vinti, d’onde proveniva?
Si consideri pertanto alle imprese marittime sì di guerra che di commercio, alle leggi tutelatrici e promotrici della mercatura, alle profonde vedute amministrative sì del senato che dei Cesari, di cui abbiam qui offerto un si rapido cenno e inducasi quale non debba essere stata la perizia nautica dei Romani, quanto il loro governo, si di repubblica che di impero, abbia sentita la somma importanza sociale delle arti mercantili ed industriali; quanto profondamente non abbiano i loro magistrati meditati e svolti tutti i più gravi problemi della politica economia.
Ma intanto le matematiche continuando il corso del loro progresso sorgono in Alessandria ad un’altezza emulatrice dell’antica sapienza egizia, e della greca stessa. L’astronomia riconosce da questo periodo l’epoca della vera sua sistemazione in scienza positiva. Già innanzi che Tolomeo Filadelfo fondasse la celebre scuola d’Alessandria, Autolico avea composto i suoi due trattati della Sfera e Del levarsi e tramontar delle stelle, i più antichi lavori che ne rimangono dei Greci; Arato parafrasato le due opere di Eudossio i Fenomeni e lo Specchio, e Dionigi d’Alessandria incominciata l’era astronomica col 15 giugno, e scoperto l’anno solare di 365 giorni, 5 ore, 49 minuti. Quindi Aristillo e Timocari primi osservatori della scuola alessandrina formano un catalogo delle stelle, osservando le principali del zodiaco, ed offrendo con ciò ad Ipparco la prima idea della precessione degli equinozii, a Tolomeo, quella della teoria del moto degli astri; Aristarco da Samo determina la distanza del sole per la dicotomia della luna, coglie cioè l’istante in cui la parte visibile della luna è semi-illuminata, e misura la grandezza dell’arco intercetto fra il sole e questo pianeta; trova un triangolo rettangolo, un cui lato vien costituito dalla distanza dalla luna alla terra, l’altro da quella dalla luna al sole, ed il terzo dalla distanza dal sole all’occhio dello spettatore; trova la distanza dal sole alla terra venti volte più grande di quella dalla terra alla luna, ed il diametro della luna essere un terzo di quello della terra[94]; inventa l’emisfero del quadrante, o quadrante orizzontale; determina il diametro del sole a della circonferenza celeste, e abbozza il primo sistema astronomico collocando il sole al centro delle stelle e muovendo intorno a lui tutti i pianeti[95]. Eratostene inventa la sfera armillare, strumento di tanto sussidio alle più fine operazioni astronomiche. La posizione del zodiaco, la via del corso del sole attraverso le stelle, la distanza dei punti solstiziali e l’obliquità della eclittica erano state l’oggetto della ricerca di molti astronomi, i quali non avevano però potuto che svagare in congetture, quando pure si eccettuino l’osservazione già accennata di Pitea e l’osservazione del solstizio fatta da Aristarco; Eratostene colla esattezza a cui pretendea la scuola alessandrina, replica numerose osservazioni nei solstizi estivi e negli invernali, e determina la distanza nei tropici fra 47° 40’, e 47° 45’; la luna ci dista per lui 780,000 stadi, il sole 804,000,000[96]; eseguisce la prima misura astronomica e geometrica della terra, e la determina, confrontando l’altezza del polo d’Alessandria e di Siene, a stadi 250,000[97], misura assai prossima a quella data in questi ultimi tempi dal Delambre; insegna agli Egizi misurare l’altezza delle piramidi secondo l’ombra e sospetta lo schiacciamento dei poli. Archimede autore del primo planetario, assegna al diametro del sole un valore compreso tra la 200ma parte dell’angolo retto, e la 164ma; calcola il moto dei pianeti; lo rappresenta e dà il centro di gravità degli spazi parabolici e circolari; Virgilio[98] e Seneca[99] lodano di quest’epoca un Conone celeberrimo astronomo, ma la storia della scienza nulla ci ricorda di lui, e ci volge ad Ipparco il vero padre dell’astronomia: quegli che da empirica, come era per l’innanzi quasi sempre stata, la sublima agli universali principii di vera scienza, creando la teoria che connette tutti i fatti osservati, dando la misura precisa che somministra i mezzi di calcolare tutti i fenomeni, saperne conchiudere le distanze e la celerità dei corpi celesti, il loro corso, i loro incontri, i loro eclissi, e determinare i tempi, i modi con cui questi fenomeni si presentano. Scopre egli che il sole più non leva in primavera nei segni stessi sotto cui levava ai tempi degli Argonauti, e ciò gli rivela come la precessione degli equinozii o il movimento progressivo delle stelle in longitudine si faccia parallelamente all’eclittica; osserva il ritorno del sole all’equatore ed ai tropici; e paragonando le sue osservazioni con quelle di Aristarco di Samo, determina la lunghezza dell’anno a 365 giorni, 5 ore, 55 minuti e 12 secondi; misura la lunghezza della rivoluzione della luna dall’intervallo di due eclissi; determina l’eccentricità della sua orbita, e la sua inclinazione all’eclittica; il moto dei suoi apsidi e de’ suoi nodi; forma le prime tavole dei moti del sole e della luna, e calcola gli eclissi per 600 anni; trova il metodo di fissare astronomicamente luoghi della terra mediante la longitudine e la latitudine; quadruplica il periodo callippico (di 75 anni) con sottrazioni, ciò che porge 500, levando un giorno, e forma un nuovo ciclo; imagina un metodo per osservare i diametri apparenti degli astri, le parallassi orizzontali del sole e della luna; trova col mezzo loro che la maggiore distanza dal sole alla terra è di 1596 semi-diametri terrestri, la media di 1476, la minima di 1557; che la sua parallasse orizzontale è di 3 secondi; che la distanza media dalla terra alla luna è di 50 de’ suddetti semi-diametri; che il diametro della luna è poco meno che un terzo del terrestre, e quello del sole cinque volte e mezzo maggiore di quello della terra. Durante queste sue osservazioni compare una nuova stella; conchiude egli da questo fenomeno che il cielo va soggetto a mutamenti; fa l’enumerazione delle stelle, ne compone un catalogo, le divide in costellazioni o gruppi, e le proietta sopra una sfera, disponendole nel vero luogo che occupano nel firmamento[100]; spiega il scintillar loro; impiega il loro passaggio al meridiano per trovar l’ora durante la notte, e fassi creatore della trigonometria sferica.
La scienza astronomica, nonostante i lavori di Ipsico d’Alessandria[101], di Posidonio[102], di Gemino[103], di Sosigene[104], di Teodosio[105], Cleomede ed Igia[106], Manilio[107], Strabone[108], Plinio[109], Seneca[110] e più altri, può dirsi rimasta stazionaria sino a Tolomeo d’Alessandria, il primo autore di un corso compiuto di astronomia, il più grande emulo d’Ipparco, al quale se fu inferiore per numero di scoperte, è però eminentissimo pei perfezionamenti a quelle acquistate; Ipparco aveva trovata la parallasse e principiato ad usarla; Tolomeo la studiò più attentamente, inventò uno strumento per meglio osservarla, porse regole per calcolare le quantità che riguardano la longitudine e la latitudine, formò tavole e trasse usi molti ed importanti ad Ipparco sconosciuti. Ipparco si valse degli eclissi lunari per alcune determinazioni astronomiche, con altro mezzo impossibili; ma Tolomeo diede la prima dottrina di quei fenomeni e spiegò i moti, le distanze, i diametri del sole, della luna, della terra e delle ombre di queste, a cui tutta la cognizione degli eclissi si appoggia, e divisati i molti usi astronomici che dagli eclissi lunari possono trarsi. Ipparco osservò, come già dicemmo, una disuguaglianza nel moto della luna, nata dal moto delle apsidi della medesima, ch’egli rappresentò con un epiciclo o con un eccentrico; Tolomeo ne rinvenne un’altra prodotta dal moto dei nodi, che combinò con quella delle apsidi, movendo la luna in un epiciclo per un eccentrico. L’epiciclo era stato ideato dal geometra Apollonio, e fu almeno da lui dimostrata la proporzione necessaria fra l’epiciclo e il deferente per produrre i fenomeni delle stazioni e retrogradazioni dei corpi celesti; Ipparco più filosofo e più astronomo, pensò a sostituire un circolo eccentrico al concentrico, e con questo eccentrico, senza bisogno dell’epiciclo non solo spiegò meglio i detti fenomeni, ma varii altri eziandio del sole e della luna dagli altri astronomi ignorati; Tolomeo unendo l’epiciclo coll’eccentrico, e imaginando un epiciclo che abbia per deferente un eccentrico, spiegò non solo quella disuguaglianza lunare, ma sì anche due altre che si osservano nei pianeti tanto riguardo al sole quanto al zodiaco. La teoria dei pianeti, delle loro distanze, dei loro movimenti, delle dimensioni delle loro orbite fu tutta opera di Tolomeo. Ipparco, autore di tante osservazioni, non ardì sollevarsi ad una universale cagione di esse; Tolomeo, più coraggioso e di maggior dottrina presidiato, intraprese a spiegar tutto, e costituì di tutti i fenomeni celesti una compiuta teoria. Colla cognizione delle stelle fisse, del sole, della luna e dei pianeti si avvisa poter dominare l’universo, e dalle leggi ch’egli stesso creò emerse il famoso sistema che da lui assume il nome di Tolemaico, dovizioso, in mezzo ad un irto ingombro di epicicli, di circoli, di eccentrici e concentrici, di tante capitali scoperte. In esso le stelle avanzano di un grado al secolo; sono ordinate in catalogo, e 1020 di esse hanno indicata la loro longitudine; la luce degli astri, venendo a noi, si frange nell’atmosfera; notando l’altezza del sole durante il giorno e quella di una stella durante la notte, e combinando la posizione dell’astro colla latitudine del luogo, è determinata l’ora: è scoperta l’evezione della luna, ed osservato che l’equazione del centro dell’orbe lunare è più piccola nelle sizigie che non nelle quadrature; descritta la proiezione del cielo e della sfera sopra un piano nel planisferio e nell’analemma in cui sta anche il germe della moderna trigonometria; e dopo di avere colle sue ipotesi preparata la via a Keplero, ridotte le distanze dei luoghi tutti della terra in gradi e minuti di longitudine e latitudine; insegnata la costruzione delle carte geografiche giusta i principii astronomici, e offerte le proiezioni onde rappresentare il globo terrestre; descritta la sfera armillare d’Ipparco e l’astrolabio con cui osservava l’altezza degli astri e le regole parallattiche, che formavano un triangolo isoscele, e servivano a misurare la distanza di un astro dal zenit, Tolomeo pubblica il suo famoso Almagesto, l’opera che costituisce il più importante amminicolo fra l’astronomia antica e la moderna, il più prezioso deposito della sapienza astronomica di tutta l’antichità, il libro dottrinale di molti secoli avvenire.
I successori di Tolomeo, come quelli d’Ipparco, non fanno più che commentare le sue opere, senza nulla aggiungere alle sue scoperte, quando pure eccettuar si voglia Teone Smirneo osservatore, nel 390, di due eclissi di luna, Ippolito di Porto ed Anatolio d’Alessandria, autori l’uno nel 224, l’altro nel 269, di un ciclo di 16, e di 19 anni, onde correggere il calendario, e Proclo Diadoco, che nelle sue Hipotiposis fu il primo a parlare del modo di tracciare una meridiana, mediante la misura di due ombre. I fenomeni celesti non hanno osservatori pel lasso di ben seicento anni, e la scienza non acquistò alcun progresso nemmeno dalle opere di Censorino, di Massimo di Tiro, è dal trattato didattico di Macrobio. È però in questo periodo (405) che appare nell’India il Siddanta di Brahima Gupta, una delle più importanti opere astronomiche di quella nazione.
Il numero Poligono di Nicomaco, il Cribro di Eratostene, alcuni libri di Euclide, il Psammite di Archimede sono pure altrettanti argomenti del progresso fatto in questo periodo dall’aritmetica innanzi la comparsa di Diofante, i di cui pochi libri superstiti costituiscono il più bel monumento della scienza aritmetica degli antichi, cui fanno quanto scarso, altrettanto prezioso supplemento alcuni frammenti dei primi libri delle Raccolte matematiche di Pappo. Ma Diofante è pure il ver maestro dell’algebra in Occidente, giacchè s’egli è pur vero che l’indiano Arya Bhatta avesse fino dal 360 a. C. trovata la maravigliosa soluzione dei problemi indeterminati chiamata col nome di cultaca, egli è indubitato che l’Europa ebbe la prima nozione certa di questa scienza nei libri di Diofante. La celebre Ipazia compose un commentario delle opere diofantee[111], ma di esso non ci è rimasto alcun vestigio.
Più doviziosi d’invenzioni e di perfezionamenti ci si offrono in questo periodo i progressi della geometria. Appartengono ad esso le opere di Euclide che può riguardarsi il padre, ed è il vero maestro dell’antica geometria. L’esattezza e severità con cui defini egli ogni parola, dimostrò ogni proposizione, connesse ogni cosa, è sì mirabile e tanta, che può dirsi avere creato egli primo quello spirito geometrico che valse di tanto giovamento all’incremento delle scienze ed alla perfezione dello spirito umano. Gli elementi di Euclide furono per un lungo corso di secoli il codice dei geometri, il libro classico di tutte le scuole di geometria, ed i Latini andarono in questa scienza per tanto tempo palpando tenebre, sterili d’ogni frutto per avere ignorati questi elementi, i quali vennero per la prima volta rivelati all’Europa, tradotti e commentati dagli Arabi siccome vedremo più tardi. Apollonio Pergeo chiamato dai contemporanei il geometra grande, e certamente il più grande, dopo Archimede, dell’antichità, paragona l’icosaedro e il dodecaedro inscritto nella stessa sfera, dà il nome di parabola, ellisse ed iperbola alle tre sezioni coniche, e porge di queste curve una teoria che più estesa e completa non riusci a darla neppure l’Hôpital con tutti i sussidii della moderna geometria[112], ed offre nel quinto de’ suoi libri nientemeno che il germe della sublime teoria delle evolute che la geometria moderna ha portato tant’oltre. Eratostene perfeziona l’analisi e risolve il problema della duplicazione del cubo coll’invenzione di uno strumento composto di varie mobili tavolette; Archimede offre il rapporto della sfera al cilindro, il centro di gravità degli spazi iperbolici e circolari; inventa la maniera di misurare la superficie e la solidità della sfera e del cilindro, o siano questi corpi interi, o concepiti tagliati da piani paralleli al loro asse; scopre formar la sfera due terzi tanto in superficie che in solidità del cilindro circoscritto; dimostra la superficie di ogni segmento cilindrico compreso tra piani perpendicolari all’asse, essere uguale a quella del segmento sferico che gli corrisponde, ed essere ogni circolo ed ogni settore circolare uguale ad un triangolo, la cui base è la circonferenza, o l’arco del settore e l’altezza il raggio; e infine che essendo il raggio del circolo l’unità, la circonferenza è meno di 3 e più di 3 , di modo che il diametro è 3 volte, la circonferenza del circolo, cioè sta alla circonferenza come 7 a 22; la più sufficiente misura del circolo la quale offre anche in sè un esempio del metodo di approssimazione, e di quello dei limiti cui il Maclaurin[113], il d’Alembert[114], il Cousin[115] e più altri riducono il tanto celebrato calcolo infinitesimale. Dell’area poi, delle tangenti, delle secanti e di tutte le proprietà della spirale trattò egli con tanta novità ed esattezza che a questa linea si tribui il suo nome, e crea finalmente il Metodo delle esaustioni. Ipparco, come già accennammo, fassi il vero creatore della trigonometria sferica; Nicomede scopre la concoide, fatta tanto famosa dall’uso che ne fece il Newton[116], e l’applica alla soluzione del problema della duplicazione del cubo e della trisezione dell’angolo; scopre Diocle la cissoide; distingue Gemino le linee in rette, circolari e spirali cilindriche, insegnando egli pure la generazione della concoide e della cissoide; Dionisiodoro trova la soluzione del problema da Archimede proposto di tagliare l’emisfero con un piano parallelo alla base in due segmenti che siano fra essi in un rapporto dato; trova Isidoro un istrumento per descrivere e la parabola con moto continuo; amplifica Menelao la teoria delle curve; Sereno mostra l’ellisse formata dalla sezione del cono uguale a quella originata dalla sezione del cilindro; Perseo inventa le linee sferiche o curve che formansi secondo il solido ingenerato dalla circonvoluzione di un circolo intorno ad una corda o ad una tangente; Filone di Tiane imagina nuove curve formate dalla rivoluzione di certe superficie; Menecmo porge nell’unica sua opera rimastaci De triangoli sferici, la formazione di questi triangoli ed il metodo trigonometrico per risolverli nel maggior numero dei casi necessarii alla pratica dell’antica astronomia; Conone, Dositeo, Eudemo, Attalo, Nicotele, Erone, Proclo, Marino, Ipazia, Eutocio illustrano e commentano i sommi maestri della scienza, e Pappo fa tesoro di tutti i più capitali lavori di quelli e di questi, li accresce di sue scoperte, li migliora in più parti col suo ingegno e colla sua dottrina, e chiude, per così dire, colla preziosa sua Raccolta la storia della greca geometria.
Quale incremento non porse in questo periodo alla mecanica, all’idrostatica il genio d’Archimede! Egli primo dimostra il principio fondamentale che due pesi in equilibrio nelle braccia di una bilancia sono reciprocamente proporzionali alle loro distanze dal punto d’appoggio; mette i fondamenti alla statica sull’ingegnosa idea del centro di gravità ch’egli pel primo concepì; cerca questo centro in differenti figure, e ne fa maravigliose applicazioni. Egli primo trova l’equilibrio dei liquidi, e se ne vale per iscoprire la lega dei metalli, concludendo che un corpo immerso nell’acqua e più leggero di questa vi sopranuota; che vi resta immerso quando sia dello stesso peso specifico, e che cade al fondo ove sia più pesante; porge le leggi dell’equilibrio di diversi solidi generati da sezioni coniche, più leggieri dei fluidi in cui sono immersi, e spiega i casi in cui queste concoidi rimarranno inclinate, in cui si terranno ritte, ed in cui si rivolgeranno e si raddrizzeranno. Pappo annovera quaranta machine da questo immenso genio create, e quasi tutte rimaste a noi sconosciute; lo specchio ustorio, la vite perpetua, la vite inclinata, la carrucola mobile, o polispasto, la forza delle leve, sono tutte sue creazioni e scoperte. Diade, Ninfodoro, Difilo, Carida, Ctesifonte, Ctesibio, Bitone, Giulio Africano promovono sempre più gli avanzamenti della mecanica; Erone dimostra con Filone come la leva, il cuneo e le altre tre forze di cui constano tutte le machine anche d’oggidi, si riducono, benchè di figura molto diversa, ad una sola natura; Pappo, dopo esposte tutte le cognizioni mecaniche antiche e a lui contemporanee, accresce il tesoro di esse riducendo a maggior forza ed a ragioni più esatte i teoremi antichi, e producendone de’ suoi affatto nuovi, e specialmente intorno all’uso che si può fare del centro di gravità, per la dimensione delle figure, dimostrando sempre più quel gran vero, che le figure prodotte per circonvoluzione d’una linea o d’una superficie sono fra loro in ragione composta delle figure generatrici, e delle circonferenze descritte pe’ loro centri di gravità.
Nè mancò in questo periodo qualche progresso all’ottica; nonostante sia comunemente riconosciuto Empedocle il primo che trattasse sistematicamente della luce, e che sino dai tempi di Socrate e di Platone si conoscesse la costruzione degli specchi metallici e l’uso dei vetri ustorii, la propagazione della luce in linea retta e l’uguaglianza degli angoli d’incidenza e di riflessione, pure il più antico trattato di ottica non va più oltre di questo quarto periodo, ed è quello comanemente attribuito ad Euclide: ed avvegnachè ben poca cosa da tale trattato inferir si possa circa le antiche cognizioni di questa scienza, da un trattato di ottica di Tolomeo, non ha guari scopertosi nella reale biblioteca di Parigi, vi ha luogo a poter indurre che molte osservazioni siano state fatte in Alessandria sulla rifrazione, benchè fosse allora tuttavia occulta la legge che si seguiva.
Nè fecero le scienze naturali un minor progresso delle matematiche, e l’anatomia ripete dalla scuola Alessandrina i maggiori avanzamenti che ottenesse presso gli antichi. Scopre Erofilo la circolazione polmonare, i plessi coroidei, il ligamento rotondo del femore, il calamo degli scrittori, l’epididimo, la prostata, le vescichette seminali e le corde tendinose del cuore, dà il nome al duodeno, scopre le differenze di densità fra le pareti delle arterie e quelle delle vene[117], e distingue positivamente i nervi dai ligamenti e dai tendini: intravede i vasi chiliferi, descrive l’orificio dell’utero, il fegato, l’osso ioide, riconosce la forza delle pulsazioni dipendere dal cuore, e riesce a tante e sì belle scoperte sparando ben seicento cadaveri[118]. Erasistrato suo compagno di scuola e di scienza, scopre le circonvoluzioni del cervello umano maggiori di quelle di un bruto, scopre l’acquedotto del Silvio e il quarto ventricolo; trova le valvole del cuore che hanno da lui il nome; distingue la trachea e mostra passar per essa l’aria e non l’alimento, descrive i vasi chiliferi o lattei già accennati da Erofilo, che però giaciono per 1919 anni dimenticati ed occulti, dà il nome di parenchima alla sostanza del fegato e con Erofilo divide la gloria di avere fatto dei nervi un sistema connesso al cervello, di avere creata la miologia ed il linguaggio della scienza anatomica[119]. Distingue Areteo due tuniche negl’intestini, inietta la vena cava inferiore, e spiega una emiplegia per un intricamento di nervi[120]; Eudemo scopre il pancreas; Rufo scopre la pleura, differente capacità dei due ventricoli del cuore, descrive il timo mostrandolo non esistente in ogni età; designa le commessure ed il tragitto dei nervi ottici, ed arricchisce la nomenclatura anatomica[121]; Marino fissa sette paia di nervi cerebrali; scopre il nervo palatino; scrive delle ministrazioni anatomiche; Sorano illustra gli organi genitali feminili; scopre l’imene, la clitoride, le ovaie, le tube del Falloppio e porge un’esatta descrizione dell’utero; Celso, uomo di enciclopediche dottrine, riunisce le spare cognizioni anatomiche de’ suoi tempi: porge qualche descrizione dei visceri toracici e addominali, e fa progredire di un gran passo l’osteologia: descrive mirabilmente la parte ossea del meato uditorio; indica la lamina cribrosa dell’olfatorio, dicendo comunicar il naso col cervello per mezzo di moltiplici fori[122]. Finalmente sorge Galeno, il primo creatore di un compiuto sistema di anatomia; gran promotore della dissezione dei cadaveri non ostante i pregiudizii dei Romani, anatomizza un elefante, scimie, uccelli, pesci, serpenti in numero infinito; avanza la miologia con ottime descrizioni dei muscoli dorsali e laringei; scopre il pellicciaio o platisma mioideo ed il popliteo; riconosce alcune porzioni del nervo gran simpatio; ammette trentadue paia di nervi, sette cerebrali e dodici spinali; ritiene la midolla allungata qual prolungamento dell’encefalo; mostra, contro l’opinione di Erasistrato che le arterie racchiudono sangue del pari delle vene; descrive mirabilmente i vasi che si distribuiscono per ogni organo; riconosce le vene più numerose delle arterie, e dovizioso di tutta la scienza degli Alessandrini rimane per 1200 anni la sola autorità nell’anatomia[123]. Posteriormente a lui Oribasio disseca scimie; ma componendo un trattato anatomico non fa più che copiare Galeno, Nemesio plagia Oribasio; Melezio non fa più che spiegare alcuni vocaboli oscuri della scienza; Aezio, il solo dei Greci che abbia posteriormente a Galeno sparati cadaveri in Alessandria, non fa più che raccogliere le opere degli anatomici suoi predecessori[124]; Vegezio, il celebre anatomico del cavallo, chiude la storia dell’anatomia di questo periodo.
La fisiologia intanto comincia a giovarsi de’ fatti dell’anatomia. Dal το ευορμου d’Ippocrate che Polibo, Tessalo e Diocle si argomentano di sempre più sviluppare in una teoria fisiologica[125]; dai principii di Aristotele che stabiliscono originarsi le idee dai sensi, contenere la materia in se stessa e il principio e l’esistenza del moto (ἀρχὴν κινήσεως xαι στάσεως); l’anima essere il principio attivo dei corpi; la dottrina dei quattro elementi[126]; dalla scoperta già accennata di Prassagora o di Erofilo, ldella differenza fra le vene e le arterie; dalle esperienze di Erofilo che derivò dalle arterie il polso, e dai nervi il ministerio dei sensi; da quelle di Erasistrato che distinse i nervi del movimento che vengono dalle miningi da quelli delle sensazioni che vengono dal cerebro; dalle conosciute funzioni delle glandule che Marino mostrò secernere un fluido umettatore delle parti; dallo studio dei polsi fatto da Rufo, il quale trovò la loro causa nel cuore; dalla spiegazione data da Areteo della emiplegia, già accennata, puossi indurre che non fossero affatto stranieri gli antichi alle ricerche ed ai principii risguardanti le funzioni animali della vita. Galeno sincretista riduce a sistema tutto il tesoro delle esperienze altrui; ma fatalmente più spesso dialettico che non fisiologo, compone la dottrina dei quattro elementi, e delle qualità prime che ne provengono, la quale arresta la scienza per un lungo ordine di secoli isterilita[127].
L’igiene che ebbe pure per suo creatore Ippocrate, il primo a stabilirla sopra una teoria della sanità, ad osservare e descrivere l’influenza dei climi ed altri accidenti naturali sulla salute dell’uomo, ad inculcare specialmente la cura del regime dietetico, l’igiene, da Ippocrate in poi, fece assai scarsi progressi. I lavori di Filotimo, Mnesiteo, di Eraclide tarentino, di Senocrate d’Afrodisea sugli alimenti; le idee dietetiche di Plutarco, di Antillo; i metodici lavori di Celso sui principii dietetici d’Ippocrate, che ebbero da Galeno un qualche maggiore sviluppamento, sono tutto che di meglio vanta la scienza igienica di questo periodo[128].
Ma più copiosi furono i progressi della medicina, specialmente per opera dei due grandi anatomici Erasistrato ed Erofilo. Quegli col condurre le teorie mediche a più moderato uso di salassi e purgativi, a sbarrazzarle di una infinita congerie di antidoti e medicamentose meschianze di fossili, piante, animali ed altri prodotti terrestri e marini, ed a riabilitare le astinenze, le diete, l’esercizio, le tisane e i medicamenti semplici; questi col temperare le dottrine di Erasistrato talvolta troppo degeneranti agli estremi, e riabilitando il salasso, i purgativi, l’uso delle erbe, e specialmente colla dottrina dei polsi della quale può dirsi essere egli stato il primo a farne l’applicazione in medicina. Da questi due sommi si originarono le sette alessandrine, la empirica costituita dei discepoli di Erofilo, e la dogmatica propagatrice delle teorie di Erasistrato: furono principali della prima Filino, Serapione, Zeusi, Nicandro, Menudata; della seconda Icesia ed Asclepiade a Roma. Continuano esse ad avvicendarsi polemiche e contumelie, finchè Leonide alessandrino tenta di conciliarle con un sistema materialmente raccozzatore che ebbe il nome di episintetico, ed Agatino riescì di fondere in uno tutto ciò che vi ha di vero nell’una e nell’altra, d’onde emerse la scuola degli eclettici seguita da Areteo, Cassio, Archigene, Erodoto, Antillo. Quasi contemporanea a questa sorge la scuola metodica fondata da Temisone in Italia, sviluppata dall’enciclopedico Celso, il primo in tutta l’antichità a ridurre in sistema ed in corpo ordinato e metodico tutta quanta la medicina; modificata da Eudemo e Vezio Valente; presso che totalmente innovata dalle diatritarie teorie di Tessalo, Mnasea, Dionisio, Proclo, Antipatro, cui apportano rettificazioni il milesio Olimpico, l’afrodisco Menemaco, e l’efesio Sorano. Ateneo surroga ai quattro elementi le loro proprietà speciali, cioè a dire il caldo, il freddo, l’umido, il secco, cui aggiunge lo spirito, siccome il vero moderatore della salute, e si costituisce la scuola pneumatica. Arriva finalmente Galeno, dogmatico in teoria, empirico nella pratica, raccoglie e coordina tutte le teorie de’ suoi predecessori, ed offre nella maravigliosa moltiplicità delle sue opere libri diagnostici, pronostici, terapeutici, clinici, dietetici; i polsi, le orine, i segni dei mali, clcagioni, le sedi, le crisi, i rimedii, tutto tratta e sviluppa nel modo il più ampio e compiuto che non si fosse peranco fatto da alcuno. Ma è fatalmente creatore di quell’umorismo che, perchè connesso alla celebrità ed all’autorità della sua vasta dottrina, tiranneggia la scienza per lo spazio di ben mille e duecento anni. Ammonio Sacca, fondatore del neoplatonismo in Alessandria, apre la via nella medicina al misticismo orientale; le parole magiche, gli esorcismi, gli amuleti traviano la terapeutica, e mettonsi in luogo della materia medica. Oribasio, Celio Aureliano, i due Marcelli, Sereno Samonico, Vindiciano, Prisciano sono in questo periodo impotente ritegno a quelle strane aberrazioni della scienza[129].
È pure in questo periodo che la farmacia si separò dal resto della medicina per opera principalmente della scuola alessandrina, e che le preparazioni medicamentose, state per l’innanzi l’opera dei medici stessi, cominciarono ad avere degli speciali trattatisti. Mantias, Eraclide di Ponto, Nicandro Colofone e gli stessi monarchi di Pergamo e del Ponto, Attalo Filometore e Mitridate Eupatore, emersero distinti in queste preparazioni. In seguito Filone di Tarso, Servilio Damocrate, Menecrate, Scribonio Largo il più antico noto raccoglitore delle formole di medicamenti, Andromaco di Creta, Asclepiade, giovarono chi più chi meno, i progressi di questa scienza sino alla comparsa di Galeno, che tutto riassume e coordina, come già fece nelle altre mediche discipline; nè la farmacia fece più oltre un passo sino al secolo VIII, in cui, siccome vedremo, ebbe innovazioni ed incremento dallo studio degli Arabi[130].
Da Ippocrate, Aristotele e Teofrasto in poi la materia medica ottiene notevoli avanzamenti dalla scuola alessandrina, da Zopiro, Cleofante specialmente da Dioscoride e da Galeno, dopo i quali è invasa dalle più matte superstizioni e dalla magia per un lungo ordine di secoli[131].
La chirurgia dividesi nelle scuole d’Alessandria nella sua professione dalla medicina, e comincia farsi una scienza sempre più progressiva mediante lo studio esclusivo di alcuni suoi rami particolari; sì che Filossene diviene il più famoso oculista; Ammonio, Sostrate e Megete i più celebri operatori della cistotomia; Eraclide di Taranto il migliore operatore dell’anchiloblefaro, del simblefaro e della trichiasi[132]; Nicandro il più esperto chirurgo delle ferite prodotte dalle morsicature dei serpenti; Pasicrate, Nileo e Ninfodoro inventano alcuni apparecchi proprii alla riduzione delle fratture[133]; Erasistrato apre l’addomine per gli ascessi del fegato, a fine di medicare le parti in modo diretto; Erofilo perfeziona la teoria e la pratica dell’ostetricia. In progresso Asclepiade surroga in Roma alle atrocità di Arcagato una chirurgia blanda e meglio illuminata[134], pratica la broncotomia, scarifica la gola in anginoso, e trova un gran numero di nuovi medicamenti esterni; Temisone introduce pel primo l’uso delle sanguisughe. Finalmente arriva Celso il più dotto di tutti i chirurgi dell’antichità, ed offre un molto prezioso sommario di tutti i lavori chirurgici dai più rimoti tempi fino a lui, sì che per lui noi veggiamo allora la cateratta per depressione fatta mediante un ago portato attraverso la sclerotica dietro la iride, e col quale rompevasi il corpo opaco e riascendevasi onde disperderne i frammenti: processo stato anche in questi ultimi tempi raccomandato dal grande Scarpa nelle cateratte caseose o lattee; il cauterio preferirsi ai caustici nella operazione della fistola lagrimale; ridursi l’ernia inguinale incarcerata dopo dilatato l’anello su cui il chirurgo applicava un cauterio per provocarne il rinserramento e prevenire il ritorno del male; operarsi l’idrocele con la eccisione della tonaca vaginale; incidersi, per estrarre i calcoli vescicali, il perineo sul corpo estraneo, spinto innanzi dalle dita introdotte nel retto; metodo chiamato il piccolo apparato, e praticato fin verso gli ultimi secoli; i caustici e le legature essere i processi più usitati per togliere le fistole dall’ano; farsi nella encatide e nella trichiasi la eccisione della caruncola lacrimale e di parte degli integumenti palpebrali; le estrazioni dei denti, la sezione del frenulo della lingua, la eccisione delle amigdale tumefatte, la gastrorafia, le amputazioni, il trapano essere cose molto note, e molto destramente allora praticate[135]. Meno chirurgo di Celso, ma più di lui ordinato nei suoi scritti e più esatto nella indicazione dei segni dei mali, Galeno fa pure di qualche passo progredire la chirurgia. La operazione dell’idrocele col setone, la descrizione del sciringotomo, detto più tardi bistorino reale, alle cui estremità si aggiunse uno specillo, e l’osservazione intorno l’applicazione del trapano allo sterno, sono argomenti che gli fanno perdonare l’arbitraria sua classificazione dei morbi chirurgici, le distinzioni da lui stabilite in riguardo alla loro natura, le regole da lui tracciate sul modo di curare le ferite e le ulcere, dietro le parti in cui ritrovansi, che fecero per tanti secoli traviare la scienza[136]. Democrate e Scribonio Largo aumentano il numero dei medicamenti esterni; Areteo rende familiare l’arteriotomia; Sorano e Moschione illustrano l’ostetricia osservando il primo con molta perspicacia i cambiamenti subíti, durante la gestazione, dal collo della matrice; descrivendo l’altro i segni dell’aborto: Antillo opera in modo nuovo e felice gli aneurismi: Leonide trova le ernie non originarsi sempre per rottura, ma di sovente anche per dilatazione del peritoneo; Filagrio opera l’aneurisma per eccisione; Menecrate, Tessalo, Archigene impiegano il legamento dei vasi innanzi l’amputazione; ma con tutto ciò la chirurgia, da Galeno in poi venne in un sempre maggiore decadimento sino al secolo XIV.
Strabone, Plutarco, Ateneo, Eliano citano parecchi greci cultori della storia naturale che apparterrebbero a quest’epoca, ma nessuno di questi potè nemmeno di un passo avanzare la scienza oltre lo stato in che la lasciarono Aristotele e Teofrasto. Il solo Plinio potè colle enciclopediche sue dottrine, colle laboriosissime sue raccolte, col suo genio, acquistarle un considerevole incremento. «Non solo, dice Buffon[137], sapeva Plinio tutto ciò che potea sapersi al suo tempo, ma avea quell’attitudine di astrarre in grande il pensiero, che moltiplica la scienza: e l’opera sua o la si riguardi come una compilazione di tutto ciò ch’era stato scritto innanzi lui, o come una copia di quanto s’era fatto di meglio ed utile a sapersi, questa copia, questa compilazione tesoreggia di lanta e si nuova materia, ch’è preferibile alla maggior parte delle opere originali». Di ciò che scrissero posteriormente Plutarco, Ateneo, Pausania, Eliano, Apuleio e più altri[138], e poco ci rimase e nulla acquistò la scienza, la quale più che non da tutti gli scritti di costoro, ebbe forse un positivo alimento da quello stesso strabocchevole lusso e dalla strana ghiottoneria di quegli opulenti Romani che attirando in Roma i più strani animali, uccelli e pesci i più peregrini, porgevano indiretta cagione di studi naturali. I cento leoni di Silla, i quattrocento di Cesare, i seicento di Pompeo; le centocinquanta diverse pantere di Scauro, le quattrocento dieci di Pompeo, le mille di Augusto offerte ai pubblici spettacoli[139]; i leoni aggiogati al carro trionfale di Antonio[140]; le tigri dimesticate, e più altre feroci belve procacciate ai sollazzi del popolo, non poteano a meno di eccitare nelle menti pensanti d’allora un impulso di studio, siccome veggiamo essere avvenuto in Varrone, in Nigidio, Figulo, Cicerone, Columella, Virgilio, Ovidio, Seneca, che si danno a conoscere molto addentro nelle naturali cognizioni. Le tavole stesse di quei signori dell’universo servivano, per così dire, di altrettanti musei di storia naturale. C. Irio, che fu il primo a formar vivai di murene, ne somministrò seimila nelle cene trionfali di Cesare dittatore[141]. M. Lelio Strabone fabbrica pel primo grandiose carceri per gli uccelli[142]. Sergio Orata, immensi vivai di ostriche; Fulvio Irpino di chiocciole; e si istituiscono da essi accurati studi su le parti, le figure, i colori, le grandezze, la fecondità; Licinio Murena stabilisce i primi vivai di pesci, seguíto in ciò da tutti i più opulenti; e Lucullo taglia nientemeno che un monte per far entrare nella sua piscina un braccio di mare. Un consolare citato da Plinio[143] fabbrica un alveare di corno di lanterne lucido e trasparente onde meglio studiare il lavoro delle api.
Molto maggiori furono gli avanzamenti avuti dalla botanica in questo periodo, nel quale oltre a Glaukia illustratore dei cardi[144], Fania illustratore delle ortiche[145], Genzio re dell’Iliria scopritore ed illustratore della genziana[146], Moschione illustratore dei rafani[147], Apollodoro scopritore ed illustratore della sensitiva[148], Giuba re della Mauritania scopritore ed illustratore dell’euforbia[149], oltre alle opere De plantagine di Temisone[150], De bupleuro oleraceo di Glaucone[151], De kytiso di Archiloco, il Tanitro di Asclepiade, e tutte le altre di M. Catone, di C. Valgio, di Varrone, di Columella, di Celso e più altri, ci basti accennare quelle opere botaniche di Mitridate Eupatore che Pompeo fece tradurre in latino da Pomponio Lena, e che segnarono i veri principii di questa scienza presso i Romani[152]; quell’Antonio Castore autore di un orto botanico, dovizioso di tutte le piante e le erbe del mondo allora conosciuto (52 a. C.)[153]; quel Dioscoride illustratore delle virtù medicinali di oltre seicento piante e primo autore d’un sistema della materia medica[154]; Plinio che riassume nella sua storia tutta la sapienza botanica dei suoi tempi, e Galeno che meglio di ogni altro applica i vegetali alla cura dei mali[155].
La fisica generale e particolare è tuttavia delirante in sistemi metafisici, la chimica è tutta crisopeia.
La filosofia intanto, dopo le grandi intellettuali architetture di Pitagora, di Platone e di Aristotele, non ebbe alcun reale progresso in questo periodo che nel positivismo dei Romani, e nelle sublimi innovazioni del cristianesimo. Lo spirito filosofico di Grecia importato ad Alessandria andò sempre più decadendo, ed alle grandi concezioni originali del pensiero si surrogavano commentari, confronti, miscellanee, compilazioni[156]. Ma in Roma, ove le speculazioni stesse filosofiche erano sempre rivolte a qualche sociale bisogno, ebbe la filosofia un cultore profondo ed eloquente in Cicerone il quale colle sue opere De finibus, de natura Deorum, de divinatione, de fato, de legibus, de officiis, mostrò come sulle pedate altrui (specialmente degli Stoici, di Platone, di Aristotele anche di Epicuro, si potesse emergere pensatore originale[157]). Lucrezio, Plinio II, Luciano, Diogene Laerzio, Celso, professarono, illustrarono le teorie di Epicuro[158]. Atenodoro, Masonio Rufo, Annio Cornuto, Cheremone, Eufrate, Dione Crisostomo, e specialmente Seneca, Epitetto e Marco Aurelio Antonino svilupparono meglio quelle dello stoicismo[159]; Andronico da Rodi, Cratippo, Nicola Damasceno, Xenarco, Alessandro Egeo, specialmente Alessandro d’Afrodisia si argomentarono a diffondere la filosofia d’Aristotele[160]; Sestio e Sozione d’Alessandria, Apollonio Tianeo il pitagorismo[161]; ma di tutti costoro più grandi in fama ed in numero emergono i neoplatonici, fra i quali distinguonsi Trasillo, Teone, Alcinoo, Albino, Plutarco, Calvisio Tauro, Apuleio, Massincoda Tiro, Galeno, Favorino; Enesidemo rinova le teorie del dubbio[162], e con esso sorge lo scetticismo della scuola eminentemente rappresentata da Sesto Empirico[163]; Filone e Giuseppe, amendue ebrei, rivestono il giudaismo delle spoglie filosofiche dei Greci[164]; con Simone Mago, Menandro, Cerinto, Sirio Saturnino, Arpocrate, Valentino, Marcione, Cerdone, Bardesane e Manele sorge e si propaga il gnosticismo[165]; Ammonio d’Alessandria si sforza di ravvicinare Platone ed Aristotele sulle più capitali quistioni[166], e di qui l’entusiasta neoplatonismo di Plotino in cui distinguonsi Longino, Origene, Erennio, Porfirio, Amelio d’Etruria[167], il misticismo filosofico di Giamblico[168], seguito da una innumerevole caterva di discepoli, fra i quali Dessippo, Sopatere d’Apamea, Edesio, Eunapo, l’imperatore Giuliano, Macrobio, e specialmente Proclo il quale ebbe a seguaci Marino suo biografo, Isidoro, Zenodoto, Asclepiade, Egias, Ulpiano, Stobeo, Damascio ultimo ad insegnare il neoplatonismo ad Atene (529 d.C.)[169]. Ma fra l’avvicendamento di tutte queste speculazioni sorgeva sempre più grandeggiante il cristianesimo, il quale per la sua semplicità, per la sua unione intima colla morale e per l’indole ad un tempo stesso severa ed umana del suo culto, in una parola per la sua religione divina, era costituito per diventare una religione universale e nel tempo stesso la irraggiatrice di tutti i più involuti problemi della filosofia. E questa l’epoca dei santi padri della Chiesa.
Fu pure in questo periodo che l’India, abbandonando agli eruditi le quistioni cronologiche di precedenza, ebbe in Kan’ada il suo Talete, in Kapila il suo Pitagora, in Diaimini il suo Socrate, in Uyasa il suo Platone, in Gotama il suo Aristotele, in Patandjali il suo Zenone[170].
Ma intanto tutti i molteplici rami della letteratura subivano in questo periodo vicende ben diverse in Grecia, in Egitto, a Roma. E la storia, mentre si estingue affatto in Atene, e in Alessandria distemperasi in una morta erudizione, sorge affatto rigenerata con Polibio, che introduce primo nell’arte storica il pragmatismo didascalico[171]; Apollodoro scrive le perdute sue Croniche e la sua Biblioteca mitologica la quale, avvegnachè pervenuta a noi mutilata, è pur sempre la più considerevole opera dell’antichità sulla storia favolosa[172]; Dionigi d’Alicarnasso offre nelle sue storie, vera scuola degli uomini di Stato, vera filosofia in esempi, le più minute particolarità, le più profonde osservazioni che siansi mai fatte dagli antichi sulla prisca costituzione di Roma[173]; Diodoro di Sicilia nella sua Biblioteca storica, scritta con principii e metodo affatto opposti a quelli sapientemente ragionati nella sua prefazione, presenta un tesoro di materiali storici e di frammenti di antiche e belle opere ch’egli solo fra gli antichi ci fa conoscere; e di documenti di inestimabile pregio per la cronologia, per la geografia e pei miti dell’antichità[174]; Nicolò Damasceno compone una storia universale di 144 libri, di cui pervenne a noi solo qualche frammento conservatoci da Stobeo[175]; Memnone compone una storia dei tiranni d’Eraclea, di cui non ci sono rimasti più che i frammenti che abbiamo in Fozio[176]; Giuseppe Flavio ebreo scrive la storia della guerra della Giudea di cui fu contemporaneo, le Antichità giudaiche che costituiscono una storia de’ Giudei dalla creazione del mondo sino al XII anno di Nerone, difende la buona fede storica e l’onore della sua nazione contro le calunnie di Appione in due libri dell’antichità della nazione giudaica, e porge con tutto ciò l’unica fonte cui si possa ricorrere per supplire alle lacune storiche della sacra Scrittura[177]; Adriano mette a disposizione di Plutarco tutti i documenti raccolti nel Campidoglio e nelle altre biblioteche; e questi scrive le celebri biografie parallele degli uomini illustri di Grecia e di Roma, fonti copiosissime della storia greca e romana[178]; Flavio Arriano porge nella storia della spedizione di Alessandro e degli avvenimenti dell’India un incomparabile modello di chiarezza, di esattezza nelle più minute particolarità[179]; Appiano colla sua storia romana dai più rimoti tempi ad Augusto, e dei 24 libri della quale rimasero a noi nemmeno la metà, avvegnachè più compilatore che storico critico, ci dà una molto profonda conoscenza della militare costituzione di Roma[180]; Dione Cassio scrive la storia romana dalla venuta di Enea all’imperatore Severo in 80 libri, de’ quali ci lasciò il tempo nemmeno un terzo, in cui si ammira un’esattezza cronologica assai rara presso gli antichi, ed uno studio coscienzioso dei vecchi annali romani, una profonda cognizione della romana costituzione nelle diverse sue epoche, e l’uomo di stato che con filosofico sguardo assai perspicace divisa le instituzioni, le leggi, gli usi, la vita civile[181]; Erodiano, avvegnachè poco curante di cronologia e geografia, porge negli otto libri della sua storia una narrativa semplice e spontanea degli avvenimenti di cui fu testimonio oculare (dal 180 al 258)[182]; la Varia storia di Eliano, colla varietà dei suoi soggetti, le opere dei Filostrati, e specialmente la storia di Nerone del seniore, le vite di Diogene Laerzio coi preziosi documenti e frammenti di opere perdute, in esse conservati, aiutano più o meno i progressi storici di questo periodo[183]; e finquì degli scrittori in greco. Venendo a quelli che illustrarono la letteratura storica latina, sorpassando a Fabio Catone, Pisone, Fannio e Verennio storici primissimi, ma ancora affatto digiuni di critica, a Celio Antipatro, Gellio, Clodio, Asellione, Macro, Sisenna, di cui parla Cicerone[184], e dei quali conosciamo assai scarsi frammenti comunemente raccolti in alcune edizioni di Sallustio, o riportati da Aulo Gellio[185]; Giulio Cesare offre alla romana letteratura il primo e più perfetto modello di composizione puramente storica ne’ suoi Commentarii, capolavoro tuttavia insuperato nel suo genere, e del quale giudicò con tanta ammirazione lo stesso Cicerone[186]; Sallustio penetrando colla profondità di Tucidide fino al fondo degli avvenimenti che narra e indagando continuo nella condizione e carattere del tempo eui appartengono una spiegazione delle cause dei loro risultamenti, scrive la sua storia del popolo romano ed altre più opere storiche, delle quali non ci rimangono più che quella della congiura di Catilina e della guerra di Giugurta con pochi frammenti d’altre[187]; Cornelio Nipote scrive parecchie grandi opere storiche, e fra queste un compendio di storia universale di cui non ci restano che scarsi frammenti e le biografie degli uomini illustri, delle quali giunsero a noi solo quelle dei capitani forse guaste da Emilio Probo[188]; Trogo Pompeo traccia nella sua storia del regno macedone una storia universale in 44 libri, dei quali giunge a noi il solo compendio che ne fece Giustino[189]; Tito Livio concepisce ed eseguisce pel primo il disegno di una compiuta storia romana in 142 libri[190], in cui con un’ammirabile esposizione, con un’eloquenza politica splendida e copiosa, mostra come e per quali vie Roma, tra le molteplici lotte ch’ebbe a durare al di fuori, e malgrado le gravi tempeste che la commosse internamente, si fosse levata a quell’altezza di potenza cui toccò ai tempi di Augusto[191]. A Livio succedono Floro, Velleio, Svetonio e Q. Curzio, che mal continuano la sapienza storica di Roma, la quale è però da Tacito sospinta tuttavia ad un’altezza bensì nei moderni tempi emulata ma sopravanzata giammai. La storia augusta di Elio Sparziano, Giulio Capitolino, Trebellio Pollione, Flavio Vospisco, Lampridio e Gallicano segna il primo decadimento della storia romana.
Mattio, Varrone d’Ataco, Virgilio, Lucano, Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, Saleio Basso, Claudiano rappresentano la storia della epopea romana, come Catullo, Ovidio quella del poema narrativo; Terenziano, M. Sereno Samonico, Nemesiano, Avieno, Prisciano, Rutilio Namaziano, Dionisio Catone quella del poema didattico: Terenzio Varrone, Valerio Catone, Ovidio, Orazio, Persio, Giovenale, Turno, Sulpizia, Petronio, flagellano colla satira i pregiudizii, i costumi delle varie loro età; si solleva la lirica con Licinio Calvo, Catullo, Orazio; decade con Stazio, Ausonio, Claudiano, Prudenzio, Sedulio. L’eloquenza ha Cicerone, Seneca, Quintiliano e Plinio, la grammatica un Catone, un Varrone, un Verrio Flacco; la commedia Plauto e Terenzio.
Le arti belle intanto assumono il carattere di tutta la romana grandezza. Sorgono in Roma e nelle mille città dell’impero numerosi ed immensi i tempii, i teatri, gli anfiteatri, gli acquedotti, gli archi ecc. (vedi tutte queste voci nella Enciclopedia, più Romana architettura, Scultura ecc.).
Intanto nel mondo che noi chiamiamo nuovo compieva il suo corso la civiltà di tre antichissime e potenti nazioni. Quetzacoatl, Manco-Capac e Bochica sono tuttavia nelle popolari tradizioni i nomi sacri dei tre grandi pontefici e legislatori delle vaste pianure di Anahuac, di Cuzco[192] e di Condinamarca. Codesti tre uomini straordinari hanno già importata in questo periodo la civiltà tra i Messicani, i Peruviani, i Muyscas. I teocalli o piramidi dei primi e degli altri popoli aztechi, la loro carta di magney e i loro dipinti geroglifici, tempio del Sole, le quattro grandi feste dei Peruviani, i pellegrinaggi annui da Iraca e nei suoi dintorni resi celebri dai supposti miracoli di Bochica, l’inviolabilità dei pellegrinaggi tanto sacra sullo spianato di Bogota, quanto nei deserti dell’Arabia e sulle rive del Gange, le maestose ruine di Milla, le grandi strade segnate attraverso alle Cordigliere e gli arditissimi ponti gettati sui più larghi e impetuosi torrenti sono pure evidenti prove della civiltà dei Messicani, dei Peruviani e dei Muyscas, anteriore alle conquiste degli Europei. L’anfiteatro di Copan colle sue piramidi, coi suoi bassorilievi e colle sue colonne; il tempio della grotta di Zibulea; il vasto palazzo reale o alcazar di Utatlan; le piazze forti di Tecpanguatimala e di Messico; i ruderi maestosi delle vasti capitali di Utatlan, di Patinamit e di Atitlan, non che delle fortezze di Parraquin, di Socoleo, di Uspantlan attestano pure la civiltà dei Quiahi, dei Kachiqueli, dei Zatagili e di più altre nazioni del Guatimala. Nè punto inferiore al progresso di Maya, degli Itzaez, dei Zapotechi, degli abitanti del regno di Mechoacan e delle repubbliche di Tlascala, di Cholula e di Huetxocingo. A questo medesimo centro di incivilimento collimano il Cibola ed il Quivir, regioni non meno celebri per le favolose ricchezze che vengono loro attribuite, quanto per lo stato inoltrato di civiltà nel quale furono trovati i loro popoli visitati da Fra Marco di Nizza e da Francisco de Coronado, non che i Mogui la cui metropoli, posta sulle sponde del Yaquesila, offriva sino al XVI secolo numerosa popolazione, magnifiche piazze e case a vari piani. Tali erano pure i popoli di quelle nazioni della costa del nord-ovest presso le quali trovaronsi abitazioni a due piani, adorne di sculture e di statue in legno, tempii, monumenti mortuarii, grandi quadri dipinti sul legno, zampogne ad undici canne e piroghe molto ingegnosamente costrutte. Quei numerosi tumuli, quei fortini quadrati, quegli immensi trinceamenti che scoprironsi sul territorio della Unione, dal lago Ontario sino al golfo del Messico e fra gli Alleghany e la catena Missuri colombiana, il vase o idolo a tre leste somigliante alla trimurti indiana, il busto molto somigliante ai Burkani dei Burieti, trovato da pochi anni presso l’Ohio, le mummie estratte dalla caverna del Mammouth, non che le sculture scolpitevi sulle roccie, sono pure monumenti della inoltrata e vetusta civiltà degli Alleghany cui vengono comunemente attribuiti. Le figure simboliche di che sono coperte le roccie granitiche lunghesso il basso Orenoco, sulle rive del Cassiquiar, e fra le sorgenti dell’Essequebo e del Rio-Bianco luoghi da lunghissimo tempo fatti solitudini percorse da sole orde di selvaggi, accennano pure alla civiltà d’un popolo da tempo immemorabile scomparso. I Natchez e più altre nazioni al nord dell’equatore, e gli Araucani posti al sud del medesimo, offrono generi di una civiltà che sembra sia stata affatto indipendente da quella dei popoli ora accennati. Questi ultimi specialmente, tanto da tutti gli altri popoli distinti, ricordano le virtù e i costumi dei tempi eroici di Grecia. E gli innumerevoli monumenti sparsi sulla immensa superficie americana, a vasti intervalli di distanza gli uni dagli altri, ed in regioni poco innanzi deserte o attualmente occupate da tribù affatto selvaggie, accennano pure altrettanti centri di civiltà di assai differente natura.
Ma fra tutte queste reliquie di una immemorabile civiltà sorgono magnifiche quelle che presentano le ruine delle grandi città di Culhacan e di Talha, scoperte nelle solitudini della provincia di Chiapa. Le loro sculture maravigliose tanto pel soggetto che rappresentano, quanto per la singolare costruzione che offre la testa delle loro figure, i tempii, le tombe, gli acquedotti, le piramidi, i bassorilievi adorni di geroglifici, le colossali moli le cui costruzioni accennano ad una razza di uomini ora affatto scomparsa ed a una civiltà che si smarrisce nel buio dei secoli[193].
Ma mentre i progressi dello spirito umano si estendevano a tanta latitudine sopra l’Europa, l’Asia, l’Africa e le Americhe; mentre la civiltà romana portava su tante parti del così detto mondo antico le sue leggi, i suoi costumi, la sua lingua, i suoi vizii, le sue virtà e i primi germogli di quella forza stessa sotto cui doveva poi soccombere, quali erano le fasi politiche che le varie nazioni avevano subite e che operarono quella centralizzazione romana, il quale forma il carattere speciale di questo vasto periodo? Gettiamo uno sguardo su gli annali di Roma, e noi vedremo innanzi tutto la guerra tarentina, in cui torreggiano le figure di Pirro, Cinea, Fabrizio e Curio Dentato, la quale principia colla sconfitta toccata dai Romani ad Eraclea, e si compie colla vittoria ottenuta dai medesimi a Benevento, incamminar Roma al dominio generale dell’Italia. — D’altra parte la battaglia d’Ipso una delle più celebri della storia antica aveva già determinata la sorte della maggior parte dell’Asia, dell’Egitto e della Grecia. Tolomeo Sotero, Cassandro, Lisimaco, Seleuco, eransi ripartito in quattro regni l’impero d’Alessandro. Successivamente nella Grecia si stringe la lega achea, ed Arato, Agide, Cleomene, Filopemene, danno le ultime scintille dell’antico valore ellenico. La prima guerra punica, in eui risplendono i romani Appio Claudio, Duillio, Regolo, Lutazio, il cartaginese Amilcare Barca padre del grande Annibale, e lo spartano Xantippo, acquista a Roma le isole che stanno fra l’Italia e l’Africa. La seconda fa Annibale vincitore dei Romani al Ticino, alla Trebbia, al Trasimeno, a Canne; ma prevale contro di lui la fortuna di Scipione sui campi di Zama, e Cartagine soccombe spogliata d’ogni dominio, senza armi e marina. Flaminino, Acilio, Scipione l’asiatico, Paolo Emilio, Licinio, fanno la guerra contro Filippo, gli Etoli, Perseo, Antioco, e le vittorie di Cinocefalo, delle Termopile, di Magnesia, di Pidna acquistano a Roma il dominio della Macedonia e dell’Asia Minore. Una terza lotta si rappicca fra Roma e Cartagine: questa dopo tre anni di disperata difesa finisce sepolta sotto le sue ruine. Alla distruzione di Cartagine tien presso quella di Corinto, e la Grecia in un colla Macedonia insorta e risoggiogata da Metello, sono divenute province romane. Il lasitano Viriate insorge nelle Spagne contro la prepotenza di Roma, ma dopo 14 anni di lotta cade vittima del tradimento; Numanzia continua la invitta resistenza di Viriate; domata dalla fame, antepone alla perdita della libertà, la distruzione e la morte con volontario incendio: ma la Spagna è pur fatta alla fine essa pure provincia romana. I Teutoni ed i Cimbri, gli Ambroni, i Tigurini dopo aver devastate le rive del Danubio ed i Galli, minacciano momentaneamente la futura regina dell’universo; i consoli Carbone, Silano, Scauro, toccano vergognose sconfitte; una ancor più vergognosa ne tocca Cassio presso il lago Lemano, nè miglior ventura incontrano le legioni di Cepione e Manlio; Teutoboch e Botorige sono il terrore dell’Italia. Se non che il vincitore di Giugurta, passa dalla Nemidia in Italia; alla comparsa di Mario, Teutoni e Cimbri sono interamente annientati. Mitridate, re del Ponto, disegna di riunire in una Lega tutti i popoli che abitavano dal Tanai sino alle Alpi, dirigere il loro coraggio colla sagace sua tattica, e piombare con essi su l’Italia. Comincia la guerra coll’assassinio di ben 80,000 Romani sparsi nelle varie città dell’Asia Minore. L’insurrezione scoppia dovunque nel medesimo giorno. La Grecia congiunge al re del Ponto, e Roma sostiene per ben 25 anni una lotta sanguinosa per la conquista del mondo. Silla gloriosamente comincia, Lucullo prosegue, e Pompeo compie le vittorie della guerra mitridatica che acquista a Roma la Siria, la Cilicia, la Fenicia e la Giudea. Le rivolte dei gladiatori che minacciano la tranquillità Stato, sono domate da Crasso. Cicerone sventa congiura di Catilina, e Cesare, mentre acquista a Roma il dominio della Gallia, suscita contro di sè terribili e numerosi rivali capitanati da Pompeo che egli vince sui campi di Farsaglia; e correndo di vittoria in vittoria doma l’Egitto, il re del Ponto, la Mauritania, la Spagna insorti a favore dei Pompeiani. La morte di Cesare assassinato in pien senato produce il triumvirato di Lepido, Antonio ed Ottavio cagione di sanguinose battaglie civili, finchè quest’ultimo raccoglie alla battaglia di Azio i frutti della vittoria di Cesare sui campi di Farsaglia, e la repubblica romana con tutto l’immenso suo dominio, è divenuta patrimonio dell’imperatore Ottavio, che cambia il suo troppo abborrito nome in quello di Augusto. Da Augusto (30) ad Augustolo (476) la storia di Roma è ancor maggiormente quella del mondo: in tutto questo periodo l’umanità è ravvolta in tre specie di guerre generali; in quelle dell’Europa, nelle quali la lotta è contro le nazioni germaniche, sul Reno e sul Danubio; in quelle dell’Asia contro i Parti e i Persi sull’Eufrate e sul Tigri: e nelle guerre civili suscitate da particolari ambizioni e dalla licenza dei soldati. Le conseguenze di esso furono l’alternativo ampliamento o smembramento dell’impero romano, la strada aperta alle devastazioni dei barbariche compiono quest’epoca.
Volendo poi ripartire le grandi epoche storiche non dall’aritmetica distribuzione dei secoli, non dalla celebrità di uomini stati di una grandezza affatto infeconda, ma sì dagli avvenimenti piccioli o massimi, ma che figliarono le maggiori conseguenze generatrici di ciò che si chiama vera crisi della umanità, noi potremmo dividere tutto questo vasto periodo in sette epoche principali, cioè: 1° della guerra tarentina che, come già dicemmo, avviò Roma verso quella dominazione italiana che acquistar le doveva l’imperio del mondo. 2° Delle guerre puniche che stabilirono così i principii dell’onnipotenza, come la prima e più operativa sebben latente cagione della decadenza della romana repubblica. 3° Della guerra sociale che, facendo cittadini di Roma tutti gli alleati, acquistò un più compatto consodamento alla nazionale e politica sovranità italiana dominatrice del mondo. 4° Della guerra civile di Mario e Silla che die’ il crollo alla imperatrice repubblica. 5° Di Cesare, che apre il primo periodo dell’impero. 6° Dei Cesari, la cui serie costituisce le varie fasi d’incremento e decadimento dell’impero romano. 7° Di Costantino, che comincia il predominio del cristianesimo sulle sorti politiche e civili dell’umanità.
Nella maggior parte del mondo asiatico e in tutto il mondo americano compiva intanto il suo corso uniforme una civiltà, affatto straniera ai grandi cataclismi politici e civili dei maggiori popoli d’Europa e d’Africa che rappresentavano il vero progresso sociale d’allora. I suoi avvenimenti infecondi di conseguenze sui destini universali della restante parte dell’umanità non ponno aver posto in un quadro che prospetta le grandi cause di quegli avvenimenti che determinarono la presente condizione politica, civile ed intellettuale delle nazioni. Noi non iscriviamo qui la storia dei popoli, ma sì quella della civiltà umana.
Note
- ↑ La storia del diritto romano, il quale a rigore dovrebbe abbracciare tutte quelle leggi civili che furono in vigore dall’origine di Roma sino alla caduta dell’impero romano, circoscritta alla sola legislazione antigiustinianea, suolsi dividere in quattro periodi: il I° si estende dall’origine di Roma sino alle dodici tavole (750-450 a. C.); il II° si compie coll’epoca di Cicerone (450-100 a. C.; il III° si estende da Cicerone sino all’imperatore Severo (100 a. C. al 250 di C.); il IV° da questo imperatore sino a Giustiniano (250-550). Trattarono con maggior dottrina ed erudizione di questa storia: — Gravina, De origine juris civilis; Vico colle molto originali sue idee nella Scienza nuova, e più di proposito nei due libri, De uno universi juris principio et fine uno, e De constantia jurisprudentis; Martini, Ordo historiæ juris civilis; Günter, Hist. jur. rom.; Bach, Hist. jur. rom.; Thibaut nell’Archivio della pratica civile, tom. XIII; Hummel, Manuale di storia del diritto; Zachariæ, Saggio di una storia del diritto romano; Schweppe, Storia del diritto romano (1822), in cui per la prima volta si contemplano gli scritti di Caio. Maciciowscki, Hist. jur. rom.; Hugo, Lezioni di D. R.; Schilling, Critica delle Lezioni di D. R. di Hugo; Stöckhart, Prospetto della Storia del D. R.; Walter, Storia del D. R.; Warnkoenig, Histoire externe du droit romain; e tutti gli altri lavori di Hoffman, Brunquell, Heineccio, Terrasson, Berriat, St. Prix, con cui illustrarono la storia esterna del diritto; quelli di Heineccio e Selchow che ne illustrarono la interna; e quelli di Zimmern, Holtius, che insieme a molti degli autori sopra citati ne svilupparono contemporaneamente l’una e l’altra.
- ↑ Vico, De constantia jurispr. passim. — Holtius, pag. 13, n. 11-15. — Warnkoenig, Hist. du droit romain, P. 1, §. 6.
- ↑ Niebuhr, tom. 11, pag. 54, ediz. di Parigi.
- ↑ Warnkoenig, ibid., §. 6. 1°.
- ↑ Cicero, De republica, II. 31.
- ↑ Niebuhr, tom. II, pag. 51-53.
- ↑ Aulo Gellio, XV. 27.
- ↑ Al §. 2, in fine, e §. 36.
- ↑ Macrobio (Saturn. II, cap. IX) e Festo (v. Pellices) conservarono alcuni frammenti di questo diritto, hanno molto scritto parecchi commentatori, intorno al puossi vedere il Gravina (De origine juris civilis); il Terrasson (Histoire de la jurisprudence romaine); il Glück (Opuscula); ma Daunou ha molto bene provato, dopo Hugo nella Thémis, tom. V, pag. 251-254, che noi non conosciamo nulla di certo di questa legislazione.
- ↑ Non gli Edili curuli di posteriore origine: Thibaut, Diss. civ., n. 8, pag. 155.
- ↑ Lib. III, cap. 9.
- ↑ Antiq. rom., lib. X.
- ↑ La quistione dell’origine greca od italica delle leggi decemvirali è di una importanza ben grande, implicando essa quest’altra, se i Romani, i più grandi maestri di sapienza civile, furono in origine semplici imitatori, e se l’antico diritto italico che scaturisce immediatamente da queste leggi ebbe origine italiana o forestiere. Oggidì sembra aver trionfato l’opinione di cui venne messo a capo il nostro Vico, cheprovò affatto bugiarda la legazione in Grecia: tale opinione era stata però innanzi Vico professata da sant’Agostino nella Città di Dio; da Guido Grandi nella sua Nuova disamina delle Pandette; da Everardo Ottone nella prefazione al tom. III del Tesoro civile; dal Mazzocchi nei Commentarii alle leggi di Eraclea; dal Minucci ecc. Dopo Vico chi meglio la seppe avvalorare di argomenti storici, filologici e razionali, per non parlare del Bonamy, del Duni, del Pagano, del Cuoco, del Delfico, del Huschke, furono il Lelièvre in una dissertazione coronata nel 1826 dall’università di Lovanio, il Roulez, nella Revue encyclop. Belge, tom. I, pag. 150; l’Ambrosoli nell’Antologia di Firenze, 1829; ed il Maciciowski nel suo Comparatio legum Solonis et decemviralium stampato a Varsavia nel 1829.
- ↑ La I di queste tavole trattava dell’ordine dei giudizii; la II dei testimonii e dei ladri; la III delle usure, dei depositi e dell’esecuzione delle cose giudicate; la IV del gius paterno e dell’emancipazione; la V dei testamenti, del succedere ab intestato, della divisione dell’eredità e delle tutele; la VI delle vendite, dei repudii, e del gius acquistato per possesso e per uso; la VII di varie sorta di ingiuria e di delitto; la VIII dei poderi e dei confini; la IX era come fonte del gius pubblico, e tratta dei sediziosi, dei ribelli, e dei privilegi; la X del giuramento, dei sepolcri e delle cerimonie; le altre due non erano che un supplemento di varie cose. I frammenti di queste leggi furono raccolti da Iac. Gottofredo nei suoi Fontes quatuor ecc. nel 1633. In progresso apparvero su di essi innumerevoli lavori. Luigi della Locella, cui si attribuisce gran merito di illustrazione, pubblicò in Vienna solo nel 1754 i suoi Tentamina tria ad illustrandas leges XII tabularum, cioè a dire mezzo secolo dopo la grand’opera di Gravina, nella quale tutta si contiene la più bella parte della lodata scienza di costui. Fra i moderni, Bouchaud in Francia (1803) e Dirksen in Germania (1824) sono i migliori reintegratori e commentatori di queste leggi.
- ↑ Molto meno poi poteano passare questi beni a benefizio dei loro posteri colla successione ab intestato; perchè tali successioni richiedevano la qualità agnatizia, e questa non potea cadere nelle persone di quei posteri nati da congiunzione volgare, da semplice matrimonio, pei quali non v’era nè diritto di patria potestà, nè di suità, nè di agnazione; cose tutte che dipendevano dalla congiunzione solenne detta connubio.
- ↑ Ut plebiscita omnes Quirites tenerent. Livio, lib. VIII, cap. 12.
- ↑ Distinto da quegli equites che si trovano accennati negli scrittori dei primi secoli, i quali tutti e sempre appartenevano all’ordine degli ottimati, ne avevano altro carattere distintivo che quello di una carica militare.
- ↑ §. 4 Inst. I. 2, De jure naturale. Ma queste deliberazioni avevano per oggetto più il diritto pubblico che non il privato.
- ↑ La plebe differiva dal popolo come la specie dal genere; popolo erano tutti i cittadini, compresovi anche l’ordine dei patrizii e senatori; plebe tutti i cittadini dai senatori e patrizii in fuori.
- ↑ Glück, Manuale del D. R. privato nuovo, §. 25 e 70.
- ↑ Sebbene i senatoconsulti siano una sorgente di diritto romano assai copiosa nei tempi dell’impero, pure vi hanno poche decisioni in essi che apportassero anche nel corso della repubblica delle modificazioni al diritto civile; ciò fece sì che tutti gli storici del diritto romano fino a Bach (1754) opinassero che i senatoconsulti non fossero divenuti una fonte di diritto che dopo Tiberio. Hugo e Warnkoenig hanno vittoriosamente provato oggidì il contrario, mostrando come Cicerone, Pomponio, Teofilo, Dionigi d’Alicarnasso intendessero sempre i senatoconsulti siccome sorgenti di ragion civile avanti gli editti. La Tavola Eraclea che appartiene ai tempi della repubblica li enumera come fonti di diritto insieme alle leges; Orazio ci dice qui consulta patrum, qui leges juraque servat (epist. I. 16, v. 41); e finalmente il senatusconsultum Silanianum, emanato sotto Augusto, inibiva all’erede di adire l’eredità, se prima non citava in giudizio gli schiavi che avevano ucciso il testatore.
- ↑ Di tali editti erano promulgatori il pretore urbano, cui era affidata l’amministrazione della giustizia in Roma; il pretore peregrino giudice delle cause fra stranieri e stranieri, o fra cittadini romani e stranieri; gli edili curuli che nelle leggi loro di polizia ed edilizie emanavano talvolta anche disposizioni di diritto privato, per esempio, rispetto alla compera di cose aventi difetti occulti (D. XXI. 1. De ædilitio edicto, §. 492); i tribuni ed i censori, i cui editti riferivansi però assai di rado ad oggetti di diritto privato (Schilling, pag. 118). Il pretore durava in carica un anno solo, assumendo la quale usava pubblicare un editto in cui faceva preconoscere le norme di legge che avrebbe egli nella sua magistratura seguite (fr. 2, §. 10, D. 1. 2. De origine jur.). Ogniqualvolta un pretore conservasse in tutto o in parte l’editto del suo predecessore, l’editto aveva il nome di Edictum tralatitium; erano detti Edicta repentina quelli rilasciati dal pretore in via straordinaria e per casi particolari (Hugo, Stor. del D., ediz. X di Berlino, pag. 377; e Savigny, Storia del D. R. nel medio evo, tom. I, pag. 3).
- ↑ Fr. 2, §. 5. D. 1. 2. Appio Claudio fece una raccolta delle formole per attitare e trattare le cause, delle quali formole ebbero la chiave solo il pontefice massimo ed i patrizii, finchè Gneo Flavio segretario di quel giureconsulto ne fece la pubblicazione e si chiamarono dal suo nome Jus Flavianum. Quindi a misura che la giurisprudenza si andava perfezionando trovate furono nuove formole, le quali, date fuori circa 110 anni dopo da Sesto Elio Cato, si chiamarono Jus Elianum (Hugo, Storia del D. R., pag. 409-416).
- ↑ Cicerone ci enumera molto ampiamente le competenze del collegio centumvirale. S. Siccama, De judicio centumvirali, cura Zepernicki, Hal. 1776. Haimberger, sez. 1, §. 10.
- ↑ Comitia ad senatum translata. Vedi Warnkoenig, pag. 106.
- ↑ Holtius, pag. 250. D. 1. 20.
- ↑ È però falsa l’opinione che da Tiberio in poi non siasi fatto alcun plebiscito. Zimmern, Stor. del diritto, t. I, p. 72.
- ↑ Pomponius, fr. 2, §. 44. D. 1. 2.
- ↑ I moderni autori discordano intorno il carattere ed i risultamenti del lavoro di Giuliano. Heineccio, Bach e quasi tutti gl’interpreti anteriori ad Hugo opinano che il senatoconsulto di Adriano avea dichiarato l’editto invariabile per sempre, ed avrebbe avuto forza di legge siccome le dodici tavole; Hugo ha cercato mostrare siccome nessun storica testimonianza legittimasse tale opinione, e Warnkoenig sembra appigliarsi all’opinione di lui (opera cit., pag. 118). Non possediamo dell’editto perpetuo che semplici frammenti raccolti da Wieling (Frag. edicti perpelri, Franequer, 1753). Vedi anche il de Weyhe ed il Framkius, il Westenberg, l’Haubold, restitutori del medesimo. Gifanio, Gottofredo, Noodt, Heineccio ed il su citato de Weyhe ne furono i migliori illustratori.
- ↑ I Sabiniani s’appellano anche Cassiani da Caio Cassio Longino altro scolaro di Capitone. I Proculiani insistevano per una trattazione più libera e storico-filosofica della giurisprudenza, e tentarono di classificare più accuratamente le idee, e di ridurre l’ermeneutica legale a regole generali. I Sabiniani all’opposto, stando scrupolosamente fermi alle decisioni degli antichi legisti e alla parola della legge, non si partivano dalla stretta osservanza di questa che per principii di equità. Ma i progressi della cultura ingenerarono il convincimento che il gius positivo non si può portare al suo vero perfezionamento che unendo insieme i metodi d’amendue le scuole. Da ciò ben scorgesi coeme di mano in mano venissero a componimento alla fine le due diverse scuole. Dircksen, Supplimenti per la conoscenza del D. R., p. 46. Haimberger, oper. cit., §. 5, n. 2.
- ↑ Rutilio, Birleaud e Grozio porsero parecchi saggi di biografie di questi giurisperiti; Frank riunì questi saggi sotto il titolo di Vitae tripartitæ, Halæ 1718; Niebuhr ha pure pubblicata in tedesco nel 1806 una biografia dei giureconsulti romani, giovandosi però assai del nostro Panciroli. Zimmern nella sua Storia del diritto romano è quegli che, dopo Gravina, abbia meglio parlato di questi giureconsulti e delle opere loro, le quali vennero nel secolo scorso da Hommel ristabilite nel loro ordine primitivo nella sua Paleogenesia juris romani.
- ↑ Sono esse od opere, i cui titoli ci sono stati conservati fra i frammenti delle Pandette, e che costituiscono o altrettanti Manuali di diritto ad uso di studio e di lezioni, siccome le Institutiones, le Regulæ, le Definitiones; od opere pratiche più o meno estese, siccome i Libri juris civilis, i Digesta, le Recepte sententia; o estesi commentarii, siccome i Libri ad edictum, i Δωδεxαδελτοι, cioè a dire commentarii di Gaio sulle leggi delle dodici tavole; o commentarii sopra opere d’altri giureconsulti, come ad Sabinum, ad Papinianum; o monografie, commentarii su certe leggi, o certi senatoconsulti, o trattati di materie speciali, Libri singularis, de dotibus, de fideicommissis, de officio judicis, ad senatusconsultum Vellejanum, ad legem Corneliam de falsis; o raccolte di decisione e consulte, Libri responsorum, factorum, epistolæ, casus, decretorum libri; od opere di controversie, siccome Aureorum, Quotidiana, Pandectæ, Membranæ ecc. Libri differentiarum rerum; ed una moltitudine d’altri, Warnkoenig, pag. 137.
- ↑ Hugo, Lezioni di D. R., tom. II, pag. 944; Warnkoenig, pag. 149.
- ↑ Di questi due codici si trovano reliquie nello Schulting, Jurisprud. antijust., pag. 683-718 e nella nuova edizione di Berlino del D. antegiustin. Del primo codice sussistono ancora sessantatrè costituzioni e trenta del secondo.
- ↑ La migliore edizione di questo codice è quella di Ritter, pubblicata dal 1756 al 1745 a Lipsia in 6 volumi. Clossio, Mai e Peyron pubblicarono in questi ultimi anni nuovi frammenti di questo codice scoperti in alcuni palimsesti di Roma e di Torino.
- ↑ Diviso in sette parti. 1° Le leggi in generale; 2° le leggi civili; 3° le leggi fiscali; 4° le rituali; 5° le militari; 6° le criminali; 7° i pubblici lavori.
- ↑ L’opera è divisa in sei parti. La prima versa sulla distinzione delle sementi in un campo, sugli alberi, sulle decime ecc.; la seconda sull’osservanza delle feste; la terza che tratta delle donne, decide tutte le cause matrimoniali; la quarta, intitolata delle Perdite, versa sulle liti che nascono in commercio, e sulle procedure che vi sono relative; la quinta riguarda le oblazioni; la sesta tutto ciò che concerne la purificazione.
- ↑ Vedi Boeckh, Sull’economia politica degli Ateniesi e Dureau de la Malle su quella dei Romani.
- ↑ A. Blanqui, Histoire de l’économie politique, tom. I.
- ↑ Del commercio dei Romani, Memoria premiata dall’Accademia delle Inscrizioni e belle lettere di Parigi. Noi citiamo l’edizione del Giusti in Milano 1802.
- ↑ In questo trattato sono divisati e regolati con clausole particolari i loro viaggi intrapresi per traffico in Africa, in Sardegna, in Sicilia. Polibio, l. III, p. 177, ediz. del 1609.
- ↑ Polibio, lib. VII, §. 27; lib. III, pag. 179. — Livio, Epist. ad lib. XIII.
- ↑ Polibio, lib. I, cap. XIX.
- ↑ Comunemente si crede che solo a quest’epoca si fossero dati i Romani alla costruzione delle navi; se ciò fosse, il racconto dell’allestimento di una tanta flotta ed in sì breve tempo avrebbe quel carattere di grossolana assurdità, che vi ravvisò il D. Crist. Negri in una molto dotta ed eloquente sua Memoria inserita nel Giornale dell’Istituto Lombardo, tom. II, pag. 69; ma leggendo meglio che non si è fatto finora il passo di Polibio si troverà che la naufragata nave cartaginese non offerse ai Romani altro modello che per le quinqueremi, genere di galea fino allora ignoto agli Italiani; e dai fatti già da noi su riferiti si può indurre siccome Roma anteriormente a quest’epoca avesse dovuto avere cantieri e costruttori di navi, se aveva un porto, un’apposita magistra tura navale, flotte e commercio marittimo. Le galee romane di quei tempi, siccome furono descritte dagli storici antichi ed illustrate dagli eruditi moderni, erano poi di una tanta semplicità e rozezza da farne possibile la costruzione di 100 in soli 60 giorni; il fervore degli animi ed il numero delle braccia potea supplire al tempo; nè è questo sicuramente il maggiore dei prodigi operati dall’ingegno, dall’attività e dalla pertinacia romana.
- ↑ Plutarco, Vita di Numa, §. 28. — Plinio, Hist., XXXIV, cap. 1. — Livio, lib. II, cap. 27.
- ↑ Dionigi d’Alicarnasso, lib. VI, §. 1.
- ↑ Dionigi d’Alicar., lib. IV, §. 26.
- ↑ Dionigi d’Alicar., lib. II, §. 27. Ai tempi di Ovidio (Fast. V, vers. 671-672) i commercianti andavano ancora a questo tempio per intercedere propizia fortuna alle loro intraprese
- ↑ Plinio, lib. XXXIII, cap. 13.
- ↑ Le pene stesse e le imposte erano soddisfatte con oggetti e bestiami senza che dalla mancanza delle monete provenissero ostacoli o disordini (Aulo Gell., lib. XII, cap. 1. — Dionigi, lib. IX, §. 27; lib. X, §. 50 — Livio, lib. II, §. 7).
- ↑ Dig., lib. XLVIII, tit. XII ad leg. Jul. de annona; lib. L, tit. XI. De nundinis; Cod., lib. IV, tit. LX, De nundinis et mercat., lib. IV, tit. LIX. De monopoliis.
- ↑ Pardessus, Collection des lois maritimes, cap. III, pag. 54.
- ↑ Dig., lib. XVIII, tit. I, fr. 34, §. 2, e fr. 35, §. 2; Cod., lib. IV, tit. XL, const. 1. 2.
- ↑ Dig., lib. XLVII, tit. XI, fr. 6; lib. XLVIII, tit. XIX, fr. 37.
- ↑ Pardessus, cap. III, pag. 55.
- ↑ Leg. 3. Cod. de comm. et merc.
- ↑ Cicer. ad Quint., lib. II, epist. 5. In Verrem, lib. III, cap. 64.
- ↑ Plutarc., Parad., VI, cap. I. In Caton. major.
- ↑ Dig., lib. XIV, tit. III e IV.
- ↑ Dig., lib. XIX, tit. II, fr. 13, §§. 1 e 2; fr. 15, §. 6; fr. 31. 61.
- ↑ Dig., lib. IX, tit. II, fr. 29, §§. 2. 3. 4. 5.
- ↑ Dig., lib. XXII, tit. 4, De nautico fœnore.
- ↑ Dig., lib. XIV, tit. II.
- ↑ Secondo Haubold (Tables chronologiques du droit romain) seguito dal Pardessus (opera citata, pag. 61) furono adottate dai Romani fra il 699 ed il 703 di Roma, secondo Pastoret (Dissertation sur l’influence des lois rhodiennes, pag. 115, 119) e parecchi altri sotto Claudio.
- ↑ Ce qu’il y a de constant, dice Pardessus, c’est que le corps de droit présente un ensemble de règles sur les négociations maritimes qui prouve qu’en ce point, comme dans toutes les autres parties de la législation civile, les jureconsultes romains n’ont laissé aux modernes que la gloire de les imiter, Collect. de lois maritim., c. III, p. 63.
- ↑ Vedi Bouchaud, Théorie des traités de commerce, pag. 138.
- ↑ De jure maritimo, part. IV, cap. 7.
- ↑ Diatriba de assecurationibus, proem.
- ↑ De assecurationibus mercatorum, cap. I, §. 1.
- ↑ Collect. de lois marit., cap. III, pag. 72.
- ↑ De assecuratione, proem., §. 8.
- ↑ Elementa juris cambialis, cap. I, §. 7.
- ↑ De vestigiis cambii apud Romanos.
- ↑ Civilitisch Magasin, tom. III, pag. 126.
- ↑ Dig., lib. L., tit. XIV, De Proxeneticis.
- ↑ Sveton., §. 49. — Tacito, Annal., lib. IV, §. 5.
- ↑ Orosio, II. 19.
- ↑ I Romani, dice d’Agincourt, non si limitavano ad aprir porti nei luoghi in cui la natura ne notava il sito; da Ceutania Cella ossia Civitavecchia fino a Terracina, l’antico Anxur, io ne ho visitati sette. Storia dell’arte, Introd., pag. XLVI. Cito la traduzione doviziosa di sì belle note del dott. Zardetti.
- ↑ Tacit., Hist., lib. III, cap. 48.
- ↑ Strab., lib. IV, cap. III, §. 1, 2. — Plin., Hist., lib. VII, cap. 48.
- ↑ Plin., Hist. nat., lib. VI, cap. XXIII; Peripl. mar. Erythr. pag. 29.
- ↑ Plin., Hist. nat., lib. II, cap. 47 e 108.
- ↑ Sveton., Vit. Aug., cap. XXI. — Florus, lib. IV, c. XII.
- ↑ Pastoret, Mémoires de l’Académie des Inscrip., t. V, pag. 85.
- ↑ Dionis., Antiq. rom., lib. I.
- ↑ E poterono stabilire sulle sue coste un ricevitore, il quale riscuoteva il quarto delle mercanzie che vi approdavano, con una guarnigione che lo tutelava; ed Aden, celebre porto e città mercantile, era così frequentata romane, che ebbe il nome di Porto romano.
- ↑ Vellejo, cap. 106.
- ↑ Vedi Klaproth, Description de la Russie traduite du chinois, nei Mémoires relatifs à l’Asie, ove accenna avere desunte dagli annali cinesi, oltre quest’ambasciata d’Antonino ad Houn-Ei della dinastia degli Han, altre tre pure dei Romani, cioè nel 484, nel 637 e nel 719.
- ↑ Cicero, De legibus, m. 3. 4. Ogni città aveva siffatti registri censuarii (Svet. in Calig. 5), ed Ulpiano ci ha trasse queste tabulæ censuales (Dig. lib. I. tit. XV. §. 2. 24). Catone, dice Plutarco nella sua vita (cap. 18), ordinò una stima delle vesti, delle vetture, degli ornamenti muliebri, delle suppellettili e degli utensili di casa.
- ↑ Secondo gli Itinerarii pubblicati da Wesseling, Stukeley e d’Anville, se si prende la distanza dal muro di Antonino a Roma e di là a Gerusalemme, si trova che la gran catena di comunicazione da maestro a scirocco si estendeva per la lunghezza di quattromila ottanta miglia romane.
- ↑ Bergier, Histoire des grands chemins de l’empire romain. Al tempo di Teodosio, Cesario, magistrato di alto affare, venne per la posta da Antiochia a Costantinopoli; cominciò il suo viaggio di notte; sulla sera dipoi era nella Cappadocia a 165 miglia da Antiochia, ed arrivò a Costantinopoli il sesto giorno verso mezzodi. L’intera distanza era di miglia 725 romane. Ved. Libanio, Orat. XXI e gli itinerarii citati da Gibbon, pag. 572. 581.
- ↑ Bergier, op. cit., lib. IV, cap. 49. — Plinio, lib. XIX. 1.
- ↑ Mille e centonovantasette città si annoveravano nella sola Italia; e Verona, di cui si hanno tuttavia avanzi di uno splendore assai grande, era men famosa di Aquileia, Padova, Milano, Ravenna; York, Londra, Bath erano già celebri nella Britannia. Mille e dugento città avea la Gallia, e fra esse Marsiglia, Arles, Nimes, Narbona, Tolosa, Bordò, Autun, Vienne, Lione, Langres, Treveri di una condizione non inferiore alla presente. Trecento sessanta città avea la Spagna. Cinquecento città conteneva l’Asia propriamente detta d’allora. Gibbon, cap. II, pag. 75.
- ↑ De magnit. et dist. solis et lunæ.
- ↑ V. Archimed. in Aren.
- ↑ Plut., De plac. phil., lib. II, cap. 32.
- ↑ Plinio (lib. II, cap. 108), Vitruvio (lib. I, cap. 6) e Macrobio (Somn. Scip., lib. I, cap. 20) dicono 252,000; osserva il Riccioli (Almag., lib. III, cap. 27), che ciò risulta dall’avere essi preso nel numero tondo di 700 gli stadii compresi in un grado, e che Eratostene ne contava solamente 694.
- ↑ Eclog. II.
- ↑ Quest. nat., lib. VII, cap. 3.
- ↑ Marcoz nella sua Astronomia solare d’Ipparco, vorrebbe provare specialmente contro il Delambre, che Ipparco sarebbe stato scolaro dei Caldei in quasi tutte le scoperte che gli sono attribuite, e che anzi molte cognizioni astronomiche anteriori ad Ipparco fossero molto più vere e precise di quelle che Ipparco stesso professò. Quindi secondo lui i Caldei e gli Egizii avrebbero avuto un anno siderale di 365 giorni, 6 ore e 11 minuti assai più esatto di quello datoci da Ipparco. I Caldei ci avrebbero mostrato il movimento medio diurno della luna di 13 gradi, 10 minuti primi e 35 secondi, sai pia prossimo al vero di quello di Ipparco. Il periodo caldaico di 18 anni, 11 giorni circa per predire gli eclissi della luna, allorchè si rinnova l’epoca sua, preferibile in pratica a quello di Ipparco, e tutto ciò viene da lui provato con passi tratti da Cicerone, da Plutarco e dall’imperatore Giuliano.
- ↑ Sviluppò un metodo approssimativo per calcolare in quanto tempo si levi ciascun grado dell’eclittica.
- ↑ Riconobbe le leggi del flusso e riflusso del mare, ed i rapporti di questo fenomeno coi movimenti del sole e della luna, e corresse il calcolo d’Eratostene su l’asse terrestre.
- ↑ Nella sua Introduzione ai fenomeni fece menzione pel primo dell’equatoriale.
- ↑ Ridusse, per ordine di Cesare, il corso dell’anno sopra quello del sole, e riformò il calendario romano fissando l’anno a 365 giorni ed aumentandolo ogni quarto anno di un giorno per comprendere le sei ore supplementarie.
- ↑ Radunò nel suo libro Del levare e dei tramonti le scoperte fatte sulla scienza delle curve, e stabili principii geometrici pei calcoli astronomici.
- ↑ Autori di parecchi trattati di astronomia; il primo nella sua Teoria circolare dei fenomeni celesti compilò le migliori cognizioni de’ suoi tempi, specialmente colle opere di Posidonio.
- ↑ Nel suo poema Delle cose astronomiche accennò come il moto proprio dei pianeti sia in senso contrario del moto diurno, e provò la terra sospesa.
- ↑ Dalle stelle indusse la curvatura della terra.
- ↑ È fatto da alcuno il primo autore del principio che assegna a cagione del flusso e riflusso del mare l’azione del sole e della luna.
- ↑ Spiegò ai Romani il fenomeno dell’arco baleno e le scoperte dei Greci intorno le comete ed i pianeti.
- ↑ Suida, voce Yπάτία.
- ↑ Il celebre Halley ha riveduto e corretto esattamente il testo di Apollonio e la traduzione fatta dall’arabo; egli stesso ha restituito l’ottavo libro secondo il piano di Apollonio ed ha formato d’ogni cosa una magnifica edizione pubblicata in Oxford 1710.
- ↑ Traité des flux.. Introd.
- ↑ Encyclop., art. Different.
- ↑ Leçons du calcul differ. ecc.
- ↑ Specialmente per la costruzione geometrica delle equazioni determinate del terzo e quarto grado, a preferenza dei mezzi tratti dalle intersezioni delle sezioni coniche.
- ↑ Haller fa Prassagora il primo a distinguere le vene dalle arterie. V. Bibl. anat. Prassagoras.
- ↑ Goelicke, Historia anatomice nova æque antiqua etc. — Portal, Histoir. de l’anatomiæ etc. — Lauth, Histoir. de l’anatomie etc.
- ↑ Bidloo, De antiq. anatomes, pag. 17.
- ↑ Schulze, Historiae anatomica specimen, pag. 25.
- ↑ Leempoel, Anatomes origo, progressus et auctores, pag. 17.
- ↑ Vedi la famosa edizione delle opere di Celso del 1785 colle illustrazioni del Bianconi.
- ↑ Vedi l’edizione greco-latina delle opere di Galeno data a Lipsia dal Kühn nell’anno 1821, la più pregiata di tutte.
- ↑ Gœlicke, Histor. anatom. etc., pag. 31. — Lassus, Essai ou Discours historique et critique sur les dècouvertes faites en anatomie etc.
- ↑ Kirsten, De physiologia ortu et progressu, pag. 2.
- ↑ Osann, Ideen zur Bearbeitung einer Geschichte der Physiologie, pag. 94.
- ↑ Osann, opera citata, pag. 109.
- ↑ Mackenzie, History of health and the art of preserving etc.
- ↑ Vedi Haller, Biblioth. medicinæ practicæ etc. — Sprengel, Storia prammatica della medicina. — Le Clerc, Hist. de la médecine. — Ackermann, Institutiones historiæ medicinæ. — Good, History of medicine. — Broussais, Examen de la doctrine médicale, l’edizione del 1829.
- ↑ Vedi Dempwolf, De origine, progressu et hodierno statu pharmaciæ (1807).
- ↑ Vogel, Historia materiæ medicæ ad novissima tempora producta.
- ↑ Slevogat, De fatis chirurgiæ, pag. 17.
- ↑ Goelicke, Historia chirurgiæ antiqua; passim.
- ↑ Portal, Histoire de l’anatomie et de la chirurgie, tom. I, pag. 27.
- ↑ Sprengel, Geschichte der Chirurgie. — Haller, Bibliotheca chirurgica.
- ↑ Dujardin, Histoire de la chirurgie depuis son origines jusqu’à nos jours. — Riegels, Comment. historica de fatis chirurgiæ.
- ↑ Hist. nat., prem. disc. de la man. etc.
- ↑ Fabricius, Bibl. latin.
- ↑ Andres, tom. V. P. 1, cap. v.
- ↑ Plinio, lib. VIII e XVI. — Probo offerse in un solo spettacolo la strage di 100 leoni, 100 leonesse, 200 leopardi, 300 orsi (Vopisco, Stor. Aug., pag. 240); fra gli animali raccolti e preparati dal più giovine Gordiano pel suo trionfo e che il suo successore fece vedere ne’ giuochi secolari, si ammirarono 20 zebre, 10 alci, 10 giraffe, 30 iene africane, 10 tigri indiane, rinoceronti ed ippopotami (Cuper, De eleph. exercit., II. 7; Calpurnius, Eglog. VII. 66). — Dione Cassio (lib. LV, pag. 781) asserisce avere Augusto offerto lo spettacolo di 56 cocodrilli.
- ↑ Plinio, lib. IX, cap. LV.
- ↑ Id. lib. X.
- ↑ Id. lib. IX, cap. LIII.
- ↑ Plinio, lib. X, cap. XXIII.
- ↑ Id. lib. XXII, cap. XIII.
- ↑ Id. lib. XXV, cap. VII.
- ↑ Id. lib. XIX, cap. V.
- ↑ Id. lib. XXIV, cap. XVII.
- ↑ Id. lib. XXV, cap. VII.
- ↑ Id. lib. XXXV, cap. IX.
- ↑ Galeno, Oper., tom. V, P. I.
- ↑ Plinio, lib. XXV, cap. VIII.
- ↑ Id. lib. XXV, cap. II.
- ↑ Nel suo sistema le piante sono divise in quattro classi: 1° le aromatiche: 2° le alimentari; 3° le medicinali; 4° le velenose. I migliori traduttori di Dioscoride furono Ruelle nell’anno 1516; Cornaro nell’anno 1557; Saraceno nell’anno 1598; il più celebre de’ suoi commentatori fu il Mattioli nel 1554.
- ↑ De simpl. med. fac.
- ↑ Heyne, De genio sæculi Ptolemæorum, Opusc. acad., tom. I, pag. 76.
- ↑ Meiners, De philosophia Ciceronis etc. — Facciolati, Vita Ciceronis litteraria. — Hulsemann, De indole philosophica M. T. Ciceronis.
- ↑ Vedi il Tennemann, part. I, period. I, §. 181.
- ↑ Wegscheider, Ethices Stoicorum recentiorum fundamenta etc.
- ↑ Patricius, Discussionum peripateticarum, tom. IV, quibus aristotelice philosophia universa historia atque dogmata cum veterum placitis collata eleganter et erudite declarantur.
- ↑ Tennemann, Manuale, part. I, period. I, § 181.
- ↑ Eusebius, Præp. evang., XIV. 1. 18.
- ↑ Vedi l’ediz, delle opere di Sesto Empirico, di Struve, Regiom. 1823.
- ↑ Vedi lo Stahl, lo Schreiter, citati dal Tenneman part. I, per. 1, §. 197.
- ↑ Oltre le opere di Walsch, Lewald, Neander, Beausobre, vedi Matter, Histoire critique du gnosticisme, 1828
- ↑ Roester, De commentitiis philosophia Ammoniacæ fraudibus et noxis, 1786.
- ↑ Vedi le opere di Plotino, traduz. del Ficino, 1580, e la filosofia neoplatonica di Fülleborn nei Beitrüge, m° fasc., n° 3. — Tennemann, part. I, per. 1, §. 200.
- ↑ Habenstreit, De Jamblici philosophi syri doctrina etc., 1704.
- ↑ Procli philosophi platonici opera, ediz. di Cousin, 1819-24. Sui tempi così detti eclettici della filosofia, cui appartiene in gran parte questo periodo, vedi la nota Poli nel Manuale di Tennemann, part. I, per. 1, pag. 293, ediz. di Milano, 1852.
- ↑ Opinione di Jones. Vedi Pouthier, Essai sur la philosophie des Hindous. — De Marlès, Histoire générale de l’Inde, e specialmente il Colebrooke, Asiatic Researches, 1824-27.
- ↑ Ficker, Manuale della storia della letteratura, §. 100, tom. I. — Creuzer, L’arte storica dei Greci, pag. 319-320.
- ↑ Siebel, Observationes in Apollodorum in Beckii comment. societ. philol., 1802.
- ↑ Schulin, De Dionys. Halic., Eidelberga 1821.
- ↑ Heyne, De fontibus et auctoritatibus historiarum Diodori etc. nell’edizione Bipontina, vol. I.
- ↑ Sévin, Mémoir. de l’Acad. des Inscript., tom. IX. — Creuzer, Fragm. historic. græc., Eidelberga 1806.
- ↑ Vedi l’edizione dell’Orelli, Lipsia 1816.
- ↑ Chrestomathia Flaviana a J. G. Frendelenburg, Lipsia 1789.
- ↑ Heeren, De fontibus et auctoritate vitarum parallelarum Plutarchi, Gotting. 1820.
- ↑ P. O. van der Chys, Comm. in Arian. de expedit. Alex., Leida 1828.
- ↑ Schweighäuser, Opusc. Acad., Strasburgo 1806. — Wyttenbach, Bibl. crit., tom. III. Vedi Mai e Lucht pei frammenti nuovamente scoperti e pubblicati.
- ↑ Mai, Scrip. vet. nova collect., Roma 1827, tom. II, e l’edizione dello Sturz a Lipsia 1825.
- ↑ Vedi l’edizione del Bekker, Berlino 1826, e la trad. del Manzi, Roma 1821.
- ↑ Vedi Ficker, Manuale ecc., §. 124, 125, 126.
- ↑ De leg., lib. II.
- ↑ Lib. III, cap. VII; lib. VII, cap. III.
- ↑ De clar. orat., LXXV. Vedi le illustrazioni di Möbius nell’edizione di Annover, 1826-1830.
- ↑ De Brosses tentò ridarci reintegrata la storia del popolo romano, raccozzando i frammenti che ne restano e riempiendone egli stesso le lacune con molto ingegno e sapere storico.
- ↑ Vichers, Disquisitio critica de fontibus et auctoritatibus et Cornelii Nepotis, Groninga 1828.
- ↑ Heeren, De Trogi Pompei ejusque epitomatoris fontibus et auctoritate; in Comment. Soc. Gott., vol. XV.
- ↑ Di essi possediamo il 1° fino al 10, ed il 21° fino 45°, non che un frammento del 91°.
- ↑ Walch, Emendat. Liviana etc., Berlino 1815. Vedi anche le illustrazioni di Göller, Francof. 1822.
- ↑ Le tradizioni popolari raccolte dagli ultimi viaggiatori si accordano ad attribuire ad un popolo sconosciuto i giganteschi edifizii eretti nella circostanze di Cuzco e in quelle del lago di Titicaca molto tempo innanzi Manco-Capac; e ciò che è ancor più curioso sì è che i cranii di cotesta sconosciuta nazione trovati da Pentland nelle tombe, e dei quali molti sono stati studiati da Cuvier, si distinguono da quelli di tutte le razze conosciute per la loro somma stiacciatura e per la prominenza straordinaria delle loro mascelle.
- ↑ Humboldt, Warden, Mac Culloc, Say, lord Kingsborough, Constancio, e più modernamente Dupaix, Xuarros, Cabrera, Beullock, Latour-Allard, Baradère, Franck e più altri cooperarono o con viaggi, o con l’erudizione, o colla sagacia della critica, o con molte splendide ed accurate edizioni alla illustrazione di tutto ciò che riguarda le antichità americane.
- Testi SAL 75%
- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi in cui è citato Giustiniano I
- Testi in cui è citato Giovanni Vincenzo Gravina
- Testi in cui è citato Giambattista Vico
- Testi in cui è citato il testo La scienza nuova
- Testi in cui è citato Carlo Antonio Martini
- Testi in cui è citato Christian August Günther
- Testi in cui è citato Johann August Bach
- Testi in cui è citato Anton Friedrich Justus Thibaut
- Testi in cui è citato Carl Ferdinand Hommel
- Testi in cui è citato Heinrich Albert Zachariä
- Testi in cui è citato Albrecht Schweppe
- Testi in cui è citato Wacław Aleksander Maciejowski
- Testi in cui è citato Gustav Hugo
- Testi in cui è citato Friedrich Adolph Schilling
- Testi in cui è citato Heinrich Robert Stöckhardt
- Testi in cui è citato Ferdinand Walter
- Testi in cui è citato Leopold August Warnkönig
- Testi in cui è citato Franz Hofmann
- Testi in cui è citato Johann Salomon Brunnquell
- Testi in cui è citato Johann Gottlieb Heineccius
- Testi in cui è citato Antoine Terrasson
- Testi in cui è citato Jacques Berriat-Saint-Prix
- Testi in cui è citato Johann Heinrich Christian von Selchow
- Testi in cui è citato Polibio
- Testi in cui è citato Tito Livio
- Testi in cui è citato Adrianus Catharinus Holtius
- Testi in cui è citato Barthold Georg Niebuhr
- Testi in cui è citato Aulo Gellio
- Testi in cui è citato Ambrogio Teodosio Macrobio
- Testi in cui è citato Sesto Pompeo Festo
- Testi in cui è citato Christian Friedrich von Glück
- Testi in cui è citato Pierre Daunou
- Testi in cui è citato Sigmund Wilhelm Zimmern
- Testi in cui è citato Antonio Agustín
- Testi in cui è citato Giusto Lipsio
- Testi in cui è citato Fulvio Orsini
- Testi in cui è citato Sesto Pomponio
- Testi in cui è citato Agostino d'Ippona
- Testi in cui è citato Luigi Guido Grandi
- Testi in cui è citato Everard Otto
- Testi in cui è citato Alessio Simmaco Mazzocchi
- Testi in cui è citato Paolo Minucci
- Testi in cui è citato Pierre Nicolas Bonamy
- Testi in cui è citato Emanuele Duni
- Testi in cui è citato Francesco Mario Pagano
- Testi in cui è citato Vincenzo Cuoco
- Testi in cui è citato Melchiorre Delfico
- Testi in cui è citato Immanuel Gottlieb Huschke
- Testi in cui è citato Joseph Roulez
- Testi in cui è citato Francesco Ambrosoli
- Testi in cui è citato Iacobus Gothofredus
- Testi in cui è citato Aloys Emmerich von Locella
- Testi in cui è citato Mathieu-Antoine Bouchaud
- Testi in cui è citato Heinrich Eduard Dirksen
- Testi in cui è citato Gneo Marcio Coriolano
- Testi in cui è citato Dionigi di Alicarnasso
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Cesare
- Testi in cui è citato Augusto
- Testi in cui è citato Teofilo
- Testi in cui è citato Quinto Orazio Flacco
- Testi in cui è citato Friedrich Carl von Savigny
- Testi in cui è citato Appio Claudio Cieco
- Testi in cui è citato Sibrandus Lubbertus
- Testi in cui è citato Anton von Haimberger
- Testi in cui è citato Abraham Wieling
- Testi in cui è citato Eberhard von Weyhe
- Testi in cui è citato Heinrich Gottlieb Francke
- Testi in cui è citato Johann Ortwin Westenberg
- Testi in cui è citato Christian Gottlieb Haubold
- Testi in cui è citato Hubert van Giffen
- Testi in cui è citato Gerard Noodt
- Testi in cui è citato Gaio Cassio Longino
- Testi in cui è citato Adriano
- Testi in cui è citato Papirio Giusto
- Testi in cui è citato Ulpiano
- Testi in cui è citato Giulio Paolo
- Testi in cui è citato Erennio Modestino
- Testi in cui è citato Marco Aurelio
- Testi in cui è citato Aulo Ofilio
- Testi in cui è citato Salvio Giuliano
- Testi in cui è citato Marco Antistio Labeone
- Testi in cui è citato Gaio Ateio Capitone
- Testi in cui è citato Masurio Sabino
- Testi in cui è citato Bernardino Rutilio
- Testi in cui è citato Ugo Grozio
- Testi in cui è citato Johannes Christophorus Franck
- Testi in cui è citato Guido Panciroli
- Testi in cui è citato Antonius Schulting
- Testi in cui è citato Johann Daniel Ritter
- Testi in cui è citato Walter Friedrich Clossius
- Testi in cui è citato Angelo Mai
- Testi in cui è citato Amedeo Peyron
- Testi in cui è citato Marco Cocceio Nerva
- Testi in cui è citato Proculo
- Testi in cui è citato Giuvenzio Celso Figlio
- Testi in cui è citato Nerazio Prisco
- Testi in cui è citato Celio Aruleno Sabino
- Testi in cui è citato Lucio Giavoleno Prisco
- Testi in cui è citato Lucio Fulvio Aburnio Valente
- Testi in cui è citato Gaio
- Testi in cui è citato Emilio Papiniano
- Testi in cui è citato Costantino I
- Testi in cui è citato Aurelio Arcadio Carisio
- Testi in cui è citato Ermogeniano
- Testi in cui è citato Diocleziano
- Testi in cui è citato Teodosio II
- Testi in cui è citato August Boeckh
- Testi in cui è citato Adolphe Dureau de la Malle
- Testi in cui è citato Auguste Blanqui
- Testi in cui è citato François Quesnay
- Testi in cui è citato Adam Smith
- Testi in cui è citato Anne Robert Jacques Turgot
- Testi in cui è citato Platone
- Testi in cui è citato Senofonte
- Testi in cui è citato Aristotele
- Testi in cui è citato Cristoforo Negri
- Testi in cui è citato Francesco Mengotti
- Testi in cui è citato Alessandro Magno
- Testi in cui è citato Patrocle
- Testi in cui è citato Dionigi il Periegeta
- Testi in cui è citato Megastene
- Testi in cui è citato Daimaco
- Testi in cui è citato Plutarco
- Testi in cui è citato Gaio Plinio Secondo
- Testi in cui è citato Publio Ovidio Nasone
- Testi in cui è citato Gneo Pompeo Magno
- Testi in cui è citato Marco Fabio Quintiliano
- Testi in cui è citato Claude-Emmanuel de Pastoret
- Testi in cui è citato Jean-Marie Pardessus
- Testi in cui è citato Teodosio
- Testi in cui è citato Marco Porcio Catone
- Testi in cui è citato Servio Sulpicio Rufo
- Testi in cui è citato Alfeno Varo
- Testi in cui è citato Gaio Svetonio Tranquillo
- Testi in cui è citato Publio Cornelio Tacito
- Testi in cui è citato il testo Annali (Tacito)/IV
- Testi in cui è citato Paolo Orosio
- Testi in cui è citato Jean Baptiste Louis Georges Seroux d'Agincourt
- Testi in cui è citato Carlo Zardetti
- Testi in cui è citato il testo Storie (Tacito)/III
- Testi in cui è citato Strabone
- Testi in cui è citato Floro
- Testi in cui è citato Velleio Patercolo
- Testi in cui è citato Franz Stypmann
- Testi in cui è citato Reinhold Curicke
- Testi in cui è citato Matthaeus Meyer
- Testi in cui è citato Benvenuto Stracca
- Testi in cui è citato Georg Heinrich Ayrer
- Testi in cui è citato Julius Klaproth
- Testi in cui è citato Antonino Pio
- Testi in cui è citato Petrus Wesseling
- Testi in cui è citato William Stukeley
- Testi in cui è citato Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville
- Testi in cui è citato Nicolas Bergier
- Testi in cui è citato Libanio
- Testi in cui è citato Edward Gibbon
- Testi in cui è citato Marco Vitruvio Pollione
- Testi in cui è citato Giovanni Battista Riccioli
- Testi con errata corrige
- Testi in cui è citato Autolico di Pitane
- Testi in cui è citato Arato di Soli
- Testi in cui è citato Eudosso di Cnido
- Testi in cui è citato Aristillo
- Testi in cui è citato Timocari
- Testi in cui è citato Ipparco di Nicea
- Testi in cui è citato Claudio Tolomeo
- Testi in cui è citato Aristarco di Samo
- Testi in cui è citato Eratostene
- Testi in cui è citato Pitea
- Testi in cui è citato Jean-Baptiste Delambre
- Testi in cui è citato Archimede
- Testi in cui è citato Publio Virgilio Marone
- Testi in cui è citato Lucio Anneo Seneca
- Testi in cui è citato Conone di Samo
- Testi in cui è citato Jean-Baptiste Marcoz
- Testi in cui è citato Flavio Claudio Giuliano
- Testi in cui è citato Posidonio
- Testi in cui è citato Callippo di Cizico
- Testi in cui è citato Gemino
- Testi in cui è citato Sosigene di Alessandria
- Testi in cui è citato Teodosio di Bitinia
- Testi in cui è citato Cleomede
- Testi in cui è citato Marco Manilio
- Testi in cui è citato Apollonio di Perga
- Testi in cui è citato Giovanni Keplero
- Testi in cui è citato Teone di Smirne
- Testi in cui è citato Ippolito di Roma
- Testi in cui è citato Anatolio di Laodicea
- Testi in cui è citato Proclo
- Testi in cui è citato Censorino
- Testi in cui è citato Massimo di Tiro
- Testi in cui è citato Brahmagupta
- Testi in cui è citato Nicomaco di Gerasa
- Testi in cui è citato Euclide
- Testi in cui è citato Diofanto di Alessandria
- Testi in cui è citato Pappo di Alessandria
- Testi in cui è citato Aryabhata
- Testi in cui è citato Ipazia
- Testi in cui è citato Edmond Halley
- Testi in cui è citato Guillaume François Antoine marchese de l'Hôpital
- Testi in cui è citato Colin Maclaurin
- Testi in cui è citato Jean Baptiste Le Rond d'Alembert
- Testi in cui è citato Victor Cousin
- Testi in cui è citato Nicomede
- Testi in cui è citato Isaac Newton
- Testi in cui è citato Diocle
- Testi in cui è citato Dionisodoro
- Testi in cui è citato Menelao di Alessandria
- Testi in cui è citato Sereno di Antinopoli
- Testi in cui è citato Menecmo
- Testi in cui è citato Conone
- Testi in cui è citato Dositeo
- Testi in cui è citato Eudemo da Rodi
- Testi in cui è citato Erone di Alessandria
- Testi in cui è citato Marino di Neapoli
- Testi in cui è citato Eutocio
- Testi in cui è citato Albrecht von Haller
- Testi in cui è citato Prassagora di Cos
- Testi in cui è citato Andreas Ottomar Goelicke
- Testi in cui è citato Antoine Portal
- Testi in cui è citato Ernest Alexandre Lauth
- Testi in cui è citato Govert Bidloo
- Testi in cui è citato Johann Heinrich Schulze
- Testi in cui è citato Jean-Guillaume Van Leempoel
- Testi in cui è citato Giovanni Lodovico Bianconi
- Testi in cui è citato Ctesibio
- Testi in cui è citato Sesto Giulio Africano
- Testi in cui è citato Filone di Bisanzio
- Testi in cui è citato Empedocle
- Testi in cui è citato Socrate
- Testi in cui è citato Erofilo
- Testi in cui è citato Erasistrato
- Testi in cui è citato Areteo di Cappadocia
- Testi in cui è citato Rufo di Efeso
- Testi in cui è citato Sorano di Efeso
- Testi in cui è citato Aulo Cornelio Celso
- Testi in cui è citato Galeno
- Testi in cui è citato Karl Gottlob Kühn
- Testi in cui è citato Pierre Lassus
- Testi in cui è citato Johann Jakob Kirsten
- Testi in cui è citato Emil Osann
- Testi in cui è citato James Mackenzie
- Testi in cui è citato Oribasio
- Testi in cui è citato Nemesio
- Testi in cui è citato Aezio
- Testi in cui è citato Publio Vegezio Renato
- Testi in cui è citato Ippocrate
- Testi in cui è citato Polibo
- Testi in cui è citato Diocle di Caristo
- Testi in cui è citato Mnesiteo
- Testi in cui è citato Senocrate di Afrodisia
- Testi in cui è citato Antillo
- Testi in cui è citato Zeusi di Taranto
- Testi in cui è citato Agatino
- Testi in cui è citato Archigene
- Testi in cui è citato Temisone di Laodicea
- Testi in cui è citato Kurt Sprengel
- Testi in cui è citato Daniel Le Clerc
- Testi in cui è citato Johann Christian Gottlieb Ackermann
- Testi in cui è citato John Mason Good
- Testi in cui è citato François Broussais
- Testi in cui è citato Carl August Dempwolff
- Testi in cui è citato Rudolf Augustin Vogel
- Testi in cui è citato Johann Adrian Slevogt
- Testi in cui è citato Ateneo di Naucrati
- Testi in cui è citato Ammonio Sacca
- Testi in cui è citato Celio Aureliano
- Testi in cui è citato Quinto Sereno Sammonico
- Testi in cui è citato Vindiciano
- Testi in cui è citato Prisciano
- Testi in cui è citato Mantias
- Testi in cui è citato Eraclide Pontico
- Testi in cui è citato Nicandro
- Testi in cui è citato Damocrate
- Testi in cui è citato Menecrate
- Testi in cui è citato Scribonio Largo
- Testi in cui è citato Andromaco il Vecchio
- Testi in cui è citato Teofrasto
- Testi in cui è citato Dioscoride
- Testi in cui è citato Antonio Scarpa
- Testi in cui è citato François Dujardin
- Testi in cui è citato Niels Ditlev Riegels
- Testi in cui è citato Johann Albert Fabricius
- Testi in cui è citato Flavio Vopisco
- Testi in cui è citato Gisbert Cuper
- Testi in cui è citato Tito Calpurnio Siculo
- Testi in cui è citato Cassio Dione Cocceiano
- Testi in cui è citato Leonida di Alessandria
- Testi in cui è citato Filagrio Epirota
- Testi in cui è citato Claudio Eliano
- Testi in cui è citato Georges-Louis Leclerc de Buffon
- Testi in cui è citato Pausania
- Testi in cui è citato Apuleio
- Testi in cui è citato Marco Terenzio Varrone
- Testi in cui è citato Publio Nigidio Figulo
- Testi in cui è citato Lucio Giunio Moderato Columella
- Testi in cui è citato Jean Ruel
- Testi in cui è citato Jean Antoine Sarrasin
- Testi in cui è citato Pietro Andrea Mattioli
- Testi in cui è citato Christian Gottlob Heyne
- Testi in cui è citato Christoph Meiners
- Testi in cui è citato Jacopo Facciolati
- Testi in cui è citato Friedrich Hülsemann
- Testi in cui è citato Wilhelm Gottlieb Tennemann
- Testi in cui è citato Julius Wegscheider
- Testi in cui è citato Francesco Patrizi (filosofo)
- Testi in cui è citato Eusebio di Cesarea
- Testi in cui è citato Burkhard Gotthelf Struve
- Testi in cui è citato Johann Christoph Schreiter
- Testi in cui è citato Isaac de Beausobre
- Testi in cui è citato Jacques Matter
- Testi in cui è citato Christian Friedrich Rösler
- Testi in cui è citato Giuba II
- Testi in cui è citato Valgio Rufo
- Testi in cui è citato Pitagora
- Testi in cui è citato Tito Lucrezio Caro
- Testi in cui è citato Luciano di Samosata
- Testi in cui è citato Diogene Laerzio
- Testi in cui è citato Atenodoro di Tarso
- Testi in cui è citato Gaio Musonio Rufo
- Testi in cui è citato Lucio Anneo Cornuto
- Testi in cui è citato Cheremone di Alessandria
- Testi in cui è citato Eufrate
- Testi in cui è citato Dione Crisostomo
- Testi in cui è citato Cratippo di Pergamo
- Testi in cui è citato Nicola di Damasco
- Testi in cui è citato Senarco di Seleucia
- Testi in cui è citato Alessandro di Ege
- Testi in cui è citato Alessandro di Afrodisia
- Testi in cui è citato Quinto Sextio
- Testi in cui è citato Sozione di Alessandria
- Testi in cui è citato Apollonio di Tiana
- Testi in cui è citato Trasillo di Mende
- Testi in cui è citato Alcinoo
- Testi in cui è citato Albino
- Testi in cui è citato Favorino
- Testi in cui è citato Enesidemo
- Testi in cui è citato Sesto Empirico
- Testi in cui è citato Filone di Alessandria
- Testi in cui è citato Flavio Giuseppe
- Testi in cui è citato Valentino
- Testi in cui è citato Marcione
- Testi in cui è citato Bardesane
- Testi in cui è citato Ammonio di Alessandria
- Testi in cui è citato Marsilio Ficino
- Testi in cui è citato Georg Gustav Fülleborn
- Testi in cui è citato Johann Paul Hebenstreit
- Testi in cui è citato Baldassarre Poli
- Testi in cui è citato Guillaume Pauthier
- Testi in cui è citato Jules Lacroix de Marlès
- Testi in cui è citato Henry Thomas Colebrooke
- Testi in cui è citato Franz Ficker
- Testi in cui è citato Friedrich Creuzer
- Testi in cui è citato Johannes Siebelis
- Testi in cui è citato Philipp Friedrich Schulin
- Testi in cui è citato François Sevin
- Testi in cui è citato Johann Caspar von Orelli
- Testi in cui è citato Johann Georg Trendelenburg
- Testi in cui è citato Arnold Hermann Ludwig Heeren
- Testi in cui è citato Pieter Otto van der Chijs
- Testi in cui è citato Johann Schweighäuser
- Testi in cui è citato Daniel Albert Wyttenbach
- Testi in cui è citato Marx Johannes Friedrich Lucht
- Testi in cui è citato Plotino
- Testi in cui è citato Cassio Longino
- Testi in cui è citato Erennio
- Testi in cui è citato Porfirio
- Testi in cui è citato Amelio Gentiliano
- Testi in cui è citato Giamblico
- Testi in cui è citato Dessippo
- Testi in cui è citato Sopatro di Apamea
- Testi in cui è citato Eunapio
- Testi in cui è citato Isidoro di Alessandria
- Testi in cui è citato Zenodoto
- Testi in cui è citato Giovanni Stobeo
- Testi in cui è citato Damascio
- Testi in cui è citato Kaṇāda
- Testi in cui è citato Talete
- Testi in cui è citato Vyāsa
- Testi in cui è citato Gautama Buddha
- Testi in cui è citato Patañjali
- Testi in cui è citato Zenone
- Testi in cui è citato Apollodoro di Atene
- Testi in cui è citato Diodoro Siculo
- Testi in cui è citato Memnone di Eraclea
- Testi in cui è citato Fozio di Costantinopoli
- Testi in cui è citato Apione
- Testi in cui è citato il testo Bibbia
- Testi in cui è citato Arriano
- Testi in cui è citato Appiano di Alessandria
- Testi in cui è citato Friedrich Wilhelm Sturz
- Testi in cui è citato August Immanuel Bekker
- Testi in cui è citato Pietro Manzi
- Testi in cui è citato August Ferdinand Möbius
- Testi in cui è citato Charles de Brosses
- Testi in cui è citato Rudolph Helprich Eyssonius Wichers
- Testi in cui è citato Johann Ernst Immanuel Walch
- Testi in cui è citato Franz Göller
- Testi in cui è citato Erodiano
- Testi in cui è citato il testo Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)
- Testi in cui è citato il testo Vite dei filosofi
- Testi in cui è citato Lucio Calpurnio Pisone Frugi
- Testi in cui è citato Gaio Fannio Strabone
- Testi in cui è citato Gaio Vennonio
- Testi in cui è citato Celio Antipatro
- Testi in cui è citato Quinto Claudio Quadrigario
- Testi in cui è citato Sempronio Asellione
- Testi in cui è citato Gaio Licinio Macro
- Testi in cui è citato Lucio Cornelio Sisenna
- Testi in cui è citato Gaio Sallustio Crispo
- Testi in cui è citato Tucidide
- Testi in cui è citato il testo Della congiura di Catilina
- Testi in cui è citato il testo Il Giugurtino
- Testi in cui è citato Cornelio Nepote
- Testi in cui è citato Emilio Probo
- Testi in cui è citato Pompeo Trogo
- Testi in cui è citato Marco Giuniano Giustino
- Testi in cui è citato Quinto Curzio Rufo
- Testi in cui è citato Elio Sparziano
- Testi in cui è citato Giulio Capitolino
- Testi in cui è citato Trebellio Pollione
- Testi in cui è citato Elio Lampridio
- Testi in cui è citato Volcacio Gallicano
- Testi in cui è citato Gneo Mazio
- Testi in cui è citato Publio Terenzio Varrone
- Testi in cui è citato Marco Anneo Lucano
- Testi in cui è citato Silio Italico
- Testi in cui è citato Gaio Valerio Flacco
- Testi in cui è citato Publio Papinio Stazio
- Testi in cui è citato Saleio Basso
- Testi in cui è citato Claudio Claudiano
- Testi in cui è citato Gaio Valerio Catullo
- Testi in cui è citato Terenziano Mauro
- Testi in cui è citato Marco Aurelio Olimpio Nemesiano
- Testi in cui è citato Rufio Festo Avieno
- Testi in cui è citato Claudio Rutilio Namaziano
- Testi in cui è citato Dionisio Catone
- Testi in cui è citato Publio Valerio Catone
- Testi in cui è citato Aulo Persio Flacco
- Testi in cui è citato Decimo Giunio Giovenale
- Testi in cui è citato Turno
- Testi in cui è citato Sulpicia
- Testi in cui è citato Petronio Arbitro
- Testi in cui è citato Gaio Licinio Calvo
- Testi in cui è citato Decimo Magno Ausonio
- Testi in cui è citato Aurelio Prudenzio Clemente
- Testi in cui è citato Sedulio
- Testi in cui è citato Verrio Flacco
- Testi in cui è citato Tito Maccio Plauto
- Testi in cui è citato Publio Terenzio Afro
- Testi in cui è citato Joseph Barclay Pentland
- Testi in cui è citato Georges Cuvier
- Testi in cui è citato Alexander von Humboldt
- Testi in cui è citato David Baillie Warden
- Testi in cui è citato James Haines McCulloh
- Testi in cui è citato Thomas Say
- Testi in cui è citato Edward King
- Testi in cui è citato Francisco Solano Constancio
- Testi in cui è citato Guillermo Dupaix
- Testi in cui è citato Domingo Juarros
- Testi in cui è citato Paul Felix Cabrera
- Testi in cui è citato William Bullock
- Testi in cui è citato Henri Baradère